di riprenderti tutta la dote e tutta la roba che mi hai portato.
Ritorna alla casa di tuo padre, e pensa che in questo mondo non si può
sempre essere contenti. Io, per conto mio, non posso fare altro che
consigliarti a sopportare di buon animo i capricci della fortuna.»
Ed essa con la sua solita pazienza rispose: «Signor mio, io lo sapevo
benissimo, e sempre lo pensavo, che la mia povertà non poteva stare
accanto alla vostra ricchezza; e non mi sono mai creduta degna di
essere, non dico la moglie vostra, ma neppure la vostra cameriera.
E Dio può essere testimone, per l’anima mia, che io in questa casa,
della quale voi mi avete fatto signora, non mi sono mai considerata nè
signora nè padrona, ma sempre umile serva vostra; e tale sarò più di
ogni altro finchè il cielo mi darà vita.
Della bontà che avete avuto, di tenermi per così lungo tempo in tanto
onore e in tanta nobiltà; mentre io ne ero indegna, ringrazio Dio e
voi, pregando che siate ricompensato. E senz’altro me ne ritorno,
volentieri, a casa di mio padre, per rimanere con lui finchè vivrò.
Là ho vissuto bambina, e sono cresciuta; e là finirò, vedova e senza
altri affetti, la mia vita. Poichè dal momento che ho dato a voi la mia
gioventù, e sono la vostra legittima moglie, Dio mi guarderà bene dal
prendere un altro marito.
Il Signore possa concedervi fortuna e prosperità con la vostra nuova
moglie, alla quale io cedo, di buon animo, il mio posto, dove sono
stata sempre felicissima. Giacchè vi piace che la mia felicità sia
finita, e che io me ne vada, me ne andrò quando vorrete.
In quanto alla concessione che mi fate, di lasciarmi andar via con la
dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei
poveri panni, che non erano niente di bello davvero: ma non ostante ben
difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! eravate così cortese
e gentile il giorno del nostro matrimonio!
Ma è ben vero quel che si dice (lo so per prova):—amore non è mai tanto
vecchio, come quando è nuovo.—Siate sicuro, però, signor mio, che per
amor vostro non mi sarebbe grave neppur la morte: e non sarà mai che io
mi penta, in alcun modo, di avervi dato, con me stessa, tutto il mio
cuore.
Vi ricorderete, signor mio, che prima di condurmi in casa vostra, mi
faceste strappare di dosso le mie povere vesti, e mi regalaste voi
stesso degli abiti ricchissimi; quindi io non vi portai altra dote,
senza dubbio, che la mia fedeltà, la mia povertà, e la mia gioventù.
Eccovi i vostri abiti e il vostro anello: ve li restituisco per sempre.
Tutte le altre gioie, posso assicurarvelo, sono in ordine in camera
vostra. Io uscii nuda dalla casa di mio padre, ed è giusto che vi
ritorni nuda. Son pronta a fare tutto ciò che volete: ma spero che non
vorrete farmi uscire di casa vostra senza camicia.
Voi non farete una cosa tanto indegna, e non permetterete che io,
tornandomene a casa, mostri nudo il corpo, che ha creato i vostri
figli. Non vogliate, per pietà, cacciarmi nella strada come un cane:
pensate che per quanto indegnamente, io sono stata la moglie vostra.
In ricompensa della verginità che pur vi ho portato, e non mi è
concesso riportar via, lasciatemi almeno la camicia che ho indosso;
affinchè possa coprirne il corpo di colei, che fu vostra moglie: ed
ora, signor mio, me ne vado, perchè non vi abbiate a seccare.»
«La camicia che hai indosso, rispose Gualtieri, lasciatela pure, e
portala via con te.» E tosto uscì dalla stanza, perchè la pietà e la
compassione gli impedivano quasi di parlare. Griselda lì stesso si
spogliò, e in camicia, scalza e senza niente in capo, s’incamminò verso
la casa di suo padre.
La gente la seguiva, con le lagrime agli occhi, lungo la via, e
imprecava, andando, al destino. Ma essa non piangeva e non parlava. Il
padre, che ne fu subito avvisato, malediva il giorno e l’ora in cui
egli era venuto al mondo.
Il povero vecchio aveva sempre sospettato di questo matrimonio; e
pensò sempre, fin da principio, che il marchese, soddisfatto il suo
capriccio, avrebbe considerato la sconvenienza di essere sceso così in
basso, e un bel giorno all’improvviso l’avrebbe mandata via.
Avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in camicia, in
fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che
essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla, alla
meglio, con quella; ma non potè mettergliela indosso: che era troppo
mal ridotta pel molto tempo trascorso, dal giorno che Griselda era
andata a nozze.
Questo fiore di vera pazienza, ritornata per qualche tempo col padre
suo, in tal modo si diportò, che mai, nè in presenza d’altri nè sola,
mostrò di sentirsi offesa; e non disse mai parola, non fece mai cenno,
che ricordasse il suo antico stato.
E non c’è da meravigliarsene, poichè in mezzo alla nobiltà e alle
ricchezze si mostrò sempre umilissima: ghiottonerie, raffinatezze,
lusso, magnificenza, non seppe mai che cosa fossero. E fu sempre buona,
paziente, modesta, rispettosa, e sempre sottoposta e obbediente al
marito.
Tutti parlano di Giobbe e della sua pazienza, perchè i dotti scrivono
degli uomini quello che vogliono; ma in realtà, per quanto ai dotti
piacciano poco le donne, non c’è uomo che abbia la pazienza di una
donna; ed è un caso proprio raro, trovare uno che abbia solo la metà
della costanza femminile.
PARS SEXTA
Il conte di Pavia giungeva ormai da Bologna, e già si era sparsa da
per tutto la notizia del suo arrivo: e tutti sapevano, anche, ch’egli
portava con sè la nuova marchesa di Saluzzo, con una pompa così
splendida, che nessuno aveva mai visto l’uguale in tutto l’occidente
della Lombardia.
Gualtieri che aveva preparato tutto questo, e sapeva tutto, prima che
arrivasse il Conte, mandò a chiamare la povera e semplice Griselda,
che subito venne, ed umile e con volto sereno, senza alcun rancore
nell’animo, s’inginocchiò davanti a lui, salutandolo rispettosamente e
con bel garbo.
«Griselda, le disse egli, io voglio che la giovinetta che dovrà
essere unita in matrimonio con me, domani sia ricevuta in casa mia più
splendidamente che sia possibile: e desidero che ognuno, secondo il
suo grado, sia trattato e servito come si deve, e in modo da restarne
soddisfatto.
Certamente le donne che ho non mi bastano per mettere in ordine le
stanze a modo mio; perciò vorrei che a tutto questo ci pensassi tu, che
sai da molto tempo, come io voglio fatte le cose. Il tuo abbigliamento
è brutto e poco conveniente, ma non vuol dir nulla, purchè tu faccia il
tuo dovere.»
«Signore, rispose Griselda, io non solo sono contenta di fare cosa
grata a voi, ma desidero di servirvi sempre con tutta la mia volontà,
in quello che posso: e non mai, per nessuna ragione, cesserò di amarvi
con tutta la sincerità e tutta la passione dell’anima mia.»
Ciò detto cominciò ad ornare la casa, a preparare le tavole, e
rifare i letti, e con tutto l’impegno cercò di fare del suo meglio;
raccomandandosi ai servi che per lo amore di Dio facessero presto, e
senza perder tempo spazzassero e spolverassero. E lei stessa dandosi da
fare più di tutti, mise in ordine le stanze e la sala.
Verso le nove il conte di Pavia, arrivato coi due ragazzi, scendeva con
essi da cavallo, e tutti correvano a vedere il loro ricco e splendido
abbigliamento: e dicevano che Gualtieri non l’aveva pensata male a
cambiare moglie, giacchè il cambio non era cattivo.
Questa, secondo il giudizio di tutti, era più bella e più giovane di
Griselda, e avrebbe messo al mondo dei figliuoli più belli e più cari
a tutti per l’alto suo lignaggio. Anche il fratello che l’accompagnava
era così bello che tutti lo guardavano con piacere, approvando la
risoluzione di Gualtieri.
«O popolo irrequieto, incostante e sempre infido, scontento e volubile
come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! Tu fai come
la luna che cresce e cala: sempre largo di applausi che non valgono un
soldo; il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova,
ed è un gran pazzo chi si affida a te.»
Così dicevano alcuni assennati cittadini, guardando meravigliati la
gente che correva di qua e di là, tutta contenta solamente all’idea di
avere una nuova signora. Ma torniamo a dire di Griselda, e della sua
pazienza.
Essa era tutta affaccendata a preparare per la festa, e senza punto
vergognarsi delle sue povere vesti, che in qualche posto erano anche
stracciate, corse insieme con gli altri alla porta, allegra e contenta,
a salutare la marchesa; poi se ne ritornò alle sue faccende.
Con tutta serenità di animo riceveva gli ordini di Gualtieri, e con
tanta sollecitudine li eseguiva, che non c’era mai nulla da ridire;
e tutti si meravigliavano come mai potesse essere vestita tanto
poveramente, mentre dimostrava un fare così nobile e tanta educazione;
e non potevano fare a meno di lodare la sua virtù.
Griselda intanto non finiva mai di ammirare, con tutta la schiettezza
dell’animo suo, la giovinetta e il fratello; e le lodi che ne faceva
erano così sincere, che tutti le trovavano giuste. Finalmente, giunta
l’ora di andare a tavola, Gualtieri fece chiamare Griselda, che era
tutta affaccendata nel salotto.
E le disse, quasi motteggiando: «Griselda, che te ne pare di questa mia
nuova moglie; è bella?» «È bellissima, signor mio, rispose: in fede mia
io non ho mai visto un’altra più bella di lei. Dio possa farvi felici e
contenti per tutta la vita.
Ma una cosa vorrei chiedervi e consigliarvi: non fate soffrire, coi
tormenti che avete inflitto a me, anche questa giovinetta; essa
è abituata più delicatamente, e forse non potrebbe sopportare la
sventura, come una disgraziata cresciuta nella miseria.»
Gualtieri, conosciuta ormai la pazienza, la serenità, e la semplicità
di Griselda, e convinto che per quanto egli faceva la poveretta, con
la sua solita innocenza, obbediva senza ribellarsi, cominciò a sentire
compassione di tanta femminile fermezza.
«Basta, Griselda mia, egli disse, lascia ogni dolore, e sii alfine
ricompensata; tu mi hai dato prova che la tua fedeltà e la tua bontà,
in qualunque condizione tu sia, sono quali nessun’altra donna ebbe
mai; vedo bene, cara moglie, quanto è grande la tua costanza.» E
stringendola fra le braccia, cominciò a baciarla.
Griselda, mezza trasecolata, non sentiva e non raccapezzava più nulla:
le pareva come di destarsi, ad un tratto, da un lungo sonno; fin che
a poco per volta, si scosse dal suo stupore. «Griselda, soggiunse
Gualtieri, per quel Dio che morì per noi, ti giuro che tu sei la moglie
mia; e che io non ne ho, e non ne ho mai avuta (salvi il Signore
l’anima mia, se è vero) nessun’altra.
Questa che tu hai creduto mia moglie, è la tua figliuola; questo
fanciullo è il mio vero erede, l’una e l’altro sono frutto del nostro
amore: io li ho fatti allevare a Bologna, nascostamente. Riprendili con
te, che non hai perduto nessun dei due.
Sappiano coloro che mi hanno accusato, che io non ho fatto questo
a fine di male, o per crudeltà, ma solamente per conoscere la tua
virtù: sappiano che io non ho fatto uccidere (Dio me ne liberi) i
miei figliuoli, ma li ho tenuti nascosti, per poter conoscere il tuo
carattere e la tua volontà.»
Griselda sentendo questo, venne meno dalla commozione e dalla gioia,
indi riavutasi un poco, chiamò a sè i suoi figliuoli, e in gran pianto
li abbracciava, e li baciava, con quella tenerezza che è propria di una
madre, bagnando loro di amare lagrime, il volto e i capelli.
Oh scena veramente pietosa, vederla cadere priva di sensi, e sentire la
sua voce sommessa! «Grazie, diceva al marito, grazie, signor mio: Iddio
possa ricompensarvi di avermi lasciato i miei figliuoli; or non mi
curo più di morire, poichè mi è ridonato il vostro affetto e il vostro
amore. Nessuna morte mi fa paura.
Cari, teneri, bei figliuoli miei, la vostra povera mamma vi aveva
creduti morti, divorati da rabbiosi cani o da qualche brutto animale;
ma Dio misericordioso, e il vostro amoroso babbo, vi hanno lasciati a
me.» E sì dicendo cadeva di nuovo in abbandono.
E abbracciando nel deliquio i suoi figliuoli, con tanta passione li
stringeva, che ci volle del buono e del bello, per levarglieli dalle
braccia. Quante anime pietose, in quel momento, dovettero piangere di
compassione! quanti furono costretti a farsi forza, per poter rimanere
vicino a Griselda!
Mentre Gualtieri cercava di calmarla e di farle dimenticare il suo
dolore, essa si alzò tutta confusa; e in mezzo alla gioia e alle feste
di tutti ritornò in sè. Fu allora una cosa, davvero, commovente, vedere
i modi affettuosi di Gualtieri, e la felicità che dimostravano tutti e
due, per essere ritornati insieme.
Le dame di corte le furono subito attorno, e la portarono in camera; e
spogliatala dei suoi poveri panni, le misero indosso un vestito tutto
d’oro che risplendeva come il sole. Indi con una corona di pietre
preziose in testa, la condussero nella sala, dove tutti con grande
onore l’ossequiarono.
Così finì in mezzo alla gioia questo pietoso giorno; e ognuno fece del
suo meglio per passarlo più lietamente che fosse possibile, fin che le
stelle cominciarono a brillare in cielo. Tutti trovarono questa festa
più bella e più splendida, di quella con la quale era stato celebrato
il matrimonio di Griselda.
Molti e molti anni felici passarono insieme Gualtieri e Griselda,
sempre d’amore e d’accordo; e Gualtieri, maritata la figlia a uno de’
più ricchi e nobili signori d’Italia, prese con sè alla sua corte il
vecchio Giannucole, perchè vi passasse tranquillo e contento il resto
della sua vita.
Morto Gualtieri, gli successe il figlio, il quale regnò in mezzo alla
pace e alla concordia; e fu fortunato nel suo matrimonio, anche senza
sperimentare la pazienza di sua moglie. Oggi il mondo non è più quello
di prima. Al quale proposito sentite che cosa dice l’autore della
novella.
Questa novella non è raccontata per mostrare che le mogli dovrebbero
avere la pazienza di Griselda, poichè non basterebbe tutta la loro
volontà per riuscirvi: ma per far vedere che ciascuno, nella propria
condizione, dovrebbe, come Griselda, saper sopportare fermamente la
sventura. Solo per questo dettò il Petrarca, in alto stile, la sua
novella.
Chè se Griselda ebbe tanta pazienza con un uomo, tanto più noi uomini
dobbiamo sopportare in pace quello che ci viene da Dio. Il quale ha
tutto il diritto di sperimentare ciò che ha creato; e non tenta,
infatti, come dice S. Giacomo nella sua epistola, se non gli uomini
ch’egli ha messo al mondo; e tutto il giorno, senza dubbio, ne mette
alla prova qualcuno.
Egli ci affligge colle più grandi sventure, per abituarci alla
sofferenza, e per farci, in qualche modo, migliori. Nè lo fa,
certamente, per conoscere la volontà nostra; poichè la nostra debolezza
gli è nota prima che noi veniamo al mondo. Giacchè adunque tutto egli
fa pel nostro bene, viviamo per sopportare virtuosamente.
Ed ora, signori miei, un’altra parola e ho finito: sarebbe ben
difficile, oggi, trovare in tutta una città due o tre donne che
avessero la pazienza di Griselda; poichè l’oro del quale esse rilucono,
è di così cattiva lega, che messo alla prova si spezzerebbe subito in
due parti.
E giacchè è così, io, per amore della donna di Bath[1] (che Dio salvi
lei e tutta la sua discendenza, poichè la sua morte sarebbe una gran
perdita), vi dirò allegramente, e con tutta la mia vena, una canzone
che vi metterà, se non m’inganno, di buon umore. Lasciamo, dunque, ogni
argomento serio, e state a sentire la mia canzone, che incomincia così.
Griselda è morta, e con lei anche la sua pazienza: l’una e l’altra
giacciono sepolte in Italia: perciò, lo dico a tutti, a nessun marito
venga in mente di sperimentare la pazienza di sua moglie, nella
speranza di trovarla una Griselda: chè certamente resterebbe deluso.
E voi, signore mogli, se siete davvero prudenti, non lasciate che
l’umiltà vi inchiodi la lingua: e non fate che un letterato debba
scrivere anche di voi una storia così meravigliosa, come quella
della buona e paziente Griselda; altrimenti finirete in bocca a
Chichevache[2].
Fate come l’eco, che ha sempre pronta la risposta: guardate di non
essere vittime della vostra innocenza, e sappiate farvi valere con
energia: questa lezione, imparatevela a mente pel bene vostro, giacchè
potrà esservi utile.
Se la vostra condizione è tale da rendervi forti al pari di un
cammello, difendetevi, e non sopportate offese. Se siete deboli per
sostenere la battaglia, mostrate i denti come una tigre delle Indie: e
strepitate, ve lo consiglio, come un buratto.
Non abbiate paura del marito, non vi lasciate imporre: anche s’egli
sarà chiuso in un’armatura di ferro, la punta della vostra aspra parola
gli passerà il petto e anche la testa. Lo volete mansueto come un
agnello? Stringetelo nei nodi della gelosia.
Se siete belle, mostratevi in società, e fate sfoggio dei vostri
abbigliamenti; chi è brutta, sia di manica larga, e cerchi di farsi
delle amicizie. Non vi abbandoni mai il buon umore: lasciate che il
marito si secchi, pianga, si arrabbi, e brontoli a piacer suo.
NOVELLA DEL MERCANTE D’INDULGENZE
PROLOGO
Il nostro oste si mise a gridare come un matto: «Capperi! Per i chiodi
della croce, e pel sangue del nostro Signore, che razza d’imbroglione
era quel giudice! Potessero morire arrabbiati i giudici come quello,
insieme con tutti i loro avvocati! Insomma quella povera innocente fu
ammazzata[1]! La pagò salata la sua bellezza. Ma non lo dico sempre
io? I doni del caso e della natura tutti i giorni costano la vita a
qualcheduno. Fu proprio la sua bellezza che l’ammazzò, non c’è che
dire. Poverina! Che brutta fine fece! S’ha un bel dire: quei doni che
dicevo dianzi, sono più un male che un bene.
Padron mio carissimo, la tua è stata davvero una pietosa storia. Basta,
non c’è che fare: tiriamo avanti. Dunque, caro dottore, io prego Dio
che ti conservi la salute, e protegga, insieme col tuo Ippocrate e il
tuo Galeno, anche le tue boccette d’orina e i tuoi barattoli. Prego
Dio e Maria Vergine che s’abbiano in gloria tutte le tue scatole di
pillole. La mia osteria faccia affari d’oro, quant’è vero che tu sei
una persona proprio come si deve, e alla pari di un prelato, per S.
Roniano[2].
Dico bene! Compatiscimi, sono un povero oste, e parlo come so: volevo
dire, insomma, che la tua novella mi ha fatto proprio male. Mi sento
un non so che qui al cuore. _Corpus Domini_, se non ci rimedio con un
buon bicchiere di birra, e se qualcuno non racconta subito una novella
un po’ più allegra, va a finire che mi viene il crepacuore per quella
povera ragazza. Mio _bel amy_, mercante di indulgenze, questa volta
tocca a te. Da bravo: raccontaci qualche barzelletta che ci metta un
po’ di allegria.»
«Subito, per S. Roniano. Ma prima permettetemi di bere, a questa
birreria, un bicchiere di birra e di mandar giù un boccone di
schiacciata.»
«Oh, intendiamoci, signor mercante: non vogliamo sentir
sguaiataggini. Vogliamo un po’ di morale: una novella dalla quale si
possa imparare qualche cosa. Allora sì che staremo tutt’orecchi.» «Va
bene (rispose), vi contenterò: lasciatemici pensare mentre bevo.»
NOVELLA
DEL MERCANTE DI INDULGENZE
Signori (cominciò egli a dire), dovete sapere, prima di tutto, che io,
quando predico in chiesa, cerco di farmi sentire più che posso, e la
mia parola vibra piena e sonora, come una campana; perchè oramai quello
che dico lo so tutto a memoria. L’argomento delle mie prediche è, ed è
sempre stato, questo qui: RADIX MALORUM EST CUPIDITAS.
Appena salito il pulpito, comincio col dire ai miei fedeli da qual
luogo vengo: poi faccio vedere che ho tutte le mie carte in regola,
e che la mia patente porta il bollo del nostro augusto sovrano. Lo
faccio, s’intende, per salvarmi le spalle, caso mai qualche chierico si
credesse di potermi disturbare nella sacra funzione di Cristo. Quindi
vuoto il sacco delle mie solite storielle. Tiro fuori bolle di papi, di
cardinali, di patriarchi e di vescovi, borbottando ogni tanto qualche
parola in latino, perchè la mia predica sia più saporita, e induca più
facilmente gli uomini alla devozione. Poi metto fuori i miei scatoloni
di vetro pieni di stracci e d’ossa, che passano per reliquie. Prendo in
mano un mozzicone di metallo a forma di scapola, e battezzandolo per
la spalla di una pecora che appartenne ad un giudeo divenuto santo,
comincio a dire: «Buona gente, fate attenzione alle mie parole. Vedete
quest’osso? Chiunque di voi ha una vacca, un vitello, una pecora, un
bue, con la pancia gonfia per aver mangiato, nell’erba, qualche verme
velenoso o per esserne stato morso, basta che tuffi quest’osso in una
fonte e lavi la lingua alla sua bestia con un po’ di quell’acqua, e la
bestia è bell’e guarita. Ma questo è poco: qualunque persona beverà a
quella fonte, guarirà subito del vaiolo, della tigna, e di ogni altra
malattia. State bene attenti, che non è mica finito!
Se chi ha del bestiame, tutte le settimane prima che il gallo faccia
chicchirichì beve, a digiuno, un sorso di quell’acqua miracolosa, in
capo all’anno avrà le stalle piene ed i granai zeppi. E queste non
sono frottole: fu quel santo giudeo che l’insegnò ai nostri nonni.
Finalmente, signori, quell’acqua ha un’altra virtù: è un rimedio
contro la gelosia. L’uomo per natura più pazzamente geloso bevendo di
quell’acqua non avrà mai alcun sospetto della moglie, quand’anche sia
sicuro che lei quel difettaccio ce l’ha. Lascerà che essa bazzichi
magari due o tre fratacchiotti, senza farci nemmeno caso.
Però vi debbo avvertire di una cosa: se per caso qui fra voi c’è
qualcuno che ha sulla coscienza uno di quei peccatacci che la vergogna
impedisce di confessare; se fra quante siete qui giovini e vecchie c’è
qualche cattiva moglie che ha fatto al marito ... quel brutto scherzo,
se ne può andare. Poichè a gente come quella io non permetto di venire
qua a fare offerte alle mie reliquie. Chi ha la coscienza tranquilla
si faccia pure avanti, e venga su ad offrire nel nome di Dio, che lo
assolverò di tutti i suoi peccati, con quella facoltà che mi è concessa
dalle carte che dianzi vi ho mostrato.»
Con questo gioco, da che faccio il mercante d’indulgenze, mi sono
sempre guadagnato cento marchi all’anno. Me ne sto bravamente nel mio
pulpito come un chierico, e quando vedo che la folla ha preso posto,
faccio la mia predica in quel modo che vi ho detto, infilzando almeno
un altro centinaio di frottole. Mentre parlo allungo il collo più che
posso fuori del pulpito, e accenno ora a questo ora a quello con la
testa, dimenandola a destra e a sinistra come fanno i colombi quando
tubano sul tetto del granaio. Le mie mani intanto volano per l’aria
gesticolando, e la lingua non canzona. Credete a me, dev’essere proprio
una bella scena vedermi almanaccare a quel modo! La mia predica non
tratta che del maledetto peccato dell’avarizia, per indurre i fedeli
ad essere liberali col prossimo, e prima di tutto con me. Poichè il
mio scopo non è quello di salvare gli uomini dal pericolo, ma quello
di far quattrini. Che cosa me ne importa a me, se quando sono morti
l’animaccia loro se ne va al diavolo!
Certo le mie prediche hanno spesso un fine che non è troppo santo:
alcune, per esempio, sono fatte per dare nel gusto alla gente, per
lusingarla e approfittarne a forza d’ipocrisia; altre per vanagloria,
ed altre in fine per odio. Poichè quando non posso vendicarmi con
altre armi, di chi ha offeso me e i miei confratelli, adopero la
lingua, e nelle mie prediche gli affibbio certe bottate che arrivano
fino all’osso. State sicuri che non può sfuggire ad una pubblica
diffamazione. Senza nominare alcuno io so toccare certi tasti, che
tutti capiscono subito, di chi parlo. Così sono solito pagare chi
ci dà noia; e santamente sputo il veleno che ho in corpo, senza
compromettermi. Insomma, ve lo ripeto, le mie prediche sono tutte
figlie della cupidigia, e perciò il mio tema è sempre quello: radIX
MALORUM EST CUPIDITAS.
Io predico come vedete, contro l’avidità, cioè contro il peccato che
tutti i giorni commetto. Ma per quanto grande peccatore mi sia, posso
distogliere gli altri dalla colpa, e farli pentire amaramente di averla
commessa. S’intende che non ne ho nessun merito, perchè io non parlo
che per cupidigia. Ma di questo, ormai, ne avrete abbastanza: andiamo
avanti.