avesse vissuto, in qualche modo, su questa terra, così non visse
mai uomo, il quale non sia morto. Il mondo non è che una stazione
di passaggio piena di dolori, e noi siamo dei poveri pellegrini che
giriamo di qua e di là aspettando la morte che è la fine dei nostri
guai».
Queste e molte altre cose disse il vecchio, esortando tutti alla
rassegnazione.
Teseo cercò, con ogni cura, il luogo più degno e conveniente, dove
seppellire il buon Arcita. E volle, finalmente, che in quello stesso
bosco placido e verde, nel quale Arcita e Palemone avevano combattuto
per amore, dove Arcita aveva sofferto, per amore, tanti affanni, tanti
e sì cocenti ardori, si innalzasse un rogo, ed ivi si facessero i
sacrifici ed il funerale. Quindi dette ordine di tagliare le vecchie
querci del bosco, di spaccarle, e di preparare, coi tronchi, la
catasta per il rogo. I suoi ufficiali montarono a cavallo in fretta ed
eseguirono subito gli ordini ricevuti. Teseo intanto mandò a prendere
una bara, vi distese dentro un drappo d’oro, il più ricco che aveva,
e dello stesso drappo vestì Arcita, al quale furono messi i guanti
bianchi, una corona di alloro fresco in testa, e una spada lucida ed
appuntata in mano. Così vestito, Teseo col volto pallido e spaurito
lo depose nella bara, e cominciò a piangere amaramente. Poi perchè
tutti potessero vedere il prode cavaliere, venuto il giorno, lo fece
trasportare nella gran sala del palazzo, dove era un continuo via vai
di gente che piangeva e gridava.
In questo mentre giunse, tutto addolorato, il tebano Palemone, con
la barba incolta, i grigi capelli arruffati, e in abito di lutto; il
suo dolore era più forte di quello che tutti gli altri sentivano,
ed egli piangeva più amaramente anche d’Emilia. Perchè il funerale
riuscisse più splendido e degno, Teseo fece portare tre bei cavalli
bianchi bardati di lucido acciaio, e su ciascuno di essi fece montare
un cavaliere armato delle armi di Arcita: uno infatti teneva in mano il
suo scudo, un altro la lancia, e il terzo l’arco turco ed il turcasso
d’oro; e così armati i tre cavalieri cavalcavano lentamente e col
volto addolorato pel bosco. I più nobili dei Greci che erano in Atene
portavano la bara sulle spalle, percorrendo a lenti passi, e con gli
occhi rossi e bagnati di pianto, la via principale della città che
era tutta parata a nero. A destra del feretro c’era il vecchio Egeo,
a sinistra Teseo, e tutti e due recavano vasi d’oro finissimi, pieni
di miele, latte, sangue e vino. Dietro loro veniva con un gran seguito
Palemone, e quindi Emilia, che, secondo il costume d’allora, portava in
mano il fuoco per accendere il rogo.
Tutti erano in faccende per preparare la legna, ed ormai la catasta
toccava il cielo con la verde cima, e i tronchi stendevano per una
ventina di braccia i loro rami. Il primo strato del rogo era formato di
fascetti di paglia.
Ma non starò a raccontarvi per filo e per segno come l’avessero
innalzato, e vi risparmierò i nomi di tutti gli alberi che furono
atterrati, insieme con le querci, gli abeti, le betulle, gli ontani, i
lauri, i pioppi, i salici, gli olmi, i platani, i frassini, i bossi,
i castagni, i tigli, gli aceri, gli spini, i faggi, i nocciuoli,
e i tassi. Non vi dirò come i silvestri dei, privati della loro
abitazione, fuggissero di qua e di là, abbandonando quel bosco dove
Ninfe, Amadriadi e Fauni avevano avuto fino allora tranquillo e
sereno albergo. Nè vi racconterò come gli animali e gli uccelli tutti
scappassero spaventati allorchè il bosco fu atterrato; nè come il suolo
della selva, non abituato alla luce del sole, rimanesse spaurito di
tanto splendore improvviso. Non dirò, che il rogo era formato prima
di uno strato di paglia, poi di tronchi secchi spaccati in tre pezzi,
poi di uno strato di verzura e di aromi, coperti da un panno d’oro
pieno di pietre preziose, attorno al quale erano appese corone di
molti fiori, con la mirra e l’incenso dal dolce profumo. Non starò a
raccontare come Arcita fu deposto in mezzo a tutta questa roba, nè a
fare il conto di tutte le ricchezze che erano attorno il suo corpo;
nè come Emilia dando fuoco al rogo secondo l’uso di quei tempi, venne
meno dalla commozione, nè ciò che disse o desiderò in quel momento, nè
quali gioie furono gettate nel fuoco allorchè si levarono le fiamme
divampando, nè come dei presenti chi gettava nel fuoco lo scudo, chi la
lancia, chi parte dell’armatura, o coppe piene di vino, di latte, di
sangue, che bruciavano subito come fossero di legno. Non vi dirò come
i Greci in lunghissimo corteo cavalcarono per tre volte attorno alle
fiamme, incominciando da sinistra, con grida altissime e squassando per
tre volte la lancia; nè come per tre volte le donne si abbandonarono
ai lamenti, nè come Emilia fu ricondotta a casa ed Arcita, divenuto un
mucchio di cenere fredda, fu vegliato dai Greci che passarono la notte
in mezzo ad ogni genere di giuochi. Non starò a dirvi quali furono
questi giuochi fatti durante la veglia, nè chi, untosi il corpo d’olio,
fu il miglior lottatore e si portò meglio riuscendo a battere sempre
l’avversario. Non dirò, finalmente, come, finiti i giuochi, tutti se
ne ritornarono in Atene, poichè è ormai tempo di venire alla fine di
questa lunga novella.
Col tempo, passati alcuni anni, fu stabilito, per comune consenso, che
avessero fine i lamenti e le lacrime. Ed allora, se non m’inganno,
ebbe luogo un’adunanza in Atene per trattare di alcune questioni
particolari, e tra le altre cose si parlò anche di stringere alleanza
con non so quali paesi, e di avere, ormai, anche quella dei Tebani.
Perciò il nobile Teseo fece chiamare subito Palemone, senza che egli
sapesse di che cosa si trattasse; ed il giovine tebano, tutto dolente
e vestito a bruno, accorse subito, obbedendo all’ordine di Teseo, il
quale intanto aveva fatto chiamare anche Emilia.
Allorchè si furono seduti, e si fu fatto intorno silenzio, Teseo
aspettando un momento, prima di lasciare uscire una parola dal saggio
suo petto, e volto attorno lo sguardo pieno di mestizia con un tacito
sospiro, disse finalmente così:
«L’alto fattore del supremo principio, quando inventò la prima
volta la bella catena d’amore, ebbe un nobile ed alto intendimento, e
sapeva quel che si faceva, mosso da un fine ben determinato. Egli univa
insieme, con la bella catena dell’amore, il fuoco, l’aria, l’acqua e
la terra, con legami che non era possibile infrangere. Questo principe
e fattore di tutte le cose ha fissato i giorni che ogni creatura viva
deve rimanere in questa valle di lacrime, ed oltre quel dato numero
di giorni a nessuno è dato passeggiarvi più. E non c’è bisogno di
citare in proposito qualche autorità, perchè ormai tutti lo sappiamo
per esperienza: io non faccio altro che manifestare la mia opinione.
L’ordinamento di tutte le cose dimostra chiaramente che v’è una mente
direttiva immutabile ed eterna: e basta avere un dito di cervello per
capire che in questo mondo ogni piccola parte deriva da un tutto.
Poichè la natura non ha avuto origine da parti e frazioni di una cosa,
ma da una cosa perfetta ed una, che a mano a mano allontanandosi dalla
perfezione è scesa giù fino a divenire corruttibile. E perciò egli,
il fattore supremo, con la sua saggia previdenza ha creato questo
meraviglioso ordinamento, in modo che l’evoluzione e il progresso delle
cose si deve effettuare per mezzo di successive trasformazioni, che
conducono alla fine e non alla eternità. E di questo ognuno si può
persuadere con gli occhi suoi. Guardate, per esempio, la quercia che
dopo sì lunga vita, un bel giorno muore. Pensate che la dura selce
che ogni giorno calpestiamo coi piedi quando camminiamo, a poco per
volta si consuma anch’essa, sulla strada, e finisce. Così il vasto
fiume improvvisamente si secca, e le grandi città cadono e spariscono,
perchè tutto, come vedete, finisce nel mondo. Lo stesso accade degli
uomini e delle donne: tutti, il re come il suo paggio, devono morire
dentro uno dei due limiti della vita umana, vale a dire la gioventù e
la vecchiaia. Chi muore nel suo letto, chi in mezzo al mare, chi in
mezzo alla vasta campagna; ma non c’è rimedio: tutto finisce per la
stessa strada, tutto muore. E chi è l’autore di tutto questo, se non
Giove re dell’universo? Egli è principio e causa di tutte le cose, e
tutto si trasforma secondo il suo volere, dal quale tutto ha avuto la
sua origine; nè creatura viva al mondo, si può opporre a lui, qualunque
essa sia. Perciò è da savi, mi sembra, fare di necessità virtù, e
mettersi l’animo in pace, una volta che tutti, senza eccezione,
dobbiamo finire nello stesso modo. Chi se ne lamenta è un pazzo, perchè
pretende di ribellarsi a colui che è guida di tutto. Certamente per
un uomo è bello morire nella grandezza della sua fama e nel vigore
degli anni, con la sicurezza di lasciare un nome onorato. Egli muore
senza aver mai recato disonore all’amico e a se stesso, cosicchè
l’amico dovrebbe rallegrarsi della sua morte, preferendo che egli sia
spirato nel fiore della sua gloria, piuttosto che vederlo morire quando
questo è già appassito dal tempo; poichè allora il suo valore è presto
dimenticato. Quindi per lasciare un bel nome è meglio morire all’apogeo
della gloria; e chi non la pensa così si ostina ad essere uno sciocco.
Perchè, dunque, noi ci lamentiamo e non sappiamo rassegnarci che il
nostro Arcita, il fiore della cavalleria, sia uscito con tanta lode ed
onore da questa brutta prigione che è la vita? Perchè si lamentano,
qui, la moglie sua e il suo cugino, che pur gli volevano tanto bene,
della sorte che gli è toccata? Deve egli ringraziarli di questo? No
davvero, e lo sa Dio stesso, poichè col pianto offendono l’anima di
Arcita e se medesimi, solamente per soddisfare il desiderio proprio.
Quale è, dunque la conclusione di questo mio lungo discorso? È questa:
io penso che noi dopo tanto dolore dobbiamo ormai stare un po’ allegri,
e ringraziare Giove della sua bontà. Prima che ci lasciamo, noi
dobbiamo fare di due dolori una sola e completa gioia che duri eterna.
Vedete, tra le persone qui presenti ce n’è una più acerbamente di tutti
colpita dal dolore: ebbene io voglio che la gioia incominci proprio da
lei.
Sorella (indi soggiunse) è desiderio mio e della mia corte, che il
gentil Palemone, il cavaliere che con tanto zelo è al tuo servizio, e
ti ha sempre servito con tanto amore e del suo meglio dal giorno che
lo conoscesti, abbia finalmente la grazia del tuo cuore: io voglio
che tu lo faccia tuo marito e tuo signore. Dammi la tua mano, poichè
così noi abbiamo stabilito. Dà a noi, qui presenti, un esempio della
tua riconoscenza. Palemone è, per Dio, figlio del fratello di un re,
e sebbene egli sia un semplice cavaliere, mi pare che meriti la tua
pietà, giacchè egli ti ha servito per tanti anni, ed ha sofferto tanti
affanni per amor tuo».
Poi disse al cavaliere Palemone: «Io credo che non occorreranno molte
parole per indurti ad approvare questa mia decisione. Vieni dunque qua,
e prendi per la mano la moglie tua».
Così fu stretto, fra loro due, il nodo che si chiama matrimonio
o maritaggio, con l’approvazione di tutta la corte, e in mezzo
all’allegria e ai canti furono celebrate le nozze. Ed ora Dio che
ha creato questo immenso mondo, conceda al prode cavaliere la sua
protezione, che se l’è guadagnata davvero. Palemone, infatti, vive
contento e felice in mezzo alle ricchezze, e pieno di salute, con la
sua Emilia; ed essa l’ama così teneramente, ed egli con tanta cortesia
la serve, che tra di loro non si parlò mai di gelosia nè di altre
seccature.
Così finirono Palemone ed Emilia, e Dio benedica tutta questa bella
brigata.
NOVELLA DEL GIURECONSULTO
PROLOGO
Il nostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto
la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e
per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però
che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero
di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la
stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo
fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il
suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava,
in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano
le dieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo:
«Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta
parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San
Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori
miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se
la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non
sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla
pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui
molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella
dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche
modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non
ritorna davvero indietro, come non ritorna a _Malkins_[1] la verginità,
una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo,
dunque, a marcire così nell’ozio.
Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una
novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi avete acconsentito
a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e
mantenete la vostra promessa».
«Oste, egli rispose, DE PAR DIEU JEO ASSENTE, giacchè non ho
intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi
ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri
nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non
posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da
Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte),
in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe
a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio,
sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti
di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli
semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissime EPISTOLE.
Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono
già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la
novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donne
e gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro
intitolato: LA SACRA LEGGENDA DI CUPIDO, vi troverà descritte le larghe
e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la
storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore
Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà
il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo
scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero,
le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua
crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per
vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli
loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste.
Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace
che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da
certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di
quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola
(orribile a leggersi) a forza per terra. Di tali turpi cose egli non
volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal
raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia
novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse
altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle
Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti
versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto,
serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue.
NOVELLA DEL GIURECONSULTO
O miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu
ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi,
invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono
così dolorose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo
malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza
il pane.
Tu te la prendi con Cristo, e col cuore gonfio d’amarezza, dici
ch’egli non distribuisce equamente le ricchezze sulla terra.
Rimproveri, a torto, il tuo vicino, perchè mentre tu hai ben poco in
questo mondo, a lui non manca nulla. E gridi: «Per Dio, verrà anche per
lui il redde rationem, verrà il giorno in cui il fuoco gli brucerà la
coda perchè non aiuta chi ha bisogno!»
Ascolta, piuttosto, ciò che ti dice il savio: meglio la morte della
miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti
dall’alto in basso: pel povero non c’è rispetto. Impara anche questo
dai savi: i giorni del povero sono tutti uguali, tutti brutti lo
stesso; perciò abbi giudizio prima di cacciarti da te in mezzo a tante
spine.
Se tu sei povero, neppure i tuoi fratelli ti possono vedere, e gli
amici, ahimè, ti salutano tutti. Felici voi, o ricchi mercatanti, voi
sì che siete gente rispettabile e con un po’ di sale in zucca; per voi
non c’è doppio asso: ma il cinque e sei, ad ogni tiro di dadi, v’empie
le tasche. Almeno, voi, per Natale potete ballare allegramente.
Voi scrutate terre e mari in cerca di guadagno, e da gente savia
conoscete le condizioni di ogni paese, e ne recate notizie e avventure
di pace e di guerra. Ed ora, appunto, non saprei dove pescare una
novella, se un mercante, morto parecchi anni fa, non mi avesse
raccontato questa che voglio dirvi.
Nei tempi antichi, dunque, c’era in Siria una società di ricchi
mercanti così bravi ed onesti, che avevano un estesissimo commercio di
stoffe in oro e in seta dei più smaglianti colori. La loro merce era
così bella e così nuova, che tutti reputavano una fortuna comprar da
loro e cambiar con loro la merce.
Ora accadde che questi mercanti una volta stabilirono di andare a Roma,
non so se per affari, o per semplice divertimento; fatto sta che non vi
mandarono i loro commessi, ma andarono da sè, e presero alloggio dove
tornava loro più comodo per gli affari.
Già da qualche tempo si trovavano per loro piacere in Roma, quando
un bel giorno sentirono parlare della famosa Costanza figlia
dell’Imperatore, la cui fama giungeva loro agli orecchi con sempre
nuovi particolari.
La voce che correva sulla bocca di tutti era questa: «Il nostro
Imperatore, Dio ce lo conservi, ha una figlia così bella e buona, che
da che il mondo è mondo non si è vista l’eguale nè per bellezza nè per
bontà. Dio la protegga, e possa essere un giorno la regina dell’Europa
intera.
La sua straordinaria bellezza è senza orgoglio, la sua gioventù non
conosce capricci e non ha grilli per la testa. Ogni sua azione ha per
guida la virtù, ed umiltà, in lei, vince superbia. Questa donna è un
vero specchio di gentilezza: nel suo cuore alberga la pietà, e la sua
mano è ministra di libertà e di misericordia».
E tutto questo che la voce del popolo diceva, era vero come la voce
di Dio. Ma torniamo a bomba: questi mercanti caricate le loro navi, e
dopo aver veduto, finalmente quella benedetta fanciulla, ritornarono in
Siria, e si rimisero ai loro affari come prima, passandosela da signori.
Ora dovete sapere che questi mercanti erano molto in grazia al Sultano
di Siria. Ed ogni volta che essi facevano ritorno da qualche paese
straniero, egli pieno di affabile cortesia faceva loro festa e buon
viso, e domandava, con grande interesse, notizie dei vari stati, per
sapere se avevano visto o sentito nulla di bello e di meraviglioso.
E questa volta fra le altre cose, essi gli parlarono con sì calda
ammirazione dello splendore di Costanza, che il Sultano provava un
grandissimo piacere a immaginarsi colla fantasia la figura di lei; ed
ogni suo desiderio, ogni sua più grave cura ripose nell’amare questa
fanciulla per tutta la vita.
Ma fino dal giorno della sua nascita le stelle avevano scritto in quel
gran libro che gli uomini chiamano il cielo, ch’egli, ahimè, doveva
morire per amore. Poichè nelle stelle (e Dio sa se è vero) c’è scritto
a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo.
Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di
Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare, la guerra di Tebe, la morte
di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno
un’intelligenza così corta, che nessuno di loro in quel libro ci sa
leggere chiaro.
Il Sultano, dunque, fece radunare il suo consiglio privato, e per
esaurire in poche parole l’argomento, manifestò, senza altro, il suo
desiderio, e disse che se non gli fosse concesso di possedere subito
Costanza, non gli resterebbe che morire: lasciava a loro di trovare un
rimedio per la sua vita.
Ognuno allora disse la sua: furono fatte e ribattute molte proposte,
molte ragioni furono addotte, giustamente, da una parte e dall’altra;
si parlò di magia, di inganni, e finalmente per venire ad una
conclusione, tutti non videro altro mezzo, non trovarono altra via che
il matrimonio.
Ma con ragione videro subito una grave difficoltà: naturalmente i loro
riti erano così diversi da quelli del popolo di Cristo, che (dicevano
essi) «nessun principe cristiano sarebbe contento di mandare a nozze
col Sultano una figlia, facendole accettare i dolci riti del loro
profeta Maometto».
Ed egli rispose: «Piuttosto che rinunziare a Costanza, io son
disposto, decisamente, a farmi cristiano. Io debbo essere suo, e non
posso fare diversamente, perciò, ve ne prego, risparmiatevi qualunque
osservazione di questo genere; pensate piuttosto a salvarmi, e cercate
con ogni mezzo di farmi avere colei, dalla quale dipende la mia vita:
poichè io sento che non posso vivere molto in mezzo a tanto dolore».
Perchè andare ancora per le lunghe? Per mezzo di trattative e di
una ambasceria, con la mediazione del papa e di tutta la Chiesa, e
con l’approvazione di tutta la nobiltà, fu stabilito, a dànno della
religione maomettana e con vantaggio della cara legge di Cristo, quanto
sentirete.
Fu stabilito, cioè, che il Sultano, tutti i suoi baroni e tutti i suoi
sudditi, si farebbero cristiani, ed egli sposerebbe Costanza (con
non so quanto di dote, ma certo una bella somma), e così la sua vita
sarebbe salva. Così fu convenuto e giurato da ambo le parti: ed ora,
bella Costanza, Dio onnipotente ti accompagni.
Qualcuno ora s’aspetterebbe forse che io raccontassi, per filo e per
segno, tutti i preparativi che l’Imperatore e la sua corte fecero per
le nozze di Costanza. Ma ognun di voi s’immagina bene che non sarebbe
possibile raccontare, in quattro e quattr’otto, tutto ciò che si fece
nell’occasione di un avvenimento così grande.
Vescovi, conti, contesse, cavalieri di gran nome, ed altri personaggi,
in una parola, furono mandati, ad accompagnarla. E fu annunziato a
tutta la città che ognuno pregasse devotamente Cristo, affinchè volesse
proteggere questo matrimonio, e accompagnasse per viaggio la spedizione.
Venne il giorno della partenza (il triste, fatale giorno, aggiungo
io), chè ormai non v’era più da aspettare, e tutti erano pronti.
Costanza, straziata dal dolore, si levò pallida dal letto, e si vesti
preparandosi a partire, vedendo bene che non le restava altro da fare.
Ahimè! Qual meraviglia ch’ella piangesse? Lei che da quelli stessi i
quali l’avevano tenuta fin allora così caramente, era mandata ora in un
paese straniero, legata e soggetta ad un uomo che non aveva mai visto
nè conosciuto? Io non voglio dire altro: ma so che in generale riescono
sempre buoni mariti coloro che hanno conosciuto per tempo la loro
moglie.
«O babbo, diceva lei al momento di partire, la tua sventurata Costanza,
la tua giovine figliuola, che con tanto amore hai visto crescere; o
mamma mia, che dopo Cristo, il quale sta su nel cielo, sei la cosa a me
più cara nel mondo, Costanza, la figliuola vostra, si raccomanda a voi.
Pensate che essa deve andare in Siria e forse non vi rivedrà più.