[40] I nomi di Esculapio, Galeno, Avicenna, Ippocrate, Dioscoride, sono

noti a tutti. Rufo era un medico di Efeso contemporaneo di Traiano.

Hali (o Haly) era un astronomo arabo, noto anche come medico, il

quale fu contemporaneo di Avicenna, e commentò gli scritti di Galeno,

Serapion, anche egli arabo e contemporaneo di Avicenna, scrisse di

medicina ed ebbe nome di erudito nel secolo XI. Rasis, dottore asiatico

del X secolo, esercitò medicina nella Spagna, e scrisse un’opera che

lo levò in gran fama, intitolata _Continens_. Averrois, filosofo ed

erudito del XII secolo nato a Cordova di famiglia araba, scrisse un

commento alle opere di Aristotele, e tenne scuola in Marocco dove morì.

Giovanni Damasceno fu uno scienzato di origine araba, il quale ebbe

molta e varia cultura, e visse in tempi assai più remoti, prima anche

della venuta degli Arabi in Europa. Costantino (Constantius Afer) era

un frate benedettino di Monte Cassino nato a Cartagine e vissuto verso

la fine del secolo XI. Fu uno dei fondatori della scuola di Salerno.

Bernardo (Bernardus Gordonius) contemporaneo del Chaucer scrisse molti

trattati di medicina e fu professore a Montpellier. Giovanni Gatisdeno,

della prima metà del secolo XIV, tenne scuola di medicina ad Oxford.

Gilbertino sarebbe secondo l’opinione più probabile un tale Gilbertus

Anglicus fiorito nel secolo XIII, autore di un compendio di medicina

popolarmente noto ai suoi tempi. (V. WARTON, _Op. cit._, pp. 292–293).

[41] È probabile, come osserva il Wright, che il poeta alluda qui alla

famosa pestilenza del 1348 descritta anche dal Boccaccio nel principio

del _Decamerone_.

[42] Le piazze più rinomate, nel continente, pei mercati di stoffe di

ogni genere.

[43] Leggo col Wright col Bell e con l’Hertzberg: _ten pounde_. Il

Chaucer, esagerando, mette in caricatura l’uso barocco del suo tempo,

secondo il quale le donne portavano in testa dei fazzoletti molto

pesanti imbottiti di ovatta.

[44] Letteralmente: aveva avuto sulla porta della chiesa cinque

mariti. (_Housbondes atte chirche dore hadde sche had fyfe_). La parte

più importante della sacra funzione anticamente, in Inghilterra, si

compieva sulla porta della chiesa, dove lo sposo impalmava la mano

della sposa, per andare poi all’altare a ricevere la comunione.

[45] Il testo è molto incerto, e presenta nelle sue varie lezioni una

parola assai difficile a spiegarsi. Il Tyrwhitt legge: _gattothud_, e

confessa di non intendere che cosa abbia voluto dire, precisamente, il

Chaucer.

La lezione del Tyrwhitt, accettata dal Wright dal Bell e

dall’Hertzberg, a me sembra la più probabile, intesa e spiegata per

_goat–toothed_ (dai denti di capra) che significa in senso traslato:

_ghiotto_, _ingordo_. Qui per altro ghiotta va inteso, con valore

suggestivo, per lasciva, libidinosa. A questa interpetrazione

conforterebbe, se non m’inganno, un passo del prologo della novella

raccontata appunto dalla donna di Bath, nel quale parlando di se stessa

costei dice: «Io avevo quaranta anni, se debbo dire la verità, ma mi

piaceva sempre scherzare come una puledra. Ero _gattothud_, e ciò non

mi faceva torto, poichè oramai aveva il bollo del sigillo di Venere.»

[46] Il testo dice veramente; «poichè era molto pratica del mestiere di

questa vecchia danza» (_For of that art sche knew the olde daunce_).

[47] Letteralmente: «non c’era caso che per causa delle decime si

arrabbiasse ed imprecasse» (_Ful loth were him to cursey for his

tythes_). Chi si rifiutava di pagarle incorreva nella scomunica.

[48] Non so se questa espressione renda, in qualche modo, lo «_spiced

conscience_» del testo, tutt’altro che chiaro, che il Tyrwhitt

confessa di non capire assolutamente. L’Hertzberg traduce, «_That mit

Gewissensskrupeln nicht breit._»

[49] Per maggiore chiarezza non ho mantenuto, traducendo, l’ordine

preciso con cui il poeta nomina qui gli ultimi personaggi del suo

prologo: ho seguito invece quello nel quale ce li descrive poi

singolarmente. Il _sompnour_ (_summoner_), che io ho reso in italiano

con _cursore_ e _usciere del tribunale ecclesiastico_, era un impiegato

che aveva l’ufficio di citare, come dice il nome stesso, davanti alla

severa corte dell’arcidiacono, coloro che si erano resi colpevoli verso

le leggi ecclesiastiche, custodi a dire il vero non troppo intemerate

della pubblica morale. Questo personaggio, nel quale il Chaucer fa

un’arguta satira degli usi e degli abusi religiosi del suo tempo, è

una delle macchiette più riuscite e geniali della lunga schiera di

cavalieri che ci sfilano davanti, gaiamente novellando, sulla via di

Canterbury.

[50] Il mugnaio qui descritto dal poeta è il vero prototipo di quella

classe che nel medio evo era proverbialmente nota per la consumata

abilità di rubare. Secondo l’uso che anche oggi rimane in molti luoghi,

il padrone del mulino, invece di denaro, si prendeva a titolo di paga,

una certa misura di fiore per ogni sacco macinato. E questo dicevasi,

con parola del mestiere, _tollen_ (_toll_ o _take toll_). Pare, quindi,

che l’onesto mugnaio non contento di mettere le mani nel sacco del

grano (_wel cowde he stele corn_) prima di macinarlo, si prendesse poi

tre misure di farina (_tollen thries_) invece di una.

[51] Il Chaucer intende dire che il suo mugnaio, in fin dei conti, non

era più ladro degli altri: aveva anche lui, come gli altri colleghi,

il suo pollice d’oro. La frase è tolta probabilmente, come nota il

Tyrwhitt, dall’antico proverbio inglese: «_Every honest miller has a

thumb of gold_» col quale il popolo faceva le sue vendette.

[52] Non so se in italiano vi sia un’altra parola che meglio

risponda al _maunciple_ del testo. Mi è sembrato che _fornitore_,

_provveditore_, _dispensiere_ sarebbe stato anche peggio di _economo_.

[53] Il testo ha veramente: _he mas ay biforn in good state_: «egli era

sempre il primo a trovarsi in buona condizione.» Cioè trovava sempre

il modo di comprare roba buona e pagarla poco, per farla poi pagare ai

suoi padroni più di quello che costava, intascandosi il di più.

[54] «_a jay con clepe Watte, as wel as can the pope._» Letteralmente:

una gazza può chiamare «Gualtiero» (_Watte_ vale _Wat_, forma

abbreviata di _Walter_) bene come il papa.

[55] L’usciere quando aveva alzato un po’ il gomito faceva sfoggio del

suo latino: è naturale però che tra i fumi del vino egli si ricordasse

meglio di quelle espressioni e di quelle frasi che stando in tribunale

sentiva ripetere più spesso. Una di queste era appunto: _Questio quid

juris_, che negli antichi scritti di legge ricorreva continuamente, in

forma di domanda, dopo l’esposizione di un fatto giuridico qualunque.

[56] Ho tradotto con questa efficace espressione del popolo nostro

l’espressione popolare inglese adoperata dal Chaucer: _And prively

a fynch eke cowde he pulle_ (sapeva anche pelare, di nascosto, un

uccellino).

[57] Cioè dalla scomunica. Con questa parola cominciava la formula:

_Significavit nobis venerabilis pater etc._, onde veniva annunciata ai

colpevoli la scomunica.

[58] Il testo dice _gurles_ (_girls_) ma qui piuttosto che nel senso

determinato di _ragazze_, deve intendersi in senso generale: maschi e

femmine. Però ho tradotto: _tutta la gioventù_.

[59] Si tratta, molto probabilmente, di un ritornello di qualche

canzone popolare amorosa del tempo.

[60] Mi pare che _storye_ non possa avere qui il significato di storia

o racconto profano, che andrebbe poco d’accordo con _lessoun_ (una

parte della sacra scrittura che si leggeva nella messa). Il Chaucer

dopo averci descritto il suo mercante di indulgenze per il miglior

brigante del mondo, come avrebbe detto il Boccaccio, soggiunge con

intenzione senza dubbio ironica:—Però bisogna dire la verità, in chiesa

era un degno prete (_a noble ecclesiaste_), e diceva la messa con tutte

le regole senza trascurarne nessuna parte.

[61] _Affyle his tunge._ Letteralmente: pulir la lingua.

[62] È probabile, come nota il Tyrwhitt, che la fonte diretta alla

quale il Chaucer ha attinto questa espressione, piuttosto che Platone,

sia Boezio (_De Consolatione_, III. 12).

[63] L’abbeveratoio di S. Tommaso, secondo il Wright, si trovava a due

miglia da Londra sull’antica strada di Canterbury.

[64] V. la nota 11 alla novella del mercante di indulgenze.

NOVELLA DEL CAVALIERE

[1] Il testo dice veramente: pareva la pianta del bosso, o la cenere

morta e fredda (_lik was he to byholde—The box–tree, or the asschen

deed and colde_).

[2] _Lene he wexe, and drye as is a schaft_ (si ridusse magro e secco

come una freccia).

[3] Il poeta allude al noto episodio di Argo, che Mercurio riusci ad

uccidere dopo avergli fatto chiudere i cento occhi. Il racconto si

legge anche in Ovidio (_Metam._ I. 714), che fra i poeti latini è uno

di quelli più spesso, direttamente o indirettamente, ricordati dal

Chaucer.

[4] Nella _Teseide_ Arcita, per non essere riconosciuto, cambia il suo

nome in quello di Penteo (_Tes._ IV. 3): il Chaucer, discostandosi

dal Boccaccio, fa che il cavaliere tebano sostituisca il proprio con

quello di Filostrato. È probabile che questo nome, che qui è molto

appropriato pel suo significato etimologico (_abbattuto da amore_), il

poeta inglese lo abbia tolto di peso dal poema del Boccaccio, a lui

indubbiamente noto come dimostra il «_Troilus and Cressida_».

[5] _Hath brought him in the snare._ (Lo portò nel laccio).

[6] Letteralmente: ora sulla cima del colle, ed ora giù in mezzo ai

pruni della siepe (_Now in the croppe, now doun in the breres_).

[7] _Mars the reede_ (il rosso Marte). Ho tradotto l’epiteto del Dio

della guerra con la stessa parola del Boccaccio (_Tes._ I. 3.) che il

Chaucer manifestamente ha voluto tradurre.

[8] L’espressione del testo è questa: non ne sa più di quello che ne

sappia un cuculo o una lepre (_sche woot no more, than wot a cuckoo or

an hare_).

[9] La frase non troppo chiara: _he may go pypen in an ivy leef_ (deve

andare a suonare la piva in una foglia d’ellera) è tolta da qualche

antico modo proverbiale. A me l’idea della piva, contenuta nel verbo

_pipen_, ha suggerito la nostra efficace espressione popolare, che non

mi sembra qui male appropriata.

[10] Il testo dice un carretto pieno d’oro (_of gold a fother_).

[11] _A citole._ Che per questa parola si debba intendere uno strumento

è ammesso, facilmente, da tutti: ma in che cosa questo strumento

consista, nessuno lo spiega. Il Tyrwhitt (_Op. cit._ Gloss.) rimanda al

dizionario del Du Cange alla voce _Citola_, e riferisce l’opinione del

Hawkins (_History of Music_, vol. II. p. 106 n.) secondo la quale lo

strumento qui nominato sarebbe una specie di dulcimello (_Dulcimer_).

[12] La lezione è incerta e varia. È chiaro però che qui si parla di un

turbine impetuoso di vento.

[13] _The northern light in at the dore schon._ La fantastica immagine

è del Chaucer: il Boccaccio (_Tes._ VII. 32) traduce, non troppo

esattamente, da Stazio (_Teb._ VII. 45).

[14] Alla lettera: che pesavano una tonnellata: _tonne greet_ (_a great

ton_). Altri intende: che avevano la circonferenza di una botte (_tun_).

[15] Il testo dice, con espressione vaga ed oscura: il lamento armato

(_armed complaint_).

[16] Letteralmente: mille che non erano morti di malattia, ma erano

stati uccisi (_a thousand, slaine, and not of qualme ystorve_).

[17] L’epiteto _hoppesteres_, dato qui alle navi, non sembra molto

chiaro ai critici e ai commentatori del poeta. La parola non ricorre

altrove, e non ha altri riscontri nella poesia del Chaucer, i quali

possano recare un poco di luce. Io ho tradotto secondo l’etimo supposto

dal Tyrwhitt, il quale farebbe derivare questa voce dal sassone _to

hoppe_ che significa _danzare_. L’immagine delle navi danzanti sulle

onde, che di per sè è abbastanza poetica, qui pare poco appropriata.

Ed è strano che il Chaucer, il quale in questa disordinata e barocca

descrizione del tempio di Marte si è valso non poco della _Teseide_,

traducendola qualche volta quasi letteralmente, abbia avuto l’idea poco

felice di trasformare «le navi bellatrici (che il Chaucer abbia letto

«ballatrici»?) del Boccaccio» e le «bellatrices carinae» di Stazio, in

navi danzatrici.

[18] La spada di Damocle.

[19] Nota lo Speght (_Op. cit._, Gloss.) che _Puella_ e _Rubens_ sono

in geomanzia i nomi di due figure che rappresentano due costellazioni

celesti. La prima significa Marte retrogrado, la seconda Marte diretto.

[20] Il poeta con un giuoco di parole, che traducendo non è

possibile mantenere, suppone che qualcuno possa intendere male il

nome pronunciato dal Cavaliere, e confondere fra _Dyane_ (Dafni) e

_Dyane_ (Diana). Per un simile bisticcio Cfr. la «Novella del Mercante

d’indulgenze» pag. 285.

[21] _His eyen were cytryne_ (gli occhi erano del colore del cedro).

[22] Il testo dice veramente: «la terza ora disuguale dopo che etc.».

Secondo il sistema astrologico con cui veniva computato il tempo, il

giorno era diviso, dal sorgere del sole al tramonto, in dodici parti,

le quali variavano giornalmente, e non erano uguali, in durata, alle

ore della notte, se non nel periodo degli equinozi. (Cfr. HERTZBERG,

_op. cit., n._).

[23] La citazione è così fuori di luogo, che sembrerebbe fatta apposta

per distogliere e sviare l’attenzione di chi legge dalla vera fonte.

Nella _Tebaide_ di Stazio non c’è nulla di tutto questo: invece una

descrizione particolareggiata dei sacrifici onde Emilia onora Diana,

si trova nel VII della _Teseide_ (71–76), dal quale il Chaucer, fino

dai primi versi in cui racconta come la cognata di Teseo si reco

all’altare della dea, ha tradotto quasi alla lettera la maggior parte

dell’episodio della invocazione.

NOVELLA DEL GIURECONSULTO

PROLOGO

[1] Espressione proverbiale che ricorre anche altrove. Nella visione

allegorica _Piers the Plowman_ di WILLIAM LANGLAND o LANGLEY,

contemporaneo del Chaucer, è detto che «nessun uomo desidererebbe la

verginità di _Malkin_.»

NOVELLA

[1] Il Wright riferisce, a illustrazione di questo passo, questa

annotazione latina che si trova in margine al manoscritto di Lansdowne:

«Unde Tholomeus, libro primo, capitulo 8: Primi motus coeli duo sunt,

quorum unus est qui movet totum semper ab oriente in occidentem uno

modo super orbes, etc. Alter vero motus est qui movet orbem stellarum

currentium centra motum primum, videlicet ab occidente in orientem

super alias duos polos, etc.»

[2] Dagli astrologi era detto _Signore_ (_Lord_) quel pianeta che

secondo loro esercitava un influsso speciale sulle varie ore del

giorno, che erano sotto il suo impero. Confesso candidamente che in

tutte queste espressioni del gergo astrologico, di cui si compiace così

spesso il Chaucer, io riesco a vederci poco chiaro. Chi volesse saperne

e capirne di più, veda la lunga nota dell’Hertzberg al verso 4722, dove

troverà anche spiegato che cosa sia l’_ascendent tortuous_, che io ho

tradotto con _oroscopo_.

[3] La grafia di questa barbara voce astrologica è incerta. Tanto il

Tyrwhitt che legge _Atyzar_, quanto il Wright che scrive, secondo il

ms. Harleiano, _Attezare_, si dichiarano incapaci di dare una lezione

sicura. Lo Skeat (_op. cit._) dice che la vera lezione è _Atazir_,

forma arabo–spagnola che significa: _triste influsso_.

NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD

PROLOGO

[1] Il testo dice veramente: «Perchè quando uno è entrato in un giuoco,

deve stare al giuoco» (_For what man is entred unto play, He moot nedes

unto that play assent_).

[2] Giovanni da Lignano, famoso giurista e filosofo milanese fiorito

verso il 1378.

NOVELLA

[1] V. Prologo generale, pag. 25. Costei aveva raccontata la sua

novella dopo quella del Giureconsulto.

[2] Il poeta allude ad un’antica favola popolare, probabilmente di

origine francese, secondo la quale _Chichevache_ o _Chicheface_ era un

mostro che nutrendosi di mogli buone e pazienti, moriva sempre dalla

fame, ed era sempre pelle e ossa, perchè gli accadeva molto di rado di

potersi sfamare con un cibo così difficile a trovarsi. Sembra che il

Chaucer sia stato il primo a ricordare in Inghilterra questa favola,

che lo spirito del sagace popolo inglese rese, fino dai tempi del

Chaucer, più completa e significante. Accanto a _Chichevache_ troviamo,

infatti, un altro mostro chiamato _Bycorn_, grasso e ben pasciuto per

quanto l’altro era magro e rifinito, che si cibava di mariti buoni

ed obbedienti, dei quali trovava facilmente abbondante pasto. Per

un’antica ballata inglese dove sono introdotti i due mostri, e per un

poemetto allegorico di Lydgate intitolato «Bycorne ande Chichevache»

cfr. WRIGHT, _op. cit., n._

NOVELLA DEL MERCANTE DI INDULGENZE

[1] L’oste fa i suoi commenti alla novella detta poco prima dal Dottore

(cfr. Prologo gen. pag. 23); il quale aveva raccontato la pietosa

storia liviana di Virginia che è uccisa dal padre perchè non sia

vittima delle disoneste voglie di Appio Claudio.

[2] Per quante ricerche abbia fatto, non ho potuto trovare notizie di

S. Roniano. Forse si tratta di qualche persona che non fu canonizzata

veramente, ma solo santificata, per tradizione, dal popolo.

[3] Il Tyrwhitt suppone che il poeta intenda riferirsi alla _Epist._

LXXXIII, nella quale Seneca dice: «Extende in plures dies illum ebrii

habitum: numquid de furore dubitatis? Nunc quoque non est minor sed

brevior.»

[4] Il Chaucer ha tradotto letteralmente dalla sacra scrittura: «Multi

enim ambulant etc.» Cfr. _Filipp._ III. 18.

[5] Vicino a Cadiz.

[6] Chepe (Cheapside) era nel medio evo una delle parti del vasto

territorio di Londra dove affluiva la classe più ricca della

cittadinanza, e dove il commercio aveva uno sviluppo grandissimo. Cfr.

Prologo gen., pag. 40.

[7] _Prov._ XXXI. 6.

[8] _Prov._ XXXI. 4.

[9] Probabilmente il Chaucer ha tolto questa storia dal _Polycraticus,

sive de nugis Curialium et vestigiis Philosophorum_ di Giovanni da

Salisbury, che visse durante il regno di Enrico II, fu vescovo di

Chartres nel 1176, e morì nel 1180. Il testo del _Polycraticus_ (I,

5), nel quale però invece di Stilbone che si reca a Sparta si racconta

di un tal Chilone mandato ambasciatore a Corinto, dice così: «Chilon

Lacedaemonius, iungendae societatis causa missus Corinthum, duces

et seniores populi ludentes invenit in alea. Infecto itaque negotio

reversus est etc.» A questa stessa fonte il poeta ha attinto anche

l’altro aneddoto del re dei Parti che per dileggio mandò a Demetrio

(_Demetrius Nicator?_ Cfr, GIUSTINO, _Philip._ XXXVI. 1) un paio di

dadi.

[10] L’abbazia di Hailes in Glaucestershire fondata da Riccardo di

Cornovaglia fratello di Enrico III. Cfr. TYRWHITT, _op. cit., n._

[11] L’espressione inglese è _drawing cut_, ed è quella stessa che

ricorre anche nel prologo generale (v. pag. 64), dove io, non essendo

riuscito, allora, a capirne il significato preciso, l’ho tradotta:

_fare al conto_. Una nota del Froissart, che pur troppo ho veduto

quando il prologo era già stampato, mi ha condotto poi a quest’altra

spiegazione che è, probabilmente, la vera. _Drawing cut_, secondo il

Froissart, (cfr. TYRWHITT, _op. cit., n._) corrisponde all’espressione

francese: _tirer à la longue_, (o _courte_) _paille_. È molto

verisimile, infatti, che _cut_ (tagliato) stia ad indicare la paglia

tagliata in pezzetti di differente lunghezza. La sorte cadeva su colui,

che dal fascetto dei pezzi di paglia tenuti stretti in una mano da uno

dei presenti, tirava fuori la paglia più lunga, o più corta, secondo

quello che era stato convenuto prima. Questa espressione si trova anche

in una filastrocca francese che incomincia così:

Il était un petit navire,

il était un petit navire,

qui n’avait ja–jamais navigué,

qui n’avait ja–jamais navigué...

e in cui si trova questa strofe:

On tira au sort _la courte paille_,

on tira au sort _la courte paille_

pour savoir qui–qui serait mangé,

pour savoir qui–qui serait mangé....

[12] Antica moneta inglese.

IL CANTARE DI SER THOPAS

[1] Il miracolo al quale qui si accenna è quello con cui finisce la

novella raccontata precedentemente dalla madre superiora (cfr. Prologo

gen., pag. 6).

[2] Il Chaucer immagina di aver preso parte anch’egli al pellegrinaggio

a Canterbury, insieme con tutti gli altri personaggi da lui descritti

nel prologo (cfr. Prologo, pag. 30), quindi, venuto il suo turno, fu

pregato anche lui dall’oste di fare il suo racconto.

[3] Ho tradotto la voce _payndemayn_ del testo secondo la spiegazione

proposta dal Tyrwhitt, il quale afferma che la provincia di Maine era

rinomata, al tempo del Chaucer, per la finezza e bianchezza del pane.

L’etimologia, da altri supposta, da _panis matutinus_ (_pain de matin_)

è dimostrata erronea dallo Skeat (_op. cit., n._). L’Hertzberg traduce

semplicemente: _Semmelbrod_.

[4] jane (da _Janua=Genoa_). Antica moneta genovese, che non so se

corrispondesse, in realtà, alla genovina.

[5] Letteralmente: o buona a conservarsi anche nel baule (_Or far to

lay in cofre_).

[6] _So swette, that men might him wrynge_ (Sudava tanto, che si poteva

strizzare come un panno fradicio.)

[7] Termagante (_Termagaunt_) o Tervagante era, nella letteratura

popolare del medio evo, un dio dei saraceni e dei pagani, terribile

per la sua prepotente violenza. Il Bell (_op. cit., n._) riferisce

una romanza cavalieresca intitolata _The King of Tars_, nella quale

il Soldano fattosi cristiano distrugge tutte le immagini dei suoi

falsi dei, e fra le altre anche quella di Termagante. Il nome è di

origine sassone (_tyr–magan_), ed è rimasto nel moderno _termagant_ che

significa, appunto, _turbolento_, _arrogante_.

[8] Gli antichi _gestours_ (cantori di geste) qui nominati,

cominciarono col cantare fatti e avventure di eroi (_gesta_) presso a

poco come gli antichi rapsodi in Grecia. Poi fecero oggetto dei loro

canti, insieme con i menestrelli (_mynstrales_) storie romanzesche di

armi e di amori, recitando perfino delle vere epopee come quella del

_Buovo d’Antona_. (_Bevys of Hampton_). Cfr. TYRWHITT, _op. cit., n._

[9] Leggo col Wright e col Bell:

_And made him eek in a maselyn a real spicerye of gyngebred etc._

[10] Il testo dice veramente: _His sadel was of royel boon_. Che cosa

fosse il _royel boon_ nessuno lo spiega. Il Wright nota che ad ogni

modo si deve intendere senza dubbio un materiale che serviva per

fare delle selle speciali per valore e bellezza. E cita in proposito

un’antica ballata: _Thomas and the Elf Queen_, nella quale è detto che

la sella con cui cavalcava la regina delle fate era:

_of reuylle bone,_ _Semely mas that sight to se, Stifly sette with

precious stone._

[11] Il testo dice precisamente: _Lo, lordes, heer is a fyt_. Per

l’origine e il significato della parola _fyt_ che gli scrittori anglo

sassoni adoperarono per indicare i diversi periodi metrici e musicali

di questi cantari romanzeschi, vedi ciò che riferisce il Bell (_op.

cit., n._)

[12] Il Chaucer ricorda qui, molto opportunamente, fra i vecchi cantari

cavaliereschi, dei quali le avventure di Ser Thopas sono una spiritosa

parodia, alcuni di quelli che erano più in voga, in Inghilterra, al

tempo suo. La storia del giovine Horn (_Horn child_) si conserva anche

in lingua anglo–normanna, ed è una delle saghe più antiche della

letteratura inglese. Quella di Ipotis (_Ypotis_), piuttosto che un vero

e proprio romanzo è una leggenda sacra. La materia romanzesca di ser

Bevis (_Bevys_) è quella stessa della rozza epopea del Buovo d’Antona.

In ser Guy (_sir Gy_) abbiamo la nota saga di _Guy of Warwick_, il

quale combattè con un drago in Northumberland. Il romanzo di ser

Libeaux cioè: «Il bello sconosciuto» (_Ly beau desconus_), appartiene

al ciclo brettone del re Artù; dell’ultimo intitolato _Pleyndamour_

o _Blandamour_ non si ha notizia, solo lo troviamo ricordato in

_sir Libeaux_. Per la storia e il testo di questi antichi cantari

d’Inghilterra cfr. WARTON, _Op. cit._ ELLIS, _Specimens of Early Eng.

Romances_. RITSON, _Op. cit._ PERCY, _Essay on ancient metr. Rom._,

e _Reliques of ant. Engl. Poetry_. BERNHARD TEN BRINK _Alte Engl.

Literatur._

[13] Il romanzo di Ser Percival (_sir Percivelle_) è attribuito a

Chrestien de Troyes, e fu scritto secondo il Warton prima del 1191. Per

le sue relazioni con la leggenda del Graal vedi BELL, _op. cit., n,_ e

DUNLOP, _Hist. of Prose Fict_ion, I, 160 sgg. e 172 sgg.

[14] Il trattato di cui parla il Chaucer è _Le Livre de Melibée et de

Dame Prudence_, dal quale il poeta ha tradotto quasi letteralmente il

suo secondo racconto, che è intitolato: La novella di Melibeo. La fonte

originale di questa storia, non è però il testo francese di cui si

valse il Chaucer, ma il Liber _Consolationis et Consilii_ di Albertano

da Brescia.

INDICE

PREFAZIONE Pag. iii

Prologo » 1

Novella del cavaliere » 47

Novella del giureconsulto » 147

Novella del chierico di Oxford » 205

Novella del mercante d’indulgenze » 265

Il cantare di ser Thopas » 303

Note » 319

_Stampato

il dì 20 luglio MDCCCXCVII

nella tipografia della ditta N. Zanichelli

in Bologna._

Dalle Novelle di Canterbury · 第 15 / 15 段