preparativi pel suo matrimonio, sorgeva un ameno villaggio, dove alcuni
contadini avevano i loro bestiami e la loro casa, vivendo di quello che
con le loro fatiche ricavavano in gran copia dalla terra.
Fra questa povera gente viveva un uomo, il quale era ritenuto per
il più povero di tutti: ma talvolta sopra una misera stalla di bovi
l’Altissimo fa piovere la sua grazia; nel villaggio lo chiamavano
Giannucole. Egli aveva una figliola molto bella, che si chiamava
Griselda.
Ma per parlare di una bellezza piena di virtù, giacchè era la più
bella che esistesse sotto la cappa del sole, costei era venuta su pura
quanto si può essere: senza grilli pel capo; beveva più spesso al pozzo
che al tino, e perchè amava la virtù sapeva bene che cosa fosse il
lavoro, e non conosceva l’ozio.
Sebbene giovanissima, racchiudeva nel virginale suo petto un animo
serio e forte: stava attorno al povero vecchio di suo padre con mille
cure e mille tenerezze, menava a pascere pel campo un piccolo gregge,
filando; insomma non si fermava che quando dormiva.
Spesso, tornando a casa, portava cavoli ed altre erbe, che tagliava e
metteva a bollire per farci il suo desinare; poi rifaceva il suo letto,
tutt’altro che soffice, e attendeva al padre con tutto l’amore e tutte
le cure, con cui un figliolo può venerare il proprio genitore.
Già più di una volta il marchese aveva messo gli occhi sulla povera
Griselda, che per caso incontrava nel recarsi, cavalcando, alla caccia:
e allorchè la poteva spiare, non la guardava con ardente cupidigia,
ma ne osservava il volto con una certa mestizia, considerando in cuor
suo il carattere e la virtù di lei, non comuni, insieme con tanta
bellezza, in una fanciulla così giovane. E sebbene comunemente non sia
facile riconoscere la virtù, egli apprezzò bene la bontà di costei,
e determinò che nessun’altra donna che Griselda sposerebbe, se mai
dovesse prender moglie.
Arrivò il giorno stabilito per le nozze, e nessuno sapeva ancora chi
doveva essere la sposa; di che molti si meravigliavano, e dicevano
fra loro: «Che il signor nostro voglia persistere ancora nella sua
ostinatezza? che non voglia più ammogliarsi? Ahimè! perchè ingannare se
stesso e tutti noi in questo modo?»
Ma intanto Gualtieri aveva fatto fare per Griselda gioie ed anelli di
pietre preziose legate in oro e lapislazuli; e avea fatto prendere
la misura dei vestiti, e degli altri ornamenti necessarii pel giorno
delle nozze, sulla persona di una giovanetta che aveva presso a poco la
statura di Griselda.
Si avvicinavano le nove di questo stesso giorno, stabilito per lo
sposalizio, e tutto il palazzo era preparato per la festa: sale e
stanze, tutte erano addobbate come meglio si conveniva. Si vedevano
camere piene di squisita roba da mangiare, in così grande quantità, da
bastare per quanto durasse l’Italia.
Il marchese riccamente vestito, e con lui i gentiluomini e le dame che
erano stati invitati alla festa, e tutti i cavalieri del suo seguito,
si incamminarono, in mezzo a suoni di variata melodia, verso il
villaggio del quale ho parlato.
Griselda nulla sapendo (e Dio n’è testimone) che tutta questa festa si
faceva per lei, era andata a una fonte vicina a prendere l’acqua, e
tornava allora in fretta; poichè aveva sentito dire che il marchese in
quel giorno sarebbe andato a nozze; e voleva vedere qualche cosa.
Camminando, infatti, pensava: anch’io starò con le altre mie compagne
sull’uscio di casa, a vedere la marchesa; ma bisogna che sbrighi in un
batter d’occhio tutte le mie faccende: così se per andare al castello
passerà di qui, potrò vederla con tutto il mio comodo.
Mentre stava per mettere il piede sulla soglia, Gualtieri le fu vicino,
e cominciò a chiamarla; essa posò allora in terra la brocca sulla
soglia della stalla lì accanto, indi si lasciò cadere in ginocchio;
e così stette seria seria, finchè ebbe sentito che cosa voleva il
marchese.
Il quale pensoso in sembianti le rivolse poche parole, e disse:
«Griselda, dov’è tuo padre?» Ed essa con rispetto e tutta umile
rispose: «È qui in casa, signore.» E senz’altro, entrò e chiamò il
padre.
Gualtieri allora prese per mano il pover’uomo, e trattolo in disparte
gli disse: «Giannucole, io non so nè voglio tenerti più a lungo
nascosto un mio desiderio; se tu vi acconsenti, qualunque cosa possa
succederne, io uscendo di casa tua porterò via con me tua figlia, e la
terrò come mia moglie per tutta la sua vita.
So che tu mi vuoi bene e sei il più fedele dei miei sudditi; e
son sicuro che sei pronto a volere tutto quel che a me piace: però
rispondimi francamente a ciò che ti ho detto, cioè se sei disposto ad
accettarmi per tuo genero.»
L’inaspettata domanda colpì talmente il pover’uomo, che fattosi rosso,
e tutto confuso, non potè profferire che queste parole: «Signore, il
vostro volere è il mio, nè io voglio cosa che a voi non piaccia; fate
dunque, anche in questo, a modo vostro.»
«Allora, soggiunse il marchese dolcemente, andiamo con Griselda in
camera tua; ch’io vo’ domandarle se è contenta di divenire mia moglie,
e di stare con me. Tutto deve essere stabilito in tua presenza: io non
dirò parola che non sia da te sentita.»
Mentre se ne stavano in camera per combinare la faccenda, come poi
sentirete, la gente si faceva dentro, ed osservava meravigliata con
quanta proprietà e quanta cura la fanciulla tenesse il padre suo; ma
ben poteva meravigliarsi Griselda, che non aveva mai veduto succedere
simil cosa.
Ed è naturale ch’essa rimanesse stupefatta, a vedere in casa sua un
avvenimento così insolito; pel quale guardavasi attorno tutta pallida.
Ma per farvela corta, ecco le parole che il marchese rivolse alla
buona, sincera, ed onesta fanciulla.
«Griselda, sappi che tuo padre ed io abbiamo stabilito che tu divenga
mia moglie; anche tu, credo, ne sarai contenta: ma prima voglio
domandarti alcune cose, alle quali, poichè tutto si concluderà in
fretta e in furia, bisogna che tu mi dica subito se acconsenti.
Sei disposta a fare di buon animo ogni mio piacere, per modo che io
sia padrone, a mio capriccio, di farti ridere o soffrire, senza che tu
ti risenta mai; senza che tu dica di no a quello che vorrò io, o te
ne mostri adirata? Giurami questo, ed io concluderò qui stesso, con
giuramento, la nostra unione.»
Piena di meraviglia all’inaspettata proposta, e tutta tremante per
la paura, rispose essa: «Signore, io sono indegna dell’onore che voi
volete farmi, ma il vostro volere è il mio: e vi giuro che mai di mia
voglia io farò, o penserò, cosa contraria alla vostra volontà; anche se
voi vorrete la mia morte, sebbene mi dispiaccia di morire, io non vi
disobbedirò.»
«Basta così, Griselda mia» rispose Gualtieri; e sì dicendo,
tranquillamente uscì sulla porta di casa seguito da lei, e disse al
popolo: «Questa qui è la moglie che mi sono scelto; abbiatela in
reverenza, e amate, vi prego, lei che vuole a me tanto bene. Non ho
altro da dirvi.»
E perchè nulla della sua antica roba ella portasse nella casa maritale,
ordinò che lì stesso la spogliassero, tutta, alcune dame del suo
seguito. Le quali non furono molto liete di dover toccare le vesti che
Griselda aveva indosso: ma nondimeno vestirono tutta di nuovo, da capo
a piedi, la bella fanciulla.
Le ricomposero col pettine i capelli, che senza alcuna cura le
piovevano sulle spalle, indi con le gentili mani le misero la corona
in testa, e adornaronla con bei fermagli. Ma perchè farvi una storia
solamente del suo abbigliamento? Il popolo a mala pena la riconosceva,
tanta era la sua bellezza, così riccamente vestita.
Il marchese con un anello che all’uopo aveva portato la sposò, e
fattala montare sopra un cavallo bianco come la neve, e di bella
ambiadura, subito, in mezzo alla gioia del popolo che la accompagnava e
veniva ad incontrarla, la menò al suo palazzo. Così passarono tutto il
giorno, fino alla sera, in gran festa.
Or dunque, per affrettare la novella alla sua fine, tanto arrise il
cielo alla nuova marchesa, che non pareva possibile che fosse nata e
cresciuta fra mezzo a contadini, in una capanna o in una stalla di
buoi; ma sembrava educata alla corte di un imperatore.
E a tutti era divenuta così cara, tutti avevano per lei una venerazione
così grande, che quelli stessi del villaggio ov’essa era nata, i quali
l’avevano veduta crescere d’anno in anno fino da bambina, non credevano
più agli occhi propri, e avrebbero giurato che non era la figlia di
Giannucole, tanto la trovavano diversa da quella di prima.
Per quanto fosse stata sempre virtuosa, acquistò subito un fare così
squisito, dimostrò un’indole così buona e mite, così bei modi di
parlare, tanta affabilità, e a tal segno seppe cattivarsi la stima e
l’affetto di tutti, che chiunque la vedeva se ne innamorava.
La fama della sua bontà non si era sparsa solamente nella città di
Saluzzo; anche in molti altri luoghi non si faceva che parlarne: e si
divulgò tanto, che uomini e donne, giovani e vecchi, andavano apposta a
Saluzzo per vedere Griselda.
Così Gualtieri con umile matrimonio, ma virtuoso e felice, viveva
tranquillo nella pace domestica, e godeva il favore della sua gente:
la quale vedendo com’egli avesse conosciuto tanta virtù nascosta sotto
così povere vesti, lo stimava uomo savio, e raro.
Non solo alle faccende di casa rivolgeva Griselda tutte le sue cure,
ma al bisogno sapeva anche provvedere alle pubbliche cose; non c’era
discordia, rancore, o querela in tutta la sua terra, ch’essa non
riuscisse a quietare e comporre prontamente.
Presente o lontano il marito, se gentiluomini o altre persone del
paese venivano in lite, subito sapeva mettere la pace fra di loro; tale
virtù e maturità di consiglio possedeva, e tanta equità di giudizio,
che ognuno pensava che il cielo l’avesse mandata per il bene del
popolo, e per correggere ogni errore.
Non trascorse lungo tempo dal giorno delle nozze, che Griselda dette
alla luce una bambina; tutti avrebbero preferito un bambino; pure il
marchese e i suoi sudditi furono lieti del parto. Giacchè sebbene
Griselda avesse cominciato con una femmina, c’era tutta la possibilità,
dal momento che non era sterile, che facesse anche un maschio.
PARS TERTIA
Or accadde, quando la bambina era ancora lattante, che a Gualtieri
venne così vivo desiderio nell’animo, di tentare la fermezza di sua
moglie, che non seppe liberarsi da sì strana voglia; e pensò, Dio sa
quanto ingiustamente, di volerle fare grande paura.
Altre volte aveva messo alla prova Griselda, e sempre ne era rimasto
soddisfatto; perchè dunque tentarla ancora, e sempre con più dure
prove? Per quanto alcuni trovino da lodare, in ciò, un’alzata
d’ingegno, a me sembra cosa molto crudele, tormentare senza ragione una
povera moglie, con angosce e paure.
Ma ecco che cosa pensò di fare; una sera si presentò a lei, e
mostrandosi serio e turbato nel volto, le disse: «Griselda, non avrai
dimenticato, son sicuro, che un giorno ti tolsi dalla miseria, per
farti diventare una nobile signora.
L’alta posizione nella quale ti ho messo, spero che non ti abbia fatto
scordare, che io ti ho levato da una condizione molto bassa: devi ben
ricordarlo. Fa attenzione, ora, alle mie parole, che nessuno sentirà,
poichè siamo soli.
Tu sai, come ti dicevo, in qual modo sei venuta, or non è molto, in
casa mia; non ostante a me sei carissima: ma non così, per altro,
ai gentiluomini della mia corte. I quali dicono che è per loro gran
vergogna e dispiacere, l’essere sudditi e dipendenti di una donna del
volgo.
Da quando è nata la bambina, hanno incominciato a spargere queste
voci; io desidero di vivere in pace con tutti, e non posso, quindi,
fare a meno di esserne preoccupato. E son costretto a fare della figlia
tua, non quello che piace a me, ma quello che vogliono loro.
Dio sa quanto mi costa il dirtelo: ma d’altra parte non voglio fare
cosa senza che tu lo sappia, e voglio, anzi, che tu vi acconsenta. È
giunto per te il momento di mettere in opera tutta la pazienza, che mi
giurasti di avere il giorno stesso che sposammo in casa tua.»
Griselda non si scosse minimamente a queste parole, e tranquilla e
serena (pareva che non se ne desse alcun pensiero), rispose: «Signore,
come vi piace: io e la bambina siamo cosa vostra; e di ciò che è vostro
voi potete fare quello che credete.
Purchè Dio salvi l’anima mia, non c’è nulla che a voi piaccia, che
possa dispiacere a me. Nessuna cosa desidero di conservare, nessuna
temo di perdere fuor che voi: questo è il proponimento che ho fatto,
dal quale nè il tempo nè la morte potranno rimuovere l’animo mio.»
Gualtieri fu tutto contento della risposta della moglie, ma fece finta
di essere arrabbiato; e stette tetro e pensieroso, finchè fu fuori
della stanza. Quindi uscito di casa, e allontanatosi quasi un quarto di
miglio, confidò tutto il suo disegno a uno scudiere, e tosto lo mandò
dalla moglie.
Questi aveva dato prova più volte di grande fedeltà in affari di grave
importanza, ed amava e venerava il suo signore: ma pur troppo questa
gente deve prestarsi, qualche volta, anche al male. Secondo l’ordine
ricevuto, adunque, si presentò zitto e cheto in camera di Griselda.
E le disse: «Signora, perdonatemi, ma io faccio una cosa alla quale
sono costretto: voi che siete tanto savia, capite meglio di me che gli
ordini del marchese bisogna eseguirli appuntino; crudeli e da biasimare
quanto si voglia, ma è necessario obbedire. E così farò senz’altro.
Ho avuto ordine di prendere questa bambina,» soggiunse, e subito la
prese con cattiva maniera, e prima di andarsene fece atto che dovesse
ucciderla. Griselda sopportava tutto senza dir nulla: e timida come un
agnello se ne stava tranquillamente a sedere, lasciando che il barbaro
scudiere facesse tutto ciò che voleva.
Il cattivo nome e la faccia di quell’uomo le erano sospetti; la sua
parola e il momento nel quale egli faceva tutto questo le mettevano
paura: ahimè! la sua bambina, alla quale voleva tanto bene, glie
l’avrebbe, certamente, fatta morire. Tuttavia senza un sospiro, senza
una lacrima, si sottopose alla volontà del marchese.
Finalmente ruppe il silenzio, e tutta umile (come se avesse dovuto
trattare con un vero gentiluomo) pregò il servo che le permettesse di
baciare la sua bambina, prima che glie la facessero morire: e presala,
con grande mestizia, in collo, le dette la sua benedizione; poi
cominciò a cullarla fra le sue braccia, e a baciarla.
E le disse con affetto: «Addio, figlia mia, io non ti rivedrò più, ma
poichè ti ho fatto il segno della croce, sarai benedetta dal Signor
nostro, che morì, per noi, crocifisso: raccomando a lui l’anima tua,
mia povera piccina, giacchè stanotte, per colpa mia, dovrai morire.»
Io credo, che neppure la pietà di una balia reggerebbe a vedersi
portar via il bambino: pensi quindi ciascuno, che cosa avrebbe dovuto
fare la misera madre, eppure, tanta era la sua fermezza, che tutto
sopportò con pazienza, e disse a quell’uomo: «Eccovi, la bambina,
prendetevela.»
E consegnandogli la piccina, soggiunse: «Andate, fate ciò che il signor
mio vi ha comandato di fare; solamente fatemi questa grazia, se egli
non ve lo ha proibito: sotterrate il suo corpicino, in qualche luogo,
affinchè le bestie e gli uccelli non lo divorino.» Ma quegli, senza
nemmeno rispondere, prese la bambina e se ne andò.
E recatosi dal marchese, gli raccontò per filo e per segno, in poche
parole, quello che aveva detto e fatto Griselda; indi gli consegnò la
bambina. Gualtieri provò un senso di compassione, ma non si mosse dal
suo proposito, come quegli che voleva fatta la sua volontà.
Ordinò al suo scudiero di fasciare, di nascosto, e coprire adagino
e con ogni cura la creaturina, e di metterla dentro una cesta o
avvolgerla in una veste, senza che alcuno, pena la sua testa, scoprisse
donde egli veniva, e dove andava.
La portasse, così nascosta, a Bologna, in casa della sorella di lui,
ch’era allora contessa di Pavia; e mettendo costei a parte di tutto,
la pregasse di allevare con ogni cura la bambina, senza mai dire, a
qualunque costo, di chi fosse figliuola.
Questi andò, e fece, scrupolosamente, quanto gli era stato ordinato.
Ma torniamo al marchese. Egli andava sempre fantasticando, se mai
potesse capire dall’aspetto, o dalle parole della moglie, ch’ella fosse
cambiata. Ma la trovava sempre ugualmente affabile e gentile.
La stessa bontà, la stessa dolcezza, la sua solita attività nelle
faccende domestiche, lo stesso amore per lui: insomma, in tutto e per
tutto era savia come prima. Non fece mai parola della sua bambina, e
non si provò neppure a nominarla. Per grandi che fossero le sue pene e
le sue sventure, non mostrò alcun cambiamento.
PARS QUARTA
Passarono così quattro anni, prima che Griselda di nuovo ingravidasse;
ma questa volta, come a Dio piacque, fece al suo Gualtieri un maschio,
che era un miracolo di grazia e di bellezza. Di ciò non solo il padre
fu lietissimo, ma il paese tutto n’ebbe sì gran gioia, che levò
preghiere di ringraziamento al Signore.
Il bambino aveva due anni, e già da qualche tempo era stato divezzato,
quando un giorno venne l’estro al marchese, di tentare un’altra volta
la pazienza della moglie. A inutile prova era messa, ahimè! ma i mariti
son senza discrezione, quando trovano una poveretta che sopporta.
«Moglie mia, le disse un giorno, sai bene che il mio popolo è sempre
stato scontento del nostro matrimonio: ma dal giorno che partoristi
questo maschio, le cose sono andate di male in peggio; e corrono, ora,
delle voci così brutte, che sono proprio sgomento, e sento sanguinarmi
il cuore.
—Dunque (dicono tutti), morto Gualtieri, gli succederà il nipote di
Giannucole, e lo avremo nostro signore?—Ora, non v’ ha dubbio che io
debbo darmene pensiero: poichè, sebbene nessuno osi parlare in presenza
mia, la cosa mi dispiace.
Io voglio, finchè è possibile, godere la mia tranquillità; perciò sono
disposto assolutamente a fare del bambino ciò che ho fatto, di notte e
senza che nessuno se ne sia accorto, della sua sorella. Te ne avverto,
perchè la cosa riuscendo improvvisa, non debba esserti troppo dolorosa;
cerca, dunque, di aver pazienza anche questa volta.»
«Vi ho detto, rispose Griselda, e sempre ve lo ripeterò, che io non
voglio, e non vorrò mai, che ciò che a voi piace: io non mi risento, se
per ordine vostro mi vengono uccisi i figliuoli. Rinunzio volentieri
alla gioia che avrei avuto dalle mie due creaturine: come ho sofferto
per averle, soffrirò per perderle.
Voi siete il signor mio; fate quello che vi piace, e non vi curate di
me: con le mie povere vesti io ho lasciato a casa la mia volontà e
la mia libertà; perciò potete fare quello che volete, sicuro che vi
obbedirò.
Se io potessi leggervi nell’animo, vorrei soddisfare ogni vostro
desiderio prima che voi parlaste: quando poi so che cosa desiderate,
immaginatevi se faccio di tutto per contentarvi. Quando sapessi che vi
fosse cara la mia morte, morirei ben volentieri, per farvi piacere.
L’amore che ho per voi è più potente della morte. «Il marchese vedendo
la costanza della moglie, abbassò gli occhi, meravigliandosi che una
donna potesse sopportare tutto questo; e con aspetto burbero, ma invece
lieto in cuor suo, uscì.
Il solito omaccio si presentò a Griselda, e nello stesso modo col quale
le aveva portato via la figliuola (e più crudelmente, se fosse stato
possibile) le prese anche il bellissimo fanciullo. Sempre con la stessa
pazienza, e senza scomporsi, essa lo lasciò fare, baciando il suo
bambino, e benedicendolo.
E come aveva fatto la prima volta, pregò costui se nulla glie lo
vietasse, di voler dare sepoltura alle tenere membra del suo piccino,
che erano così graziose, affinchè non rimanessero preda di qualche
uccellaccio, o di qualche brutto animale. Ma anche questa volta rimase
senza risposta: chè quegli di niente curandosi, e secondo gli ordini
ricevuti, prese il bambino e lo portò, con ogni cura, a Bologna.
Il marchese sempre più ammirava la pazienza di Griselda; e se non fosse
stato più che sicuro, che essa voleva un gran bene ai suoi figliuoli,
avrebbe creduto che fosse in lei, non fermezza d’animo, ma astuzia,
malizia, e cattivo cuore.
Ma invece egli sapeva bene che Griselda, dopo di lui, nulla aveva così
caro al mondo, quanto i propri figli. Ditemi voi, donne, per favore, se
queste prove non sarebbero state sufficienti! Che cosa avrebbe potuto
ancora immaginare la rigida ostinazione di un marito, per provare la
virtù e la pazienza di sua moglie?
Ma c’è, pur troppo, certa gente, che quando si ficca in capo un’idea,
non se la leva più, a nessun costo: così appunto, si era ostinato
Gualtieri nel proponimento fatto, di tentare la pazienza e la costanza
della moglie.
Teneva sempre d’occhio Griselda, per vedere se una parola, uno sguardo,
rivelasse, in lei, qualche cambiamento: ma la trovava sempre dello
stesso umore, e col suo solito aspetto. Anzi, ogni giorno che passava,
essa si mostrava sempre più amorosa e più piena di cure per lui.
Di guisa che sembrava che avessero un sol volere in due; piacendo
a lei tutto quello che piaceva a Gualtieri. E di ciò sia lodato il
Signore: giacchè così doveva essere per il bene di tutti. Pareva che i
suoi affanni non fosser suoi; non aveva altra volontà che quella del
marito.
Ma un bel giorno si cominciò, da per tutto, a parlare delle stranezze
di Gualtieri; e a mormorare ch’egli crudelmente aveva fatto uccidere,
di nascosto, i suoi bambini, pentito di avere sposato una povera
contadina. Nessuno sapeva che tutti e due erano vivi.
E queste voci fecero sì, che mentre prima tutti lo amavano,
cominciarono a non poterlo più vedere, sotto l’orribile accusa di
assassino. Non ostante questo, egli non abbandonò, nè punto nè poco, il
suo proponimento, di mettere ancora alla prova la moglie.
Allorchè la sua bambina ebbe compiuto il dodicesimo anno, mandò un
suo ambasciatore alla Corte di Roma (che aveva prima informata del
suo disegno), perchè gli procurasse in qualche modo delle carte, che
dovevano servire al suo crudele scopo; dalle quali risultasse che il
papa gli permetteva, per ristabilire la pace nel popolo di Saluzzo, di
sposare un’altra donna.
Ordinò, insomma, che si falsificasse una bolla papale, nella quale si
dicesse ch’egli era libero di abbandonare la prima moglie, col permesso
del papa, per far cessare i malumori che erano nati fra lui e i suoi
sudditi. La bolla, in questi termini precisi concepita, fu tosto
pubblicata.
Il popolo, ignorante com’è, vi credè subito; Griselda ne fu, c’è da
immaginarselo, addoloratissima: ma ormai con la sua solita pazienza, la
poveretta era disposta a sopportare in pace l’avversa fortuna.
Le bastava di sapere sempre contento colui, al quale aveva dato il
suo cuore, e tutta se stessa. Ma per farvela corta, il marchese,
intanto, scrisse una lettera, in cui esponeva tutto il suo disegno;
e di nascosto la spedì a Bologna al conte di Pavia, marito di sua
sorella, pregandolo vivamente di riportargli, con gran pompa, i suoi
due figliuoli; senza dire ad alcuno chi fosse il padre loro.
Dicesse, invece, che la fanciulla doveva sposare il marchese di
Saluzzo. Così, infatti, fece il conte di Pavia; e verso sera si mosse,
con gran seguito di cavalieri, alla volta di Saluzzo, per scortare la
fanciulla; accanto alla quale cavalcava il giovine fratello.
La bella giovinetta, tutta adorna di pietre preziose, era vestita come
se andasse veramente a nozze; anche il fratello, un fanciulletto di
sette anni, era riccamente vestito e tutto elegante. Così in gran pompa
e con gran festa cavalcando, si avvicinavano, di giorno in giorno, a
Saluzzo.
PARS QUINTA
Intanto Gualtieri, persistendo nel suo crudele proposito di sottoporre
a un’ultima e più dura prova la moglie, per essere pienamente sicuro
ch’ella fosse sempre paziente come prima, un giorno, in presenza di
tutti, le disse risentito:
«Griselda, io sono stato contentissimo, senza dubbio, di averti
sposato, per la tua bontà, per la tua fedeltà, e per la tua obbedienza:
non così però pel casato che porti, e per la tua dote. Ho dovuto
convincermi, s’io non m’inganno, che la nobiltà e la potenza hanno pur
molte schiavitù.
Io non posso fare come un bifolco qualunque: i miei sudditi mi
costringono a prendere un’altra moglie, e il papa stesso lo permette,
perchè tutto torni in pace. Ti dico dunque sinceramente, che la mia
nuova moglie è già in viaggio.