fino accorgimento, dei romanzi cavallereschi, i quali in versi rozzi
e privi, generalmente, di qualunque senso d’arte, narravano le più
inverosimili e barocche avventure di qualche famoso cavaliere. Questi
antichi cantari, goffi nella forma e pieni di particolari inutili e
spesso grotteschi, erano divenuti popolarissimi in Inghilterra, ed
avevano finito per guastare, o meglio falsare, il gusto letterario
della incolta età del Chaucer. Il quale, dotato di quell’intelletto
d’arte che come un improvviso sprazzo di vivida luce illuminò la buia
notte della sua patria, fu naturalmente spinto a deridere una forma di
poesia così vacua e convenzionale. Voler fare per questo del Chaucer
un precursore del Cervantes, come ad alcuno piacque, sarebbe, senza
dubbio, una esagerazione non giustificabile: ma prendere sul serio
le avventure di Ser Thopas, e negare la satira e la parodia, sarebbe
errore gravissimo e un voler disconoscere al Chaucer una delle più
spiccate qualità del suo ingegno. Il poeta non intende di screditare
la cavalleria, e la poesia cavalleresca in generale: anzi egli stesso
dimostra una speciale predilezione per il racconto romanzesco, e si
compiace di avventure cavalleresche, come nella Novella del Cavaliere
e nella bellissima e fantastica storia di Cambuscan, re di Tartaria,
raccontata dallo Scudiero. Egli mette in ridicolo una forma speciale e
determinata di poesia, caduta nelle mani del popolo e di poeti rozzi ed
incolti, nella quale alla barbarie della lingua e alla volgarità del
verso e della rima facevano riscontro frivolezze e stravaganze d’ogni
genere. E questo è precisamente il racconto cavalleresco in strofe di
sei versi, rimati _a a b a a b_, dei quali il primo, il secondo, il
quarto e il quinto, sono ottonari completi:
[Illustration]
il terzo e il sesto hanno questo schema:
[Illustration]
oppure quest’altro:
[Illustration]
In questo metro appunto sono alcuni di questi cantari nominati dal
Chaucer in Ser Thopas, come _Horn child_, e _Ser Libeaux_[64]: e con
una grande abilità egli imita e riproduce da questi, nel suo cantare,
tutti quegli errori e quelle goffaggini di forma, e tutte quelle frasi
peregrine, che così spiritosamente mette alla berlina. La monotona
ripetizione della stessa rima del primo e secondo verso, nel quarto e
quinto della strofe, non poteva sfuggire al fine orecchio del Chaucer.
Certe rime, ad arte sbagliate, e l’uso di certe barbare parole, accanto
a delle finezze di forma e di espressione che non si trovano negli
altri racconti cavaliereschi di questo genere, dimostrano non solo, in
modo indiscutibile, che il fine del _Cantare di Ser Thopas_ è la satira
burlesca, ma provano anche la conoscenza mirabile che il Chaucer aveva
della lingua, e la maestria con cui sapeva trattarla.
Ser Thopas è evidentemente il prototipo dei donchisciotteschi
cavalieri dalla lunga lancia e il terribile sciabolone di questi
vecchi cantari, nei quali è dipinto un mondo ridicolo e fattizio, dove
tutto è convenzionale: i boschi, le piante, gli uccelli, e perfino la
esilarante bevanda onde ogni bellicoso cavaliere si rinfrancava prima
di cimentarsi. Non è improbabile, come altri notò, che nel _Cantare
di Ser Thopas_ il Chaucer abbia ripreso il soggetto di qualche antico
racconto del genere[65] trasformandolo nella sua spiritosa caricatura;
ma l’affermazione del Hurd[66]: che esistesse un vecchio cantare
intitolato _The boke of the Giant Olyphant and Chylde Thopas_, del
quale il poeta si sarebbe servito, è assolutamente infondata[67].
Della mia traduzione poco debbo dire. Ho preferito la forma in prosa
perchè, ad ogni modo, mi è sembrato minore colpa fare della prosa
mediocre che della poesia cattiva. Per mantenere al racconto, più che
fosse possibile, quella forma semplice e popolarmente spigliata che il
Chaucer ha voluto dare alle sue novelle, ho cercato di restare, fin
dove ho potuto, fedele alla espressione del poeta, senza preoccuparmi
troppo di certe durezze di stile che mi saranno, spero, facilmente
perdonate. L’edizione delle _Canterbury Tales_ della quale mi sono
servito per la traduzione, è quella del Tyrwhitt, comparsa per la
prima volta nel 1775: ma ho avuto sott’occhio anche quella del Wright,
e del Bell, che ho sempre seguito, per la grafia molto più corretta,
nelle citazioni del testo inglese. Tutte le volte che ho creduto di
abbandonare la lezione del Tyrwhitt, l’ho dichiarato in una nota.
Edizioni più recenti non ho, purtroppo, potuto consultare, nè ho avuto
modo di valermi delle pubblicazioni della _Chaucer Society_, che sotto
l’alta direzione del suo illustre e benemerito fondatore, Frederick
James Furnivall, ha portato preziosi contributi alla intelligenza del
testo chauceriano. Per la compilazione delle note mi sono valso più
specialmente delle note e del glossario del Tyrwhitt, dello Speght,
del Wright e dell’Hertzberg, che ho sempre citato ai luoghi loro: per
le notizie generali sulla vita del poeta e su tutta l’opera sua, ho
attinto all’opera magistrale del Lounsbury. In una prima traduzione
di un testo così difficile, e non di rado controverso, è facile
essere caduto in qualche errore: e di alcuno mi sono avvisto io
stesso, ahimè troppo tardi, nel compilare le note, quando esso era già
irrevocabilmente consacrato alla stampa. Di questi, e di altri che mi
possano essere sfuggiti, chiedo venia fin d’ora al benigno lettore.
Pesaro 7 luglio 1897.
NOTE ALLA PREFAZIONE
[1] A. W. WARD, _Chaucer_, London, Macmillan 1884.
[2] MACAULAY, H_ist. of. Engl._, vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.
[3] Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato
di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al
numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti
d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf.
Prologo, pag. 4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi
se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non
contando l’oste.
[4] La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la
«Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle
ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della
quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»
[5] _Hist. of Eng. Literat._ Scribner, New York 1875, 1.
[6] Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto
morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel
principio del suo racconto (Cf. pag. 273 segg).
[7] _Op. cit._, pag. 114.
[8] LONGFELLOW, _Poetical Works_, London, G. Routledge and Sons. pag.
288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti
accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco
originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la
storia del Falcone di Ser Federigo, del _Decamerone_ (Gior. V. Nov. 9).
Intorno alle fonti di queste novelle vedi VARNHAGEN, _Longfellow’ s
Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen_. Cfr. _Anglia_, VII, 1884.
[9] LOUNSBURY, _Studies in Chaucer_, J. OSGOOD, London, 1892. II, 234.
[10] Chaucer’s «_Troylus and Cryseyde_» _compared with Boccaccio’s_
«_Filostrato_.» Cfr. LOUNSBURY, _op. cit._ 235.
[11] Nella novella raccontata dal Monaco.
[12] _Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised by_
W. SKEAT, G. BELL, London, 1885. I. pag. 18. _n._
[13] Cfr. Lettera all’_Athenaeum_, 3 Ott. 1868, p. 433.
[14] _Epist._ I. 2. 1.
[15] Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag. 317.
[16] _The Poetical Works of G. Chaucer_. London.
[17] _Chaucers Canterbury–Geschichten aus den Englischen von_ WILHELM
HERTZBERG. Leipzig.
[18] Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo
nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag. 76.
[19] LONGFELLOW, _op. cit._ pag. 280.
[20] La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere
poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of
Palemon and Arcite.»
[21] Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la
Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive il TEN BRINK, nei suoi
interessanti studi: _Chaucer, Studien zur Geschichte_ etc. A. Russell.
Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone
e Arcita vedi anche: KÖBBING, _Zu Chaucer’s «The Knightes Tale»_.
_Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc_, in _Englische
Studien_, II. 1878. p. 528–532.
[22] _Contributo agli studi sul Boccaccio_. Loescher, 1887.
[23] Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da
qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «_The two noble kinsmen_».
Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards,
che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566,
col titolo: «_Palemon and Arcite_.» Il poema del Dryden è una parafrasi
del racconto del Cavaliere.
[24] Trovasi anche nel romanzo intitolato: _Le Chevalier au Cigne_, e
in quello anche più antico del _Re Offa_.
[25] _Pecorone_, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del
racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo
francese della _Bella Elena di Costantinopoli_ EGIDIO GORRA (_Il
Pecorone_, in _studi di Critica Letteraria_).
[26] Confr. V. IMBRIANI, _Novellaia Fiorentina_ VI.
[27] Vedi RITSON, _Metrical Romances_. Cfr. BELL, _op. cit._ I. 271.
[28] Per la relazione della storia di _Emaré_ con l’antico romanzo
anglo–sassone del _re Offa_, vedi RITSON, _Op. cit._
[29] _The Canterbury Tales of G. Chaucer by_ THOMAS WRIGHT.
[30] Cf. LOUNSBURY, _Op. cit._, II. 210.
[31] _Op. cit._
[32] Cfr. BELL, _Op. cit._, pag. 272.
[33] _Op. cit._, pag. XL. _n._
[34] _The Kinges Quair_ (cioè _The King’s Quire_: _Il libro del re_) è
un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col
Gower, il Chaucer come «maister dear».
[35] Cfr. pag. 208.
[36] _Lettere Senili_, Lib. XVII, III.
[37] Cfr. R. BELL, _Op. cit._, pag. 22. e segg.
[38] Cfr. WARTON, _Hist. of. Eng. Poetry_. London pag. 225.
[39] E. BARET, _Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du
midi de l’Europe_, pag. 262.
[40] Nella «Novella del Monaco.»
[41] Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è
inserita nel poemetto: _Troilus and Cressida_ I, 400.
[42] _Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate da_ G. FRACASSETTI.
Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.
[43] F. MAMROTH, _G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von
Boccaccio_. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.
[44] A. KISSNER, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn,
1867, Pag. 76.
[45] NOGUIER, nella sua _Histoire de Toulouse_, afferma che Griselda
visse realmente nel 1103. BOUCHET (_Annales d’Aquitaine_, III.) dice:
«Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche il FORESTI (_Supplemento
delle Cronache_) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero.
Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare
sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.
[46] _I Precursori del Boccaccio_ etc. Firenze, 1876. Pag. 42.
[47] _Lett. cit._
[48] Cfr. LANDAU, _Die Quellen des Decameron_, Pag. 156 segg.
[49] _Note a Rabelais_. Cfr. DUNLOP, _Hist of Pros. Fict_, London,
1888, II, pag. 145.
[50] _Fabliaux_ I. 269.
[51] _Ist. del Decam._ Firenze, 1732. Pag. 603.
[52] _Memoires pour la vie de Petrarque_. III. pag. 797. Cfr. TYRWHITT,
_op. cit._ 61, _n._
[53] _Geschichte des Dramas_, Leipzig, 1867, I. pag. 639. Il _Lai del
Fresne_ di Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha
che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non
può essere considerato come fonte originale.
[54] Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati
l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la
sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi
della casa paterna si diede.»
[55] Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato
origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su
Griselda di Reinhold Köhler, inserito nella _Encyklopädie von Ersch
und Gruber_. Vedi anche: WESTENHOLZ, _Die Griseldissage in der
Litteraturgeschichte_. Cfr. _Zeischrift für Deutsche Philologie_, XXI,
p. 472. Per la letterat. russa vedi WESSELOFSKY, _La Griselda ecc._ in
_Civiltà italiana_, Anno I. pag. 156 e segg.
[56] Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso,
dando alla frase un altro movimento.
[57] La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e
all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’opera _De
Contemptu mundi_, di Innocenzo III. È curioso che la espressione
latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue
prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel
testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85): _radice
malorum cupiditate affecti_.
[58] La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti.
Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.
[59] Che il Chaucer avesse conoscenza del _Novellino_ non è provato:
altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelle
_Canterbury Tales_ non ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una
fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per
supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalle _Cento
Novelle Antiche_ (Gualt. 38. Borgh. 36).
[60] Della conoscenza che il Chaucer ebbe dei _Fabliaux_ francesi parla
il Wright nei suoi _Anecdota literaria_.
[61] _Op. cit._, pag. 131.
[62] Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri,
e per la versione orale popolare, vedi D’ANCONA, _Le Fonti del
Novellino_, in _Studi di Critica e Storia Letteraria_.
[63] Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben
poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto
agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora
l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della
novella.
[64] Nello stesso metro è anche _The King of Tars_, che ha, in alcune
espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In
questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460–1520) una
ballata burlesca, intitolata: _Sir Thomas Norray_.
[65] Cfr. Hertzberg, _op. cit._
[66] In _Letters on Chivalry and Romance_. Cfr. LOUNSBURY, _op. cit._
II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno
dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come
una parodia dei cantari cavallereschi.
[67] Cfr. TYRWHITT, _op. cit._ e RITSON _op. cit._
ERRATA–CORRIGE
ERRATA CORRIGE
Pag. 24. Aviceno Avicenna
» 52. soccorerci soccorrerci
» 77. il campo «ha «il campo ha
» 94. che tormentano, in questo mondo, che tormentano in questo mondo
» 113. abbi pietà, abbi pietà
» 115. levando in alto, la mano levando in alto la mano,
» 123. diedero dànno
» 150. _Malkins_ _Malkin_
» 152. Alceste Alcesti
» 174. «Chi Chi
» 195. coraggio il coraggio
» 196. Mentre il senatore, Mentre il senatore
» 197. nostro Signora nostra Signora
» 224. E È
» » posa possa
» 287. e poi o poi
» » Dio le sue Dio con le sue
» 293. restarono atterriti restarono attoniti
NOVELLE DI CANTERBURY
PROLOGO
Quando le dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo,
rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che
ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col
molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura,
e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete;
quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta
la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio
della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi
in moto; e i pellegrini[1] vanno in cerca di straniere piagge, per
visitare i santi miracolosi di qualche lontana contrada[2]. E in gran
numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra
a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che
fece loro la grazia, quando erano malati.
Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria
del _Tabarro_, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi
divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una
brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che
si erano trovati, per caso, lì al _Tabarro_, per andare a Canterbury,
come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna
abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.
In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola
con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla
promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada
di Canterbury con loro.
Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e
il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debba dirvi di
questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi
fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un
cavaliere.
C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando
montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria,
la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in
prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e
gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la
sua dignità di valoroso cavaliere.
S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città
della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro
cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in
Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a
Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel
mare Grande[7] fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte
si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per la nostra
fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.
Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè
contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse
così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare
modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato,
una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita,
neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma
era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale
arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco
brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine
della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a
Canterbury.
Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di
sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati
artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di
anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilità meravigliosa,
e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in
Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato
valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in
grazia alla sua bella.
Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto
paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava,
o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la
freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con
maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel
cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore,
bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte,
per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.
Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in
qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da
scalco.
Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un
valletto, il quale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso
colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di
frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva
scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco.
Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il
mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un
fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con
la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S.
Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro
verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.
C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto
semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si
chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola
dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che
parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto
quello di Parigi. Stava a tavola con tutte le regole: non c’era caso
che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la
salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non
le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere
bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il
labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola
macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e
la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e
piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava,
con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi
gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.
Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa,
che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o
ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e
schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva,
o buscava per la strada una bastonata un po’ forte. Era una donna piena
di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato
con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come
il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una
rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e
raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.
Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare
io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di
piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel
medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona;
e dopo il motto: _Amor vincit omnia_. Aveva con sè un’altra monaca che
le faceva da cappellano, e tre preti[12].
C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per
andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio
di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando
passava col suo cavallo, si sentiva da lontano il rumore dei sonagli
ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della
cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.
Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S.
Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia;
meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo
nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere
un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13] è un pesce fuor
d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio
un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un
soldo[15].
E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un
chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul
libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani
lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove
anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme,
il diritto di lavorare. Però era un forte ed abile cavaliere, ed aveva
dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia
della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun
costo.
Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla
mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel
suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo,
molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un
nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come
uno specchio.
Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero
passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva
gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa
gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di
stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso;
insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse
l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bello grasso, era il
migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca
di cipresso.