Dunque, dicevo, la mia predica finisce sempre con una filza di esempi,

presi dalla storia dei tempi antichi. Perchè alla gente ignorante piace

sentir raccontare cose successe Dio sa quando; e se le ripetono e le

imparano a memoria con grande piacere. Ah! Credevate che io mi volessi

condannare, proprio da me, alla miseria, mentre posso guadagnarmi da

vivere onestamente insegnando agli altri? No, no, non mi è passato mai

neppur per la contraccassa del cervello. Io predico, e domando qualche

cosa qua e là dove vado, perchè per campare non ho voglia di adoperare

le mani, e di mettermi a far canestri. Non vado mica attorno per nulla,

come facevano gli Apostoli: vogliono essere quattrini, lana, cacio, e

grano, anche dal più povero servo, e dalla vedova più miserabile di

tutto il villaggio. Nè debbo sapere se i suoi figliuoli muoiono dalla

fame. Dovunque vado voglio trovare del buon vino, e una donnetta che mi

tenga allegro.

Ma veniamo alla conclusione, signori miei. Voi desiderate che vi

racconti una novella? Ebbene, ora che ho mandato giù un bel bicchiere

di birra, di quella forte, spero di raccontarvi un fatto, per Dio, che

vi piacerà di certo. Appunto perchè io sono un uomo pieno di vizi,

voglio raccontarvi una storia molto morale, che di solito ficco in

tutte le mie prediche per fare più effetto. Ed ora state zitti, che

comincio.

Una volta c’era nelle Fiandre una combriccola di giovinastri i quali

passavano la vita in una continua baldoria, dandosi al gioco e alla

crapula, e frequentando il bordello e la taverna, dove stavano dalla

mattina alla sera a ballare al suono di arpe e di liuti, o a giocare ai

dadi, o a gozzovigliare e a bere senza vedere mai il fondo. E in questo

modo, abbandonati ad un turpe stravizio, sacrificavano maledettamente

al diavolo, nel tempio del diavolo, tirando dei moccoli così grossi ed

infernali che facevano paura. Straziavano, con le loro bestemmie, il

corpo del nostro Signore benedetto, come se non lo avessero straziato

abbastanza i giudei; e più uno le diceva grosse, più gli altri ridevano.

Ad un tratto venivano le ballerine, tutte ragazze ben fatte e dalla

vita snella, e insieme con esse entravano cantanti con le loro arpe,

ruffiane e venditori ambulanti di schiacciate. Tutta gente mandata dal

diavolo ad accendere il fuoco della lussuria e a soffiarvi dentro,

giacchè la lussuria è sempre compagna della crapula e del vino, come ci

insegna anche la sacra scrittura.

Basti l’esempio di Loth, il quale, ubriaco fradicio, giacque

inconsciamente con le due figliuole, commettendo un incesto.

Chiunque ha studiato bene la storia, sa che Erode, stando a banchetto,

pieno di vino fino agli occhi, ordinò prima di alzarsi da tavola, che

fosse ucciso Giovan Battista, il quale era innocentissimo.

Seneca ha ragione davvero quando dice che egli fra un uomo che ha

perduto il cervello ed uno che è ubriaco non vede altra differenza che

questa: che la pazzia, quando coglie un disgraziato, dura più a lungo

della ubriachezza[3].

O maledetta gola, tu fosti la prima causa della nostra rovina, tu

fosti l’origine della nostra dannazione, finchè Cristo ci riscattò col

suo sangue. Guardate un po’, per farla corta, come ci costò salata

la maledetta colpa di Adamo, per causa della quale tutto il mondo fu

corrotto.

Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie dal paradiso,

e costretto a lavorare e a soffrire, proprio per la gola che lo vinse.

Perchè fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso; e

ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando

assaggiò il frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non

senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!

Se essi sapessero di quanti mali sono cagione l’intemperanza e la

crapula, a tavola misurerebbero un po’ più l’appetito. Ma purtroppo il

gozzo e il palato li spingono a girare da un capo all’altro del mondo,

per terra, per mare, per aria, in cerca di un boccone ghiotto e di

una bevanda squisita. E tu ne sai qualche cosa, o S. Paolo! Egli dice

infatti: «Dio distruggerà il cibo del ventre e il ventre del cibo.»

Ah! Fa proprio ribrezzo, in fede mia, il pensare che l’uomo beve, del

bianco e del rosso, fino al punto da fare della gola uno strumento

di turpe stravizio. Sentite che cosa dice l’Apostolo, piangendo:

«Passeggiano molti su questa terra, come vi dicevo (e parlandone, ora

mi viene da piangere), che sono nemici della croce di Cristo: fine

dei quali è la morte, e Dio il ventre[4]». O ventre, o pancia, tu sei

un fetido sacco pieno di sterco e di putridume. Da ogni tua parte non

si sprigiona che un rumore schifoso. Quanta fatica e quanto denaro ci

vuole per trovare il tuo fondo! Povero cuoco, quanto deve affaccendarsi

a pestare, spremere, tritare, per ridurre e trasformare la sostanza

che deve saziare il tuo ingordo appetito! A forza di colpi fa uscire

il midollo dai duri ossi (poichè il cuoco non butta via nulla), e con

quell’unto fa sì che il boccone sgusci dolcemente giù per la strozza.

E per stuzzicarti sempre più l’appetito, bisogna che cacci nella salsa

spezie, odori, e radici di ogni genere, che la rendono piccante. Ma chi

va in cerca di tante leccornie, è lo stesso che sia morto, poichè vive

nel vizio.

Il vino è un pericoloso eccitante, e l’ubriachezza è causa di molte

colpe e di molte sciagure. O briacone, la tua faccia è stravolta, il

tuo respiro è affannoso, sei un essere che fa schifo. Dal tuo naso,

rosso come un peperone, ronfa un suono che par tu voglia dire: Sansone,

Sansone. Mentre Dio sa se Sansone bevve mai una goccia di vino. Tu

traballi, e cadi per terra come un maiale ferito. Non hai più la

lingua per parlare, ed hai perduto il pudore, poichè l’ubriachezza è

la sepoltura dell’intelletto e dell’onestà. Chi si fa schiavo del vino

perde assolutamente il giudizio: perciò guardatevi tanto dal bianco

quanto dal rosso, e più di tutti da quello bianco di Lepe[5] che si

vende in Via del Pesce e in Chepe[6]. Perchè dovete sapere che la vite

che produce questa qualità di vino spagnuolo, striscia piano piano

accanto alle altre viti più vicine; e l’uva per causa di quel contatto

fa un vino così generoso, che sale subito alla testa. Immaginatevi che

bastano tre bicchieri, di quel vino, perchè un disgraziato il quale

crede di tornare a casa sua in Chepe, a forza di viaggiare colla testa

arrivi nella Spagna, e si trovi proprio nella città di Lepe invece che

a Rochelle o a Bordeaux. E intanto dagli, col naso, a ronfare: Sansone,

Sansone.

Ma, Signori, abbiate la compiacenza di ascoltarmi ancora un altro

poco. Tutti gli atti più belli e gloriosi di cui si legge nel vecchio

Testamento, come furono compiuti? Con l’aiuto di Dio onnipotente,

furono compiuti per mezzo dell’astinenza e della preghiera. Leggete la

Bibbia e ve lo imparerete.

Sapete voi come finì Attila il famoso conquistatore? Morì in modo

vergognoso e turpe, soffocato da un travaso di sangue mentre era

ubriaco. Un capitano, veramente, avrebbe dovuto essere più sobrio.

Guardate, soprattutto che cosa fu comandato a Lamuele[7]. Dico

Lamuele, state attenti, non Samuele. Leggete la Bibbia, e vi troverete

qualche cosa a proposito del dare a bere il vino ai giudici che devono

amministrare la giustizia[8]. Ma basta oramai di questo, perchè ne ho

parlato anche troppo.

Ora che vi ho detto dell’ingordigia, vi metterò in guardia contro

il giuoco. Il giuoco è il vero padre della menzogna e dell’inganno;

insegna il turpiloquio e a bestemmiare Cristo. Spinge all’omicidio,

e fa perdere denari e tempo: senza contare, poi, che l’essere tenuto

per un volgare giocatore è cosa riprovevole e disonorante. E quanto

più uno è di elevata condizione, tanto più sciagurato diventa agli

occhi di tutti. Un principe il quale ha il vizio del giuoco, perde,

nell’opinione pubblica, il suo prestigio di regnante e di uomo politico.

Stilbone[9] il quale era una persona savia, mandato da Sparta,

con onorevole incarico, ambasciatore a Corinto per trattare la

pace, avendo trovato tutti i primi cittadini della città intenti a

giocare turpemente, se ne ritornò subito a Sparta, e disse ai suoi

concittadini: «Io non voglio macchiare il mio nome col disonore di

farvi stringere alleanza con un popolo di volgari giocatori. Non sarà

mai detto che voi, i quali avete un nome così glorioso e rispettato,

per mia volontà e per opera mia siate alleati di una gente dedita al

giuoco». Queste furono le parole di quel saggio filosofo.

Ricordatevi anche del re dei Parti, il quale, come racconta la storia,

sapendo che il re Demetrio aveva avuto la passione del giuoco, gli

mandò, per ischerno, in regalo un paio di dadi d’oro, mostrando di

non fare alcun conto della gloria e del nome di lui. Le persone che

stanno in alto dovrebbero trovare qualche modo più onesto di passare la

giornata.

Ora vi dirò due parole di ciò che dicono i libri a proposito della

bestemmia e dello spergiuro. La bestemmia è una cosa abbominevole, ma

il falso giuramento è ancora peggio. Dio proibì assolutamente ogni

spergiuro, e n’è testimone S. Matteo; ma in modo speciale ne parla

Geremia, il quale dice: «Giura il vero, e non giurar mai il falso. Non

giurare a caso, ma sempre pensatamente, poichè giurare per cosa da

nulla è peccato».

Non dimenticate i sacri comandamenti di Dio nella prima comunione, e

troverete, appunto, che il secondo è questo. «Non pronunziate il mio

nome in vano». Vedete, egli proibisce più severamente tali spergiuri,

dell’omicidio stesso e di tante altre colpe. E che questo sia proprio

il secondo dei comandamenti di Dio, se ne può persuadere chiunque

conosce gli altri. Vi dico poi, chiaro e tondo, che la vendetta

del cielo colpisce, prima e poi, la casa di chi offende Dio le sue

bestemmie. Eccoli i frutti del giuoco: «Pel sacro cuore di Dio, pei

chiodi coi quali fu crocifisso, pel sangue di Cristo in Hailes[10],

io ho fatto sette e tu cinque e tre. Se giuochi da imbroglione ti

spacco il cuore con una pugnalata!» Questo è il frutto di chi passa

la giornata con quei due pezzacci di osso: bestemmie, ira, menzogna,

omicidio.

Dunque per amore di Cristo che morì per noi sulla croce, guardatevi

tutti, grandi e piccoli, dalla bestemmia. Ma signori, è tempo ormai che

io riprenda la mia novella.

Quei tre scapestrati, dei quali vi parlavo, un giorno, prima assai che

le campane annunziassero l’alba, se ne stavano a bere in una taverna:

quando ad un tratto, mentre erano seduti a tavola, sentirono un

campanello nella strada, il quale annunziava il passaggio di un morto

che veniva portato al cimitero. Uno di loro, allora disse al garzone:

«Presto, va’ a domandare chi è il morto che passa. Sappici dire, per

bene, il suo nome».

«Signore, rispose il ragazzo, non c’è bisogno che io vada a

domandarlo: me l’hanno detto due ore prima che voi tre veniste qua.

Il morto, per Dio, era un vostro antico compagno. È stato ucciso

improvvisamente stanotte. Il disgraziato se ne stava seduto, mezzo

ubriaco, su di una panca, quando un ladro, chiamato per soprannome

“Morte” il quale uccide chiunque gli capita fra le mani, gli è saltato

addosso all’improvviso con la sua lancia, e dopo avergli fatto il cuore

in due pezzi, se ne è andato zitto e cheto. Quest’uomo tremendo ha

ucciso, qui in paese, un centinaio di persone: credete pure, signor

mio, che bisogna stare bene attenti di non capitargli davanti senza

saperlo. State in guardia, che non l’aveste ad incontrare. Così,

almeno, mi è stato detto dalla mia padrona».

«Per Maria santissima, soggiunse il padrone della taverna, il ragazzo

non dice bugie: quest’anno, in un grosso villaggio a più di un miglio

di qui, costui ha ucciso moglie, marito, il bambino, il servitore e il

garzone. Credo che di casa stia laggiù. È prudenza stare in guardia e

prevenirlo prima che ci abbia a fare qualche brutto scherzo.»

«Per le braccia di Dio, disse allora il giovinastro accattabrighe,

ma è proprio un pericolo così grande incontrarsi con costui? Ebbene,

io non ho paura, e lo anderò a cercare per la campagna, per la città,

dovunque egli sia. Lo giuro sulle sacre ossa di Dio. Sentite, amici,

soggiunse ai suoi compagni, noi tre siamo stati sempre d’accordo;

diamoci ora la mano, e mettiamoci, da buoni fratelli, all’opera:

vedrete che non tarderemo ad uccidere questo vigliacco che si fa

chiamare “la Morte.” Sull’onore di Dio, lui che ha ucciso tanta gente,

prima di notte cadrà morto.»

Dopo aver giurato, tutti e tre, di aiutarsi come fratelli e di non

separarsi mai, vivi o morti, si alzarono per andarsene. E briachi e

furibondi si avviarono verso il villaggio, del quale, poco prima, aveva

parlato il padrone della bettola; e per via non fecero che lacerare il

povero corpo di Cristo con orribili bestemmie. «Se possiamo agguantarlo

non ci scapperà vivo dalle mani.»

Avevano fatto quasi mezzo miglio di strada, quando, mentre stavano

per passare una siepe, s’imbatterono in un povero vecchio, il quale

salutandoli garbatamente disse: «Dio vi accompagni, signori.»

Il più prepotente di quei tre soggettacci rispose: «Che? Brutto

straccione, perchè sei tutto imbacuccato a cotesto modo, che ti si vede

appena il viso? Com’è che non ti vergogni a vivere ancora, così vecchio

come sei?»

«Egli è, rispose il vecchio guardandolo in faccia, che per quanto abbia

girato tutto il mondo, perfino l’India, non posso trovare un cane, in

nessun villaggio, il quale voglia cambiare la sua gioventù con la mia

vecchiaia. E devo tenermela fin che piacerà a Dio, e finchè la Morte,

ahimè, non mi venga a prendere! Così povero disgraziato, me ne vo

girando pel mondo, e mattina e sera batto col mio bastone la terra, che

è la porta la quale chiude mia madre, e dico:

—Madre mia, aprimi. Non vedi che ogni giorno mi consumo sempre di più

e la carne se ne va col sangue e con la pelle? Ahimè, quando avranno

pace le mie ossa? Madre mia, quanto volentieri cambierei con te la

cassetta dei miei risparmi, così a lungo custodita nella mia camera,

per quel panno che ti avvolge sotterra!—Ma lei non mi vuol far questa

grazia, e la mia faccia si fa sempre più pallida e smunta.

Ma a voi, signori, non fa onore offendere in questo modo un povero

vecchio, il quale non vi ha offeso nè con parole nè con atti.

Ricordatevi di quello che dice la bibbia: “Davanti a un vecchio canuto

alzatevi in piedi.” Perciò io vi consiglio a non voler fare del male a

un povero vecchio quale sono io, come voi non vorreste fosse fatto a

voi un giorno, se vi sarà dato di campare tanto.»

«No, vecchio straccione, rispose tosto l’altro giocatore; non sarà

detto che tu la passi così liscia per S. Giovanni. Dianzi tu parlavi di

quel vile traditore soprannominato “la Morte” che uccide in paese tutti

gli amici nostri: ci scommetto che tu sei una sua spia. Di’ dunque,

dove si trova, o per Dio e pel santissimo Sacramento tu ce la pagherai.

Poichè certo tu sei d’accordo con lui, traditore ladro, nel dare la

caccia a noi per ucciderci.»

«Se non desiderate che questo, signori miei, cioè di trovare “la

Morte” rispose il vecchio, vi contento subito. Voltate per questa

strada: l’uomo che voi cercate io l’ho lasciato, in fede mia, in quel

bosco laggiù sotto un albero. Andate che ve lo troverete, e vedrete che

non avrà paura di voi. Vedete quella quercia? È proprio là. Andate,

e Dio il quale ci ha redenti dai nostri peccati, vi accompagni e vi

faccia migliori.» Così disse il vecchio.

E tutti e tre quei manigoldi si misero a correre finchè giunsero alla

quercia, ai piedi della quale trovarono circa otto staia di fiorini

d’oro coniati splendidamente. Allora non si curarono più di andare in

cerca di “Morte”; ma fu tale la loro gioia nel vedere tutte quelle

belle monete luccicanti, che restarono atterriti davanti al prezioso

tesoro. Il primo a parlare fu il più malvagio.

«Fratelli, disse, sentite quello che vi dico. È vero che mi piace

scherzare e fare il chiasso, ma in fondo un po’ di testa ce l’ho

anch’io. Con questo tesoro che ci ha dato la fortuna noi ce la potremo

passare allegramente per tutta la vita, spendendo senza risparmio

giacchè a noi questo danaro non ci costa nulla. Stamattina, per Iddio

immortale, chi di noi avrebbe pensato a tanta fortuna? Per potercelo

godere in pace, tutto quest’oro, bisognerebbe portarlo via di quì, in

casa mia o in casa vostra, giacchè è nostro: ma come si fa a portarlo

via di giorno? Se ci vedessero ci prenderebbero per ladri, e anche di

quelli grossi, e il nostro tesoro finirebbe per mandarci alla forca.

Però bisogna portarlo via di notte e con la più grande accortezza e

precauzione. Io proporrei, quindi, che si tirasse alla paglia più

corta,[11] per vedere chi di noi debba andare in fretta in città a

comprare (senza dar nell’occhio alla gente) del pane e del vino per

tutti. Gli altri due intanto resteranno a guardia del tesoro, e se

colui che va in città si sbrigherà presto, giunta la sera porteremo

via il tesoro, e lo nasconderemo, d’amore e d’accordo, dove crederemo

meglio».

Così dicendo strinse egli stesso nel pugno tre fili di paglia, e fece

tirare agli altri due per vedere su chi cadeva la sorte. Toccò al più

piccolo, il quale andò subito in città. Appena si fu allontanato un

poco, uno degli altri due rimasti a guardia del tesoro disse: «Senti,

tu hai giurato di essermi fratello, perciò io ti voglio fare una

proposta che sarà utile anche a te. Il nostro compagno se n’è andato, e

ci ha lasciati qui con tutto quest’oro, che dovrebbe essere diviso in

tre parti: se io avessi trovato il modo di dividerlo, invece, fra noi

due soli, non ti pare che ti avrei reso un servizio proprio da amico?».

L’altro rispose: «Io non vedo come tu possa far questo. Poichè egli

sa bene che l’oro l’abbiamo in consegna noi: quindi che cosa potremo

fare? Come ce la caveremo?» «Mi posso fidare, soggiunse allora il primo

malandrino? Se me lo prometti, ti dirò in poche parole quello che

dovremo fare e che condurremo, senza dubbio, a buon fine». «Ti giuro

sulla mia parola, rispose l’altro, che io non ti tradirò mai davvero».

«Or bene, riprese il primo, noi siamo in due: due hanno più forza di

uno solo. Tu dunque sta attento appena egli si sarà messo a sedere

in terra per mangiare: allora alzati in piedi, e vagli addosso come

per fare uno scherzo, ch’io intanto lo colpirò con la mia spada ai

fianchi. Tu poi, fingendo sempre di scherzare, tienlo fermo a terra, e

cerca di colpirlo anche tu con la spada, e vedrai, mio caro amico, che

tutto quest’oro ce lo divideremo fra noi due. Allora sì che potremo

godercela davvero, e levarci la voglia di giuocare ai dadi.» Così i due

malandrini si misero d’accordo per uccidere il loro compagno.

Il più giovane, intanto, il quale si era recato in città, per la

strada non faceva che pensare alla bellezza di tutti quei fiorini nuovi

di zecca e luccicanti, e fra sè pensava: «Dio, se potessi diventar

padrone io solo di tutto quell’oro, non ci sarebbe al mondo persona più

felice di me!» E andò a finire che il diavolo, nemico e tentatore del

genere umano, gli mise in testa di comprare del veleno per avvelenare

gli altri due. Il diavolo il quale non desiderava che che questo,

colse subito l’occasione favorevole, vedendolo così ben disposto, per

condurlo alla sventura. Ed infatti lo sciagurato decise risolutamente

di uccidere i suoi compagni, senza pietà.

Quindi, senza por tempo in mezzo, giunse in città, e recatosi da uno

speziale, lo pregò di volergli vendere del veleno, per uccidere certi

topi che lo molestavano in casa, e una faina che gli aveva ucciso

i capponi in una sua cascina. Così, se gli riuscisse, avrebbe la

soddisfazione di vendicarsi di quegli animalacci distruggendoli in una

notte.

Lo speziale gli rispose: «Lascia fare a me: ti darò una certa cosa io,

che (Dio mi salvi l’anima se è vero) chiunque ne assaggi solo quanto un

chicco di grano, muore in pochi minuti. Il mio specifico è così potente

ed efficace, che farà più presto chi ne ha mangiato a andare all’altro

mondo, che tu a fare nemmeno un miglio di strada.»

Quello sciagurato prese il veleno, chiuso dentro una scatola, e corse

nella strada vicina da un tale a farsi prestare tre grosse bottiglie.

In due vi mise dentro il vino avvelenato, la terza la lasciò vuota per

metterci da bere per sè, poichè prevedeva che nella notte avrebbe avuto

un gran da fare a portar via di là tutto quell’oro. Sistemate per bene

le tre bottiglie, lo sciagurato furfante tornò dai suoi amici.

Ma perchè farla ancora più lunga? I due che erano rimasti a guardare il

tesoro ed avevano deciso la morte del compagno, lo uccisero senz’altro;

e poichè l’ebbero morto uno di loro disse: «Ora mettiamoci a sedere e

beviamo allegramente, poi penseremo a seppellire il cadavere.» E presa

per caso una delle due bottiglie di vino col veleno, trincò e fece

trincare anche all’altro, e poco dopo morirono tutti e due avvelenati.

Sbaglierò, ma io credo fermamente che Avicenna in nessuna parte del suo

«_Canone_» abbia mai descritto sintomi di avvelenamento più tremendi

di quelli che ebbero quei disgraziati prima di morire. Così, dunque,

morirono i due omicidi e il traditore che voleva avvelenarli.

O scelleraggine delle scelleraggini! O traditori omicidi! O malvagità

umana! O avidità dell’oro, libidine del piacere, vizio del giuoco! O tu

che offendi Dio con orribili bestemmie e prepotente orgoglio! O uomini

sciagurati, come avviene che voi siate così malvagi e villani col

vostro creatore, con Colui che vi ha fatti, e riscattati col suo sangue?

Ora, miei buoni amici, Dio vi perdoni le vostre colpe, e vi guardi dal

peccato della cupidigia. Il mio santo perdono è qua per liberarvi tutti

dai peccati vostri, purchè, s’intende, vogliate offrire qualche cosa:

nobili[12], sterline, fermagli d’argento, cucchiai, anelli, tutto è

buono. Ecco qua una Bolla santa, chinate la testa peccatori! Avanti,

donne, offrite un po’ di lana, ed io segnerò subito il nome vostro qui

nel mio registro per mandarvi a godere la beatitudine del cielo. Quanti

verranno qua ad offrire, io li assolverò con la mia alta potenza, e se

ne potranno tornare a casa con l’anima candida come quando vennero al

mondo. Eccovi, signori miei, la mia predica. Ora Gesù Cristo che è il

medico dell’anima nostra, possa concedervi di ricevere il suo perdono,

poichè, ve le dico senza inganni, questa è la miglior cosa del mondo.

A proposito, signori, la mia novella mi faceva dimenticare una cosa.

Io ho qui nella mia sacca una provvista di reliquie e indulgenze,

consegnatemi dal Papa stesso, preziose come solo in Inghilterra si

potrebbero trovare. Se c’è qualcuno di voi, il quale vuole offrire

devotamente qualche cosa per avere la mia assoluzione, venga qua,

s’inginocchi e riceverà la santa remissione dei peccati. O piuttosto se

vi pare meglio, strada facendo rinnovate tutti il perdono ad ogni paese

che ci lasciamo indietro. Così si rinnoverà anche l’offerta: nobili e

monete fanno sempre comodo. Del resto è una bella fortuna per voi avere

qui a vostra disposizione un mercante d’indulgenze, il quale vi può

assolvere dai vostri peccati, per ogni caso che vi dovesse succedere

mentre cavalcate per la campagna. Qualcuno di voi, per esempio potrebbe

cascare da cavallo e rompersi il collo. Vedete dunque che per la vostra

tranquillità è una vera fortuna che io sia capitato qui con voi,

giacchè tutti, ricchi e poveri, io vi posso assolvere nel momento in

cui l’anima vostra volerà via dal corpo. Io consiglio il nostro oste ad

esser lui il primo a prendere l’assoluzione, come quegli che ha sulla

coscienza più peccati di tutti gli altri. Qua, dunque, mio caro signor

oste, tu sarai il primo ad offrire qualche cosa, ed io per soli quattro

soldi ti farò baciare tutte le mie reliquie. Coraggio, apri la borsa.

«Io? No, no, lascia pure che Cristo mi maledica (rispose l’oste):

magari fossi sicuro dei miei interessi, come sono sicuro che non

mi coglierà la maledizione! Mi vorresti proprio far baciare le tue

brache vecchie, spacciandole per reliquie di un santo mentre portano

ancora, bella tonda, l’impronta del tuo c...? Per la croce trovata da

S. Elisabetta, altro che reliquie e santuari: vorrei avere nelle mie

mani i tuoi c.......i! Tagliateli, che ti aiuterò a portarli via, e li

faremo conservare come reliquie nello sterco di maiale.»

Il povero mercante d’indulgenze non fiatò nemmeno. Rimase così male,

che non rispose mezza parola. L’oste accortosene disse: «Quand’è così,

con te, e con chiunque prende il cappello come te, io non ci scherzo

più.»

Dalle Novelle di Canterbury · 第 13 / 15 段