Allora il nostro bravo cavaliere vedendo che tutti ridevano disse:

«Via, via, basta signor mercante, noi non vogliamo musi lunghi. Venite

qua, mio carissimo oste, ve ne prego, date un bacio al mercante

d’indulgenze e fatela finita. Qua, signor mercante, fate la pace, e

torniamo a ridere e a scherzare come prima.» Si baciarono e la brigata

riprese allegramente il suo cammino.

IL CANTARE DI SER THOPAS

PROLOGO.

Finito il racconto di questo miracolo[1] fecero tutti un viso così

serio, che il nostro oste cominciò a scherzare, e si rivolse subito

a me[2], dicendo: «Ma che fai? Sogni forse d’essere alla caccia del

lepre? Ti vedo cercare per terra con tanto d’occhi, che pare proprio

che tu lo voglia scovare.

Vieni qua, allegro! Signori fate attenzione, e lasciategli un po’ di

posto. Guardatelo: non faccio per vantarmi, ma ha una vitina proprio

ben fatta come la mia. Con quel bel visetto chi sa quante donne lo

prenderebbero volentieri in braccio come una bambola! A giudicarlo dal

suo modo di fare par che sia un po’ scontrosetto: vedete, non scherza

con nessuno?

Via raccontaci qualche cosa anche tu, come hanno fatto gli altri.

Vogliamo subito una novella che ci metta di buon umore.» «Mio caro

oste, risposi, io non vi renderò certo pan per focaccia, poichè novelle

non ne so, e non posso dirvi altro che un cantare, che ho imparato

molti anni fa.» «Benissimo, tu m’hai l’aria di volerci far sentire

proprio qualche gran bella cosa.»

IL CANTARE DI SER THOPAS

Signori, state bene attenti, che io vi racconterò davvero una storia

allegra e divertente. Si tratta di un bel cavaliere chiamato Ser

Thopas, illustre eroe di battaglie e tornei.

Egli era nato in una lontana terra delle Fiandre, di là dal mare, in un

borgo che ha nome Poppering. Suo padre, uomo di liberalissimo animo,

era per grazia di Dio signore di quel luogo.

Ser Thopas era un giovinetto ardito, dalla faccia bianca come il pane

di Maine[3] e le labbra color di rosa. Avea carnagione vermiglia, e un

naso che gli stava proprio a pennello.

La barba e i capelli, che gli scendevano giù fino alla cintola, erano

colore zafferano. Portava stivali di Cordova, calzoni scuri di Bruges,

ed una veste di stoffa orientale che costava parecchie genovine[4].

Sapeva con ugual destrezza dar la caccia al cervo nella selva, e

agli uccelli acquatici, cavalcando lungo il fiume col falco grigio

appollaiato sopra una mano. Era inoltre un eccellente arciere, e senza

rivali quando si trattava di disputarsi un montone alla lotta.

Più d’una bella, nella propria cameretta, spasimava d’amore per lui

invece di dormire. Ma Ser Thopas non era un damerino: era un’anima

casta e gentile come il fior di spino dalle bacche rosse.

Un giorno egli ebbe desio di uscire fuori a cavallo, e inforcato il suo

destriero grigio, uscì con una lunga lancia in mano ed uno sciabolone

al fianco.

Si avviò, quindi, verso una bella foresta ricca di daini, lepri, ed

altra selvaggina; e mentre girava, attraversandola tutta da un capo

all’altro, fu preso da un senso di profonda tristezza.

Pel bosco germogliavano, dovunque, erbe e piante d’ogni specie: la

liquirizia, la valeriana, il garofano, la noce moscada che si mette

nella birra quando è nuova o un po’ stantia, e si conserva anche nel

cassettone[5].

Dovunque era un allegro cinguettare di uccelli: qua lo sparviero e il

pappagallo, là cantava la sua canzone il tordo; ed il colombo mandava

di sulla frasca un canto limpido e sonoro.

I primi accenti del tordo destarono nell’animo di Ser Thopas un forte

desio d’amore, il quale si fece, ad un tratto, così prepotente, che il

cavaliere si diè come un pazzo a menar di sprone. E il suo bel cavallo

nella corsa sfrenata grondava di sudore[6] e filava sangue dai fianchi.

La foga del prode Ser Thopas era tanta, che anch’egli fu presto stanco

del suo veloce cavalcare sulla molle erbetta del bosco; e si mise a

riposare, lì in quel luogo stesso, lasciando che il cavallo, al quale

dette del buon foraggio, riprendesse un po’ di fiato.

«Maria santa, _benedicite_, ma che è mai questo amore che mi opprime

l’animo e mi fa soffrire così? Io ho sognato tutta la notte che una

regina delle fate sarà la mia bella e dormirà, un giorno, nel mio letto.

Oh sì! Io voglio amare, davvero, una regina delle fate, poichè in tutto

il mondo non c’è una dama degna di essere la compagna della mia vita.

Io dimenticherò tutte le altre donne, e anderò per monti e per valli a

trovare una regina delle fate.»

E sì dicendo, fu di nuovo in arcione, e saltando steccati e pietre

si diè a cavalcare in cerca della sua bella; e tant’oltre andò col

cavallo, finchè in un remoto borgo trovò il paese delle fate.

Allora si mise a cercare e ad esplorare ogni luogo, da nord a sud,

attraverso a selve e a boschi foltissimi, senza mai incontrare anima

viva; perchè uomini, donne, bambini, nessuno del paese osava, nè a

piedi nè a cavallo, andare incontro a lui.

Finalmente un giorno si vide comparire davanti un gigante smisurato,

che avea nome Ser Elefante, ed era un uomo terribile. Il quale vedutolo

gli disse: «Ragazzo, per il Dio Termagante[7], se non te ne vai subito

via da questi luoghi, dove io capito spesso, ti ammazzo il cavallo con

una randellata. Sappi che qui fra i suoni delle arpe e della zampogna,

in mezzo ad una vera sinfonia di strumenti, abita la regina delle fate.»

Il cavaliere rispose: «Il cielo mi assista, e domani io tornerò qui

armato per misurarmi con te: e _par ma foy_ la mia lancia non te la

farà passare tanto liscia. Poichè non sarà trascorso il primo quarto

del giorno, che io ti avrò passato lo stomaco da parte a parte, e tu

cadrai morto in questo luogo stesso».

Ciò detto, ser Thopas fuggì via, mentre il gigante con una terribile

fionda gli scagliava dietro delle pietre per ucciderlo: ma egli con

l’aiuto di Dio e con la sua destrezza si salvò.

Ed ora, signori, fate bene attenzione alla mia storia, che è più gaia

del canto dell’usignuolo. Poichè ora sentirete come Ser Thopas, chino

sul suo cavallo e stringendosi nelle spalle per evitare i sassi del

gigante, tornò, attraverso valli e colline, nel suo regno.

Appena giunto, chiamò, in mezzo alla gioia universale, la sua gente, e

ordinò che si preparassero subito grandi feste con giuochi e musica,

per celebrare un avvenimento straordinario.—Egli doveva misurarsi con

un gigante a tre teste, e battersi con lui per fare cortesia ad una

splendida stella, alla quale dedicava l’amor suo.—

«Presto (indi soggiunse), quanti menestrelli e cantori di geste[8] sono

qui, mi raccontino, mentre indosso le mie armi, fatti e avventure di

re, di papi, di cardinali, e qualche storia d’amore.»

Gli portarono per prima cosa il dolce vino, poi gli porsero in una

coppa un aromatico miscuglio di panforte finissimo, liquirizia, e semi

di comino con zucchero raffinato[9].

Quindi il prode cavaliere si vestì coprendo le sue bianche carni con

una camicia e un paio di calzoni di stoffa finissima. Poi indossò una

casacca, e si cinse, a difesa del cuore, di una maglia di acciaio.

Sopra la maglia mise una solida corazza, prezioso lavoro di un giudeo,

e finalmente indossò la sua cotta d’armi, candida come un giglio, con

la quale egli dovea andare in battaglia contro Ser Elefante.

Il suo scudo era sfolgorante d’oro, con una testa di cinghiale nel

mezzo, accanto alla quale brillava un carbonchio. Mentre si vestiva

giurò, solennemente, sopra la birra e il pane, che il gigante sarebbe

morto sotto i suoi colpi, a qualunque costo.

Aveva un paio di stivali di pelle conciata nell’acqua bollente, ed una

sciabola con la guaina d’avorio; l’elmo era di ottone lucido. La sella

era bellissima[10], e la briglia avea fulgori di sole e di luna.

La sua lancia, nemica della pace e apportatrice di guerra, era di

cipresso fino con la punta ben affilata. Il cavallo, dal mantello

pomellato, aveva un’andatura semplice e tranquilla. E qui, signori

miei, è finita la prima parte del mio cantare[11]. Se ne avete voglia

ancora, cercherò di contentarvi.

Dunque, _pour charité_, signore e signori gentilissimi, non aprite

bocca, e state attenti, che ora si parla di armi, di cavalieri, di

donne, di cortesie e di amori.

Che cosa sono i famosi cantari del giovine Horn, di Ipotis, di Bevis,

di Ser Guy, di Ser Libeux, e di Pleindamour[12], in confronto a quello

di Ser Thopas, che era il vero fiore della cavalleria?

Egli, dunque, inforcato il suo bravo destriero, guizzò d’un salto sulla

via, come una favilla guizza in aria da un tizzo ardente. Sull’elmo che

gli copriva la testa spiccava per cimiero una torre con un fiore di

giglio in cima. Ed ora Dio salvi dalla morte il corpo di Ser Thopas.

Da pro’ cavaliere errante, la notte non volle mai dormire al coperto:

suo letto era la terra, suo tetto il cappuccio, e per guanciale avea

l’elmo risplendente. Vicino a lui intanto il suo destriero morsicchiava

le dolci erbette del prato.

Anche egli, come si legge del prode Ser Percival[13] quando indossava

lo splendido costume di cavaliere, non bevve mai altra bevanda che

l’acqua della fonte. Finalmente un giorno.......

«Basta, basta, per l’amor di Dio, interruppe il nostro oste: non ne

posso più delle tue chiacchiere! Dio mi salvi, quanto è vero che mi

fanno perfino male gli orecchi! Al diavolo il tuo cantare: è proprio

roba da chiodi!»

«Perchè, risposi io? Perchè non vuoi che anche io finisca, come gli

altri, il mio racconto? Questo è il più bel cantare che io mi sappia.»

«Per Dio, riprese l’oste, te lo dico subito il perchè: perchè il tuo

famoso cantare non vale un soldo, e tu sprechi il tempo inutilmente

a farcelo sentire. Insomma, signore mio, ti proibisco di seguitare

in questo modo. Vediamo un po’ se sei buono a raccontarci una bella

avventura, o se sai dirci, in prosa, una novella che almeno ci diverta

o ci insegni qualche cosa.»

«Per la passione di Cristo, risposi, ben volentieri. Vi racconterò

una cosetta in prosa che, se non vorrete essere proprio incontentabili

vi piacerà di certo. È una storia morale e piena di virtuosi

ammaestramenti, che già altri hanno raccontata in diversi modi. E ciò

non vi deve fare meraviglia, perchè voi sapete bene, per esempio,

che ognuno degli Evangelisti racconta la passione di Gesù in un modo

differente: eppure nonostante tutte le differenze, è sempre vera

ugualmente, e la storia è sempre quella. Raccontata da S. Marco o da

S. Matteo, da S. Luca o da S. Giovanni, la pietosa passione è sempre,

più o meno, la stessa cosa. Però, signori miei, se la mia storia vi

sembrerà diversa da quella che avete sentito altre volte, specialmente

per i proverbi con cui io cerco di rendere più interessante questo

trattatello di morale, non vogliate vi prego gridarmi la croce addosso.

Vedrete che il mio racconto segue, in sostanza, il piccolo trattato

onde l’ho tolto[14]. State dunque a sentire, e questa volta, mi

raccomando, lasciatemi andare fino in fondo.

NOTE

PROLOGO

[1] Il testo ha _palmeres_: palmieri; ma evidentemente, come nota il

Tyrwhitt, il poeta ha adoperato qui la parola in senso generale, e non

secondo la particolare distinzione fatta anche da Dante (_Vita Nuova_,

XLI).

[2] Leggo: _to ferne halwes_ (invece che _to serve halwes_ col

Tyrwhitt), secondo la lezione ristabilita dal Wright ed accettata

dall’Hertzberg, dal Bell e da altri.

[3] Alessandria d’Egitto, conquistata nel 1365 da Pierre de Lusignan,

re di Cipro.

[4] Il nostro cavaliere era una persona, come si dice, di riguardo: i

signori alla corte dei quali egli si trovò, girando il mondo in cerca

di guerra, a tavola gli assegnarono spesso il posto d’onore in omaggio

alla sua prodezza. Il Chaucer, che nell’originalissimo prologo ci fa un

quadro pieno di vita e di colori della società inglese del tempo suo,

ci presenta, in questo caratteristico personaggio uno di quegli uomini

di guerra che allora correvano il mondo per servire con le armi presso

qualche signore. E non pochi furono questi cavalieri erranti durante il

regno di Edoardo III, che è memorabile nella storia della cavalleria

inglese. Il Tyrwhitt riferisce, a illustrazione di questa figura di

cavaliere descritta dal Chaucer, un antico epitaffio francese (Cfr.

LELAND, _Itin._ III. pag. 91) nel quale sono così ricordate

le gesta di uno di questi cavalieri, contemporaneo del poeta e morto

nel 1406: «_Icy gist le noble et vaillant Chivaler_ Matheu de Gourney

etc.--_qui en sa vie fu a la bataille de Benamaryn, et ala apres a

la siege d’Algezire sur les Sarazines et aussi a les batailles de

l’Escluse, de Cressy etc._»

[5] In Affrica.

[6] Satalia (l’antica Attalia) e Layas (Lieys in Armenia) furono tolte

ai Turchi da Pierre de Lusignan, rispettivamente, nel 1352-1367.

[7] Che cosa precisamente il Chaucer intenda con questa designazione

vaga, non è troppo chiaro. Forse si tratta di quella parte del

Mediterraneo che si estende fra la Sicilia e l’isola di Cipro, e bagna

le coste della Palestina.

[8] In Affrica.

[9] Nell’Anatolia.

[10] Letteralmente: come se fossero stati messi in una pressa (_as they

were layde in presse_).

[11] La monaca, affettando anche in questo una educazione raffinata e

alla moda, parlava in francese: ma un francese bastardo e corrotto,

come quello parlato dal basso popolo di Stratford.

[12] Confesso che l’espressione: «una monaca che faceva da cappellano»

mi piace assai poco. E non mi pare molto chiaro l’ufficio di questa

monaca presso suora Eglantina, la quale per ogni buon fine aveva

condotto con sè anche tre preti. Ma d’altra parte il testo dice proprio

così: _That was hire chapelleyn_.

[13] La lezione è molto incerta. Intendo il _rekkeles_ del testo

secondo la congettura del Tyrwhitt, il quale sospetta che il Chaucer

avesse scritto _reghelles_. La variante _cloysterless_ (senza chiostro)

accolta, sulla scorta di un codice di Cambridge, dal Wright, dal Bell

e da altri, porterebbe ad una inutile ripetizione, e non mi pare

accettabile. L’espressione è tradotta letteralmente da un testo latino,

citato dal Tyrwhitt, il quale dice: _Sicut piscis sine aqua caret vita,

ita sine monasterio monachus_.

[14] Letteralmente: di questo testo non avrebbe dato una gallina pelata

(_he gaf nat a pulled hen_). Ho creduto meglio rendere l’espressione

inglese, senza dubbio popolare, con un modo popolare nostro.

[15] _An oystre_: un’ostrica (V. la nota precedente).

[16] Amore deve essere inteso, qui, nel senso cristiano di carità, come

nel motto inciso sul medaglione della monaca (v. p. 10).

[17] Ho cercato di attenuare, in qualche modo, la grottesca espressione

del poeta, la quale suona così: fumava come una fornace dove si liquefà

il piombo (_stemed as a forneys of a leed_).

[18] L’uso galante di offrire, ad una signora che lo domanda, uno

spillo, è ancora vivo: ma quello abbastanza strano di offrire dei

coltelli o temperini (_knyfes_) non ha, che io mi sappia, alcun

riscontro.

[19] Il testo dice: _of yeddynges he bar utturly the prys_. La lezione

è incerta ed il significato di _yeddynges_ è oscuro: io ho accettato,

col Bell, la congettura del Tyrwhitt, il quale riconduce questo

vocabolo al sassone _geddian_ o _giddian_: cantare. Altri intende, come

il Wright e l’Hertzberg: raccontare storie.

[20] Espungo col Wright i due seguenti versi:

_And gave a certaine ferme for the grant,

Non of his bretheren cam in his haunt_

che qui non danno alcun senso, e sono certo interpolati. L’Hertzberg

li accetta, e dichiara che egli li ritiene decisamente genuini, pur

confessando che non si capisce affatto che relazione abbiano col

resto. Non so, poi, quanto sia plausibile la spiegazione che egli ne

dà: «pagava della casa un fitto così alto, che nessun altro dei suoi

confratelli andava nella sua contrada.»

[21] _Hadde but oo schoo_: non aveva che una scarpa sola.

[22] Il Chaucer dice precisamente: _rounded as a belle out of presse_

«rotonda come una campana appena levata dalla forma in cui è stata

fusa.» Ho semplificato l’espressione, perchè mi è sembrato che

l’immagine, in italiano, non ci guadagnasse molto, traducendo alla

lettera.

[23] _Then robus riche, or fithul, or sawtrie_: «piuttosto che roba di

prezzo, o un violino, o un salterio.»

[24] _Sergeant of lawe_ (sergente della legge). Non so quanto

esattamente risponda la mia traduzione (impiegato del tribunale)

all’espressione inglese: confesso che non ho saputo trovare un modo più

determinato e sicuro. L’Hertzberg traduce «Iustitiarius» e dice (_Op.

cit._ nota al v. 311) che: _Sergeant of lawe_ equivaleva, nel sec. XIV

e XV, presso a poco a «Dottore in legge» (dem Stande eines Doktors

der Rechte gleich kam). Cfr. in proposito l’opera del CRABBE, _Storia

del Diritto Inglese_, alla quale rimanda l’Hertzberg.

[25] _That often hadde ben atte parvys._ (Il quale era stato spesso

sotto il portico della chiesa). La voce _parvys_, che è manifestamente

il _parvis_ dei francesi, significa: portico o piazza davanti a una

chiesa.—Nel medio evo era costume degli avvocati, e di tutta la gente

del foro in generale, ritrovarsi in certe ore del giorno, quando i

tribunali erano chiusi, sotto il portico di una delle chiese principali

della città, per parlare e discutere di leggi e di diritto. A quale di

questi portici abbia inteso precisamente di alludere il Chaucer non

è facile dire: io ho messo il nome di Westminster non tanto perchè

uno dei più probabili, quanto per rendere, in qualche modo, meno

indeterminata l’espressione del poeta.

Il Tyrwhitt riferisce in proposito il seguente passo (V. FORTESCUE,

_De laud. leg. Angl._, C. 51): _Post meridiem curiae non tenentur; sed

placitantes tunc se divertunt ad pervisum et alibi, consulentes cum

servientibus ad legem_ (sergeant of lawe) _et aliis consiliariis suis._

[26] Letteralmente per la patente (di avvocato?) e per mezzo di

una intera commissione (_by patent, and by pleyn commissioun_). La

patente glie ne dava il diritto legale, la commissione lo invitava a

presiedere, come giudice, in omaggio alla sua dottrina in fatto di

materie giuridiche.

[27] Guglielmo il Conquistatore.

[28] In italiano non c’è una parola che corrisponda precisamente al

_Frankeleyn_ del testo. Ho tradotto _possidente_ sulla definizione del

Fortescue (_De Laud. leg. Angl._ C. 29) citata dal Tyrwhitt, secondo

la quale per _Frankeleyn_ si intende: _pater familias magnis ditatus

possessionibus_. Vedi la lunga nota dell’Hertzberg (_Op. cit._, n. al

v. 333) il quale traduce: _Gutsherr_.

[29] Cioè: la sua casa era aperta a quanti amici e conoscenti avevano

occasione di passare dal suo paese, i quali erano sicuri di trovare

presso di lui la più cordiale ospitalità.

Secondo la leggenda S. Giuliano avendo ucciso per disgrazia i suoi

genitori, per purgarsi, in qualche modo, del suo involontario delitto

con una buona azione, mantenne a sue spese un albergo, lungo una

via piena di pericoli e di disagi, dove i viandanti trovavano vitto

e alloggio gratis. Di qui ebbe origine la tradizione che fece di

S. Giuliano l’ospitaliere, il protettore dei viandanti, i quali lo

invocavano per via e ne recitavano il miracoloso Paternostro. Anche il

Boccaccio (_Dec._ II. 2.) dice: «ne’ quali (paesi) chi non ha detto il

Paternostro di S. Giuliano, ancora che abbia buon letto, alberga male».

Intorno alle varie trasformazioni e modificazioni che subì la leggenda

di questo santo, che divenne perfino protettore dei facili amori e dei

lenoni, puoi vedere l’interessante scritto di A. GRAF, _S. Giuliano nel

Decamerone e altrove_,—in: _Miti, leggende, e superstizioni del Medio

Evo_ Torino, Loescher 1892–93. V. anche, BRAND, _Antiquities_ (V. I.

pag. 359. Ediz. H. Ellis).

[30] _Was alway after oon_: era sempre della stessa qualità. La quale,

trattandosi di un ricco possidente, è naturale che fosse anche la

migliore. Altri, meno bene e poco chiaramente, intende: era sempre dopo

l’una (_after one o’clock_).

[31] Quale fosse precisamente l’ufficio del _counter_, qui ricordato

dal Chaucer, non ho potuto capire, e non so quale e quanta relazione

avesse, in verità, con quello del nostro ragioniere. L’Hertzberg

traduce, non credo in modo più felice ed esatto, _Landvoigt_ (prefetto,

podestà). Qualunque sia il vero significato di questa parola, mi sembra

che non debba, ad ogni modo, essergli estraneo il concetto dei numeri e

dell’aritmetica, stando all’etimo.

[32] Letteralmente: avrebbe potuto sedere, in una sala dorata, alla

tavola situata sulla piattaforma (_on the deys_). Secondo un uso molto

comune in Inghilterra nel Medio Evo, i signori in fondo ad uno dei lati

della sala da pranzo, che era sempre molto vasta, facevano costruire

una piattaforma in legno, sulla quale veniva apparecchiata la tavola

per gli ospiti (come oggi si direbbe) illustri o degni di un certo

riguardo.

[33] Radice aromatica di sapore amarognolo.

[34] Ignorando completamente a quale pietanza della nostra cucina

moderna corrisponda, in qualche modo, il _blankmanger_ del cuoco

chauceriano, ho tradotto «cappone in galantina» per la ragione che

stando a quanto riferisce in proposito il Tyrwhitt, pare che uno dei

principali ingredienti fosse la polpa del cappone (_the brawne of a

capon_).

[35] Ho lasciato il seguente distico:

«_If that he foughte, and hadde the heigher hand,

By water he sente hem hoom to every land._»

il quale non dà qui un senso possibile. Il Wright e il Bell accolgono,

senza discussione, i due versi secondo il testo del Tyrwhitt. È strano

che nessuno di loro tre, neppure il Tyrwhitt, che con sì larga messe di

note ha illustrato la sua edizione, abbia accennato anche lontanamente

alla oscurità del senso, che non può essere loro sfuggita. L’Hertzberg

espunge il distico intero osservando, molto giustamente, che se non

si può sospettare una interpolazione, bisogna ammettere che prima di

questi due versi ci sia una lacuna.

[36] Hull era anche a’ tempi del Chaucer uno dei porti più importanti

dell’Inghilterra.

[37] Leggo col Wright e col Bell _wys to undertake_ invece che _I

undertake_, perchè mi pare che in questo modo venga meglio spiegato il

significato dell’aggettivo _wys_ che qui, evidentemente, significa:

accorto, prudente, in antitesi all’altro _hardy_ (coraggioso, ardito).

[38] Il Gotland è una regione della Svezia: ma qui l’indicazione del

Chaucer non è chiaramente determinata.

[39] L’astrologia era nel medio evo una delle fonti a cui più

spesso ricorrevano i medici per i loro malati. Si credeva che una

medicina fosse più o meno efficace, secondo che veniva somministrata

all’ammalato sotto una costellazione piuttosto che sotto una altra.

Il Chaucer il quale dimostra nelle sue opere una conoscenza certo

notevole, per il suo tempo, di astrologia, coltivò con molto interesse

tutta quella letteratura scientifica che da essa ne derivò. Egli stesso

scrisse un libro, rimasto incompiuto, intitolato «_The Astrolabe_» nel

quale tratta della costruzione e dell’uso dell’Astrolabio.

Dalle Novelle di Canterbury · 第 14 / 15 段