A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina

cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito.

Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che

solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente

feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate

compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra,

volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a

pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da

principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che

avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira

li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli.

Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di

scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte

quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso

al caso dei due prigionieri tebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano

che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso,

quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni

costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha

poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla

stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo

impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce

alta, queste precise parole:

«_Benedicite!_ Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua

potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli.

Il cuore degli uomini è in mano sua.

Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto

vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me

un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi,

da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi

più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardate un po’

per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che

si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro

padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a

levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire

Amore ad ogni costo.

Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e

due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come

me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla

davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di

ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta

dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato,

a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per

prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci,

conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi

perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda

in ginocchio, e della mia buona cognata Emilia. Ma voi, qui stesso, mi

dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di

attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io

vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei».

Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli

chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e

due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore,

e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa

battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o

una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un

giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni,

pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che

non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le

armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel

sacco;[9] insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine,

oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che

ognuno di voi abbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite,

dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.

Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si

debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà.

Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto

e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete

ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento

cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire

a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi

di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di

uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori

di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.

Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima

davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non

sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto

prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia proposta e se vi

pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine

e la conclusione della vostra avventura».

Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita

matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia

di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si

inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente

i due giovani tebani.

Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità,

presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi

ed antiche mura.

Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che

spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno

non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un

anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era

l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto

tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto

come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle

gradinate, all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che

chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era

dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali

precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma,

per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in

così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti

ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da

Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere

i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un

altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti,

e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire

un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due

costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana,

pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza,

dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il

Nord E questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di

ricchezza.

Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini

effigiate in queste tre cappelle?

Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul

muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi

sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione,

che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti

e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti

il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la

gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la

menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con

una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano,

feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti

i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero

molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il

monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale

dimora, si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la

gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato

di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso,

famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza

maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno

audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene.

Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia,

la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti

insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta

quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si

lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato

solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.

Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di

Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la

parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra

la sua testa leggiadra, incoronata di freschissime rose, svolazzavano

le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle

spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e

appuntate.

Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel

tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava

l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove

il Dio ha il suo regno.

Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza

foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve.

E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano

che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio

di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga

e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale

tempesta,[12] che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non

avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità;

solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era

tutta di diamante, attraversata, per lungo e per largo, da fortissime

sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14] colonne che

sostenevano il tempio, luccicanti al sole.

Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del

delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo

di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era

l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che

brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che

assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la

rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un

cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il

suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore

lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello;

e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al

tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano

poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15],

le grida disperate, e le imprecazioni, la carogna distesa per terra,

vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti

caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda,

la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte.

C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il

cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il

bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo

lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico

influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.

Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il

fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su

in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria,

seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile

filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta

la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i

quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte

minaccioso destinava loro. Poichè in quel quadro c’era dipinto, come

nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere

ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio

tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure

se io volessi.

Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo

sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che

nelle antiche scritture sono chiamate: una _Puella_, e l’altra

_Rubeus_[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli

occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo.

Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine

lavoro in matita.

Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò

le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e

là su le pareti.

Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna

in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed

io non so dirvi altro. Anche suo figlio, come ognuno poteva vedere,

era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la

figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo

per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo

riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si

vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e

molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori.

C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non

ho voglia di ricordare.

La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi

piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma

già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco

in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù,

verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna

presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava

pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio

d’ogni altro puoi aiutarmi».

Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve

avere speso un occhio nei colori.

La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di

danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne

rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.

Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.

Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per

il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno

in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla

battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è

mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra

che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri.

Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi

un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu

fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo

simile, voi siete certi che ogni ardito cavaliere il quale fosse amante

di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque

altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte.

Combattere per una donna! _Benedicite_, dovrebbe essere una gran bella

vista!

Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano

armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta;

altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o

portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe

ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava

d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta

non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato

meglio.

Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo,

il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi

luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati

sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un

grifone. Era grosso, ed aveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le

braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un

carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla

bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo,

come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro.

I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e

neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello

spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi

rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini

bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone

e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del

collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e

coraggiosi, armati di tutto punto.

Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva,

simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il

quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella

coperta in oro. La sua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito,

tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro

massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto

coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli

cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano

come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra

rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e

là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel

suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco,

venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando

parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una

corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per

divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva

un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che

lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che

in questa nobile schiera s’erano radunati, per amore, e per spirito

di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re

Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.

Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di

domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.

Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li

ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo

il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da

fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che

tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli

fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non

starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il

ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di

qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte;

non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le

signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio

cantare e carolare, nè chi aveva più sentimento nel parlare d’amore.

Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in

alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo

il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne

avete voglia.

La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì

cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si

alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente,

in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere

onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla

lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo

atto di adorazione disse:

«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e

sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone,

per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e

calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.

Ah! Io non trovo parole per esprimere tutto quello che soffro, tutto

l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di

manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi

manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi

leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto

questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le

forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla

castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.

Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi

domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del

premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a

destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al

suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio

sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari

o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per

quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grande su

nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io

adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o

uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco

in tuo onore.

Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di

far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè

una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che

Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti

prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’

che io m’abbia l’amor mio».

Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece

subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari

e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il

sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone

si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta

con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva

aspettare: ma egli capì bene che la ricompensa gli era concessa. Perciò

se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.

Tre ore dopo[22] che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il

sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio

di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto

l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso,

nemmeno i corni pieni di miele.

Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col

cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma

non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè

anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe

una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’

di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è

meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le

cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di

foglie di quercia ancora fresche, accomodata con molta grazia. Se ne

andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di

cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella

Tebaide di Stazio[23] e negli altri antichi libri che ne parlano.

Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e

supplichevole parlò a Diana in questo modo.

Dalle Novelle di Canterbury · 第 6 / 15 段