Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere

d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e

tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente

non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare

dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto

di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno

di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di

sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di

rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta

verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un

gran pericolo.

Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel

cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa

di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al

mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima:

eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno.

Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo

legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La

sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno

della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.

Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in

questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in

prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato

essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed

io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni

giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso

qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò

che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia,

e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi

aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè

altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla

disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità,

addio tutto!

Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza

e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in

un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per

esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la

sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e

in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere

che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che

noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo

su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere

una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone;

e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello

stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.

Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte

sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo,

ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice

e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi

qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo

rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»

Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a

disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei

suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue

amare lacrime.

«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello,

pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.

Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del

mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare

tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così

accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o

come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato

che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla,

col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te,

mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai

posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le

sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormenti

dell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»

Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta

furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda

della morte,[1] e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con

la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola

di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo

genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale

più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene

ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato,

passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche

innocente.

Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia

soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa

sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio,

debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia

qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senza contare, poi, che

la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e

soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in

questo. È proprio così.

Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli

indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci

siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare

liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un

galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace,

mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per

l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il

sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per

giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»

Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad

Arcita.

L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene

dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so, davvero,

chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era

condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene;

Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere

la donna del suo cuore.

O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare

più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua

donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è

padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà

mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che

siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio

racconto.

Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il

giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna.

E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura

umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra,

e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava,

non beveva, tanto che si ridusse secco come un uscio.[2] Aveva gli

occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta

e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti,

e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno

cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era

così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si

riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.

Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato

colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva

un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte

anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben

dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era,

insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero

a raccontarvi le sue pene?

Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a

questi dolori, quando una notte, mentre dormiva, gli parve di vedere,

in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse

di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la

boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli

luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio

come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della

morte.[3] «Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato

che là abbiano fine i tuoi affanni».

A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho

inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad

Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la

donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della

morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide

che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di

prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite

lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria

di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciuto in

Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto

fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi

accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato

tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava

ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise

sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un

uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga,

gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla

persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito

saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava

le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna

fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza

buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.

Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4]

serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli si erano

affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui.

La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne

parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di

carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un

servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue

virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di

parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo,

il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli,

naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado.

Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la

rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre

modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare

meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la

passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene,

tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai

alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contento e felice, e

torniamo un poco a Palemone.

Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e

cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione.

Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una

parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione,

dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.

Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il

martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette

anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di

Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari

di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è

destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza

notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare

al più presto la città.

La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario

nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passo

trepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua

intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere,

giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di

aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una

di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era

proposto, e voleva riuscirvi.

Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava

neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi

affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il

naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i

grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore

di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano

sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto,

il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il

giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante

d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi,

qualche miglio fuori della città. E il caso fece che, per l’appunto,

si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di

caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con

effusione al bel sole di Maggio:

«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu,

fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di

verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed

entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale,

proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a

un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che

Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma

dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il

bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli

uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di

convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura,

zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò

che egli diceva.

Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua

canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come

fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in

paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6] e vanno su e giù come un

secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo

comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il

venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli

altri giorni della settimana.

Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere

lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto

tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di

Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di

Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad

esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea

diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua,

ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come

misero scudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore

vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè

mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato,

che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone,

l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io

e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione.

Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha

trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo

cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la

mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli

occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi

importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»

E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di

sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come

passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremante

dalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il

racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori

dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita,

falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di

amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste

pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi

giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In

questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non

cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia;

io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone,

il tuo mortale nemico.

E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di

prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare

all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè

non c’è per te altro scampo.»

Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto

udendo quelle parole, con la ferocia di un leone trasse fuori la spada

e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei

tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè

non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza

cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi

che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa

che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta

la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi

contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente,

io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è

accaduto fra noi.

Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu

sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio.

Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche

a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu

vinca con la spada la mia donna, ed uccida me in questo bosco, abbiti

pure la donna in premio».

Palemone rispose: «Va bene, accetto».

E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva

lealmente promesso.

O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire,

che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa

meglio di Arcita e Palemone.

Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina

seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature

complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero

misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature

davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito

i due amici si ritrovarono.

Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace

appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal

fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e

foglie), pensa trepidando: ecco il nemico, o io l’uccido sulla tana, o

egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi,

trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche

salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli.

Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con

lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere

che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una

tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di

spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino

al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e

torniamo a Teseo.

Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo

mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini

hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo,

un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni,

se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî,

di qualunque genere siano: guerra, pace odio, amore, tutti, senza

dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di

Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente

per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai

a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo

seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un

divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica

ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.

Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo

giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se

ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che

indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo

bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi

si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito

fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella

direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, che

stavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato,

portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere,

scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori.

Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il

più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi

fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro,

con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa.

Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale,

davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi

che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un

ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»

Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la

verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati

prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro

giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel

primo, che mi fai una vera carità, ma uccidi anche il compagno mio.

O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te

ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu

bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la

morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi

Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo

hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.

E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia

confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per

sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo

così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a

gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte;

ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di

essere uccisi.»

Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra

stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo

dimenticherò. Non c’è, quindi, bisogno di farvi parlare con la tortura,

e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»

Dalle Novelle di Canterbury · 第 5 / 15 段