Il messaggio la mattina svegliatosi prese la via pel castello, e portò

la lettera al Castellano, il quale quando la lesse non potè fare a meno

di dire: «Ahimè, ahimè! Cristo Signor nostro, come può durare questo

mondo con gente così piena di malvagità?

Dio possente, se questo è il tuo volere, poichè tu sei giudice

infallibile, come puoi tu permettere che muoia l’innocenza, e la gente

malvagia regni in prosperità?—O buona Costanza, ahimè, povero me, io

debbo essere il tuo carnefice, o morire di una vergognosa morte, senza

scampo.»

Tutti, giovani e vecchi, quando seppero che il re aveva mandato quella

maledetta lettera, si misero a piangere: Costanza con la faccia pallida

come quella di un morto, il quarto giorno si avviò verso il bastimento.

E nonostante il suo dolore sopportò di buon animo il volere di Cristo,

e inginocchiatasi sulla spiaggia, disse: «Signore, sia sempre ben

venuto ciò che tu mi mandi.

Colui che mi salvò dalla falsa accusa mentre ero qui fra voi in questa

terra, mi può proteggere dal male e dalla vergogna in mezzo al mare

salato, sebbene a me non sia dato ora di vedere come potrà salvarmi. Ma

Egli è ancora potente come è stato sempre, ed io ho fede in Lui e nella

sua cara Madre. Egli è la mia vela e il mio timone.»

Il bambino le piangeva fra le braccia; allora lei inginocchiatasi,

amorosamente gli disse: «Taci, figliolino mio, io non ti farò alcun

male.» Indi si levò di testa il fazzoletto, e con quello gli coprì il

viso, e cominciò a cullarlo tra le braccia, in fretta, levando gli

occhi al cielo.

Poi disse: «Madre, vergine santa Maria, per colpa purtroppo della

donna, il genere umano fu perduto e condannato a morte, e per questo il

figlio tuo fu messo in croce. Gli occhi tuoi benedetti videro tutto il

suo tormento: perciò non c’è paragone fra il tuo dolore e quello che

qualunque donna può sopportare.

Tu ti vedesti uccidere il figlio davanti gli occhi: invece il figlio

mio, il mio bambino, se Dio vuole, è ancora vivo: dunque, Vergine

santa, a cui si raccomandano tutti gli addolorati, tu gloria di tutte

le donne, tu Vergine bella, tu cielo di rifugio, tu splendida stella

del giorno, abbi compassione del mio bambino, tu che col tuo cuore

gentile senti pietà di ogni sofferente.»

Poi soggiungeva: «Povero bambino, ahimè! che cosa hai tu fatto, tu

che fino ad ora, affè di Dio, non commettesti alcun peccato! Perchè

il crudele tuo padre ti vuole morto? Oh, abbiate compassione, caro

Castellano: lasciate che il mio bambino resti con voi; e se non osate

salvarlo, almeno baciatelo una volta in nome di suo padre.»

E volgendo lo sguardo alla città disse: «Addio marito spietato!»

Quindi si alzò, e camminò lungo la riva verso la nave, dove

l’accompagnò tutta la folla. E sempre cercava di quetare il bambino,

poi salutò tutti, e col pensiero di una santa benedì tutti e salì nella

nave.

La nave fu caricata di viveri abbondantemente, e in modo che durassero

per lungo spazio: ed altre cose necessarie di cui aveva bisogno

le furono questa volta concesse, per favore di Dio. Infatti Dio

onnipotente le mandò un aiuto e un tempo favorevole. Non posso dirvi se

il vento la riconduceva a casa: ma il fatto è che la nave filava dritta

a vele gonfie nel mare.

Subito dopo questo fatto, il re Alla ritorna al Castello, e domanda

della moglie e del figlio. Il Castellano si sentì ghiacciare il sangue;

e tosto raccontò tutto quello che era successo (voi lo sapete senza

ch’io lo ripeta), e mostrò al re il suo sigillo e la sua lettera.

«Sire, egli disse, io ho fatto senza dubbio quello che voi mi

comandaste di fare sotto pena di morte.» Allora fu messo alla tortura

il messaggio, e costretto a confessare, e a dire recisamente e senza

bugie, dove si era fermato a dormire notte per notte. Così a forza di

indagini e accurate ricerche, si potè raccapezzare chi era stato la

causa di tanto male.

Fu riconosciuta non so in qual modo la mano che aveva scritta la

lettera, e tutto il veleno di questa opera infame. La fine però fu

questa: il re Alla uccise sua madre, perchè aveva tradito la sua fede;

così Donegilda andò a finire male come si meritava.

Il dolore al quale Alla si abbandonava notte e giorno, per la moglie e

pel figlio suo, nessuna lingua può ridirlo. Ma ritorniamo a Costanza,

che errò pel mare afflitta e addolorata, per cinque anni e più, come

piacque a Cristo, prima di toccare terra.

Finalmente il mare la gettò insieme col figlio suo ai piedi di un

castello pagano, di cui non ricordo il nome. Dio potente, che salvò

tutto il genere umano, non li abbandoni ora che sono andati a cadere in

mano dei pagani e stanno per lasciarci la vita.

Giù dal castello vengono molte persone a vedere il bastimento e

Costanza: e poco dopo, una notte, scese giù anche il maggiordomo del

padrone (Dio gli dia male), un ladrone che aveva rinnegato la nostra

fede, il quale, entrato solo nella nave, disse a Costanza che voleva,

ad ogni costo, essere il suo amante.

Così la povera donna cominciò da capo col dolore: il bambino suo

piangeva, ed anche lei piangeva in modo da fare pietà. Maria benedetta

allora le corse in aiuto, e per opera del suo forte volere e della sua

potenza, il ladrone cadde improvvisamente dalla nave, ed affogò, per

vendetta del cielo. In tal modo Cristo mantenne Costanza immacolata.

O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non

solo consumi la mente dell’uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L’

effetto dell’opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è

triste: quanti uomini non per altra ragione che per essere caduti in

questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine!

Questa povera donna, debole com’era, come poteva avere la forza

di difendersi da se sola contro quel rinnegato?—O Golia, gigante

smisurato, come potè annientarti Davide? Come potè egli, così giovane e

senza armi, avere solamente coraggio di guardarti in faccia?—– Ognuno

capisce bene che fu per grazia di Dio.

Chi dette a Giuditta il coraggio e l’ardire di uccidere Oloferne nella

sua tenda, salvando dalla sventura il popolo di Dio? Io dico che, come

Dio mandò loro forza e coraggio salvandoli dal male, così mandò forza e

coraggio a Costanza.

Il suo bastimento, dunque, spinto dalle onde, si rimise in cammino, e

uscì per lo stretto di Gibilterra e per Ceuta, andando sempre senza

direzione ora ad Occidente ora a Nord e a Sud, e ora ad Oriente,

per molti lunghi giorni, finchè la madre di Cristo (che sia sempre

benedetta) pensò colla sua infinita bontà, di mettere un fine alle pene

di Costanza.

Ma lasciamo andare per un poco Costanza, e torniamo all’Imperatore di

Roma, il quale apprese, per mezzo di lettere dalla Siria, la strage

del popolo cristiano, e l’obbrobrio fatto a sua figlia da una vile

traditrice, voglio dire la maledetta infame Sultana, che alla festa

aveva fatto uccidere tutti i cristiani fino ad uno.

Per questo fatto, dunque, l’Imperatore mandò subito uno dei suoi

senatori con un seguito regale, e molti altri signori (Dio sa quanti)

in Siria, a fare vendetta: e costoro infatti bruciarono, uccisero, e

torturarono per quindici giorni di seguito il popolo di Siria e quindi,

per non farla tanto lunga, si prepararono a tornare a Roma.

Mentre il senatore, ritornava vittorioso a Roma, veleggiando con gran

pompa, s’imbattè nella nave, che scorreva pel mare, come già sapete, e

nella quale stava tutta afflitta la povera Costanza. Egli ignorava chi

essa fosse, e per quale ragione si trovasse in quello stato. E Costanza

non volle dire nulla, a costo di morire.

Egli però la portò a Roma, e la consegnò col piccolo bambino alla

moglie, con la quale ella visse per qualche tempo.

In questo modo nostra Signora la Madonna, levò di mezzo ai dolori la

povera Costanza; e, come lei, può liberarne molte altre ancora. Per

molto tempo dunque ella rimase in quel luogo, sempre dedicata alle

opere pietose, come era suo piacere.

La moglie del senatore era zia di Costanza, ma non per questo la

riconobbe. Io non voglio andare ancora molto per le lunghe, e ritornerò

senz’altro al re Alla, del quale ho parlato molto prima, che ancora

piange e si dispera per la moglie; lasciamo dunque Costanza sotto la

protezione del senatore.

Il re Alla, che aveva ucciso la madre, fu preso un giorno da tale

pentimento, che sentì il bisogno di andare a Roma per fare penitenza,

umiliandosi al papa e pregando ardentemente Gesù Cristo di perdonargli

il turpe misfatto.

Intanto corse la voce per tutta la città che Alla sarebbe venuto a

Roma in pellegrinaggio; e la notizia si sparse per mezzo della sua

gente che lo precedette per procurargli l’alloggio. Il senatore, saputo

di questo arrivo, gli andò incontro a cavallo, come era uso, insieme

con molti della corte, per mostrargli la sua alta stima, e per il

rispetto dovuto ad un re.

Egli accolse con molta festa il re Alla, che se ne mostrò lietissimo, e

tutti fecero a gara per onorarlo. Ora accadde, dopo qualche giorno, che

il senatore andò, insieme col figlio di Costanza, ad una festa data al

re Alla.

Alcuni dicono, che egli portasse con sè alla festa il bambino per

preghiera di Costanza; io non posso accertare ogni particolare, ma,

comunque sia, il fatto è che il bambino vi si trovò e che, sempre per

desiderio di sua madre, durante il pranzo sedeva di fronte al re.

Il re Alla guardava con grande ammirazione il figliuolo di Costanza, e

disse ad un tratto al senatore: «Di chi è quel bel bambino lì seduto?»

«Io non lo so davvero per Dio e per S. Giovanni; ha la madre, ma non

ha padre ch’io sappia.» E in poche parole raccontò ad Alla tutta la

storia del fanciullo. «Dio sa, soggiunse il senatore, se io ho mai

veduto in tutta la mia vita una creatura virtuosa come quella, o se ho

mai sentito parlare in questo mondo di altre donne, ragazze, maritate o

vedove, che avessero tanta virtù. Io sono sicuro che essa preferirebbe

una coltellata nel petto, prima di venir meno all’onestà, al quale

passo nessuno potrebbe indurla, a nessun costo.»

Il fanciullo somigliava alla madre quanto è possibile ad un figlio

somigliarla: cosicchè il re Alla guardandolo rivedeva nella sua mente

la sua Costanza, e con grande tristezza pensava se per avventura la

madre del bambino non fosse la moglie sua. E di nascosto sospirando, ad

un tratto si alzò da tavola per dare libero sfogo al suo dolore.

«Per bacco, egli pensava, mi viene in mente una cosa: è vero che io

dovrei con ragione pensare che mia moglie fosse morta nelle acque

del mare: ma chi sa che Cristo non l’abbia condotta qui, come prima,

abbandonata in mezzo al mare, la condusse nel mio paese?»

La sera, dopo pranzo, Alla se ne andò a trovare il senatore, per

esaminare un po’ meglio il suo caso meraviglioso. Questi, per fare

onore ad Alla, dette una gran festa, e subito mandò a chiamare

Costanza: ma ognuno capisce che la disgraziata non aveva certo voglia

di ballare. E quando sentì che la volevano ad una festa, non ebbe più

la forza di reggersi in piedi.

Alla appena la vide la salutò cortesemente, e non potè trattenere le

lacrime dalla commozione, poichè al primo sguardo che gittò su di lei

la riconobbe subito. Costanza, riconosciutolo, rimase muta come un

albero, tanto il cuor suo fu sopraffatto dal dolore al pensiero della

crudeltà con cui egli l’aveva trattata.

Due volte svenne davanti a lui che piangeva e cercava di giustificarsi

dicendo: «Dio e tutti i santi del cielo abbiano pietà dell’anima mia,

se è vero che io sono innocente, del male che tu soffristi, come

Maurizio, il figliolino mio, che tanto ti somiglia. Se non è vero, il

diavolo mi porti via subito di qui.»

Lungo fu il singhiozzare, e amaramente soffrirono tutti e due, prima

che il loro cuore addolorato si calmasse. I loro lamenti e i loro

pianti facevano pietà. Vi prego quindi di dispensarmi dal racconto di

questa scena dolorosa, poichè per oggi io sono ormai stanco di cose

tristi.

Finalmente riconosciutasi la verità e l’innocenza di Alla, moglie e

marito si baciarono almeno un centinaio di volte, e tutti e due furono

così felici, che la loro felicità è paragonabile solo alla gioia eterna

del paradiso, che fino ad ora nessuno ha visto e goduto in questo mondo.

Costanza poi pregò il marito, in ricompensa della gran pena che le

aveva innocentemente cagionato, a voler domandare, come speciale

grazia, all’Imperatore che volesse degnarsi di desinare un giorno con

loro; e lo pregò anche di non dirgli nulla di lei.

Alcuni dicono, che l’invito lo portasse al babbo di Costanza lo stesso

Maurizio: ma io credo che Alla non fosse così sciocco da mandare un

bambino ad un personaggio così grande, come colui che era il fiore dei

cristiani. Però è più probabile che Alla vi andasse da sè.

L’Imperatore promise, gentilmente, di fare quanto il re Alla

desiderava: ed io penso che egli guardasse con un certo interesse il

piccolo Maurizio pensando alla sua Costanza. Alla intanto andò a far

preparare tutto per bene e più inappuntabilmente che gli riuscì.

Venuto il giorno stabilito, Alla e sua moglie si prepararono per

andare a ricevere l’Imperatore: e in gran festa e pieni di gioia

uscirono a cavallo. Costanza, appena rivide, finalmente, suo padre che

veniva nella via, saltò giù da cavallo e gli cadde ai piedi. «Babbo,

diss’ella, la tua giovane Costanza, dunque, non la riconosci più, e

l’hai dimenticata?

Io sono la figlia tua, la tua Costanza che tanto tempo fa tu mandasti

in Siria; io sono colei che fu abbandonata in mezzo al mare, e

condannata a morte. Ora, padre mio, per pietà non mandarmi più in

nessuna città di pagani, e ringrazia questo signore, il quale è mio

marito, della sua bontà.»

Chi può ridire la gioia di tutti e tre al loro primo incontro? Ma è

ora che io venga alla fine della mia novella, giacchè il giorno passa

rapidamente, ed io non voglio seccarvi più a lungo. Lasciamoli dunque,

tutti a pranzo, felici e contenti mille volte più di quello che io

potrei dire, e andiamo avanti.

Il piccolo Maurizio, in seguito, fu fatto Imperatore dal papa, e visse

da cristiano, onorando devotamente la santa chiesa. Ma io non voglio

occuparmi di lui: la mia novella racconta solamente di Costanza. La

storia della vita di Maurizio, chi la vuole sapere, la può trovare

nelle antiche _Gesta Romanorum_; io non me la ricordo più.

Il re Alla, quando gli parve opportuno, prese la via per l’Inghilterra

con la sua buona e diletta moglie, e là vissero tranquilli e contenti.

Ma, credete a me, la gioia di questo mondo dura poco: si cambia dalla

mattina alla sera, come il mare.

Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che

per un momento non gli abbia turbato l’animo o l’ira, o un desiderio,

o un altro stimolo qualunque come l’invidia, l’orgoglio, una passione,

o una offesa? E tutto questo lo dico perchè appunto anche la gioia di

Alla con Costanza non durò che poco tempo.

Poichè la morte che fa i conti con tutti ugualmente, grandi e piccoli,

e da tutti, a scadenza fissa, riscuote il frutto e il capitale, dopo

circa un anno (se io non erro) tolse da questo mondo Alla; di che

Costanza ebbe grandissimo dolore. E giacchè Alla è morto, preghiamo Dio

che voglia benedire l’anima sua. Costanza, per venire alla fine, se ne

ritornò a Roma.

Dove questa santa creatura ritrovò tutti i suoi amici vivi e freschi; e

finalmente fu salva da tutte le sventure. Ritornata dal padre, si gettò

ai suoi piedi, piangendo di gioia, e lodando centomila volte Iddio.

Così vissero tutti santamente e pieni di misericordia, e non si

separarono mai più fino a che non li divise la morte. Ed ora statevi

bene, chè la mia novella è finita. E Cristo, che può mandare a noi la

gioia dopo il dolore, ci abbia nella sua grazia, e ci protegga tutti

quanti ci troviamo qui.

NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD

PROLOGO

Signor chierico di Oxford, disse il nostro oste, voi cavalcate così

zitto e vergognoso, che sembrate una sposina seduta a tavola: ancora

non vi ho sentito aprir bocca. Sarete, m’immagino, dietro a qualche

sofisma; ma ogni cosa a suo tempo, dice Salomone. Per l’amore di Dio!

state un po’ più allegro; ora non è tempo di studiare. Su, raccontateci

una novella che ci metta addosso un po’ d’allegria; quando si è in

ballo bisogna ballare[1]. Però non uscite fuori con una predica, come

quelle che fanno i preti in quaresima, da farci scontare tutti i

nostri peccati; e guardate che la vostra novella non finisca per farci

addormentare.

Raccontateci qualche piacevole avventura; le vostre frasi, i vostri

fronzoli, e le vostre figure rettoriche, tenetevele in serbo per

quando sarà il caso di fare dello stile sublime, come quando si scrive

a qualche re. Per ora, ve ne prego, parlate in modo che noi possiamo

intendere quello che dite.—

Il valente chierico rispose benignamente, e disse: «Signor oste, io

sono sotto la vostra autorità; noi tutti siamo affidati alle vostre

mani; perciò eccomi pronto, senza dubbio, ad obbedirvi in tutto quello

che posso. Vi racconterò una novella che ho imparato a Padova da

un’illustre letterato, parlatore e scrittore famoso, il quale ora,

Dio gli dia pace, è morto e sotterrato. Questo letterato si chiamava

Francesco Petrarca; ed era precisamente il poeta laureato che con la

sua dolce parola irraggiò di poesia tutta l’Italia, come Liniano[2]

la illustrò con la filosofia, la legge, ed altre scienze speciali; ma

la morte che non vuole lasciarci stare in questo mondo per più di un

batter d’occhio, li ha uccisi tutti e due; e tutti, come loro, dobbiamo

morire.

Ora, perchè sappiate qualche cosa di questo brav’uomo che mi insegnò,

come vi ho detto, la novella che vi voglio raccontare, vi dirò ch’egli

(prima di cominciare a scrivere il suo racconto) detta in alto stile un

proemio, nel quale descrive il Piemonte e la città di Saluzzo, e parla

degli alti gioghi dell’Appennino che formano i confini occidentali

della Lombardia; e più particolarmente poi, del Monviso dove il Po

ha le sue origini, e d’onde scaturisce da una piccola sorgente, che

camminando verso levante cresce e s’ingrossa, traversando l’Emilia,

Ferrara, e Venezia; ma troppo lungo sarebbe tener dietro a questo

proemio. E in verità io credo, che mentre al Petrarca servì per

preparare il suo racconto, ora sarebbe una cosa fuori di proposito. Ma

state a sentire la novella.

NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD

PARS PRIMA

Proprio nella parte occidentale dell’Italia che rimane giù alle falde

del freddo Monviso, si estende una rigogliosa e fertile pianura, dove

si scorgono molte città e molte torri, fondate in tempi antichissimi

dai nostri padri, e donde si godono molte deliziose vedute; Saluzzo è

il nome di questa nobile terra.

Della quale fu già signore un marchese, che l’aveva avuta in

retaggio dai suoi illustri antenati; tutti i cittadini, chi più e chi

meno, erano obbedienti e pronti al suo comando: cosicchè egli visse

felicemente e per lungo tempo, amato e temuto, in mezzo ai favori della

fortuna, tanto dai nobili quanto dal resto della cittadinanza.

Questo giovane signore si chiamava Gualtieri, ed era, per parlare del

suo lignaggio, la più nobile persona che mai fosse nata in Lombardia;

bello e forte della persona, e pieno di dignità e di cortesia, si

dimostrava assai savio nel governo del suo paese; se non che in una

cosa era degno di biasimo.

Ed ecco perchè: egli non si dava il menomo pensiero di ciò che in

avvenire sarebbe stato di lui, ma badava solo al piacere presente, che

consisteva nell’andare uccellando col falco e nel cacciare di qua e di

là senza curarsi d’altro, nè (ciò che era il peggio) volendo sapere, a

nessun costo, di prender moglie.

Delle quali cose tanto si affliggevano i suoi cittadini, che un giorno

si presentarono a lui in gran comitiva, e uno di loro, il più saputo

(se non quegli dal quale Gualtieri più di buon grado avrebbe ascoltato

il desiderio del popolo, o che, in fine, fosse più adatto ad esporre la

cosa come stava), disse al marchese in questo modo:

«Nobile marchese, la vostra bontà ci rassicura e c’incoraggia, ogni

volta che è necessario, a confessarvi il nostro malcontento: voglia

dunque la gentilezza vostra permetterci di farvi un’umile preghiera, e

non vi sdegnate di dare ascolto alle mie parole.

Sebbene io non abbia più degli altri il diritto di mischiarmi in

questa faccenda, tuttavia per quel favore e quella grazia che mi avete

sempre dimostrato, oso domandarvi udienza, per esporvi ciò che noi

desideriamo; voi poi, signor mio, farete quello che crederete.

Or dunque, signore, sappiate che noi siamo così soddisfatti di voi,

di quello che fate ed avete sempre fatto, che non sapremmo, davvero,

immaginare noi stessi come vivere più felicemente: se non che, il

vostro popolo riposerebbe più tranquillo, se voi vi mostraste disposto

a prender moglie.

Piegate il collo a quel beato giogo, che non è servile ma sovrano, il

quale gli uomini chiamano sponsali o nozze; e pensate, signore, fra

le altre cose savie, che i giorni o in un modo o in un altro passano:

chè il tempo non aspetta nessuno, e fugge via per chi dorme, per chi

veglia, per chi viaggia, e per chi cavalca.

Sebbene siate ancora nel fiore della gioventù, pensate che la vecchiaia

zitta e cheta c’entra in casa, e la morte tutti minaccia, tutti

colpisce, di qualunque età, di qualunque condizione, senza che alcuno

le possa sfuggire. Tutti siamo così sicuri di dover morire, come

incerti del giorno in cui la morte ci colpirà.

Accettate dunque da noi, che vi abbiamo sempre obbedito in tutto e per

tutto, il sincero consiglio; e se vi aggrada, noi stessi vi sceglieremo

al più presto una degna moglie, fra la più eletta nobiltà di questa

terra, e penseremo a far cosa che onori Dio e voi.

Liberateci da questo gran pensiero, e prendete moglie, per amor

del cielo: chè se dovesse accadere, Dio non voglia, che la vostra

discendenza si estinguesse con voi, e un successore straniero

ereditasse il vostro regno, per noi, ahimè, sarebbe meglio la morte;

perciò affrettatevi, ve ne preghiamo, a prender moglie.»

La rispettosa preghiera e il loro umile aspetto mosse a compassione il

marchese. «Miei cari, egli disse, voi mi costringete a fare una cosa

alla quale non avrei mai pensato. Io ho goduto fino ad ora una libertà

che ben di rado si trova nel matrimonio; debbo farmi schiavo mentre

prima ero libero.

Tuttavia io vedo la sincerità del vostro consiglio, ed ho fiducia (e

sempre l’ho avuta) nella prudenza vostra: cosicchè di mia spontanea

volontà acconsento ad ammogliarmi, più presto che sarà possibile. Ma in

quanto alla profferta che oggi stesso mi fate di scegliermi la moglie,

ve ne dispenso, e pregovi di non darvene pena.

Poichè Dio sa quante volte i figli crescono indegni del padre loro;

la bontà è un dono di Dio; e non si eredita da chi ci ha generato e

messo al mondo: io ho fiducia nella bontà di Dio, e perciò a lui affido

il mio matrimonio, il mio stato, e tutto il resto; sia fatta la sua

volontà.

Lasciatemi libero nella scelta della moglie; io solo voglio averne la

responsabilità: voi invece, vi prego, assicuratemi, e giuratelo sulla

vita vostra, che qualunque sia la donna che io prenderò per moglie,

l’amerete, per tutta la sua vita, con le parole e coi fatti, qui e in

qualunque luogo, come se fosse la figlia di un imperatore.

E dovete giurarmi inoltre, che non avrete nulla da ridire e da opporre

alla mia scelta. Giacchè io per contentarvi sacrifico la mia libertà

per tutta la mia vita, intendo di sposare quella che al mio cuore

piacerà: ove non vogliate accettare queste condizioni, vi prego di non

parlarmene più.»

Tutti fino ad uno assentirono e giurarono; pregandolo però, prima di

tornarsene, a voler fissar loro un giorno determinato, e più vicino che

fosse possibile, dentro il quale si sarebbero celebrate le sue nozze.

Poichè altrimenti al popolo resterebbe ancora un po’ di paura, che il

marchese non si dovesse risolvere ad ammogliarsi.

Egli fissò loro un giorno, a suo piacimento, nel quale immancabilmente

sarebbe andato a nozze, dicendo di volerli anche in questa cosa

contentare; ed essi inginocchiatisi pieni di umiltà e di rispetto, lo

ringraziarono, e, ottenuto il loro intento, se ne ritornarono a casa.

Il marchese intanto ordina ai suoi funzionari di fare i preparativi

per la festa; e ne commette l’incarico a quelli dei suoi più intimi

cavalieri e signori della corte, a cui più gli piace affidarsi: i quali

pronti ad ogni suo comando, mettono tutto il loro impegno per fare

onore alla festa.

PARS SECUNDA

Dalle Novelle di Canterbury · 第 10 / 15 段