Ahimè, io devo andare in quel barbaro paese, perchè voi lo volete.

Cristo che morì per la nostra redenzione mi conceda almeno la forza

di poter fare la sua volontà. Io, disgraziata donna, non mi curo di

morire: noi siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il

dominio dell’uomo.»

Io ci scommetto, vedete, che nemmeno quando Pirro abbattè le mura di

Troia e Ilio andò in fiamme, o quando cadde Tebe, e neppure a Roma in

mezzo alle stragi di Annibale che vinse per tre volte i Romani, si

sentì un pianto così commovente e pietoso come in camera di Costanza al

momento della sua partenza. Ma o piangendo o ridendo la poveretta dovè

partire a tutti i costi.

O crudele firmamento, tu nel tuo primo moto[1] quotidiano accozzi e

trascini insieme, girando da oriente ad occidente, tutto ciò che da

natura avrebbe avuto un altro indirizzo. I tuoi giri disposero le

stelle in modo che, fin dal principio del doloroso viaggio, Marte

distrusse questo matrimonio.

Malaugurato oroscopo, per l’obliquo moto del quale il signore[2] è

caduto, irremissibilmente, nel buio più profondo! O Marte, in questo

momento tu sei Atyzar[3]! O pallida luna, il tuo cammino è sventurato;

poichè tu volgi il corso colà dove nessuno ti vuole, ed hai abbandonato

quel luogo dove stavi benissimo.

Ahimè, stolto Imperatore di Roma! Non c’era proprio un astrologo in

tutta la tua città? Non potevi scegliere, almeno, un tempo migliore di

questo per il viaggio di nozze? Specialmente alle persone della tua

condizione manca forse il tempo di scegliere una bella giornata, e di

consultare l’oroscopo, prima di mettersi in mare? Ma la questione,

ahimè, è che noi siamo troppo ignoranti e troppo corti di cervello.

La bella fanciulla, dunque, tutta addolorata, fu accompagnata da un

gran seguito, e con tutti gli onori, sulla nave, e prima che questa

si allontanasse disse: «Ora, Gesù Cristo sia con voi». E così, bella

Costanza, buon viaggio; giacchè non c’è rimedio. La povera fanciulla

faceva di tutto per non tradire il suo dolore; ma lasciamola navigare e

andiamo avanti.

La madre del Sultano, che era un vero pozzo di vizi, aveva spiato

tutto, e s’era accorta del proponimento fatto da suo figlio di

abbandonare l’antica religione di Maometto; e subito adunò il

consiglio, e quando tutti furono presenti per sentire che cosa aveva da

comunicare, si assise, e disse così:

«Signori, voi tutti saprete che mio figlio sta per abbandonare le

sante leggi del nostro Corano, datoci da Maometto messaggio di Dio.

Ebbene, io faccio voto all’altissimo Signor nostro di perdere la vita,

prima di rinnegare la religione di Maometto.

Che vantaggio può venirne a noi da questa nuova religione, se non

servaggio e sofferenze, e d’essere trascinati all’inferno per avere

rinnegato Maometto il nostro creatore? Signori, dunque, mi assicurate

di approvare il mio consiglio? Se lo approverete, io vi salverò in

eterno».

Tutti approvarono, e giurarono di vivere o morire con lei, e di non

abbandonarla. E ciascuno prese l’impegno di fare il possibile perchè

i propri amici prestassero l’opera loro. La Sultana allora si mise

all’impresa nel modo che sentirete, e disse a tutti queste precise

parole.

«Noi fingeremo da principio di andare lieti al battesimo: tanto un po’

d’acqua fresca non ci potrà fare un gran male; ed io farò preparare

tali feste e in mezzo a tanta allegria, che il Sultano, certamente, non

sospetterà di nulla. Dicono che sua moglie sia la più pura e più bianca

creatura battezzata: ed io vi prometto che essa non riuscirà a lavare

tutto il rosso del sangue che la bagnerà, quand’anche portasse con sè

una fontana».

O Sultana iniqua, nuova Semiramide, serpente dall’aspetto di donna,

donna simile al serpente che sta giù nel profondo dell’inferno, femmina

ingannatrice, in te, nido d’ogni vizio, si accoglie tutto ciò che

corrompe la virtù e l’innocenza per mezzo della malizia.

E tu, o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro

regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della

donna. Tu facesti sì che Eva ci trascinasse nella schiavitù, e tu ora

sconcludi questo matrimonio cristiano. Quando non vuoi comparire,

ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna.

La Sultana che io rimprovero e maltratto in questo modo, lasciò

maturare a poco per volta il suo disegno preparandogli la strada;

e senza farla tanto lunga ecco che cosa fece. Un giorno, montata a

cavallo, se ne andò dal Sultano, e gli disse che aveva deciso di

rinnegare la fede maomettana, e voleva ricevere il battesimo dalla mano

del prete, pentita di essere rimasta tanto tempo pagana.

E lo scongiurò di concederle l’onore di festeggiare il popolo cristiano

al suo arrivo nella Siria dicendo: «Io farò tutto quello che potrò per

fargli onore». E il Sultano rispose: «Farò tutto ciò che vorrete, madre

mia». E in ginocchio la ringraziava della sua domanda, e non sapeva più

che cosa dire dalla contentezza. La Sultana allora lasciato suo figlio

se ne ritornò a casa.

Intanto i cristiani toccarono terra, e giunsero in Siria accompagnati

da un grande seguito. Allora il Sultano mandò un messo a sua madre e

attorno per tutto il regno, annunziando che sua moglie era finalmente

arrivata, e pregando tutti di volere andare incontro alla regina, per

tenere alto il decoro del regno.

La folla dei Sirii e dei Romani era immensa, e tutti erano

splendidamente vestiti. La madre del Sultano, riccamente abbigliata,

con molta festa ricevè la sposa, e con tutta la gioia con cui una

mamma accoglierebbe la propria figliuola. Quindi il corteo, montato a

cavallo, si avviò solennemente alla città, che era poco lontana dal

mare.

Il trionfo di Giulio Cesare, che Lucano leva fino alle stelle, non fu

certo più splendido e maraviglioso di quello che questa festante turba

celebrò. Ma quel velenoso scorpione della Sultana, col suo maligno

spirito, sotto sotto meditava il morso mortale.

Quando la comitiva fu giunta al palazzo, il Sultano, nella sua

splendida divisa, andò, esultante e pieno di gioia, a riverire la

sposa. Lasciamoli lì ora in mezzo al tripudio, e veniamo al momento in

cui tutti pensarono che era ora di finire la veglia, e di andarsene a

riposare.

Intanto venne il giorno in cui la vecchia Sultana aveva stabilito di

festeggiare, come ho già detto, il popolo cristiano, e tutti i figli di

Cristo si erano preparati per la cerimonia. Bisognava vedere che cosa

fu in quella occasione: il lusso e lo splendore uno non se l’immagina

nemmeno; ma prima di alzarsi da tavola la pagarono salata.

O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia,

che deve essere sempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per

fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene:

ogni volta che vi pare d’essere felici, abbiate sempre davanti agli

occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi.

Per farvela corta, dunque, il Sultano e tutti i cristiani furono

tagliati a pezzi mentre stavano a tavola, e la sola Costanza scampò

all’eccidio. La maledetta vecchia con l’aiuto dei suoi riuscì a

compiere questo esecrando delitto, per diventar lei imperatrice.

Non vi fu cittadino della Siria, convertito al cristianesimo, che

sorpreso dai consiglieri della Sultana non venisse trucidato prima

che potesse scappare. Quindi presa la povera Costanza, la misero, in

fretta, sopra una nave senza timone, alla mercè di Dio, e le dissero

che, se era buona, se ne ritornasse dalla Siria in Italia.

Le restituirono il piccolo tesoro che aveva portato come dote, le

dettero una abbondante quantità di roba per mangiare, misero sulla nave

delle vesti, quindi spiegarono le vele e la nave fu spinta nell’alto.

Povera, buona Costanza, giovane e onesta figlia dell’Imperatore. Colui

che ha in mano la fortuna e il destino di tutti sia ora il tuo timone.

Prima che la nave si allontanasse dalla riva essa benedì tutti, poi

rivolgendosi alla croce di Cristo disse: «O croce benedetta, pura

fonte di felicità, bagnata del sangue del pietoso agnello che purificò

il mondo delle sue antiche colpe, il giorno in cui io dovrò morire

affogata in fondo al mare, salvami dalle unghie del diavolo.

Albero glorioso, scudo dei fedeli, che solo fosti degno di portare il

re del cielo sanguinante di ferite, il candido agnello trafitto a colpi

di lancia; tu che metti in fuga il diavolo e lo allontani da tutti

coloro che sono protetti amorosamente dai tuoi rami, salvami e dammi la

forza di redimermi.»

Passarono i giorni, passarono gli anni, e la povera Costanza spinta

con la nave pel mare di Grecia arrivò, finalmente, per caso, allo

stretto del Marocco; ma prima che le onde selvagge la portassero al suo

destino, troppi amari bocconi dovè ancora mandar giù, per non morire di

fame, sempre con la morte davanti agli occhi.

Qualcuno di voi mi potrebbe domandare: «Come mai non fu uccisa anche

lei insieme con gli altri cristiani? Chi la salvò dall’eccidio il

giorno della festa?» Io vi risponderò allora con queste altre dimande:

«Chi salvò Daniele nell’orribile spelonca dei leoni, dove tutti quelli

che entrarono prima di lui, d’ogni condizione, furono divorati senza

poter fuggire in nessun modo? Nessun altro che Dio lo salvò, Dio che

egli portava nel cuore.

A Dio piace mostrare in questo modo i suoi miracoli meravigliosi,

affinchè noi possiamo vedere quanto è grande la sua potenza. Cristo il

quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti

conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a

comprendere, cosicchè noi, per l’ignoranza nostra, non possiamo farci

un’idea di quanto sia savia la sua provvidenza.

Or dunque, poichè Costanza non fu uccisa il giorno della festa, chi fu

che la salvò anche dal fondo del mare? Chi fu che salvò Giona nello

stomaco del pesce che lo rigettò vivo a Ninive? Ben sa ognuno che fu

precisamente Colui, il quale salvò il popolo Ebreo quando attraversò il

mare a piedi asciutti.

Chi ordinò ai quattro punti cardinali, spiriti della tempesta i quali

hanno potere di mettere sotto sopra la terra e il mare, di non turbare

la calma del mare della terra e degli alberi? Certo fu Colui il quale

protesse sempre dalla tempesta questa donna giorno e notte.

Dove mai, questa donna, potè trovare da mangiare e da bere? Come le

potè bastare per tre anni e più la provvista che aveva nella nave?

Chi nutrì Maria Egiziaca nelle spelonche del deserto? Nessun altro

che Cristo, senza dubbio! Fu una cosa veramente meravigliosa sfamare

cinquemila persone con cinque pani e due pesci: Dio mandò la sua

abbondanza al gran bisogno di lei.

Essa navigò dentro il nostro Oceano attraversando il nostro vasto

mare, finchè, finalmente, l’onda la gettò sotto un castello, del quale

ora non ricordo il nome, nel lontano regno di Northumberland. E il

bastimento si incagliò così fortemente nella rena, che non si mosse di

lì per tutto il tempo di una marea: era volere di Cristo che Costanza

restasse ferma in quel luogo.

Il Castellano scese giù a vedere questo avanzo di naufragio, e girato

tutto il bastimento trovò la povera donna sfinita dal dolore, e vide

anche il tesoro che essa portava con sè sulla nave. Allora Costanza,

nella sua lingua, domandò per misericordia che le si togliesse la vita,

per liberarsi dal dolore in mezzo al quale si trovava.

Essa parlava un latino alquanto corrotto, tuttavia riuscì a farsi

capire. Il guardiano, quando fu stanco di cercare per tutta la nave,

portò con sè a terra questa povera donna. La quale cadde in ginocchio,

e ringraziò il messaggio di Dio. Ma non volle dire a nessuno chi era,

nè colle buone nè colle cattive, a costo di morire.

Diceva che il mare l’aveva tanto stordita, che aveva perso la memoria,

e che questa era la verità. Il guardiano e sua moglie ebbero tanta

compassione di lei, che piansero commossi. E Costanza si dimostrò

subito così accurata e sollecita a servire e far piacere a tutti, che

chi la vedeva se ne innamorava subito.

Il Castellano e madonna Ermenegilda, sua moglie, erano pagani, e tutto

il paese era pagano; ma Ermenegilda voleva bene a Costanza come alla

sua vita. Costanza intanto durante il suo soggiorno in questo luogo,

con amare lagrime pregava sempre il Signore, finchè Gesù convertì la

moglie del Castellano.

In tutta quella terra nessun cristiano aveva osato mai mettere piede;

i cristiani erano stati cacciati di là dai pagani, che conquistarono

tutto il Nord per mare e per terra. I cristiani fuggirono tutti a

Wales, rimanendo in quest’isola, dove per qualche tempo trovarono un

sicuro asilo.

Ma ancora i Brettoni cristiani non erano stati espulsi così

radicalmente, che non si trovasse qualcuno il quale in cuor suo

venerasse Cristo, ingannando la gente pagana. E proprio vicino al

castello ve ne erano tre, uno dei quali era cieco, e non vedeva altro

che con gli occhi della mente, i soli occhi che restano ai ciechi per

vedere.

Il sole risplendeva come in un giorno d’estate. Il Castellano e sua

moglie insieme con Costanza, presero la via dritta al mare, per circa

un quarto di miglio, girando per diporto qua e là, quando per caso

incontrarono quel povero cristiano cieco, e curvo dagli anni.

«Nel nome di Cristo (disse il vecchio Brettone), madonna Ermenegilda,

fate ch’io riacquisti la vista.» La moglie del Castellano si spaventò

a queste parole, per timore che il marito, sentendo che si era fatta

cristiana, volesse ucciderla. Allora Costanza le fece coraggio, e le

ordinò di fare la volontà di Cristo, come figlia della santa chiesa.

Il Castellano non raccapezzando che cosa succedesse in quel momento

domandò: «Ma come va questa faccenda?» E Costanza rispose: «Signore, è

la potenza di Cristo, che salva gli uomini dalle insidie del demonio!».

E preso a recitare il nostro credo, prima che fosse sera ebbe

convertito anche il Castellano, il quale cominciò a credere in Cristo.

Costui non era però il signore di questo luogo, dove aveva trovato

Costanza; ma lo governava semplicemente, da molti anni, sotto il

regno di Alla, re di Northumberland, uomo molto savio e dabbene come

sentirete, e potente nemico degli Scozzesi. Ma ritorniamo al nostro

racconto.

Satana che sta sempre pronto per ingannarci, vide tutta la perfezione

di Costanza, e cercò subito il modo di farle scontare l’opera buona da

lei compiuta. E fece sì che un giovine cavaliere che abitava in quella

città, si innamorò di lei così sensualmente, che egli sentiva che

sarebbe morto se non riuscisse a sfogare le sue sozze voglie.

Egli dunque le si mise intorno, ma non riuscì a nulla, perchè Costanza

non volle peccare a nessun costo: allora, indispettito, pensò, per

vendicarsi, di farla morire vergognosamente. Aspettò infatti che il

Castellano fosse fuori del paese, e di nascosto, una notte, entrò nella

camera dove dormivano Ermenegilda e Costanza.

Stanca per aver a lungo vegliato nelle sue orazioni, Costanza riposava

tranquillamente, ed Ermenegilda lo stesso. Il cavaliere allora, tentato

da Satana, si avvicinò piano piano al letto, e in un momento tagliò

la gola ad Ermenegilda; e lasciato il coltello insanguinato vicino a

Costanza, fuggì via, che Dio gli dia del male!

Poco dopo ritornò il Castellano insieme con Alla re di questa terra,

e trovata sua moglie così barbaramente uccisa, cominciò a piangere e

a torcersi le mani dalla disperazione. Quando ad un tratto, ahimè,

vide vicino a Costanza il coltello sanguinoso! Che cosa poteva dire la

disgraziata? Dal gran dolore svenne.

Il triste fatto fu subito riferito ad Alla. Il quale udito quando e

come la povera Costanza era stata trovata nel bastimento, ebbe un senso

di compassione, per una creatura così buona, caduta in tanto dolore e

tanta sventura.

Poichè quell’innocente andò davanti al re, come l’agnello che è

condotto alla morte. Il cavaliere mentitore che aveva commesso il

delitto l’accusava dicendo che lei sola, manifestamente, aveva

assassinato Ermenegilda! Ma nonostante, sorse un grande mormorio fra

il popolo, e tutti dicevano che non potevano immaginarsi come Costanza

avesse potuto commettere una sì grande malvagità. Poichè l’avevano

sempre veduta virtuosa, e affezionata a Ermenegilda quanto alla propria

vita: e di ciò tutti facevano testimonianza, eccetto colui che aveva

ucciso Ermenegilda col suo coltello. Questo gentile re tenne molto

conto di queste deposizioni, e pensò di studiare a fondo la cosa, per

riuscire a scoprire la verità.

Ahi! povera Costanza, tu non hai un campione, e non puoi combattere da

te! Ma Colui che morì per la nostra redenzione, e vinse Satana, Colui

che porta pace dovunque con la sua presenza, sia oggi il tuo forte

campione. Poichè se Cristo non fa, per te, un miracolo, tu, senza colpa

alcuna, sarai tosto uccisa.

Essa dunque si gettò in ginocchio e disse: «O Dio immortale che

salvasti Susanna dalla calunnia, o pietosissima vergine Maria, figlia

di S. Anna, tu il cui figlio è salutato dall’Osanna degli angeli: se io

sono innocente soccorretemi, o io morrò.»

Avete mai veduto, in mezzo ad una folla di gente, un uomo condotto al

supplizio, senza speranza di grazia? È così pallido, che chiunque,

appena lo vede, capisce anche fra mille persone, che quello è il

condannato a morte. Tale era appunto l’aspetto di Costanza, mentre

smarrita si guardava attorno.

O regine che vivete beatamente nella vostra reggia, o duchesse e voi

altre tutte, nobili dame, abbiate pietà della sventurata Costanza: la

figlia di un imperatore si trova in tal modo abbandonata, senza che ci

sia un’anima pietosa, alla quale possa chiedere aiuto. Ahi, tu figlia

di sangue reale, in mezzo a tanto spavento e a tanto pericolo, non hai

vicino un solo amico!

Il re Alla sentiva tanta compassione (giacchè un cuore gentile è

sempre pietoso), che piangeva dirottamente. «Or via, disse ad un

tratto, andate in cerca di una bibbia, e se questo cavaliere giurerà

che fu proprio costei che uccise la donna, allora decideremo in qual

modo dovremo fare giustizia.»

Fu portata una bibbia che conteneva gli Evangeli scritti in lingua

brettone, ed il cavaliere giurò sul sacro libro che Costanza era rea.

Ma improvvisamente una mano misteriosa lo colpì fra il capo e il collo

con tanta forza, ch’egli cadde a terra come una pietra, e gli occhi gli

schizzarono via dalla testa in presenza di tutti quelli che erano lì.

Nello stesso tempo si senti una voce che disse: «Tu hai calunniato

davanti a Dio la innocente figlia della santa Chiesa. Tanto hai osato:

non dico altro.» La folla rimase stupefatta di questo miracolo, e

tutti, fatta eccezione di Costanza, rimasero come sbalorditi per paura

della vendetta divina.

Grande fu il timore e il pentimento di quanti avevano indegnamente

sospettato della povera, innocente Costanza. E finì che dopo questo

miracolo, e per opera di Costanza, il re e molti altri del paese (la

bontà di Cristo sia lodata!) si convertirono subito al Cristianesimo.

Il cavaliere spergiuro giudicato lì per lì da Alla, fu ucciso per la

sua indegna falsità. Costanza, tuttavia, sentì molta compassione della

sua morte. Dopo questo miracolo Gesù, colla sua bontà, fece sì che il

re Alla sposasse solennemente questa santa donna, così buona e bella,

la quale per opera di Cristo divenne una regina.

Chi non gioì di questo avventurato matrimonio? Donegilda la madre del

re, lei sola che era trista e malvagia. Il pensiero di quanto era

avvenuto, spezzò il cuore maledetto di quella cattiva donna, la quale

non voleva che il figlio, a suo dispetto, avesse preso per moglie una

straniera che nessuno conosceva.

Ed ora, siccome non mi piace farla tanto lunga, vi risparmio la

descrizione delle feste. Perchè dovrei stare a raccontarvi lo splendore

con cui furono celebrate le nozze, e dirvi, per esempio, chi giunse

primo nelle corse che ebbero luogo, e magari chi suonava la tromba e

chi il corno? Tanto, si sa, le novelle finiscono sempre ad un modo:

tutti mangiarono e bevvero allegramente, ballarono, cantarono, si

divertirono, e gli sposi finalmente se ne andarono a letto.

E infatti anche i nostri sposi ci andarono, e ne avevano, d’altronde,

tutto il diritto. È vero che il candore di una sposa è una cosa santa:

ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti

a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l’anello di

sposa; e allora non c’è rimedio: per un poco bisogna mettere da una

parte la santità.

Dopo qualche tempo Costanza rimase incinta, e Alla, dovendo andare a

combattere contro la Scozia, affidò la moglie al suo Castellano e alle

cure di un vescovo. La bella Costanza, la moglie umile ed affabile del

re, andò innanzi con la sua gravidanza, finchè un giorno, aspettando il

volere di Cristo, si mise in letto coi dolori.

Venne il momento, ed essa partorì un maschio che fu battezzato col

nome di Maurizio. Il Castellano mandò subito un messaggio, e scrisse al

re Alla, dandogli la fausta novella insieme ad altre notizie. Il messo

prende la lettera, e se ne va per la sua strada.

E con la speranza di guadagnare qualche cosa, va in fretta e in furia

dalla madre del re, e dopo averla salutata cortesemente, le dice:

«Signora, potete bene essere felice e contenta, e ringraziare mille e

mille volte Dio: la regina ha partorito un maschio, che senza dubbio

sarà la gioia e la benedizione di tutto il regno.»

Ho qui la lettera sigillata che devo portare al re al più presto

possibile: se desiderate qualche cosa per vostro figlio, io sono a

vostra disposizione giorno e notte.» Donegilda rispose: «Per ora non ho

bisogno di nulla: voglio solo, che tu passi qui la notte per riposare.

Se avrò da darti qualche ordine, te lo darò domani.»

Il servo prima di andare a letto si bevve birra e vino senza

discrezione, e mentre dormiva, briaco, gli fu rubata la lettera dalla

tasca. Fu astutamente scritta un’altra lettera, imitando il carattere

del Castellano, la quale dava al re una notizia ben diversa, come

sentirete.

Questa lettera diceva dunque: «che la regina si era sgravata di una

creatura così orribile e mostruosa che nessuno nel castello aveva

il coraggio di guardarla solo per un momento. La madre che l’aveva

partorita doveva essere certo una strega capitata là per qualche

incantesimo o per qualche stregoneria, e nessuno la poteva soffrire.»

Il re provò un grande dolore, quando lesse questa lettera, ma non

manifestò a nessuno la ragione del suo grave dispiacere, e rispose di

proprio pugno: «Sia ben venuto per sempre ciò che Cristo ha mandato a

me che professo ormai la sua dottrina. Signore, sia ben venuto il tuo

volere, e ciò che a te piace: io sottopongo ai tuoi ordini ogni mio

desiderio. Abbiate cura di questo fanciullo, bello o brutto che sia, ed

anche di mia moglie finchè io ritorni; Cristo, ove gli piaccia, potrà

mandarmi un erede che mi sia più caro di questo.» Egli suggellò la

lettera, piangendo di nascosto, e la fece consegnare subito al messo il

quale, senz’altro, se ne tornò via.

O messaggio briacone, il tuo respiro è affannoso, le gambe non

ti reggono più e tu tradirai ogni segreto. La mente è svanita, tu

balbetti come una gazza, il tuo viso ha cambiato colore. Quando c’è

l’ubriachezza, non ci sono più segreti davvero.

O Donegilda, l’inglese nel quale io parlo non può descrivere la tua

cattiveria e la tua tirannia: e perciò ti abbandono al tuo demonio, il

quale penserà lui a far conoscere il tuo infame tradimento. E tu sei un

essere umano? No, affè di Dio, io mento: tu sei uno spirito diabolico,

io oso dire che sebbene tu cammini in questo mondo, l’anima tua è giù

nell’inferno.

Il messaggio, dunque, si congeda dal re, e si ferma, anche al ritorno,

alla corte della madre di lui, la quale ne fu molto contenta, e cercava

soddisfarlo in tutto quel che poteva. Egli bevve, e si rimpinzò bene la

pancia, e quindi cominciò a dormire e a russare, da pari suo, tutta la

notte, fino a che si levò il sole.

Anche questa volta gli fu rubata la lettera del re, che fu sostituita

da una contraffatta, nella quale il re domandava al Castellano, sotto

la pena di impiccarlo per punizione, che non permettesse a Costanza di

rimanere nel suo regno più di tre giorni e la quarta parte di una marea.

Aggiungeva che la mettesse, col bambino e con tutta la sua roba, nello

stesso bastimento in cui era stata trovata, e la spingesse lungi da

terra, ordinandole di non farsi più vedere.—O mia Costanza, ben doveva

l’animo tuo sentir paura e soffrire sognando, allorchè Donegilda

macchinò quest’infamia.

Dalle Novelle di Canterbury · 第 9 / 15 段