Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di

Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio

allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in

gola: «Amor mio vien qui da me [59]»; mentre l’usciere con una voce che

sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo

mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi

come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo

qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava

senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva

di cavalcare secondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli

svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre

gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta

aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la

sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma.

Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una

capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la

speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava

sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se

montava un cavallo o una cavalla.

Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui.

In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che

era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo

della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo

raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose,

e degli ossi di porco dentro un bicchiere. Con queste reliquie quando

trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli

rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E

così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua

gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete.

Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60]

ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva

che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61]

per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior

lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.

E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il

numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra

brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria del

TABARRO presso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo

quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra

cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.

Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi,

di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi

parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei

compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete

meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile,

di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a

come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è

costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla

metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si

riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna

badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo:

nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose

come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone,

signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa

leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].

Vi prego anche di perdonarmi se qui nel mio racconto non ho dato a

ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la

propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno,

lo vedrete bene, è un po’ corto.

Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a

tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era

piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo,

il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta

cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In

Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di

accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di

umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e

ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse:

«Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho

mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse,

vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete

fare, meno noioso che fosse possibile. E credo proprio di aver trovato

un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti

a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire

vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete

di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero,

nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul

suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi

propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e

con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio

consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello

che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che

farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la

testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»

La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che

non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro

accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.

«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve

ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco,

in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la

lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al

ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti

quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà

cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo

albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro

ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria,

verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida;

proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che

dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti.

Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi

farò trovare pronto per tempo.»

L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra

parola, pregandolo non solo a voler fare davvero quanto ci aveva

proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo

giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu

stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro

ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione

di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di

sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli

allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a

letto senza altro.

La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti,

e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango,

e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che

conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il

suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra

promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina,

vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa

bere più, in vita mia, una goccia di birra e una goccia di vino, se chi

si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!

Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64]

poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a

raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor

chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare

ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».

In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto

lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde

sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò

a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune

accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del

cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e

sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere

io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprio a me!

Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»

Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di

buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa

novella.

NOVELLA DEL CAVALIERE

Nelle storie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un

duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed

aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più

grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi

regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche

quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando

la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne

pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora

appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo alla gloria e

ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.

Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei

per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri,

a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia

fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa

regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo,

e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma

pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto

campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro

sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non

vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo

racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi,

chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.

Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e

quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendido seguito,

volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga

fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo

la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona

viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero

fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.

«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo

modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia

della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo,

ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite

di nero?»

Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte

in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:

«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero

la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione

di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi

a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così

generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere

disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o

regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici

interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il

vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata,

che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì

(quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere

in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là

durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira

e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare

oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare

una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno

sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto

ai cani.»

A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra,

e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione

di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi

il cuore.»

Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da

cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria

e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un

tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle,

e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era

possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che

tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di

Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.

E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse

a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle

nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella

notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad

Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo

aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a

cavallo, e via per la sua strada.

Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la

lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti

i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo,

tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in

Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal

fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo

da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E

per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e

leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti.

Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in

ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei

loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo

il costume d’allora.

Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che

levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie

con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io

ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.

Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città

di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino

a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto

i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando

nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora

accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due

giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali

giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e

ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone,

ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta

d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due

giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero,

precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati

li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta

cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e

li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre

in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col

suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e

là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga

torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre

nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire,

poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.

Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una

mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde

stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori

(poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi

delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il

solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia

poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza

improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo

dovere».

Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò.

Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e

i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per

le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre

il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi

e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa,

cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di

questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della

cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho

parlato e dovrò ancora parlarvi.

Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo.

Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso

del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in

alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino

verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per

diletto.

Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato,

e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma

perchè sono venuto al mondo?

Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una

finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua

bellezza si traesse indietro mandando un grido.

Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio,

che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato

così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa

soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore

di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa

sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o

di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il

pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra

nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»

Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che

non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in

questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi,

è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che

passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io

non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere

proprio Venere.»

E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua

volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata

creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino

irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro

lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»

A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna

seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza

di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non

era meno mortale davvero. E sospirando disse pietosamente: «La giovane

beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi

concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»

Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma

tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico

davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia

di scherzare.»

Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti

farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono

tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due

di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno

all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci

avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che

noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed

io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi

dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece

mancando alla tua parola vuoi amare la donna mia, quella che io amo e

servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.

Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui

il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad

un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu

dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho

il diritto di chiamarti un uomo sleale.»

Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e

non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella

donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi

creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io

l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come

ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.

Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci

il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge

ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale

abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque

condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e

giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza,

malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad

incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente,

una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.

Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la

vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè

tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia

senza speranza di riscatto.

Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un

osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere

nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e

si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si

suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama

quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre:

non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti

e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»

Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il

tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno

un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano

bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche

tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè

si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono

i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non

dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non

è mia intenzione scrivere questa storia.

Dalle Novelle di Canterbury · 第 4 / 15 段