--Testo era palese enganno--che te mettivi ad osolare;

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SCRITTORI D'ITALIA

IACOPONE DA TODI

LE LAUDE

IACOPONE DA TODI

LE LAUDE

SECONDO LA STAMPA FIORENTINA DEL 1490

A CURA DI

GIOVANNI FERRI

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1915

PROPRIETÁ LETTERARIA

GENNAIO MCMXV--40581

I

DE LA BEATA VERGINE MARIA E DEL PECCATORE

--O Regina cortese,--io so a voi venuto

ch'al mio cor feruto--deiate medecare.

Io so a voi venuto--com'omo desperato

da omn'altro aiuto;--lo vostro m'è lassato;

se ne fusse privato,--faríeme consumare.

Lo mio cor è feruto,--Madonna, nol so dire;

ed a tal è venuto,--che comenza putire;

non deiate soffrire--de volerm'aiutare.

Donna, la sofferenza--sí m'è pericolosa;

lo mal pres'ha potenza,--la natura è dogliosa;

siate cordogliosa--de volerme sanare.

Non aio pagamento,--tanto so anichilato;

faite de me stromento,--servo recomperato;

donna, el prez'è dato:--quel ch'avest'a lattare.

Donna, per quel amore--che m'ha avut'el tuo figlio

dever'aver en core--de darm'el tuo consiglio;

succurrime, aulente giglio,--veni e non tardare.

--Figlio, poi ch'èi venuto,--molto sí m'è 'n piacere;

adomandimi aiuto,--dollote voluntere;

ètte oporto soffrire--co per arte voglio fare.

Medecaro per arte--emprima fa la diita;

guarda li sensi da parte--che non dien piú ferita

a la natura perita--che se possa aggravare.

E piglia l'oximello,--lo temor del morire;

ancora si fancello,--cetto ce de' venire;

vanetá lassa gire,--non pò teco regnare.

E piglia decozione--lo temor de lo 'nferno;

pens'en quella prescione--non escon en sempiterno;

la piaga girá rompenno--farallate revontare.

Denante al preite mio--questo venen revonta,

ché l'officio è sio;--Dio lo peccato sconta;

ca se 'l Nemico s'aponta,--non aia que mostrare.

II

DE LA BEATA VERGINE MARIA

O Vergine piú che femina--santa Maria beata.

Piú che femina, dico;--onom nasce nemico;

per la Scrittura splico,--nant'èi santa che nata.

Stando en ventre chiusa,--puoi l'alma ce fo enfusa,

potenza virtuusa--sí t'ha santificata.

La divina onzione--sí te santificòne,

d'omne contagione--remaneste illibata.

L'original peccato--ch'Adam ha semenato,

omn'om con quello è nato:--tu se' da quel mondata.

Nullo peccato mortale--en tuo voler non sale,

e da lo veniale--tu sola emmaculata.

Secondo questa rima--tu se' la vergen prima,

sopre l'altre soblima;--tu l'hai emprima votata

la tua vergenetate--sopr'omne umanetate

ch'en tanta puritate--mai fosse conservata.

L'umilitá profonda--che nel tuo cor abonda,

lo cielo se sprofonda--d'esserne salutata.

Virgineo proposito--en sacramento ascondito,

marito piglia incognito--che non fosse enfamata.

L'alto messo onorato--da ciel te fo mandato;

lo cor fu paventato--de la sua annunziata:

--Conceperai tu figlio,--será senza simiglio,

se tu assenti al consiglio--de questa mia ambasciata.--

O Vergen, non tardare--al suo detto assentare;

la gente sta chiamare--che per te sia aiutata.

Aiutane, Madonna,--ca 'l mondo se sperfonna

se tarde la responna--che non sia avivacciata.

Puoi che consentisti,--lo figliol concepisti,

Cristo amoroso desti--a la gente dannata.

Lo mondo n'è stupito--conceper per audito,

lo corpo star polito--a non essere toccata.

Sopr'omne uso e ragione--aver concezione,

senza corruzione--femena gravedata.

Sopre ragione ed arte--senza sementa latte,

tu sola n'hai le carte--e sènne fecundata.

O pregna senza semina,--non fu mai fatt'en femina,

tu sola sine crimina,--null'altra n'è trovata.

Lo verbo creans omnia--vestito è 'n te Virginia,

non lassando sua solia,--divinitá encarnata.

Maria porta Dio omo,--ciascun serva 'l suo como;

portando sí gran somo--e non essere gravata.

O parto enaudito,--lo figliol partorito

entro del ventre uscito--de matre segellata!

A non romper sogello--nato lo figliol bello,

lassando lo suo castello--con la porta serrata!

Non siría convegnenza--la divina potenza

facesse violenza--en sua cas'albergata.

O Maria, co facivi--quando tu lo vidivi?

or co non te morivi--de l'amore afocata?

Co non te consumavi--quando tu lo guardavi,

ché Dio ce contemplavi--en quella carne velata?

Quand'esso te sugea,--l'amor co te facea,

la smesuranza sea--esser da te lattata?

Quand'esso te chiamava--e mate te vocava,

co non te consumava--mate di Dio vocata?

O Madonna, quigli atti--che tu avev'en quigl fatti,

quigl'enfocati tratti--la lengua m'han mozzata.

Quando 'l pensier me struge,--co fai quando te suge?

lo lacremar non fuge--d'amor che t'ha legata.

O cor salamandrato--de viver sí enfocato,

co non t'ha consumato--la piena enamorata?

Lo don della fortezza--t'ha data stabilezza

portar tanta dolcezza--ne l'anema enfocata!

L'umilitate sua--embastardío la tua,

ch'ogn'altra me par frua--se non la sua sguardata.

Ché tu salist'en gloria,--esso sces'en miseria;

or quigna conveneria--ha enseme sta vergata?

La sua umilitate--prender umanitate,

par superbietate--on'altra ch'è pensata.

Accurrite, accurrite,--gente; co non venite?

vita eterna vedite--con la fascia legata.

Venitel a pigliare,--ché non ne può mucciare,

che deggi arcomperare--la gente desperata.

III

CONTENZIONE INFRA L'ANIMA E CORPO

Audite una 'ntenzone--ch'è 'nfra l'anima e 'l corpo;

battaglia dura troppo--fin a lo consumare.

L'anima dice al corpo:--Facciamo penitenza,

ché possiamo fugire--quella grave sentenza

e guadagnar la gloria--ch'è de tanta piacenza;

portimo onne gravenza--con delettoso amare.--

Lo corpo dice:--Turbome--d'esto che t'odo dire;

nutrito so 'n delicii,--nollo porría patire;

lo celebr'aio debele,--porría tost'empazire:

fugi cotal pensiere,--mai non me ne parlare.

--Sozo, malvascio corpo,--lussurioso, engordo!

ad omne mia salute--sempre te trovo sordo;

sostieni lo flagello--d'esto nodoso cordo,

emprende sto discordo--ché t'è ci opo danzare!

--Succurrite, vicini,--ché l'anima m'ha morto!

alliso, ensanguenato,--disciplinato a torto!

o impia, crudele,--ed ad que m'hai redotto?

starò sempr'en corrotto,--non me porrò allegrare.

--Questa morte sí breve--non mi siría 'n talento.

Somme deliberata--de farte far spermento;

dagl cinque sensi tollere--omne delettamento,

e nullo piacemento--t'agio voglia de dare.

--Si da li sensi tollime--li mei delettamenti,

siragio enfiato e tristo,--pieno d'encrescementi;

torrotte la letizia--nelli tuoi pensamenti;

megli'è che mo te penti--che de farlo provare.

--La camiscia spògliate--e vesti sto cilizo;

la penetenza vètate--che non abbi delizo;

per guidardone dónote--questo nobel pannizo,

ché de coio scrofizo--te pensai d'amantare.

--Da lo 'nferno recastela--questa veste penosa;

tesseala 'l diavolo--de pili de spinosa;

omne pelo pareme--una vespa orgogliosa;

nulla ce trovo posa,--tanto dura me pare.

--Ecco lo letto; pòsate,--iace en esto gratizo!

lo capezal aguardace--ch'è un poco de paglizo:

lo mantellino cuoprite,--adusate col miccio;

questo te sia deliccio--a quel che te voglio fare!

--Guardate a letto morbedo--d'esta penna splumato!

pietre rotonde vegioce--che venner dal fossato;

da qual parte volgome,--rompome el costato;

tutto son conquassato,--non ce posso posare.

--Corpo, surge; lèvate!--ché suona matutino;

leva su, sonocchiate--en officio divino;

legge nuove emponote--perfine a lo maitino;

emprende esto camino--che sempre t'è opo fare.

--Como surgo, levomi,--che non aggio dormito?

Degestione guastase,--non aggio ancor padito;

scorsa m'è la regoma--per lo freddo c'ho sentito;

el tempo non è fugito,--lassame ancor posare!

--Ed o' staisti a 'mprendere--tu questa medicina?

per la tua negligenza--dotte una disciplina;

si piú favelli, tollote--a pranzo la cocina;

ché questa tua malina--penso de medecare.

--Or ecco pranzo ornato--de delettoso pane

nero, azemo e duro--che nol rosecára 'l cane!

Non lo posso enghiuttire,--sí reo sapor me sane!

Altro cibo me dáne,--se me voli sostentare.

--Per lo parlar c'hai fatto,--tu lassarai el vino;

né a pranzo né a cena--non mangerai cocino;

se piú favelli, aspèttate--un grave disciplino;

questo prometto almino--non te porrá mucciare.

--Recordo d'una femena--ch'era bianca, vermiglia,

vestita, ornata, morbeda,--ch'era una maraviglia;

le sue belle fateze--lo pensier m'asutiglia;

molto sí me simiglia--de potergli parlare.

--Or attende 'l premio--de questo c'hai pensato;

lo mantello artollote--per tutto sto vernato;

le calzamenta lassale--per lo folle cuitato;

ed un disciplinato--fin a lo scorticare.

--L'acqua che bevo noceme,--caggio 'n etropesía;

lo vino, prego, rendeme--per la tua cortesía!

Se tu sano conserveme,--girò ritto per via;

se caggio 'n'enfermaría,--opo me t'è guardare.

--Poi che l'acqua nòcete--a la tua enfermentade

e lo vino noceme--a la mia castitade,

lassa lo vino e l'acqua--per la nostra sanetade;

sostien necessitate--per nostra vita servare.

--Prego che non m'occide!--nulla cosa demanno;

en veritá promettote--de non gir mormoranno;

lo entenzare veiome--che me retorna en danno;

che non caggia nel banno--vogliomene guardare.

--Se te vorrai guardare--da omne offendemento,

sirotte tratta a dare--lo tuo sostentamento;

e vorròme guardare--dal tuo encrescemento;

sirá delettamento--nostra vita salvare.

Or vedete 'l prelio--c'ha l'omo nel suo stato!

tante son l'altre prelia,--nulla cosa ho toccato;

che non faccian fastidio,--aggiol'abbreviato;

finisco sto trattato--en questo loco lassare.

IV

DE LA PENITENZIA

O alta penitenza,--pena en amor tenuta!

grand'è la tua valuta,--per te ciel n'è donato.

Se la pena teneme,--èmme despiacemento;

lo spiacere recame--la pena en gran tormento;

ma si aggio la pena--redutt'en mio talento,

èmme delettamento--l'amoroso penato.

Sol la colpa è 'n'odio--a l'anema ordenata;

e la pena gli è gaudio--en vertut'esercetata;

lo contrario sentese--l'anema ch'è dannata;

la pena è 'n'odiata,--la colpa en delettato.

O mirabil odio,--d'omne pena signore!

nulla recev'ingiuria,--non se' perdonatore;

nullo nemico trovite,--omn'om si è 'n'amore;

tu sol el malfattore--degno del tuo odiato.

O falso amor proprio,--c'hai tutto lo contraro!

molta recepe engiuria--de perdonanza avaro;

molti nemici troviti,--null'om te trovi caro;

lo tuo vivere amaro--lo 'nferno ha comenzato.

O alta penetenza,--en mio odio fondata,

atto de la grazia--che fo per gratis data,

fuga l'amor proprio--con tutta sua masnata,

ché l'anema ha sozata--en bruttura de peccato.

En tre modi pareme--divisa penetenza:

contrizion è prima--ch'empetra la 'ndulgenza;

l'altr'è confessione--che l'anema ragenza;

l'altr'è satisfacenza--de deveto pagato.

Tre modi fa nell'anima--peccato percussure:

la prima offende Dio--ched è suo creatore;

la simiglianza tolleglie--ch'avea de lo Signore,

e dáse en possessore--del demone dannato.

Contrizion adornase--de tre medicamente:

contra l'offeso Dio--dágli dolor pognente,

contra la deformanza--un vergognar cocente,

ed un temor fervente--che 'l demone ha fugato.

Per lo temore cacciase--quella malvagia schiera,

la simiglianza rendeglse--per la vergogna vera,

per dolor perdonase--l'offesa de Dio fera

ed en questa manera--corre questo mercato.

Confessione pareme--atto de veretade,

occultata malizia--redutta a chiaritade;

per la bocca reiettase--tutta la 'nfermetade;

riman l'uom en sanetade,--dal vizio purgato.

Lo satisfare pareme--iustizia en suo atto;

fruttificata morte--fece l'arbor desfatto,

fruttificata grazia--sí fa l'albor refatto,

ciascun senso fa patto--de vivere regolato.

L'audito entra en scola--a 'mprendere sapienza,

lo viso getta lacreme--per la gravosa offenza,

lo gusto entra en regola--en ordinata astinenza,

l'odor fa penetenza,--'n'enfermaría s'è dato.

E lo tatto puniscese--degli suoi delettamente,

li panni molli spogliasi,--vestese panni pognente,

de castetate adornase--guardata en argomente,

e far de sé presente--a Dio molto è grato.

V

DE CINQUE SENTIMENTI

Cinque sensi mess'on pegno--ciascun d'esser el piú breve;

la lor delettanza leve--ciascun briga breviare.

Emprima parla l'audito:--I' ho 'l pegno guadagnato;

lo sonar ch'aio audito--dal mi' organo è fugato;

en un ponto fo 'l toccato--e nulla cosa n'ha tenere;

però ve dovería piacere--la sentenzia a me dare.

Lo viso dice:--Non currite,--ch'i' ho venta la sentenza;

le forme e color che vide,--chiusi li occhi e fui en perdenza;

or vedete l'armagnenza--co fo breve abreviata!

la sentenza a me sia data--non me par da dubitare.

Lo gusto sí dá 'l libello--demostrando sua ragione:

--La mia brevetá passa,--questo non è questione;

a l'entrar de la magione--doi deta fo 'l passaio

e lo delettar que n'aio--che passò co somniare.

L'odorato sí demostra--lo breve delettamento:

--D'oltramar venner le cose--per aver mio piacemento,

spese grande con tormento--ce vedete che fuor fatte;

qual me ne remaser parte--voi lo potete iudicare!

Lo tatto lussurioso--ce vergogna d'apparire,

le deletto puteglioso--lo vergogna proferire,

or vedete 'l vil piacere--quegno prezo ci ha lassato!

un fetor esterminato--ch'è vergogna mentovare.

Non fia breve lo penare--c'ha sí breve delettanza;

longo siría a proferire--lo penar esmesuranza;

omo, vedi questa usanza--ch'è un ioco di guirmenella;

posta ci hai l'anima bella--per un tratto che vòi fare.

Anema mia, tu se' eterna,--eterno vòi delettamento;

li sensi e lor delettanza--vedi senza duramento;

a Dio fa' tuo salimento,--esso sol te può empire;

loco el ben non sa finire,--ché eterno è 'l delettare.

VI

DE LA GUARDA DE SENTIMENTI

Guarda che non caggi, amico,

guarda!

Or te guarda dal Nemico,--che se mostra esser amico;

no gli credere a l'iniquo,--guarda!

Guarda 'l viso dal veduto,--ca 'l coragio n'è feruto;

ch'a gran briga n'è guaruto,--guarda!

Non udir le vanetate,--che te traga a su' amistate;

piú che visco apicciarate,--guarda!

Pon' al tuo gusto un frino,--ca 'l soperchio gli è venino;

a lussuria è sentino,--guarda!

Guárdate da l'odorato,--lo qual ène sciordenato;

ca 'l Signor lo t'ha vetato,--guarda!

Guárdate dal toccamento,--lo qual a Dio è spiacemento,

al tuo corpo è strugimento,--guarda!

Guárdate da li parente--che non te piglien la mente;

ca te faran star dolente,--guarda!

Guárdate da molti amice,--che frequentan co formice;

en Dio te seccan le radice,--guarda!

Guárdate dai mal pensiere,--che la mente fon ferire,

la tua alma enmalsanire,--guarda!

VII

DE PERICOLI CHE INTERVENGONO A L'UOMO CHE NON GUARDA BENE EL VISO ED

ALTRI SENTIMENTI

O frate, guarda 'l viso,--se vuoi ben riguarire!

ca mortal ferite a l'alma--spesse fiate fon venire.

Dal diavolo a l'alma--lo viso è ruffiano,

e quanto può se studia--de mettergliela en mano;

se ode fatto vano,--reportalo a la corte;

la carne sta a le porte--per le novelle audire.

Audita la novella,--la carne fa sembiaglia

e contra la rascione--sí dá grande battaglia,

e suo voler non smaglia--con la voglia emportuna;

se trova l'alma sciuna,--fallase consentire.

Conscienzia resiste,--demostra lo peccato:

--Dio ne siría offeso--e tu siríe dannato.--

Lo corpo mal vezato--risponde com'è uso:

--Dio sí è piatuso,--lo me porrá parcire.--

La veretá risponde:--Tu alleghi falsamente,

ché Dio mai non perdona--se non è penitente;

pentir sofficiente--non l'hai in tua redetate;

partirte dai peccate--con verace pentire.--

La carne dice:--Io ardo,--non lo posso portare,

satesfamme esta fiata,--che me possa posare;

vogliote poi iurare--de starte sempre suietta;

sirò sí casta e netta--che te sirá em piacere.--

Responde la ragione:--Seríe detoperata,

e poi da omne gente--seríe sempre adetata;

ecco la mal guidata--confusion de parente,

che fa tutta sua gente--con gran vergogna gire!--

Lo diavolo ce parla--ed ensegna:--Questa posta

tu la puoi far occulta,--d'omne gente nascosta;

passa questa giostra,--nullo pensar facciamo;

se piú lo 'nduciamo,--tosto porri' empascire.--

Tanti sono li tumulti--e gli émpeti carnale,

che la ragion tapina--s'enchina a quisti male;

doventa bestiale--e perde omne ragione;

tanta confusione--non se porría scoprire.

Da poi ch'è caduta,--conscienzia è mordace;

l'acqua e lo vento posa,--de stimolar non tace!

lo cor perde la pace--e perde l'allegreza

e viengli tal tristeza,--non si può reverire.

Sospicasi la misera--che 'l saccia omnechivegli;

se vede gent'ensemora,--pensa de lei pispigli;

se gli vol dar consigli,--non par che ci aian loco;

perdut'ha riso e ioco--ed onne alegrez'avere.

Borbotanse le cose,--le gente a pispigliare;

li parenti sentolo,--coménzate a lagnare;

lo cor vorría crepare,--tant'ha 'lbergate doglie!

tentat'è de rei voglie--de volerse perire.

Lo diavolo ce rieca--mala tentazione:

--Que fai, detoperata--d'onne tua nazione?

Questa confusione--non è da comportare;

molte fa desperare,--en mala morte finire.--

Guarda, non glie credere!--ché gionge al mal el peio;

ché questa tua caduta--sí pò aver remeio;

contra te fa asseio--de volerte guardare,

con pianto confessare;--sí porrai reguarire.

Vedete li pericoli--con breve comenzate,

che nascon gli omicidii--e guastan le casate;

guardateve a l'entrate--che non entre esto foco!

si se cce anida loco,--nol porrai scarporire.

Or vedete el frutto--del mal delettamento:

l'alma el corpo ha posto--en cotanto tormento;

síate recordamento,--frate, la guarda fare;

se vòi l'alma salvare,--non ce stare a dormire.

VIII

DE L'ORNAMENTO DELLE DONNE DANNOSO

O femene, guardate--a le mortal ferute;

nelle vostre vedute--el basalisco mostrate.

El basilisco serpente--occide om col vedere,

lo viso envenenato--sí fa el corpo morire;

pegio lo vostro aspetto--fa l'anime perire

da Cristo, dolce sire,--che care l'ha comparate.

Lo basilisco ascondese,--non se va demostrando;

non vedendo, iacese--e non fa ad alcun danno;

peggio che 'l basalisco--col vostro deportanno,

l'anime vulneranno--colle false sguardate.

Co non pensate, femene,--col vostro portamento

quant'anem'a sto secolo--mandate a perdimento?

solo col desiderio,--senz'altro toccamento,

pur che gli èi en talento,--a l'aneme macellate.

Non ve pensate, femene,--co gran preda tollite,

a Cristo, dolce amore,--mortal dáite ferite?

serve del diavolo,--sollecete i servite;

colle vostre schirmite--molt'anime i mandate.

Dice che acóncete,--ché piace al tuo signore;

ma lo pensier engannate,--ché nogl se' en amore;

s'alcun stolto aguardate,--sospezion ha en core

che contra lo su onore--facce mali trattate.

Lagna poi e fèrite--e tiente en gelosia,

vuol saper li luocora--e quegn'hai compagnia;

porrate poi l'ensidie,--si t'ha sospetta e ria;

non giova dicería--che facce en tuoi scusate.

Or vede che fai, femena,--co te sai contrafare!

la tua persona piccola--co la sai dimostrare!

sotto li piede méttete--ch'una gigante pare,

puoi con lo strascinare--cuopre le suvarate.

Se è femena pallida,--secondo sua natura,

arosciase la misera--non so con que tentura;

se è bruna, embiancase--con far sua lavatura;

mostrando sua pentura,--molt'aneme ha dannate.

Mostrerá la misera--ch'aggia gran trecce avolte;

la sua testa adornase--co fossen trecce acolte

o de tomento fracedo--o' so pecciòle molte,

cosí le gente stolte--da lor son engannate.

Per temporal avenesse--che l'om la veda sciolta

vedi che fa la demona--colla sua capovolta!

le trez'altrui componese--non so con que girvolta;

farattece una colta--che paion en capo nate.

Que fará la misera--per aver polito volto?

porrásece lo scortico--che 'l coio vecchio n'ha tolto;

remette 'l coio morbedo,--parrá citella molto;

sí engannan l'omo stolto--con lor falsificate.

Poi che a la femina--èglie la figlia nata,

co la natura formala,--pare una sturciata;

tanto lo naso tiraglie,--strengendo a la fiata,

che l'ha sí reparata--che porrá far brigate.

Son molte che per omene--non fon nullo aconciato;

delettanse fra l'altre--aver grand'apparato;

non ce pense, misera,--che per van delettato

lo cor s'è vulnerato--de molte enfermetate?

Non hai potenza, femina,--de poter preliare;

ciò che non puoi con mano,--la lengua lasse fare;

non hai lengua a centura--de saperle gettare

parole d'adolorare--che passan le corate.

Non giacerá a dormire--quella che hai ferita;

tal te dará percossa--che no ne sirai lita;

d'alcun te dará 'nfamia--che ne sirai schernita;

menarai poi tu vita--con molte tempestate.

Sospicará maritota--che non sie de lui prena;

tal glie verrá tristizia,--che gli secará omne vena;

acoglieratte en camora--che nol senta vicena;

qual ce trarai mena--de morte angustiata!

IX

CONSIGLIO DE L'AMICO A L'ALTRO AMICO CHE VOGLIA TORNARE A DIO

--O frate mio, briga de tornare--nante ch'en morte si' pigliato.

Nante che venga la morte,--sí briga de far lo patto;

ca 'l tuo ioco è 'n quella sorte--ch'è apresso a udir matto;

nante che sia 'l ioco fatto,--briga lassarlo entaulato.

--Frate, ciò che tu me dici,--te ne voglio amor portare,

ché fai co fan i bon amice--che de l'amico vol pensare;

ma ho fameglia governare--che ne so molto embrigato.

--Se tu regge la fameglia,--non la regger de l'altroi;

al poder tuo t'arsomeglia,--quegne spese far ne pòi;

non morir pro i figliol toi;--ca poco n'èi regraziato.

--Frate, se l'altrui sí rendo,--giran li me' figli mendicati;

nol posso far, tutto m'accendo--de lassargli desolati;

dai vicin serían chiamati--figli di quel desprezato.

--Frate, or pensa la sconfitta--che non aspetta el pate e 'l

[figlio;

e sí piglia la via ritta--da mucciar da quel empiglio;

e quel ch'aspetta en quel piglio--el figlio e 'l pate è poi legato.

--Frate, avuto agio en usanza--ben vestir e ben calzare;

non porría soffrir vilanza--en questa guisa desprezare;

faríame a deto mostrare:--Ecco l'uomo mal guidato.

--Testo a l'amo s'arsimiglia--ca de for ha lo dolzore,

e lo pesce, poi che 'l piglia,--sentene poco sapore;

dentro trova un amarore--che gli è molto entossecato.

--Non porría degiun suffrire--per la mia debeletate;

mename a lo morire--le cocin mal frumiate;

e sí per mia necessitate--voglio ciò che son usato.

--Frate, or pensa le pregiune:--regi e conti ce son stati,

e donzelli piú che tune--en tal fame s'on trovati,

che i calzar s'on manecati;--con que loto ci on trescato!

--Non porría veghiar la notte--e star ritto en orazione;

parme cosa tanto forte--de metterme a derenzione;

ché, se veghio per stagione,--tutto 'l dí ne vo agirlato.

--Or pensa gli encastellati--co so attenti al veghiare!

che da for so assediati--da chi lor sí vol pigliare;

tutta notte sto a gridare,--ché 'l castel non sia robbato.

--Frate, sí m'hai sbagutito--con lo tuo bon parlamento

che nel cor sí so ferito--d'un divin accendimento;

pigliar voglio pensamento--ch'io non sia piú engannato.

Gir ne voglio a lo patrino--ad accusar la mia matteza;

meglio m'è esser pelegrino--che d'aver questa riccheza,

la qual me mena a la dureza--de quel fuoco acalurato.

X

COMO DIO INDUCE EL PECCATORE A PENITENZA

--Peccator, chi t'ha fidato--che de me non hai temenza?

Non consider, peccatore,--ch'io te posso nabissare?

ed hai fatto tal fallore--ch'io sí l'ho cagion de fare;

t'ho voluto comportare--perché tornasse a penetenza.

--O dolcissimo Signore,--prego che sie paziente;

lo Nemico engannatore--m'ha sottratto malamente;

ritornato so a niente--per la gran mia niquitanza.

--Test'è l'anvito che io agio--che pro 'l Nemico m'hai lassato;

ed hai creso en tuo coragio---a ciò che t'ha consegliato;

el mio consegli' hai desprezato--per la tua grande arroganza.

--Lo conseglio me fo dato--ch'io devesse el mondo usare:

Da poi che sera' envechiato,--tu te porrai confessare;

assai tempo porrai dare--al Signor per perdonanza.

--Testo era palese enganno--che te mettivi ad osolare;

ché non hai termen d'un anno--ned un'ora pòi sperare;

se tu credevi envechiare,--fallace era tua speranza.

--La speranza che avea--de lo tuo gran perdonare

a peccar me conducea--e facealme adoperare

en speranza de tornare--a la fin con gran fidanza.

--La speranza del perdono--sí è data a chi la vole;

ed io a colui la dono--che del suo peccato dole,

non a quel che peccar sole---ha spem ch'io non facci la vegnanza.

--Po' 'l peccato avea commesso,--sí dicea del confessare;

el Nemico dicea con esso:--Tu nol porrai mai fare;

co porrai pena portare--de cusí grande offensanza?

--La pena che è portata--en questo mondo del peccato,

lebbe cosa è reputata--a pensar de quello stato

nel qual l'uomo n'è dannato--per la sua gran nequitanza.

--Col sozo laido peccato--me tenea col vergognare

e diceame:--En esso stato--tu nol porrai confessare;

co porrai al prete spalare--cosí grande abominanza?

--Meglio t'è d'aver vergogna--denante al preite mio,

che averla poi con doglia--al iudicar che farò io,

che mostraraio el fatto tio--en cusí grande adunanza.

--Ed io me rendo or pentuto--de la mia offensione

ché non so stato aveduto--de la mia salvazione;

pregote Dio, mio patrone,--che de me aggi piatanza.

--Poi ch'a me te sei renduto,--sí te voglio recepire;

e questo patto sia statuto--che non degge piú fallire;

ch'io non porría suffrire--cusí grande sconoscenza.

XI

DE L'ANEMA CONTRITA DE L'OFFESA DI DIO

Signore, damme la morte--nante ch'io piú te offenda;

e lo cor se fenda--ch'en mal perseverando.

Signor, non t'è giovato--mostrarme cortesia;

tanto so stato engrato,--pieno di villania!

pun' fin a la vita mia--ch'è gita te contrastando.

Megli'è che tu m'occidi,--che tu, Signor, sie offeso;

ché non m'emendo, giá 'l vidi;--nante a far mal so acceso;

condanna ormai l'appeso,--ché caduto è nel bando.

Comenza far lo iudicio,--a tollerme la santade,

al corpo tolli l'officio--che non agia piú libertade;

perché prosperitade--gita l'ha mal usando.

A la gente tolli l'affetto,--che nul agi de me piatanza;

perch'io non so stato deretto--aver a l'inferme amistanza;

e toglieme la baldanza--ch'io non ne vada cantando.

Adunense le creature--a far de me la vendetta;

ché mal ho usate a tutture--contra la legge deretta;

ciascuna la pena en me metta--per te, Signor, vendecando.

Non è per tempo el corotto--ch'io per te deggo fare;

piangendo continuo el botto--dovendome de te privare,

o cor, co 'l poi pensare--che non te vai consumando?

O cor, co 'l poi pensare--de lassar turbato amore,

facendol de te privare--o' patéo tanto labore?

or piagne 'l suo descionore--e de te non gir curando.

XII

COMO L'ANEMA DEVENTA MORTA PER EL PECCATO

Sí como la morte face--a lo corpo umanato,

molto peio sí fa a l'anema--la gran morte del peccato.

Emprima la morte al corpo--sí glie fa mortal ferita

che da omne membro i tolle--e scarporiscene la vita;

glie membra perdon l'uso--poi che la vita è finita;

l'anema poi s'è partita,--lo corpo torna anichilato.

Lo peccato piú che morte--sí fa sua ferita dura;

ché a l'alma tolle Dio--e corrompegl sua natura;

lo ben non pò operare;--ma li mali en gran plenura

cader en tanta affrantura--per cusí vil delettato.

Questa morte tol al corpo--la bellezza e 'l colore,

e la forma è sí desfatta,--ch'a veder dá un orrore;

non se trova sí securo--che nogl generi pavore

de veder quel terrore--de l'aspetto desformato.

Lo peccato sí fa a l'alma--sí terribele ferita,

che glie tolle la bellezza--che da Dio era insignita;

chi vedere la potesse--sí glie tollería la vita;

la faccia terribilita--crudel morte è 'l suo sguardato.

Questa morte sí fa el corpo--putredissimo, fetente;

e la puza stermenata--che conturba molta gente;

non si trova né vicino--né amico né parente

che voglia esser sofferente--de averlo un giorno a lato.

Tutta puza che nel mondo--fusse ensemora adunata,

solfenal de corpo morto--ed omne puza de privata

sí sería moscato ed ambra--po' 'l fetor deglie peccata;

quella puzza stermenata--che lo 'nferno ha 'nputedato.

Questa morte naturale--a lo corpo par che dia

la ferita che gli tolle--omne bona compagnia;

d'esto mondo l'ha gettato--che privato fuor ne sia,

co se fa la malsanía--che dai sani è separato.

Lo peccato sí fa a l'alma--la ferita cusí forte,

che li tolle Dio e i santi--e gli angeli con lor sorte;

de la chiesa è sbandita--e serrate i son le porte

e gli beni i son estorte--che nulla parte i sia dato.

Questa morte naturale--dá la sua percussione

che la carne sí sia data--a li vermi en comestione;

e li vermi congregati--d'esto corpo fon stacione;

non è fra lor questione--che 'l corpo non sia devorato.

Lo peccato sí fa a l'alma--la terribel sua usanza;

ché è data a le demonia--che stia en lor congreganza;

non la posson consumare,--fongli mala vicinanza;

dangli pene en abondanza--che convene al loro stato.

L'ultima che fa la morte--che dá 'l corpo a sepultura;

né palazo i dá né corte,--ma è messo en estrettura;

la lungheza e la lateza--molto glie se dá a mesura;

scarsamente la statura--so la terra è tumulato.

Lo peccato mena l'alma--al sepolcro de lo 'nferno;

e loco sí è tumulata--che non esce en sempiterno;

frate, lassa lo peccato--che te ce mena traenno;

poi ch'èi scritto nel quaderno,--averai cotal pagato.

XIII

COMO L'ANIMA VIZIOSA È INFERNO; E PER LUME DE LA GRAZIA POI SE FA

PARADISO

L'anema ch'è viziosa--a lo 'nferno è simigliata.

Casa è fatta del demono,--halla presa en patremono;

la superbia sede en trono--pegio è ch'endemoniata.

Socce tenebre d'envidia,--ad onne ben post'ha ensidia;

de ben non ci arman vestigia,--sí la mente ha ottenebrata.

Ècce acceso fuoco d'ira--che a mal far la voglia tira;

volgese d'entorna e gira--mordendo co arabbiata.

L'accidia una freddura--ce reca senza mesura

posta en estrema paura--con la mente alienata.

L'avarizia pensosa--ècce verme che non posa;

tutta la mente s'ha rosa--en tante cose l'ha occupata!

De serpente e de dragone--la gola fa gran boccone;

e giá non pensa la rascione--de lo scotto a la levata.

La lussuria fetente,--ensolfato foco ardente,

trista lassa quella mente--che tal gente ci ha 'lbergata.

Venite gente a odire--e stupite del vedere:

enferno era l'anema heri,--en paradiso oggi è tornata.

Da lo Patre el lume è sciso,--don de grazia m'ha miso;

fatto sí n'ha paradiso--de la mente viziata.

Hacce enfusa umilitate,--morta ci ha superbietate

che la mente en tempestate--tenea sempre enruinata.

L'odio sí n'ha fugato--e lo cor ha 'namorato;

nel prossimo l'ha trasformato--en caritate abracciata.

L'ira n'ha cacciata fore--e mansueto ha fatto el core,

refrenato omne furore--che me tenea ensaniata.

E l'accida c'è morta--e iustizia c'è resorta;

dirizat'ha l'alma storta--en omne cosa ordenata.

L'avarizia n'è deietta--e pietate ce se assetta;

larga fa la benedetta--la sua gran lemosinata.

Enfrenata c'è la gola,--temperanza ce tien scola;

la necessitate sola--quella sí gli è ministrata.

La lussuria fetente--è cacciata da la mente;

castetate sta presente--che la corte ha relustrata.

O cor, non essere engrato--tanto ben che Dio t'ha dato!

vive sempre ennamorato--con la vita angelicata.

XIV

COMO LI VIZI DESCENDONO DA LA SUPERBIA

La superbia de l'altura--ha fatte tante figliole;

tutto 'l mondo se ne dole--de lo mal che n'è scontrato.

La superbia appetisce--omne cosa aver soietta;

soprapar non vol niuno--e glie qual non gli deletta;

glie menor mette a la stretta,--ché non i pò far tanto onore

quanto gli apetisce el core--del volere sciordenato.

Aguardando a soi maiure,--una invidia c'è nata;

non la puote gettar fuore,--teme d'esser conculcata;

l'odio sí l'ha 'mpreinata,--ensidie va preparando

per farglie cader en bando,--ché del lor sia menovato.

Per poter segnoregiare--sí fa giure ne la terra,

e le parte ce fa fare--donde nasce molta guerra;

lo suo cor molto s'aferra--quel che pensa non pò avere,

l'ira sí lo fa ensanire--como cane arabbiato.

Puoi che l'ira è su montata--e nel cor ha signoría,

crudeltate è aparechiata--de star en sua compagnia;

de far grande occidería--non li par sufficienza

tant'è la malavoglienza--che nel cor ha semenato.

Puoi che l'ira non pò fare--tutto quanto el suo volere,

una accidia n'è nata,--entra 'l core a possedere;

omne ben li fa spiacere,--posta è 'n'estremo temore,

le merolle i secca en core--del tristor c'ha albergato.

L'accidia molto pensosa--va pensando omne viagio;

se l'aver ce fosse en alto,--empieríase el tuo coragio;

l'avarizia che al passagio--entra a posseder la corte,

destregnenza sí fa forte--ad ogne uscio far serrato.

Ha sospetta la fameglia--che non i vada el suo furando;

moglie, figli, nuore e servi--tutti sí va tribulando;

or vedessi mal optando--che fa tutta la famiglia!

ciascun morte gli asimiglia--d'esto demone encarnato.

Rape, fura, enganna e sforza;--non ce guarda mal parere

con guai l'omo ch'è 'mponente--che gli aiace el suo podere;

ché gli menaccia de ferire--se 'l poder suo non li dona;

entorno non ci arman persona--che da lui non sia predato.

Or vedessi terre, vigne,--orta, selve per legnare!

auro, argento, gioie e gemme--ne li scrigni far serrare,

e molina a macenare,--bestie grosse e menute,

case far fare enfenute--per servar suo guadagnato.

El biado serva en anno en anno,--ch'aspetta la caristía;

poi che guasto el se manduca,--en casa mette dolentía;

or vedessi blasfemía--che la sua fameglia face!

Esbandita n'è la pace--de tutto el suo comitato.

Se la sua fameglia è grasa,--èglie gran despiacemento;

el pane e 'l vin che va en casa--mette en suo reputamento;

or vedessi iniuramento:--O fameglia sprecatrice!

da Dio sí la maledice--ch'el ben suo s'on manecato.

O avaro, fatt'hai enferno--mentre la tua vita dura;

e de l'altro pres'hai l'arra;--aspetta la pagatura!

o superbia de l'altura,--vedi ove sei redutta!

l'onoranza tua destrutta,--da ogne gente se' avilato.

Cinque vizia ne l'alma,--che de sopra agio contate,

lo superbo, envidioso--ed iroso accidiate,

l'avarizia toccate,--due ne regnan ne la carne

che tutto sto mondo spanne:--gola e lussuriato.

L'avarizia ha adunato--e la gola el se devura;

en taverne fa mercato:--per un bicchiere una voltura;

or vedessi sprecatura--che se fa de la guadagna!

la lussuria l'acompagna--che sia vaccio consumato.

Tutta spreca una contrata--per aver una polzella;

or vedete sta brigata--a que è dutta sta novella!

anema mia tapinella,--guárdate da tal ostiere!

lo cielo te fon perdere--e lo 'nferno ha' redetato.

XV

COMO L'ANEMA RETORNA AL CORPO PER ANDARE AL IUDICIO

--O corpo enfracedato,--io so l'anima dolente;

lièvate amantenente--ché sei meco dannato.

L'agnolo sta a trombare--voce de gran paura;

opo n'è appresentare--senza nulla demora,

stavimi a predicare--che non avesse paura,

male te credette alora--quando feci el peccato.

--Or se' tu l'alma mia--cortese e conoscente!

puoi che t'andasti via,--retornai a niente;

famme tal compagnia--che io non sia dolente,

veggio terribel gente--con volto esvaliato.

--Queste son le demonia--con chi t'è opo abitare;

non t'è opo far istoria;--que te oporá portare

non me trovo en memoria--de poterlo narrare;

se ententa fosse el mare---non ne siría pontato.

--Non ce posso venire,--ché so en tanta afrantura

che sto su nel morire,--sento la morte dura;

sí facisti al partire:--rompesti omne iuntura,

recata hai tal fortura--che ogne osso m'ha spezato.

--Como da tene a mene--fo apicciato amore,

semo reiunti in pene--con eterno sciamore;

l'ossa contra le vene,--nervi contra iunture;

sciordenati onne umure--de lo primero stato.

--Unquanco Galieno,--Avicenna, Ipocrate

non sapper lo conveno--de mei enfermetate;

tutte enseme iongono--e sòmmese adirate;

sento tal tempestate--che non vorría esser nato.

--Lièvate, maledetto,--ché non poi piú morare;

ne la fronte n'è scritto--tutto el nostro peccare;

quel che nascusi a letto--volevamo operare

oporasse mostrare--vegente onne omo nato.

--Chi è questo gran sire--rege de grande altura?

sotterra vorría gire--tal me mette paura;

ove porría fugire--da la sua faccia dura?

terra, fa copretura!--ch'io nol veggia adirato.

--Questo sí è Iesú Cristo,--lo figliolo di Dio;

vedenno el volto tristo,--spiacegli el fatto mio;

potemmo fare acquisto--d'aver lo regno sio;

malvagio corpo e rio,--or que avem guadagnato!

XVI

COMO L'APPETITO DE LAUDE FA OPERARE MOLTE COSE SENZA FRUTTO

--Que fai, anema predata?--Faccio mal ché so dannata.

Agio mal ché infinito--omne ben sí m'è fugito;

lo ciel sí m'ha sbandito--e lo 'nferno m'ha 'lbergata.

--Dáime desperazione--de la mia condizione

pensando la perfezione--de la vita tua ch'è stata.

--Io fui donna religiosa,--settant'anni fui renchiosa;

iurai a Cristo esser sposa--or so al diavolo maritata.

--Qual è stata la cagione--de la tua dannazione,

ché speravan le persone--che fosse canonizata?

--Non vedeano el magagnato--che nel core era occultato;

Dio, a cui non fo celato,--ha scoperta la falsata.

Vergene me conservai,--el mio corpo macerai,

ad om mai non guardai,--ché non fosse poi tentata.

Non parlai piú de trent'agne--como fon le mie compagne;

penetenze fece magne,--piú che non ne fui notata.

Degiunar mio non esclude--pane ed acqua ed erbe crude,

cinquant'anni entier compiude--degiunar non fui alentata.

Cuoi de scrofe toserate,--fun de pelo atortigliate,

cerchi e veste desperate--cinquant'anni cruciata.

Sostenetti povertate,--freddi, caldi e nuditade;

non avi l'umilitate,--però da Dio fui reprovata.

Non avi devozione--né mentale orazione;

tutta la mia entenzione--fo ad essere lodata.

Quando udía chiamar la santa,--lo mio cor superbia enalta;

or so menata a la malta--con la gente desperata.

S'io vergogna avesse avuta,--non siría cusí peruta,

la vergogna avería apruta--la mia mente magagnata.

Forse me siría corressa,--che non sería a questa opressa;

l'onoranza me tenne essa--ch'io non fosse medecata.

Oimè, onor, co mal te vide--ca 'l tuo gioco me occide;

begl me costa el tuo ride,--de tal prezo m'hai pagata!

Se vedessi mia figura--moreri' de la paura;

non porría la tua natura--sostener la mia sguardata.

L'anema ch'è viziosa--orribil è sopr'onne cosa;

tal dá puza estermenosa--en omne canto è macellata.

O penar, non sai finire--né a fin giamai venire;

sí perseveri tuo ferire--como fosse comenzata.

Non fatiga el feredore,--el ferito non ne more,

or te pensa el bello amore--che sta en questa vicinata.

La pena è consumativa,--l'alma morta sempr'è viva

e la pena non deriva--de star sempre en me adizata.

--Penso ch'io sirò dannato,--nullo bene agio operato

e molto male acumulato--en la mia vita passata.

--Frate, non te desperare;--paradiso poi lucrare

se te guarde dal furare--l'onor suo che t'ha vetata.

Teme, serve e non falsare--e combatte en adurare

si e' 'n bon perseverare,--proverai l'umiliata[1].

NOTE:

[1] Le tre stanzie sequente erano in alcuni libri inanti le tre

ultime:

O lamento mio lamento,--o lamento con tormento,

o lamento co m'hai tento,--de tal machia m'hai sozata!

O corrotto mio corrotto,--o corrotto pien de lotto,

o corrotto o' m'hai adotto,--che sia nel foco soterrata?

Conscienzia mia mordace,--tuo flagello mai non tace;

tolta m'hai dal cor la pace--e con Dio scandalizata.

(Nota del Bonaccorsi).

XVII

DE FRATE RANALDO, QUALE ERA MORTO

Frate Ranaldo, dove se' andato?--de quolibet sí hai disputato?

Or lo me di', frate Ranaldo,--ché del tuo scotto non so saldo;

se èi en gloria o en caldo--non lo m'ha Dio revelato.

Honne bona conscienza--che 'l morir te fo en pazienza;

confessasti tua fallenza--absoluto dal prelato.

Or ecco iá la questione:--se avesti contrizione,

quella ch'è vera onzione--che destegne lo peccato.

Or sei ionto a la scola--ove la veritá sola

iudica omne parola--e demostra omne pensato.

Or sei ionto a Collestatte--do' se mostra li toi fatte;

le carte son fore tratte--del mal e ben c'hai oprato.

Ché non giova far sofismi--a quelli forti siloismi,

né per corso né per risme--che lo vero non sia apalato.

Conventato se' en Parese--a molto onor e grande spese;

ora èi ionto a quelle prese--che stai en terra attumulato.

Aggio paura che l'onore--non te tragesse de core

a tenerte lo menore--fratecello desprezato.

Dubito de la recolta--che dal debito non sia sciolta,

se non pagasti ben la colta--che 'l Signor t'ha comandato.

XVIII

COMO L'OMO È ACECATO DAL MONDO

Omo, tu se' engannato,--ché questo mondo t'ha cecato.

Cecato t'ha questo mondo--coi delette e col sogiorno

e col vestimento adorno--e con essere laudato.

Li deletti c'hai avuti,--mo que n'hai? sonsene giuti;

en vanetá sí t'hai perduti--e fatto ci hai molto peccato.

Ed unqua non vol pentire--finché vieni a lo morire;

da che sai non puoi guarire,--dice pro 'l prete sia mandato.

Lo prete dice:--Figlio mio,--como sta lo fatto tio?--

e tu dice:--Sere, ch'io--so de mal molto gravato.--

Sí t'affligon li figlioli--ché gli lassi po' te soli;

piú de lor che de te doli,--ché 'l fatto lor lassi embrigato.

Quel dolor t'afflige tanto,--quando i figli piangon en alto,

che 'l fatto tuo lassi da canto--de render el mal aquistato.

Poi che veni a lo morire,--li parenti fon venire;

non ti lassan ben uscire,--fuor de casa t'on gettato.

Fin a santo von gridanno--e dicendo:--Or ecco danno!--

Torna a casa, briga entanno--che 'l manecar sia 'parechiato.

Poi che s'onno satollati,--del tuo fatto s'on scordati;

dei denar c'hai guadagnati--non hai teco alcun portato.

O tapino, a cui aduni?--ad arriccar li toi garzuni?

da ch'èi morto, i gran boccuni--se fon del tuo guadagnato.

XIX

DE L'OMO CHE NON SATISFECE IN VITA SUA DEL MAL ACQUISTATO

--Figli, nepoti e frati,--rendete el maltolletto

lo quale io ve lassai.

Voi lo prometteste a lo patrino--de renderlo tutto e non

[venir mino;

ancor non me dest per l'alma un ferlino--de tanta moneta quant'io

[guadagnai.

--Se 'l te promettemmo or non te 'l sapevi?--ben eri sagio che tu

[lo credevi!

se tu nel tuo fatto non provedevi,--attèndeti a noi che 'l farimo

[crai!

--Io vi lassai el molto valore;--pochi presenti da voi ebbe

[ancore;

quando ce penso ho gran descionore,--ché m'ho abandonato quel che

[piú amai.

--Se tu n'amasti, devevi vedere--a quegno porto devive venire;

de quel ch'aquistasti volem gaudere--e non è verun che curi en tuo

[guai.

--Io ve lassai le botte col vino,--lassavi li panni de lana e de

[lino;

posto m'avete nel canto mancino--de tanta guadagna quant'io

[congregai.

--Se tu congregasti tanta guadagna,--de darte covelle a noi non ne

[caglia;

ággete pace, se pate travaglia;--facesti tal fatti, captivo ne vai.

--Io amesurai a sostenere--la terra la vigna per far lo podere;

or non potete niente volere--darme una fetta de quel ch'aquistai.

--Se tu fuste crudo ad esser tenace,--de darte chevelle a noi non

[ne piace;

stanne securo e fanne carace!--de le tue pene non ne curam mai.

--Io v'alevai con molto sudore--e poi me dicete tal descionore!

Penso che voi verrite a quel ore--che provarite che son li mei guai.

XX

DEL SCELERATO PECCATORE PENITENTE

O me lasso, dolente--ca lo tempo passato

male l'ho usato--en ver' lo Creatore.

Tutto lo mio delettare,--da poi che m'allevai,

fo del mondo amare;--de l'altro non pensai;

or me conven lassare--quel che piú delettai

ed aver pena assai--e tormento e dolore.

Lo mangiare e lo bere--è stato el mio deletto,

e posare e gaudere--e dormire a lo letto;

non credeva potere--aver nullo defetto;

or so morto e decepto,--ch'agio offeso al Signore.

Quand'altri gi' al predecare--o a udir messa ad santo,

ed io me gía a satollare--e non guardava quanto;

poi me rendea a cantare;--or me retorna en pianto;

quello fo lo mal canto--per me en tutto peggiore.

Quando alcun mio parente--o amico deritto

me reprendea niente--o de fatto o de ditto,

respondeali mantenente,--tanto era maleditto:

--Morto en terra te mitto--se ne fai piú sentore.--

Quando en assembiamento--bella donna vedía,

faceagli sguardamento--e cenni per mastría;

se non gli era en talento,--vantando me ne gía;

da me non remanía--che non avesse descionore.

Per la mala ricchezza--ch'a sto mondo agio avuta,

so visso en tanta alteza,--l'alma n'agio perduta;

la mala soperchianza,--com'è da me partuta,

siramme meretuta--de foco e d'encendore.

La vita non me basta--a farne penetenza,

ché la morte m'adasta--a darne la sentenza;

se tu, Vergene casta,--non acatte indulgenza,

l'anema en perdenza--girá senza tenore.

Regina encoronata,--mamma del dolce figlio,

tu se' nostra advocata;--veramente assimiglio

per le nostre peccata--che non giamo en esiglio;

manda lo tuo consiglio,--donna de gran valore.

XXI

DE QUELLO CHE DOMANDA PERDONANZA DA POI LA MORTE

--O Cristo pietoso,--perdona el mio peccato,

ch'a quella son menato--che non posso piú mucciare.

Giá non posso piú mucciare--ché la morte m'ha 'battuto;

tolto m'ha el solazzare--desto mondo ove son suto;

non ho potuto altro fare,--son denante a te venuto;

èlme oporto el tuo aiuto--ché 'l Nemico volme accusare.

--Non è tempo aver pietanza--po' la morte del peccato;

fatta te fo recordanza--che tu fusse confessato;

non voleste aver leanza--en quel che te fo comandato,

la iustizia ha 'l principato--che te vole esaminare.

Lo Nemico sí ce vene--a questa entenzagione:

--O Signor, pregote bene--che m'entende a ragione;

che a questo omo s'avene--ch'io lo mene en pregione,

s'io provo la cagione--co el se de' condennare.--

El Signor che è statera--responde a questo ditto:

--La prova, se ella è vera,--entenderolla a distritto;

ché onne bono omo spera--ch'io sia verace e dritto;

se hai il suo fatto scritto--or ne di' ciò che te pare.

--Signore, tu l'hai creato--come fo tuo piacemento;

de grazie l'hai ornato,--désteli descernemento;

nulla cosa ha osservato--de lo tuo comandamento;

a cui fece el servemento--lo ne deve meritare.

Ché molto ben sapea--quando tollea l'usura,

al povero sí daéa--molto manca mesura;

ma ne la corte mea--li farò tal pagatura,

ch'el non sentí ancura--de que i farò asagiare.

Quando altri li dicía:--Pènsate del finire!--

e quel se ne ridía,--che non credea morire;

cortese so a casa mia,--farollo ben servire;

poi ch'a mi volse venire,--non lo sappi arnunzare.

Se vedea assembiamento--de donne e de donzelli,

andava con stromento--con soi canti novelli;

facea acquistamento--per lui de tapinelli;

en mia corte ho fancelli--che gl'insegnaran cantare.

Se dico tutta storia,--mo è rencrescemento;

ché pur de vanagloria--saría grande strumento;

perché glie torne a memoria--fatto n'ho toccamento;

senza pagar argento--la carta ne fei trare.

Facciane testificanza--l'angelo so guardiano,

se ho detto in ciò fallanza--verso quest'om mondano;

credome en sua leanza,--ché 'l mentir non gli è sano;

pregote, Dio sovrano,--che me degi ragion fare.--

L'angel viene encontenente--a fare testificanza:

--Sappi, Signor, veramente--ch'egli ha detto la certanza;

detto ha quasi niente--de la sua nequitanza;

tenuto m'ha en vilanza--mentre lo stei a guardare.

--Respondi, o malvagione--se hai nulla scusanza;

far ne voglio ragione--de que è fatta provanza;

non avesti cagione--de far tal soperchianza;

far ne voglio vegnanza,--nol pos piú comportare.

--De ciò che m'è provato--nulla scusanza n'agio,

pregote, Dio beato,--che m'aiuti al passagio;

che m'ha sí empaurato--menacciato del viagio,

sí è scuro suo visagio--che me fa angustiare.

--Longo tempo t'ho aspettato--che te dovessi pentire;

con ragion sei condannato--che te déi da me partire;

del mio viso sei privato--che mai nol porrai vedere,

fate gli aversere venire--che 'l degian acompagnare.

--O Signor, co me departo--da la tua visione!

co so adunati ratto--che me menino in pregione!

poi che da te me parto,--damme la benedizione

famme consolazione--en questo mio trapassare!

--Ed io sí te maledico,--d'ogne ben si' tu privato!

vanne, peccator inico,--che tanto m'hai desprezato!

se me fusse stato amico,--non saríe cosí menato;

a lo 'nferno se' dannato--eternalmente ad estare.--

El Nemico fa adunare--mille de soi con forconi,

e mille altri ne fa stare--che pagono co dragoni;

ciascun lo briga d'apicciare--e cantar le lor canzone;

dicon:--Questo en cor te poni,--ch'è t'opo con noi morare.--

Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490 · 第 1 / 18 段