il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti
e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse
scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a
spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo
ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto,
ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma
anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso
diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio
di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto
indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare
qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a
fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere
macchia nella coscienza, e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima
di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi
della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di
piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare
una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi
senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare
qualche cosa ai poveri frati.
Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli
coltelli[18] e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne
avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e
suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era
insuperabile.[19] Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso
campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove
era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri
cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non
che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era
possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quella non era
davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli;
perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio
da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva
subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio.
Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la
confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di
lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una
povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di
scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre;
con tanta dolcezza sapeva dire il suo: _In principio_. Era, poi, così
accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo
commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo,
abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche
questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse
l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca
frusta frusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava
una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come
una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di
lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce.
Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano
come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile
frate si chiamava Uberto.
C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari
colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di
castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati.
Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava
accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche
cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel
fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto
abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo
bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità: e con tanta
accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in
prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche
debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la
verità, non so come si chiamasse.
C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava
con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche
lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era
smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva
comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non
era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a
capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben
rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino,
o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con
tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che
poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per imparare
qualche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che
contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare,
non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo
studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre
correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto
criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual
piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.
C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24] colta e
intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e
giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente
delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a
tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i
suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in
tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina,
e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva, e d’ogni parte
gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare
i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà;
e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo
d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare
anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e
giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27].
Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che
nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli
del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari
colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta
del suo vestiario.
Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba
bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La
mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel
vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e
pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere.
Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del
suo paese [29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della
migliore qualità [30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino
che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore,
qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande
abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con
tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la
sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in
gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e
i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se
in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo
c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.
In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato,
non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era
bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsa di
seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un
proprietario bravo come lui non s’era mai visto.
Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore,
un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e
numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e
pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato
in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano
tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe
potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32].
Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto
più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente
sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere:
sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in
chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i
primi posti, è una bella soddisfazione.
Insieme con loro c’era un cuoco, che avevano portato apposta, per
fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina,
e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore
di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza
sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla
gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta,
e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad
una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!
C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era,
per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio,
un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli
arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone,
portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato
il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio
a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla
nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino,
senza tanti scrupoli di coscienza.... ..................[35]
Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree,
le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare
l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno,
neppure a cercarlo da Hull[36] a Cartagine. Era coraggioso, e nello
stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una
tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti,
i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi
della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamava _Maddalena_.
Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo
l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche
l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli
delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva
rendere l’oroscopo[39] favorevole all’ammalato.
Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal
freddo, sia dal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con
un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato.
Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe
della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli
speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni
e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo
il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e
Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino,
Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].
Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile
a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito
rosso–sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina.
Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo
s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in
cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale del
medico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.
C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per
sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le
sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la
parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di
lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle
innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in
fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per
vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano
almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto,
ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una
bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in
fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque
volte l’altare[44] per andare a marito, e da giovane non aveva avuto
mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di
andarlo a rivangare. Era stata tre volte a Gerusalemme, e aveva passato
molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e
Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per
dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un
buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello
largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che
le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un
bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che
era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte
di questo vecchio giuoco era provetta[46].
C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città,
il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava,
sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i
suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima
premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta
rassegnazione nella sventura.
Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47],
e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi
poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e
qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui
ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto
grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città;
nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i
suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli.
In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava
agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso
con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il
ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il
cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa
vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a
delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon prete insegnare con
l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»
Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il
beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge.
Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per
l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche
confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura
alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via
qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene
avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza
quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva
sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che
quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno
si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse
un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si
meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo. Nemico
di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue
prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei
suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.
Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva
caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso
e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio
con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il
suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo,
che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano,
zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si
potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre
per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava
puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche,
e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un
tabarro.
C’erano anche un mugnaio, un economo, un fattore, un cursore un
mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.
Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa
così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta
riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato,
e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o
sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole
della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una
pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un
ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa,
e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e
uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone,
un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva
un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano
a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50].
Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era
vestito di bianco, con un cappuccio celeste in capo; e siccome suonava
molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori
della città.
L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di
avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far
la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava
non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il
modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare
qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono:
vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante,
avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?
I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina,
e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi.
Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci
di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese.
E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combattere con
un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza
un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita
semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero
saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto
malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li
metteva tutti nel sacco.
Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba
fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati
i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva
un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di
carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo;
e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da
lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza
sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il
latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del
suo padrone, erano tutti affidati alla sua custodia e direzione; e per
contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone
aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano
sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la
sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata.
Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi.
Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva
spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo
matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza,
del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti,
anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere
del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un
bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga
cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore
si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata
Baldeswell. Aveva la cappa legata alla vita come un frate, e cavalcava
sempre in coda alla brigata.,
C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una
faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era
venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo
come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo
faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio,
piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti,
tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli
facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse
i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio,
di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso
come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi
aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando
tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti,
niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in
mente: del resto, ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere
bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino
lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si
metteva a gridare: _Questio quid juris_[55].
Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più
buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino,
era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina:
egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche
merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi
se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno
dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini
dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro
la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce
lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il
colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde
l’uomo, come l’assoluzione lo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dal
_significavit_[57].
Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù [58]
della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava
sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori
come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di
scudo portava una focaccia.