il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle
vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il
mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua,
per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che
io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio
innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla
del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio
divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia
degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne
scongiuro per la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa
che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così
caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo
che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto
il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi
questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di
loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.
Guarda, o Dea della pura castità, le lacrime che mi scendono sulle
guancie. Poichè tu sei vergine e protettrice di tutte le vergini,
proteggi e conserva la mia verginità, e per tutta la mia vita io starò
al tuo servizio».
I fuochi ardevano sullo splendido altare, mentre Emilia faceva
questa preghiera; quando ad un tratto essa ebbe una strana visione.
Improvvisamente uno dei due fuochi si spense, e subito si riaccese,
mentre si spengeva l’altro, e cigolando come un tizzo ardente bagnato
nell’acqua mandava fuori dall’uno dei capi un fiotto di sangue. Emilia
ne rimase così spaventata, che per poco non divenne pazza; e non
sapendo che cosa questa visione significasse, cominciò a disperarsi, e
per la paura gridava e piangeva in modo da far pietà.
Intanto, mentre piangeva così, ecco comparire Diana con l’arco in
mano, in arnese da caccia, la quale voltasi ad Emilia le disse:
«Figlia, cessa dal tuo affanno; gli eccelsi Dei hanno ormai stabilito,
e scritto, e confermato, con eterna parola, che tu debba sposare uno
dei due giovani tebani che per te soffrono tanti affanni e tanto
dolore: quale dei due, però, tu dovrai sposare, non te lo so dire.
Addio, dunque, poichè io non posso più a lungo trattenermi. I fuochi
che ardono sul mio altare ti faranno capire, prima che tu esca di qua,
quale sia la fine di questa tua avventura amorosa».
E a queste parole le freccie che la Dea aveva nella faretra
risuonarono, ed essa scomparve. Emilia stupefatta disse: «Che vuoi mai
dire questo? Ahimè! Io mi metto sotto la tua protezione, o Diana, e a
te mi affido». Quindi per la via più breve se ne ritornò a casa. Così
finì ed io non ho altro da dire.
Nell’ora sacra a Marte che seguì a questo fatto, Arcita se ne andò al
tempio del feroce Dio della guerra, per sacrificare in onor suo secondo
il rito pagano. E pieno di umiltà e di devozione fece a Marte questa
preghiera.
«O forte Dio, che sei onorato nei freddi regni della Tracia di cui
sei signore, tu che maneggi a tuo talento le armi d’ogni terra, e
dispensi agli uomini buona o cattiva fortuna, accetta da me questo
pietoso sacrificio. Se tu credi che la mia giovinezza ne sia degna, e
che io sia in grado di servire il tuo nume, sì ch’io possa essere dei
tuoi, abbi pietà delle pene mie, te ne prego, per gli affanni che hai
sofferti, per quel fuoco che t’arse tutto, quando godesti le grazie di
Venere giovane e bella, e la stringesti, fin che ti piacque, fra le
tue braccia. Abbi compassione delle mie pene atroci, te lo chiedo pel
dolore che provasti (una volta t’andò male anche a te), quando Vulcano,
ahimè, ti prese nei suoi lacci, e ti colse mentre giacevi con sua
moglie.
Io sono, come ben sai, giovane ed inesperto, e colpito, s’io non
m’inganno, da Amore, come mai anima viva fu ferita al mondo: poichè la
donna per la quale io soffro tutte queste pene, non si cura affatto di
me, e poco le importa che io affoghi o mi salvi nuotando. Io debbo,
prima che essa si muova a pietà, conquistarla con la forza sul luogo
della lotta; e so, pur troppo, che senza il tuo aiuto e il tuo favore
la mia forza non varrà a nulla: perciò domani sul campo di battaglia
aiutami, signor mio, pel fuoco che ti arse e che ora arde me, e fa che
domani io mi abbia la vittoria. A me lascia la fatica, e la gloria sia
tua; ch’io, poi, penserò ad onorare l’eccelso tuo tempio più d’ogni
altro luogo, e sempre faticherò nel tuo duro mestiere per farti cosa
grata. Appenderò nel tuo tempio la mia insegna e tutte le armi della
mia schiera, e sempre, fino al giorno della mia morte, arderà sul tuo
altare eterno fuoco. Anche questo voto io faccio: ti sacrificherò la
mia barba e la mia lunga chioma non toccate mai, fino ad ora, dal
rasoio e dalle forbici; e fino alla morte sarò sempre tuo servitore. Tu
ora abbi pietà dei miei cocenti dolori, e dammi la vittoria, chè altro
non ti chiedo».
Quando il forte Tebano ebbe finita la sua preghiera, i cardini della
porta del tempio e le porte stesse tremarono così fortemente, che
Arcita rimase stupefatto. I fuochi ardevano sull’altare fiammeggiante,
che illuminò ad un tratto tutto il tempio, e dal suolo si levò
improvvisamente un dolce profumo; allora Arcita, levando in alto la
mano gettò sul fuoco nuovo incenso e compiè altri riti, dopo i quali la
statua di Marte cominciò a far risuonare l’armatura di ferro. E insieme
al suono delle armi Arcita sentì una voce bassa e cupa che mormorò:
«Vittoria». Perciò egli onorò e glorificò Marte.
Quindi con la gioia e la speranza nell’animo Arcita se ne ritornò a
casa in fretta come un daino che fugge la luce del sole.
A questo punto su in cielo cominciò, per tutte queste promesse, un
tale battibecco fra Venere Dea dell’amore e Marte il fiero e potente
Dio delle armi, che Giove si affannava inutilmente per rimettere la
pace. Finalmente però il pallido e freddo Saturno, che sapeva tante
e così vecchie storie, trovò il modo, con la sua antica esperienza e
la sua grande pratica del mondo, di mettere d’accordo le due parti
in quattro e quattr’otto. È proprio vero che la vecchiaia ha molte
risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un
vecchio con le gambe, ma con la testa no.
Saturno, dunque, contro il suo modo di pensare, si indusse a cercare un
rimedio per far cessare il dissidio fra i due Dei.
«Venere, mia cara figlia, egli disse, sappi che il mio corso il
quale compie un giro così vasto per la volta celeste, ha più potenza
di quello che gli uomini non pensano. Sotto l’influenza mia la gente
affoga là nel grigio mare, per me s’apre agli uomini la buia prigione,
e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione
delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella
costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio
influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla
testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto
il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi
tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza.
Ora, dunque, non pianger più; penserò io a fare sì che Palemone, che
è il tuo cavaliere, ottenga la sua donna come tu gli hai promesso,
quantunque Marte aiuti il suo protetto. Voi due avete preso a
proteggere un cavaliere ben diverso, e per questo tutto il giorno siete
alle prese: ma è ora di farla finita, e che ritorni fra voi la pace.
Io sono tuo nonno, e mi avrai sempre pronto ad ogni tuo desiderio; non
piangere più, che sarà fatto quello che tu vuoi».
Ma lasciamo ora Marte e Venere, dea dell’amore, su nel cielo, poichè io
voglio raccontarvi in poche parole la fine della mia storia.
Quel giorno tutta Atene era in festa, e Maggio stesso colla sua
leggiadria rallegrò così vivamente l’animo di tutti, che la Domenica
passò in giostre e danze e fu dedicata agli alti onori di Venere.
La notte però tutti andarono a letto, perchè la mattina si dovevano
alzare presto per andare ad assistere al combattimento. L’indomani
allo spuntare del giorno dappertutto, nei vicini alberghi, era uno
strepito di cavalli e d’armi; e numerose schiere di cavalieri su i loro
destrieri e i loro palafreni se ne andarono al palazzo di Teseo.
Si vedevano armature d’ogni sorta, belle e riccamente lavorate in oro
e in acciaio con fregi, scudi luccicanti al sole, elmi e bardature,
elmetti lavorati in oro, loriche e cotte d’armi. Si vedevano cavalieri
in splendidi costumi, col loro seguito e i loro scudieri, dei quali
chi rinforzava le lance con dei chiodi, chi metteva le fibbie agli
elmi, chi era intento a lucidare gli scudi e ad adattarvi le corregge.
Insemina dovunque c’era da fare qualche cosa, nessuno stava con le
mani in mano. Vedevi qua e là destrieri con la schiuma alla bocca che
rodevano il morso sotto le briglie d’oro, ed armaiuoli che correvano
d’ogni parte con lime e martelli. Era un via vai di gente che veniva a
piedi dalla campagna, di plebaglia armata di bastoni, così affollata
per le vie che non c’era posto dove mettere i piedi; e tutti avevano
zufoli, trombe, tamburi e clarinetti, chè durante il combattimento
mandavano suoni di sanguinosa battaglia. Il palazzo di Teseo era
pieno di gente: qua c’era un gruppo di tre persone, là ve n’erano
una diecina che questionavano e scommettevano pel vincitore dei due
cavalieri tebani. Chi diceva che la battaglia sarebbe andata in un modo
e chi nell’altro; alcuni tenevano per quello con la barba nera, altri
per quello che era un po’ calvo, altri invece per quello che aveva i
capelli così folti, ed osservavano che aveva l’aspetto di un guerriero
feroce e che si batterebbe fortemente, e soggiungevano: «Ha in mano
un’alabarda che peserà almeno una ventina di libbre».
Per un bel pezzo, fin dal levar del sole, nel palazzo fu una continua
questione, per cercare di indovinare chi sarebbe stato il vincitore. Il
gran Teseo svegliato dalla musica e dal frastuono della gente, rimase
in camera, nel suo ricco palazzo, finchè i due cavalieri tebani furono
condotti, con uguali onori, al palazzo.
Teseo se ne stava ad una finestra, in gran tenuta, che pareva un Dio
sul trono; allora la gente si affollò improvvisamente da quella parte
per vederlo e fargli atto di riverenza, e per sentire i suoi ordini e
le sue disposizioni.
Un araldo montato sopra un palco di legno diè cenno che tutti facessero
silenzio, e cessato ogni rumore, manifestò così il volere del potente
loro Duca:
«Il signor nostro, col suo saggio consiglio, ha pensato che sarebbe
un inutile spargimento di nobile sangue il combattere in questo
torneo come si combatterebbe in fiera battaglia; quindi per impedire
che molti cadano morti, egli ha modificato il suo primo proposito.
Nessuno, pena la testa, può scagliare o portare dentro la lizza dardi
di qualsivoglia specie, nè alabarde, nè lancie. Nessuno deve adoperare
o portare al fianco spade corte ed aguzze; nessun cavaliere potrà
assalire il compagno con la lancia affilata se non andando di corsa.
Per difendersi, se crede, il cavaliere può balzare a terra. Colui che
sarà còlto in fallo, sarà preso e non ucciso, ma verrà portato in
un recinto appositamente preparato ai due lati della lizza, e quivi
dovrà per forza rimanere fuori di combattimento. Appena sarà fatto
prigioniero uno dei due capi, o l’un d’essi cada morto, il torneo sarà
immediatamente finito. Dio sia con voi, andate e mettetevi presto in
ordine. Combattete con le lunghe spade a vostro talento, e finchè ne
avete voglia. Andate, dunque; questo è il volere del Duca».
Le voci del popolo arrivavano fino alle stelle, allorchè tutti con
quanto n’avevano in gola si misero a gridare pieni di gioia: «Dio salvi
il nostro buon signore, il quale non vuole che si sparga inutilmente
del sangue».
Fra i suoni delle trombe e i canti la schiera dei combattenti si
avviò ordinatamente alla lizza, attraversando la vasta città che era
tappezzata non con panni di lana ma con drappi d’oro. Teseo, il nobile
Duca, cavalcava con signorile portamento in mezzo ai due Tebani, e
dietro a lui venivano a cavallo la regina ed Emilia, seguite dalla
rispettiva compagnia d’onore, secondo il loro diverso grado. Così
attraversarono la città, e giunsero alla lizza che non era ancora
giorno fatto.
Quando Teseo, nel suo splendido costume, la regina Ippolita, Emilia,
e tutte le altre signore del seguito ebbero preso il loro posto,
tutta la schiera dei combattenti si riversò nel circolo. Arcita entrò
difilato, coi suoi cavalieri e la bandiera rossa, dalla porta ad
occidente, dov’era il tempio di Marte; contemporaneamente dalla porta
che guardava ad oriente entrava in lizza, sotto la scorta di Venere,
Palemone insieme con i suoi portando baldanzoso la bandiera bianca. A
cercarle in tutto il mondo non si troverebbero più due schiere di così
uguale valore sotto ogni rispetto. Nessuno per quanto accorto avrebbe
potuto dire che uno solo fosse superiore a gli altri per dignità,
per condizione, e neppure per età, così uguali in tutto e per tutto
erano stati scelti coloro che dovevano provarsi nel torneo. Intanto
i cavalieri si erano schierati su due righe in bel modo; e quando,
fatta la chiama, si vide che nessuno mancava, furono chiuse le porte
dell’anfiteatro, ed una voce gridò: «Giovani e prodi cavalieri, fate
ora il dovere vostro».
Gli araldi allora fermarono i loro cavalli che avevano spinto con lo
sprone qua e là per la lizza, e le trombe e i claroni incominciarono
a suonare forte. E quì, senz’altro, le lancie vanno in resta, e li
sproni entrano nei fianchi dei cavalli: alcuni diedero prova di essere
abili giostratori, altri abili cavalieri. Le lancie vibrano su i forti
scudi, e qualcuno si sente passare il petto dalla punta; le scheggie
delle aste volano all’altezza di parecchi piedi, le spade luccicanti
vanno in frantumi, e gli elmi spaccati cadono a pezzi, mentre il sangue
sgorga orribilmente a fiotti rossi, e le ossa scricchiolano sotto i
fieri colpi delle poderose mazze. Qua vedi uno cacciarsi dove più ferve
la mischia, e menare colpi orrendi; là i forti destrieri inciampare e
cadere per terra, mentre un cavaliere ruzzola come una palla tra le
gambe del cavallo. Uno si difende a colpi di bastone, un altro getta
di sella l’avversario urtandolo col suo cavallo. Si vede uno ferito
nel corpo, trascinato a forza dentro lo steccato laterale e costretto,
secondo era stato convenuto, a restare là, mentre ad un altro tocca
la stessa sorte dall’altra parte. Ogni tanto Teseo fa riposare i
combattenti perchè prendano nuova lena e bevano se ne hanno voglia.
I due Tebani si scontrarono più d’una volta ferendosi, e per due volte
l’uno gettò l’altro giù di sella. Una tigre della valle di Galafa, cui
il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la
ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c’è leone
in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si
inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere
il suo avversario. Cadono su gli elmi loro tremendi colpi, ed il sangue
sgorga rosso dai fianchi.
Ma tutto finisce in questo mondo: il forte re Emetrio, prima che il
sole cadesse, attaccò Palemone mentre si batteva con Arcita, e con
la spada gli fece una profonda ferita. Il disgraziato non voleva
cedere, ma a forza venne trascinato da una ventina d’uomini fuori di
combattimento, dentro lo steccato laterale. Il forte re Licurgo che
era accorso in aiuto di Palemone fu pure rovesciato; ma anche Emetrio,
nonostante la sua grande forza, fu gettato di sella, alla distanza di
una spada, da un colpo che Palemone gli vibrò prima di essere preso.
Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, Palemone dovè uscire dalla lizza; il
suo coraggio non gli valse: una volta preso, dovè ad ogni costo restare
là, secondo i patti stabiliti prima.
Chi, in questo mondo, ha provato il dolore di Palemone, costretto ad
abbandonare il combattimento? Teseo veduto l’esito di quello scontro
gridò alla moltitudine che ancora combatteva: «Olà, basta! Il torneo è
finito: io non rappresento nessuna delle due parti, e sono qui giudice
imparziale. Il tebano Arcita avrà Emilia, poichè egli ha avuto la
fortuna di conquistare, con le armi, la sua bellezza».
A queste parole si levò tra la folla un grido di gioia così potente,
che per un momento parve che il gran teatro franasse.
Intanto, che diceva su in cielo la bella Venere? Che cosa faceva la
regina dell’amore? Si disfaceva in lacrime perchè il suo volere non
era stato compiuto, e diceva: «Io mi vergogno, in verità, di quanto è
accaduto».
Allora Saturno, per consolarla, le rispose: «Figlia mia, non ti
disperare. Marte, è vero, ha ottenuto ciò che voleva: il suo cavaliere
ha conquistato il premio, ma tu per mezzo mio sarai presto consolata».
I trombettieri davano nelle trombe, e gli araldi gridavano a squarcia
gola, pieni di gioia per la fortuna toccata al signor loro Arcita. Ma
abbiate la bontà di fare un po’ di silenzio, e state a sentire che
razza di miracolo avvenne lì per lì.
Il fiero Arcita si tolse l’elmo ed a cavallo attraversò tutta la
pianura per mostrarsi a tutti, guardando e cercando con gli occhi la
sua Emilia, la quale gli volse un affettuoso sguardo (le donne, si
sa, facilmente si accomodano ai capricci della fortuna), ed era ormai
tutta di lui non solo apparentemente, ma anche nel cuore. In questo
mentre sbucò fuori dalla terra una furia infernale mandata da Plutone
per volere di Saturno; e il cavallo di Arcita, spaventato, cominciò
ad impennarsi, e saltando bruscamente da una parte cadde. E prima che
Arcita avesse il tempo di liberarsi lo lanciò giù di sella a capo
fitto, lasciandolo come morto, con uno squarcio nel petto che gli aveva
fatto, nel cadere, l’arcione. Mentre giaceva lì per terra, il sangue
gli era affluito alla testa con tanta veemenza, che egli aveva la
faccia nera come il carbone o come l’ala del corvo.
Fu subito raccolto da quel luogo, e portato, con lo strazio nel cuore,
al palazzo di Teseo. Per far presto gli fu tagliata indosso l’armatura,
e con molta cura fu messo subito a letto, poichè era ancora vivo, e non
faceva che piangere per la sua Emilia.
Intanto il duca Teseo se ne ritornava con tutto il suo seguito a casa,
attraversando con gran festa e gran pompa tutta la città. Nonostante
la disgrazia accaduta, egli volle che tutti stessero allegri, molto
più che i medici dicevano che Arcita non correva pericolo e presto
sarebbe guarito. E ciò che accresceva la gioia generale, era il fatto
che di quanti avevano preso parte al torneo, nessuno era morto,
sebbene fossero tutti conciati in malo modo, uno specialmente, al
quale una lancia aveva forato lo sterno. Ognuno aveva i suoi rimedi
e i suoi incantesimi per curarsi le ferite, e rimettere al posto le
braccia rotte; e pur di salvare la pelle ricorrevano ad ogni sorta
di medicine, e d’erbe, e bevevano perfino l’acqua di salvia. Il
nostro nobile duca confortava tutti e a tutti faceva onore, e dava ai
cavalieri che avevano preso parte al torneo trattenimenti notturni,
come a lui si conveniva, poichè trattandosi di una giostra non c’era
ragione che i vinti si affliggessero. D’altronde non era mica una
sconfitta: il cascare da cavallo è una disgrazia che in un torneo può
capitare ad ogni cavaliere. E l’essere preso, come toccò a Palemone,
e trascinato per forza fuori di combattimento da venti cavalieri che
lo spingevano per le gambe e pei piedi, mentre staffieri, mozzi, e
servitori, cacciavano fuori dalla lizza anche il suo cavallo, a furia
di bastonate, non era reputato cosa disonorevole e molto meno una
vigliaccheria. Perciò Teseo, perchè non ci fossero rancori ed invidie,
fece spargere subito la notizia che a tutti i cavalieri di ciascuna
schiera sarebbe stato distribuito il debito premio, come si trattasse
di premiare due soli fratelli.
Ed infatti ad ognuno egli dette il premio che gli spettava secondo il
suo grado, e fece una festa che durò tre giorni. I re che avevano preso
parte al torneo li fece partire da Atene tutti insieme nello stesso
giorno, accompagnati con i dovuti onori; gli altri cavalieri se ne
ritornarono alle case loro ognuno per la sua strada, e dappertutto era
un gridare: «Addio, state bene». Ed ora che ho finito di raccontarvi
del torneo, torniamo a Palemone e ad Arcita.
Il petto del povero Arcita incominciò a gonfiare, e il male cresceva
sempre più nel cuor suo. Il sangue che per effetto del colpo si era
aggrumato nell’interno, nonostante tutte le arti del medico, si
corruppe dentro il corpo, e non giovavano più nè salassi nè ventose nè
bevande di qualunque erba. La forza espulsiva o animale, detta appunto
per questo forza naturale, non riusciva a cacciar fuori il veleno e
ad espellerlo dal corpo. I lobi polmonari cominciarono a gonfiarsi,
e il sangue guasto dal male ammorbava ogni muscolo nel suo petto.
Non gli valsero, a salvare la vita, gli emetici e le purghe; il suo
corpo intero era in dissoluzione, e la natura non aveva più alcun
potere sopra di lui. E quando la natura non può fare più nulla, addio
medicina: portate pure il malato in chiesa. La conclusione, insomma,
è questa: Arcita era condannato a morte; e poichè egli lo sentiva,
mandò a chiamare Emilia e il suo diletto cugino Palemone, e disse così:
«Il mio spirito addolorato non può manifestarti la millesima parte di
quello che io soffro, o mia signora, che io amo immensamente; e poichè
io sento che la mia vita non può durare a lungo, lascio a te, più che
a ogni altro, la cura dell’anima mia, quando sarò morto. Ahimè! quanto
dolore, quali pene ho sofferto per te, e per quanto tempo! Ahi! dura
cosa, Emilia mia, dover morire, e lasciarti per sempre! Ahimè, regina
del mio cuore, moglie mia, unico scopo della mia vita! Che cosa è
dunque questo mondo? Che giova all’uomo il desiderare? Egli vive felice
con l’amor suo, e ad un tratto eccolo là nella fredda tomba, solo,
senza nessuno. Addio, mia cara, addio, Emilia mia, sollevami dolcemente
fra le tue braccia, e ascolta ciò che ti dico.
Per molto tempo io ho combattuto e odiato il mio cugino Palemone,
per amor tuo, perchè ero geloso di te. Ma Giove voglia essere guida
all’anima mia, come è vero che io non ho mai conosciuto al mondo un
uomo degno di essere amato come Palemone: lealtà, onore, valore, virtù,
modestia, condizione, casata, libertà, tutte insomma, egli possiede le
qualità di buon cavaliere. Giove salvi l’anima mia, se è vero questo
che io dico di lui, il quale è tuo servitore, e lo sarà per tutta la
vita. Perciò se un giorno tu dovrai riprendere marito, non dimenticare
Palemone il gentile cavaliere».
Detto questo la parola gli cominciò a mancare, e il freddo della
morte che già gli era addosso, lo avvolse tutto dai piedi fino al
petto. Anche alle braccia venne meno la forza, e la vita a poco a poco
scomparve. L’intelletto che era rimasto sempre lucido, si offuscò solo
quando anche il cuore addolorato sentì la morte: allora gli si velarono
gli occhi, e gli mancò il respiro. In quell’istante volgendo un ultimo
sguardo alla sua donna, disse queste ultime parole: «Pietà di me,
Emilia». E l’anima sua cambiò di casa. Dove andasse precisamente non ve
lo saprei dire, perchè andò in un luogo dove io non sono stato mai; e
poichè non sono un indovino e non mi intendo del viaggio delle anime,
non aggiungo una parola di più, non avendo l’intenzione di riferire
l’opinione di coloro che ne sanno qualche cosa. Il fatto è che Arcita
è stecchito sul letto: Marte accompagni l’anima sua, chè io ritorno ad
Emilia.
Palemone singhiozzava, Emilia era disperata, e Teseo dovette
sostenerla, svenuta, fra le braccia, e strapparla via dal cadavere di
Arcita. Ma è inutile che io stia a perdere il tempo per dirvi che la
disgraziata non faceva che piangere dalla mattina alla sera. Le donne
quando il marito se ne è andato all’altro mondo, chi più chi meno, si
disperano tutte a questo modo; altrimenti fanno una malattia tale che
finiscono per andarsene anche loro.
Le lacrime e i lamenti dei vecchi e dei giovani, per la morte di questo
Tebano, furono infiniti per la città, poichè tutti lo piangevano.
Non fu versato sì largo pianto neppure quando il cadavere di Ettore
fu portato a Troia. Le donne graffiandosi il volto e strappandosi
i capelli, gridavano pietosamente: «Perchè sei morto, tu che avevi
conquistato tante ricchezze e la tua Emilia?»
Teseo non sapeva darsi pace di questa disgrazia, e solo il vecchio
padre Egeo riuscì a consolarlo, pratico come era delle eterne
vicissitudini di questo mondo. Avendo veduto, nella sua vita,
alternarsi senza posa la gioia e il dolore, il dolore e la felicità,
con questo esempio dette al figlio una immagine di ciò che è il mondo,
per vedere di consolarlo.