Nella patetica storia di Costanza, raccontata dal Dottore in

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Note del Trascrittore:

Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetti=.

Le note relative all’introduzione sono raccolte alla fine

dell’introduzione stessa; le note relative alle novelle

sono raccolte, come nell’originale, alla fine del libro

raggruppate per ogni novella.

PROPRIETÀ LETTERARIA

CINO CHIARINI

DALLE NOVELLE DI CANTERBURY

di

G. CHAUCER

SAGGIO DI UNA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA

Bologna

Ditta Nicola Zanichelli

1897

A

GIUSEPPE PICCIOLA

PREFAZIONE

He is the poet of the dawn who wrote

The Canterbury Tales, and his old age

Made beautiful with song....

(LONGFELLOW)

Le cinque novelle che presento al lettore in questa prima veste

italiana sono un semplice saggio di una traduzione di tutte le _Novelle

di Canterbury_, che avrei in animo di fare, se la modesta opera mia non

venisse giudicata del tutto inutile. Uno studio compiuto e minuzioso

intorno alla vita e alle opere del Chaucer sarebbe qui fuori di luogo,

perchè destinato ad illustrare troppo piccola parte della maggiore e

più importante opera del poeta. Per questa volta, quindi, mi limiterò a

dare qualche notizia delle _Canterbury Tales_ in generale, fermandomi

più particolarmente su ciascuna delle novelle tradotte in questo primo

saggio.

Il Chaucer non compose e scrisse la geniale opera, alla quale

maggiormente deve la sua fama di poeta grande ed arguto, tutta di

seguito e di un sol getto, ma ne raccolse ed elaborò il vasto e vario

materiale in molte riprese, e a lunghi intervalli di tempo. E da

questo forse ebbe origine la mancanza, quasi assoluta, di una rigorosa

e chiara unità nella economia generale di tutta l’opera, tanto che

l’ordine stesso col quale si seguono le novelle è incerto, e varia

secondo i codici. Quindi non si può con precisione determinare quando

le _Novelle di Canterbury_ siano comparse, per la prima volta, come un

lavoro organico e artisticamente compiuto. Quello che è certo, è che

l’opera non potè essere finita di compilare prima del 1386, giacchè

in alcune novelle si allude a fatti che a quest’anno si riferiscono.

E questa è appunto la ragione, per cui come data approssimativa della

composizione delle _Canterbury Tales_ è accettato comunemente l’anno

1386. Alla questione se il Chaucer avesse conoscenza del _Decamerone_,

e da questo avesse preso il disegno generale delle sue novelle,

accenneremo più avanti parlando della storia di Griselda: per ora

diremo solamente che l’idea di riunire insieme, in forma di racconti

fatti da varie persone, storie più o meno avventurose, il Chaucer

potrebbe averla presa dal romanzo dei _Sette Savi_, così popolare nel

medio evo, o anche più verisimilmente, come fu osservato[1], dalla

_Vision concerning Piers Plowman_, attribuita a William Langland, dove

si racconta di «pellegrini e palmieri» che si recavano a San Giacomo di

Compostella, e a visitare altri santi a Roma «raccontando molte savie

novelle.»

Thomas à Becket, caduto ai piedi dell’altare sotto il pugnale dei

sicari di Enrico II, che lo fece assassinare perchè aveva osato di

opporsi alla dinastia normanna per la libertà del popolo sassone, fu

canonizzato, ed il suo corpo venne sepolto e religiosamente conservato

nella cattedrale di Canterbury. Quivi i suoi concittadini venivano

dalle regioni più lontane dell’Inghilterra in pellegrinaggio, non

solo per ottenere qualche grazia dal santo miracoloso, ma spinti da

un religioso sentimento di gratitudine verso il primo inglese, che

dall’epoca della conquista era stato un terribile nemico dei tiranni

stranieri.[2]

Il Chaucer immagina appunto che una allegra brigata si ritrovi, per

caso, una sera di aprile, in un albergo di campagna in Southwork,

chiamato il _Tabarro_, e vi passi la notte, per recarsi la mattina

presto in pellegrinaggio alla tomba di S. Tommaso. Dopo cena l’oste

Harry Bailly, saldati i conti con i suoi numerosi avventori, si mette

a chiacchierare con loro allegramente, e avendo sentito che andavano

tutti a Canterbury, in un momento di buon umore fa ai suoi ospiti una

proposta, che è accolta subito con entusiasmo.—La mattina egli sellerà

il suo cavallo, e partirà con loro.—E poichè la strada che conduce a

Canterbury è lunga e noiosa, propone che ognuno, mentre la brigata

cavalca tranquillamente, racconti per turno due novelle, e lo stesso si

faccia al ritorno.

I pellegrini capitati al _Tabarro_ erano in tutto trentadue[3],

cosicchè le _Novelle di Canterbury_ avrebbero dovuto essere, almeno,

cento ventotto. Ma il Chaucer, purtroppo, non finì l’opera che aveva

concepito con sì largo disegno, ed a noi non restano che venticinque

novelle, compresa «The Cokes Tale of Gamelyn» che da molti è ritenuta

apocrifa, due delle quali sono in prosa[4].

Nel prologo, che il Craik definisce «a gallery of pictures almost

unmatched for their air of life and truthfulness»[5] il poeta ci

presenta, ad uno per volta, tutti i suoi compagni di viaggio (giacchè

immagina di essere stato anch’egli della brigata) con tutti i più

minuti particolari della condizione, della educazione, delle abitudini,

delle qualità fisiche e morali e del modo di vestire di ciascuno. Dal

nobile cavaliere di ventura al contadino, dal letterato al marinaio,

dall’avvocato all’usciere del tribunale, dal mugnaio al dottore, dal

buon parroco di campagna al frate disonesto e imbroglione, dalla

monaca educata e inappuntabile alla volgare e sguaiata venditrice di

fazzoletti, la vecchia società inglese della fine del secolo XIV è

descritta, in questo originalissimo e interessante brano di poesia,

in tutti i suoi diversi elementi. Nessuno dei particolari più minuti

che si riferiscono alla stravaganza delle vesti in uso al tempo

suo, nel quale quasi ogni classe di persone aveva un modo proprio e

caratteristico di vestire, è dimenticato dal poeta.

Suora Eglantina, per esempio, «portava il fisciù appuntato con

molto garbo» il monaco «aveva le manopole di pelliccia della più fine

qualità» e la donna di Bath «portava le calze rosse ben tirate su fino

al ginocchio.» Lo stesso dicasi dei segni particolari del viso, delle

qualità dell’animo e del corpo, che si alternano nella descrizione del

poeta disordinatamente e senza gradazione di sorta, sicchè talvolta

sentiamo nel suo modo di parlare qualche cosa di rude e di contorto.

Traducendo sarebbe stato facil cosa mettere un po’ di ordine, ed

evitare le frequenti spezzature del periodo e il ripetersi di certe

espressioni, ma trattandosi di una versione in prosa, questo io mi sono

proposto prima di tutto: conservare, nella parola e nel pensiero, più

che fosse possibile l’impronta caratteristica di questo geniale poeta

novellatore, che senza avere la frase concisa e scultoria del nostro

Boccaccio, e senza essere fino ed arguto come lui, è di lui forse più

moderno nel modo di vedere e di sentire, I pratici consigli che egli

suggerisce alle donne che hanno marito, nel lepidissimo congedo col

quale il chierico di Oxford chiude il suo racconto, possono essere, se

io non erro, un esempio di questo spirito di modernità, e di quella

giovanile gaiezza che dà vita a tutta l’opera poetica del Chaucer. I

personaggi che ci sfilano davanti in questo prologo, con la varietà di

colori e di atteggiamenti con cui vediamo passare, una dopo l’altra, le

figure di una lanterna magica, non sono immaginati e inventati dalla

fantasia del poeta. Sono creature vive e reali, uomini e donne di tutti

i tempi e di tutti i luoghi, e per questo i loro discorsi e i loro atti

ci interessano e ci divertono. Fermiamoci per un momento davanti a

qualcuna di queste figure. Il dottore, in fatto di medicina, oggi senza

dubbio, sarebbe un poco arretrato, nonostante i suoi profondi studi

sulle opere di Esculapio, di Ippocrate, e di tutte le celebrità mediche

dell’Arabia, e nonostante la sua scienza astrologica: ma se il medico è

per noi antico, l’uomo è interamente moderno. Infatti due cose premono

sopratutto al nostro bravo dottore: la sua salute e i quattrini. E però

«mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile

a digerirsi» e si teneva cari ed amici gli speziali, che eran d’accordo

con lui «nel cavar sangue al prossimo». Chi non riconosce nel mercante

di indulgenze un frate Cipolla dotato di una malizia più moderna di

quella che non avesse, in fondo, il simpatico frate boccaccesco? Egli

veniva da Roncisvalle: ma nelle sue lunghe peregrinazioni, che faceva

con la sola missione di imbrogliare devotamente il prossimo, certo ebbe

a capitare anche in Truffia e in Buffia come frate Cipolla. Ma a lui

non bastava gabbare gli ingenui e gli sciocchi: aveva anche «alcune

altre taccherelle, che si taccion per lo migliore[6].» Accanto alle

poco oneste figure del mercante di indulgenze e di frate Uberto, suo

degno collega, spiccano le altre due dell’umile ed onesto parroco e del

contadino suo fratello, che ispirano, come osserva assai felicemente

il Ward,[7] quella grande simpatia che Dickens sapeva trovare nelle

persone semplici e povere. L’impiegato del tribunale che quando

ha alzato il gomito un po’ troppo incomincia a parlare in latino,

l’economo che ruba sulla spesa a man salva, senza che nessuno se ne

accorga, il monaco divoratore di arrosti, e cacciatore impenitente come

don Paolo nella «Scampagnata» del Fucini, sono tutte macchiette una

più vera e più originale dell’altra. E non ultima fra di esse è quella

così caratteristica dell’oste, il quale è l’anima della brigata, sempre

pronto a richiamare all’ordine tutti, a fare le sue osservazioni sulle

novelle che si raccontano, e a ridere e a scherzare allegramente. Il

prologo delle _Canterbury Tales_ è una delle creazioni più perfette

del Chaucer, e forse fu la parte da lui scritta per ultima di tutto

il suo libro di novelle. Per la sua ingenua schiettezza, per la sua

simpatica e piacevole semplicità, che ne fanno una delle più pregevoli

cose dell’antica poesia inglese, esso resterà sempre, nel suo genere,

un modello non facilmente imitabile. Che figure scialbe e senza vita

sono quelle sette persone così accademicamente riunite in un albergo a

raccontare novelle, nelle “_Tales of a Wayside Inn_” con cui il gentile

poeta di Evangelina[8] volle imitare i pellegrini di Canterbury!

La lunga storia che il compìto cavaliere racconta per il primo

ai suoi compagni di viaggio, non offre il destro ai cacciatori di

più o meno pretese fonti di sbizzarrirsi troppo. Poichè il disegno

generale e la materia principale di questa novella sono tolti, in

modo da non ammettere discussione, dalla _Teseide_ del Boccaccio;

dalla quale il Chaucer ha tradotto quasi letteralmente circa duecento

settanta versi, ed oltre cinquecento ha imitati o parafrasati. Per

quale ragione però egli che si è valso, nei suoi scritti, così spesso

e con tanta larghezza dell’opera poetica del Boccaccio, non abbia

mai ricordato il nome di lui, è un mistero che fino ad ora nessuno

ha saputo spiegare. Mentre cita debitamente ai luoghi loro Dante e

il Petrarca, ai quali deve ben poco in confronto degli obblighi che

ha verso il Boccaccio, e dimostra quasi una certa sollecitudine nel

ricordare altri scrittori latini e medievali, che avrebbe potuto

lasciare nell’oblio senza scrupoli di coscienza, dimentica sempre

l’autore del _Decamerone_. Si direbbe anzi che appunto quando attinge

da lui più direttamente e più largamente, come in questa novella del

Cavaliere, e nel poema intitolato _Troilus and Cressida_, il Chaucer

si studi di nascondere meglio che può, a chi legge, la vera fonte,

con citazioni false ed enigmatiche. Gli autori che egli cita, quando

dovrebbe citare il Boccaccio che è la fonte vera, sono: Lollius,

Stazio, e il Petrarca. Il Sandras non riuscendo a spiegare in altro

modo questo fatto stranissimo, sospetta che il Chaucer abbia voluto

fare uno scherzo ai suoi lettori, confondendoli con citazioni fuori di

proposito ed inventate. Questa spiegazione, la quale dimostrerebbe, in

fine, che l’autore delle _Novelle di Canterbury_ ebbe lo spirito di

voler ridere alle spalle dei suoi futuri critici, non piacque troppo

al Lounsbury,[9] che la dice non solo inverosimile e priva di ogni

fondamento, ma trova, non so con quanta ragione, nelle parole del

critico francese: «a tone of candid depreciation.» E conclude: «Forse

non sarà mai possibile per noi sapere con certezza per quale ragione

il Chaucer non nomina il Boccaccio, nelle sue opere; e su ciò non si

potranno esprimere se non opinioni individuali, le quali non avranno

mai il valore di veri e propri argomenti.»

Il fatto citato dal Rossetti[10] che Pierre Seigneur de Beauveau,

il quale verso la fine del secolo XIV fece una traduzione francese

in prosa del _Filostrato_, afferma in modo assoluto che l’autore del

poema da lui tradotto era un poeta fiorentino, chiamato Petrarca,

non porta davvero nessuna luce sul silenzio del Chaucer in quanto al

nome del Boccaccio. Ed anche volendo concluderne, col Tyrwhitt e col

Rossetti, che forse il Chaucer, cadendo nello stesso errore di Pierre

de Beauveau, credè che delle opere del Boccaccio a lui note fosse

autore il Petrarca, non si viene a capo di nulla: anzi la matassa si

fa sempre più intricata. Poichè se da una parte, così, si spiegherebbe

il caso della storia di Zenobia[11] attribuita al Petrarca, mentre si

trova nel _De casibus virorum et foeminarum illustrium_ del Boccaccio,

dall’altra rimane sempre più oscuro il mistero di Lollius, citato come

autore del _Filostrato_. Secondo lo Skeat[12] la vera spiegazione di

questo enigmatico nome sarebbe quella proposta dal prof. Latham,[13] il

quale crede che il Chaucer, intendendo malamente il verso di Orazio:

«Troiani belli scriptorem, maxime Lolli[14]» abbia supposto che Lollio

fosse uno scrittore latino che avesse trattato della guerra troiana.

E questo, secondo il Latham, bastò al poeta per citarlo, senz’altro,

come la fonte dell’episodio della guerra di Troia, che egli, invece,

aveva attinto al _Filostrato_. Certamente può sembrare strano il fatto

che il Chaucer, il quale aveva tradotto tutto il _De Consolatione_ di

Boezio, dimostrando una certa famigliarità con la lingua latina, sia

caduto in un errore così grossolano: ma non potrà parere impossibile,

quando si pensi che non sarebbe questo il solo. Un altro errore del

genere, assai curioso è, per esempio, il _pernicibus alis_ di Virgilio,

nella descrizione della Fama (_En._ IV, 180), tradotto con: _ali di

pernice_. Se quella del prof. Latham è la vera spiegazione, o almeno la

più probabile, è lecito concludere che spesso le citazioni del Chaucer

sono fatte in mala fede, e forse con lo scopo di nascondere, molto

ingenuamente, la verità. E basterebbe, se io non erro, a giustificare

questa conclusione che spiegherebbe tutto, la citazione di Stazio alla

quale io accenno nella nota 23 della Novella del Cavaliere. Nè si può

opporre il fatto che Dante, il Petrarca, ed altri scrittori, sono

sempre citati a dovere: poichè, tenuto conto di quanto il Chaucer deve

nelle sue opere al Boccaccio, si potrebbe rispondere che in questo caso

il poeta delle _Canterbury Tales_ fa come certi scrupolosi debitori,

i quali pagano i debiti piccoli, e poi si dimenticano di quelli più

grossi. Ma torniamo alla novella del Cavaliere.

Del lunghissimo poema del Boccaccio il Chaucer non ha preso che la

materia romanzesca, che molto bene si adattava al racconto fatto da un

cavaliere, il quale «ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà

e l’onore, la libertà e la cortesia.» L’argomento della sua novella

è infatti la storia cavalleresca dei due giovani tebani Palemone e

Arcita, che dopo una serie di romanzesche avventure si disputano in un

grande torneo la bella cognata di Teseo.

L’elemento epico, cioè quanto si riferisce alla guerra dell’eroe

ateniese contro le Amazzoni, che nel poema del Boccaccio occupa tutto

il primo canto, è escluso dal racconto del Cavaliere. Il quale solo

sul principio accenna fugacemente alle gesta di Teseo nella Scizia,

ed incomincia la sua novella dal ritorno trionfale di lui in Atene, e

precisamente dalla strofe 25 del Libro II della _Teseide_. Il Chaucer,

senza abbandonare mai il disegno generale, secondo il quale è svolta

dal Boccaccio l’avventura dei due cavalieri di Tebe, ha notevolmente

abbreviato la storia di Palemone e Arcita, che nella sua novella è

raccontata in 2250 versi, mentre nella _Teseide_ si estende a 8600

circa. Di questo la critica gli ha dato ampia lode, notando che egli

ha dimostrato un sano criterio artistico, e buon gusto, nel lasciare

molte delle lunghe e noiose descrizioni del Boccaccio. Se non che si

potrebbe domandare, senza togliere nulla al merito del poeta inglese,

se ciò si debba proprio al suo buon gusto soltanto, o piuttosto alle

esigenze della forma da lui prescelta per la sua storia. E la risposta

non mi pare difficile: poichè se il Cavaliere, destinato dalla sorte a

incominciare per primo la serie dei racconti di Canterbury, invece di

raccontare una novella, avesse preteso di recitare un poema intero in

dodici canti, quale è la _Teseide_, c’era il caso che molti dei suoi

compagni di viaggio avessero dovuto rinunziare al proprio racconto;

dato che l’oste Harry Bailly, il quale aveva tanto buon senso, non

lo avesse obbligato, come fece al Chaucer[15], a cambiare argomento.

Del resto il Cavaliere stesso, incominciando la sua novella, dice

che dovrà abbreviarne la lunga storia affinchè «nessuno per colpa

sua debba rinunziare al proprio racconto.» Ma ben più largamente,

dobbiamo confessarlo, il Chaucer avrebbe potuto sfrondare dalla selva

epico–romanzesca della _Teseide_, se troppo spesso non si fosse

compiaciuto, anche egli, di quelle lunghe e noiose descrizioni, più

tollerabili ad ogni modo in un poema che in un racconto in forma di

novella, e di quelle tirate rettoriche, a base di mitologia e di storia

sacra, che sono l’indispensabile bagaglio poetico di quasi tutti gli

scrittori dell’età di mezzo, in cui si preferiva all’aurea semplicità

di Virgilio la gonfia rettorica di Stazio. La minuta descrizione

di tutte le figure istoriate nei tre templi del grande anfiteatro

destinato al torneo, l’enumerazione delle varie specie di alberi e di

piante onde fu eretto il rogo di Arcita, gli epici particolari dei suoi

funerali, che il Cavaliere poteva risparmiare ai suoi compagni di via

senza punto nuocere all’interesse della sua novella, dimostrano che il

Chaucer non si lasciò consigliare sempre dall’arte e dal buon gusto nel

far suo il materiale della _Teseide_.

Con tutto ciò non si può negare, certamente, che egli abbia portato

nell’argomento della favola di Palemone e Arcita qualche nota

personale, e modificazioni talvolta felici ed opportune come quelle

notate, insieme col Tyrwhitt[16], dallo Skeat e dall’Hertzberg[17].

Il Chaucer era troppo poeta nel fondo dell’anima, per fare nella sua

novella un semplice sunto in versi dell’originale onde la tolse.

Quanta poesia in questa breve descrizione

dei primi albori del mattino:

«The busy larke, messager of daye,

Salueth in hire song the morwe gray;

And fyry Phebus ryseth up so bright,

That all the orient laugheth of the light,

And with his stremes dryeth in the greves

The silver dropes, hongyng on the leeves.»[18]

Per trovare una di queste pennellate così poeticamente sentite

e riprodotte dalla natura, bisogna leggere Dante e Shakespeare.

Longfellow pensava certo a questi versi, quando in quel suo bellissimo

sonetto scriveva del Chaucer:

«He listeneth to the lark

Whose song comes with the sunshine through the dark

Of painted glass in leaden lattice bound:

He listeneth and he laugheth at the sound,

Then writeth in a book...»[19]

La storia del romanzesco amore di Palemone e Arcita fu uno degli

argomenti che più allettarono il Chaucer fin da quando ne ebbe

conoscenza per la prima volta nella _Teseide_. E dobbiamo dire che egli

ebbe una particolare predilezione anche per il poema del Boccaccio,

giacchè reminiscenze e traduzioni della _Teseide_ se ne trovano anche

in altri tre suoi componimenti poetici: _The Parliament of Fowls_, _Of

Queen Annelida and false Arcite_, _Troilus and Criseide_. Molto prima

che nella novella del

Cavaliere, inoltre, le avventure amorose di Palemone e Arcita il

Chaucer le aveva trattate in un componimento giovanile che è andato

perduto, e che egli stesso ricorda nel prologo di un’altra sua opera

poetica intitolata: _The Legend of good Women_.[20] Questa prima

redazione fu certo molto diversa da quella che è rimasta nelle

_Canterbury Tales_: il Tyrwhitt non esclude che potesse essere una

semplice traduzione della _Teseide_. Molto probabilmente la Novella del

Cavaliere non è che un rifacimento di questo primo lavoro giovanile,

che, composto in origine con intendimenti ben diversi, passò poi a

far parte delle _Novelle di Canterbury_.[21] La cavalleresca storia

di Palemone e Arcita è una creazione originale del Boccaccio, o è

il riflesso di qualche novella medievale? Il tema, come osserva, il

Crescini[22], non è nuovo: ma nessun documento si può produrre fino

ad oggi, il quale contenda al Boccaccio il merito di questa favola

d’amore, che ebbe maggior fortuna di quello che forse non meritasse.

Giacchè passando dalla _Teseide_ alla novella del Chaucer, e da questa

al dramma attribuito al Fletcher e al poema del Dryden, ebbe l’onore di

ispirare alcuni dei più nobili ingegni dell’Inghilterra.[23]

Nella patetica storia di Costanza, raccontata dal Dottore in legge,

piuttosto che di fonti immediate, di copie e di imitazioni, bisogna

parlare di riscontri e di analogie; ed è necessario andare molto

cauti, prima di gridare alla scoperta, per non cadere in qualcuno di

quegli errori o in alcuna di quelle tante inesattezze, in cui cadde

troppo spesso la critica letteraria di questo secolo, smarrendosi

per l’intricata selva delle genealogie dei racconti medievali.

Questa novella ha in sè elementi assai diversi, derivati in origine

dalla grande sorgente popolare, che la tradizione orale e scritta

ha modificato lentamente, con una larga messe di variazioni. I temi

fondamentali di cui essa si compone sono due: la bellezza, causa di

peccato e di sventure, e il trionfo della innocenza perseguitata.

A questo secondo nella leggenda popolare è sempre unito l’elemento

miracoloso: ed anche in questa novella ha molta parte, non solo,

ma non manca neppure il miracolo vero e proprio: v’è infatti il

cavaliere assassino e spergiuro, al quale una mano misteriosa con un

colpo fa schizzar via gli occhi dalla testa. La storia di Donegilda

che facendo ubriacare il messo, il quale deve recare al re Alla la

lieta notizia che Costanza ha partorito un bel maschio, gli toglie di

tasca la lettera, e la sostituisce con un’altra in cui è scritto che

sua moglie ha dato alla luce un essere mostruoso o una bestia, è il

vecchio e popolarissimo tema della suocera regina, che odia la nuora e

vuole disfarsene ad ogni costo[24]. E nelle sue molteplici versioni e

relazioni con altri fatti, lo troviamo spesso ripetuto, nelle novelle

nostre, dalla storia di Dionigia principessa di Francia, di Ser

Giovanni Fiorentino,[25] alla moderna novellina toscana, per citarne

una, intitolata «L’uccellino che parla.»[26] Lo stesso può dirsi,

in generale, degli altri elementi che compongono questa Novella del

Dottore in legge: il tradimento del cavaliere che uccide Ermenegilda

ricorre, in circostanze poco diverse, nel _Roman de la Violette_, nel

romanzo inglese _Le Bone Florence of Rome_[27], in un capitolo dello

_Speculum Maius_ di Vincent de Beauvais, frate domenicano fiorito verso

il 1260, e nelle _Gesta Romanorum_. Le avventure e le sofferenze di

una principessa, costretta dal padre a sposare uno straniero, o un re

di religione diversa dalla sua, sono un argomento comunissimo e di una

tradizione assai remota. Il Tyrwhitt afferma in modo assoluto che il

Chaucer, con qualche leggerissima variante, ha preso la pietosa storia

di Costanza dal secondo libro della _Confessio Amantis_ di John Gower,

amico del poeta ed il maggiore dei poeti suoi contemporanei. Aggiunge

però che egli non ritiene neppure il Gower inventore della novella,

e cita in proposito un’antica poesia inglese intitolata _Emaré_, dal

nome dell’eroina che ha una serie di avventure presso a poco simili a

quelle di Costanza[28]. L’opinione del Tyrwhitt, il quale dà per fonte

diretta e immediata ciò che non può avere altro valore, se non quello

di un fortuito riscontro, non è accolta dal Wright.[29] Egli crede,

molto più verisimilmente, che la Novella del Dottore in legge abbia per

fonte diretta qualche antico romanzo francese, e nota che la redazione

della storia quale si trova nel poema del Gower, è tolta, invece, dalla

cronaca anglo–normanna di Nicolas Trivet, o Treveth, il quale era un

frate domenicano inglese che visse nella prima metà del secolo XIV.

La cronaca di Nicolas Trivet, contenente la vita di Costanza, figlia

dell’Imperatore Tiberio Costantino, fu stampata, con la traduzione

inglese, da Edmund Brock nelle pubblicazioni della _Chaucer Society_.

Da un accurato raffronto che il dotto critico fa del racconto che

si trova in questa cronaca, con la novella raccontata dal Dottore in

legge, rilevandone tutte le somiglianze, sembrerebbe che il Chaucer si

fosse valso piuttosto largamente della cronaca del frate inglese[30].

È probabile, quindi, che tanto il Gower quanto il Chaucer abbiano

attinto, senza saperlo, alla stessa fonte, cioè al racconto francese di

Nicolas Trivet. Questa infatti è l’opinione più comunemente accettata:

l’Hertzberg,[31] però trova che non vi sono prove e documenti

abbastanza sicuri per accogliere le conclusioni del Wright, e dice che

la sola cosa che si può affermare con certezza, è che nè il Gower nè il

Chaucer hanno inventato la storia di Costanza, ma hanno attinto ad una

fonte antica, che probabilmente non è la cronaca del Trivet.

La novella del Dottore in legge è una delle più belle di tutta la

lunga serie dei racconti di Canterbury, e come pittura commovente

della rassegnazione cristiana, e dell’umana virtù, è degna sorella

della storia di Griselda raccontata dal Chierico di Oxford. L’episodio

della partenza di Costanza sulla nave, dove viene abbandonata col

bambino in balìa delle onde e dei venti, è così profondamente sentito,

e così vero in tutti gli affettuosi particolari dell’amore materno e

della fede, che non si può leggere senza provare un intimo senso di

commozione. In questa novella il Chaucer non adopera il metro da lui

comunemente usato nello stile eroico e burlesco, cioè il così detto

verso eroico: per gli argomenti serî e patetici egli predilige una

forma poetica speciale, nella quale sono scritte, oltre questa, la

«Novella del Chierico di Oxford» la «Novella della Madre Priora» e

la «Novella della seconda Monaca.» Si tratta di una strofe rimata di

sette versi, composta su questo schema: _a b a b b cc_. Il Chaucer ha

intradotto per il primo questo metro nella letteratura inglese: per

quanto nel suo poemetto _Troilus and Cressida_, che è un rifacimento

del _Filostrato_, questa strofe sostituisca evidentemente l’ottava del

Boccaccio, sembra strano che essa debba considerarsi una derivazione

diretta dell’ottava rima, come vorrebbe qualcuno[32]. Il Tyrwhitt[33]

inclina a credere che sia, invece, di origine provenzale, e cita una

poesia di Folchetto di Marsiglia, scritta in una strofe di sette versi,

che corrisponde esattamente a quella del Chaucer. E la sua opinione

è divisa dall’Hertzberg, il quale dice, senz’altro, che questo metro

è preso in prestito dai poeti di Provenza. In Inghilterra questa

strofe divenne subito molto popolare, e fu usata assai spesso dai due

immediati seguaci e imitatori del Chaucer, Occleve e Lydgate. Perfino

Giacomo I di Scozia l’adoperò in un suo lavoro poetico intitolato

_The Kinges Quair_:[34] e pare, anzi, che in omaggio a questa regale

predilezione la strofe acquistasse il nome di _ryme royal_, col quale

la sua popolarità durò fin verso la fine del secolo XVI, in cui fu

spodestata dalla nuova stanza dello Spencer, composta di nove versi.

La Novella del Chierico di Oxford è, in sostanza, la storia

raccontata da Dioneo nell’ultima novella del Decamerone. Ma la fonte

non è il Boccaccio: il Chaucer stesso ci fa sapere nel prologo[35],

che la fonte diretta è il Petrarca, e questa volta, ad onore del

vero, egli dice proprio la verità. Poichè il racconto del Chierico di

Oxford segue quasi letteralmente la parafrasi latina che Francesco

Petrarca fece della novella del Decamerone, e che egli stesso mandò

con bellissime parole al Boccaccio verso il 1373[36]. La questione che

alcuni critici[37] hanno voluto fare, se il Chaucer abbia composto la

sua novella sopra un semplice racconto orale a lui fatto, della storia

di Griselda, dal Petrarca (come sembrerebbe si dovesse ricavare dal

prologo), o se egli abbia, invece, avuto sott’occhio il manoscritto

latino, mi sembra oziosa e senza alcun valore. Giacchè nulla aggiunge

e nulla toglie al merito del poeta inglese, il fatto che egli abbia

avuto, o no, fra mano il testo latino della traduzione del Petrarca.

Comunque sia, basta un diligente confronto di questo testo con quello

del Chaucer, per convincersi che l’autore della novella del Chierico

di Oxford ha indubbiamente avuto sotto gli occhi la traduzione latina

del Petrarca. Certe espressioni, certi movimenti e atteggiamenti del

pensiero, certi minuti particolari che poca o nessuna relazione hanno

con la narrazione generale del fatto, non possono essere rimasti

così impressi al Chaucer, che egli abbia potuto ripeterli, nella sua

novella, quasi con le stesse parole del testo latino. L’Hertzberg

ritiene che l’asserzione del Chierico di Oxford nel prologo non

implichi altro che il semplice fatto, che il Chaucer ha attinto

alla traduzione del Petrarca. Le parole del Chierico, secondo lui,

non bastano per affermare che il poeta abbia realmente conosciuto a

Padova il cantore di Laura, e proprio dalla sua voce abbia appreso

la storia di Griselda. Certo non vi sarebbe nulla di strano e di

inverosimile ad ammettere che il Chaucer trovandosi verso la fine del

1372 in Italia, dove era stato mandato dal governo di Edoardo III in

missione diplomatica, si recasse a Padova per conoscere Francesco

Petrarca, che proprio in quel tempo si trovava in mezzo ai dolci colli

di Arquà. Ma nessun documento prova questa visita del poeta inglese

al poeta italiano: e forse nelle parole del Chierico di Oxford si è

voluto trovare più di quello che il Chaucer stesso abbia voluto dire.

Assolutamente destituita di fondamento, poi, è l’asserzione di alcuni

biografi e studiosi[38] del poeta, che egli avesse conosciuto il

Petrarca in Milano fino dal 1368, in occasione delle nozze di Violante,

figlia di Galeazzo Visconti, con Lionello Duca di Clarence. E ci volle,

davvero, tutta la buona volontà e la calda fantasia del Baret, per

affermare, senza provarlo in alcun modo, che in questa circostanza il

Chaucer fu presentato anche al Boccaccio; e per immaginare perfino i

geniali discorsi tenuti dai tre illustri letterati: «Que de sujets

durent être traités, que d’idées échangées, quels horizons nouveaux

ouverts par les deux doctes Italiens à cet enfant curieux de la Grand

Bretagne encore barbare!»[39]

Ma ad una questione assai più importante ci conduce la storia di

Griselda raccontata dal Chierico di Oxford: cioè se l’autore delle

_Canterbury Tales_ abbia avuto conoscenza del _Decamerone_. Le novelle

del Chaucer, che ordinariamente sono considerate come prese o imitate

dal _Decamerone_, sono, oltre la Novella del Chierico di Oxford, queste

tre: «The Schipmannes Tale» (Novella del Marinaro) che corrisponderebbe

alla novella di Gulfardo e Gosparruolo (_Decam._ VIII. 1); «The

Frankeleynes Tale» (Novella del Possidente) corrispondente alla storia

di Madonna Dianora e Messere Ansaldo (_Decam._ X. 5); e «The Reeves

Tale» (Novella del Fattore) da confrontarsi con la novella raccontata

da Panfilo (_Decam._ IX. 6). Relazioni di somiglianza, specialmente in

certi dettagli, si trovano, inoltre, fra la Novella del Mercante (The

Marchaundes Tale) e quella di Lidia e Nicostrato (_Decam._ VII. 9), e

fra la Novella del Mugnaio (The Milleres Tale) e la storia di Frate

Puccio (_Decam._ III. 4). Senza entrare in particolari e senza fare qui

dei raffronti che sarebbero fuori di luogo, notiamo solamente che le

somiglianze fra racconto e racconto nelle novelle che abbiamo citate,

non sono tali da potere provare materialmente che il Chaucer conosceva

il _Decamerone_. In mezzo alle numerose e sostanziali variazioni di uno

stesso tema, che la tradizione orale ha modificato in mille modi, non

è possibile rintracciare l’originale e designare la fonte. Nè si può

certo chiedere ad un raffronto fra il _Decamerone_ e le _Canterbury

Tales_ la prova che il Chaucer abbia avuto conoscenza dell’opera

maggiore del Boccaccio. Anzi se si voglia tener conto del fatto, che

delle altre opere del Boccaccio a lui senza dubbio note, come la

_Teseide_, il _Filostrato_, _De casibus virorum et faeminarum_, _De

claris mulieribus_, e il _De Genealogia Deorum_, egli si è valso molto

spesso, e senza tanti scrupoli, da un simile raffronto si dovrebbe

concludere che forse al Chaucer non dovette essere noto il _Decamerone_.

Molto più che la storia di Griselda, pur rimanendo nel racconto

del Chierico di Oxford tale e quale, in sostanza, è nella novella

raccontata da Dioneo, il Chaucer non l’ha tolta evidentemente

dal _Decamerone_, ma dalla traduzione latina del Petrarca. Ma se

mancano gli elementi e gli argomenti necessari per potere affermare

esplicitamente che il Chaucer conobbe il _Decamerone_, nessuno vorrà

negare la stranezza e la inverosimiglianza del fatto, che il Chaucer,

il quale conobbe e tradusse la _Divina Commedia_, e conobbe le opere

del Petrarca fino al punto da chiamarlo «my master Petrarch»[40] e da

tradurre quasi alla lettera il sonetto LXXXVIII del Canzoniere,[41] non

conoscesse affatto l’opera maggiore e più importante del Boccaccio, il

quale egli mostra di avere conosciuto anche troppo nella _Teseide_, nel

_Filostrato_, e più o meno in quasi tutte le opere latine. Nessuno,

credo, potrà ammettere facilmente che un letterato di ingegno come

il Chaucer, avido di imparare e di conoscere, il quale cerca fuori

della rozza sua patria un raggio luminoso di quell’arte e di quella

poesia per la quale si sente nato, giunto in Italia vi si trattenga

circa undici mesi (dal Dicembre del 1372 al Novembre del 1373), ed

insieme col nome di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca, a lui

notissimi, non senta mai ricordare quello di Giovanni Boccaccio. E si

badi che il Chaucer durante il suo non breve soggiorno in Italia, si

recò a Firenze proprio nell’anno 1373, vale a dire quando il Boccaccio

incominciava, per incarico del Comune di Firenze, le sue letture

pubbliche sulla Divina Commedia nella chiesa di S. Stefano. Anche

ammesso che il Chaucer, il quale sembra che lasciasse Firenze prima

del 22 Novembre, non avesse avuto il tempo o l’occasione di assistere

ad una delle lezioni del Boccaccio, che inaugurò la cattedra dantesca

il 23 Ottobre, è molto inverosimile che non avesse almeno sentito

parlare di un avvenimento così importante, e dell’alto onore a cui la

Signoria di Firenze chiamava l’autore del _Decamerone_. Ma è proprio

un destino che certe circostanze e certi particolari interessantissimi

della vita del Chaucer debbano restare nell’ombra e nel mistero: se

si potesse provare che egli conobbe realmente, a Padova, il Petrarca,

e da lui ebbe notizia della storia di Griselda, avremmo un valido

argomento di più per ritenere che il Boccaccio e le sue novelle

dovettero essere noti al Chaucer. Poichè il Petrarca che mandando

la sua traduzione latina al Boccaccio scriveva: «A chiunque poi mi

domandasse se la cosa sia vera, cioè se questo scritto sia favola o

storia, risponderei come Crispo: chiedetene conto all’autore che è il

mio Giovanni»[42] il Petrarca, dico, non avrebbe certo tenuto nascosto

al Chaucer il nome dell’amico suo, e del libro onde egli aveva tradotto

la novella di Griselda. Stando così le cose, e non essendo possibile,

purtroppo, in tale questione, uscire dal campo delle congetture e

delle semplici supposizioni, a me sembra che senza affermare in modo

assoluto e gratuitamente come il Mamroth,[43] che il Chaucer conobbe

il _Decamerone_ e da questo tolse il piano del suo libro, si possano

accettare le conclusioni del Kissner,[44] cioè che forse le _Canterbury

Tales_ debbono al _Decamerone_ più di quello che comunemente si crede,

e che ad ogni modo non ci sono nè documenti nè ragioni inoppugnabili, i

quali ci vietino di poter credere che le novelle del Boccaccio fossero

note al Chaucer.

Le origini della storia di Griselda si perdono nella tradizione

popolare: e in argomenti di questo genere non è raro il caso, in cui

la voce del popolo ci porti l’eco di qualche fatto accaduto, chi sa in

quali circostanze e con quali particolari, in tempi lontanissimi.[45]

Che la storia della povera pastorella «provata fino al martirio dal

marito marchese» fosse nella tradizione orale, lo provano, come già

osservò il Bartoli[46], queste parole del Petrarca, dalle quali

sembrerebbe che la storia di Griselda fosse nota già da molto tempo

non solo a lui, ma anche al Boccaccio: «ricordandomi di averla io

stesso con gran piacere udita narrare molti anni indietro, e poichè

tanto era piaciuta a te stesso, che degna la credesti di farne materia

al tuo stile.»[47] II tema è piuttosto comune: ci troviamo davanti ad

una delle numerose versioni che rientrano nel vasto ciclo della moglie

calunniata e perseguitata, come la storia di Genoveffa[48]. L’opinione

del Duchat[49], accolta e ripetuta anche dal Le Grand d’Aussy[50], dal

Manni[51], e dall’abate de Sade[52]: che il Boccaccio avesse tolto la

storia di Griselda da un antico manoscritto francese intitolato: _Le

Parement et Triomphe des Dames_, fu dimostrata assolutamente erronea,

prima anche che dal Landau, dal Tyrwhitt, il quale osservò che l’autore

del _Parement_, Olivier de la Marche, era nato e vissuto molti anni

dopo la morte del Boccaccio.

Il Chaucer nella sua novella non si discosta quasi mai dal testo

del Petrarca: e lo segue così scrupolosamente, anche nei particolari

più minuti, che il racconto del Chierico si potrebbe chiamare una

traduzione poetica della prosa latina petrarchesca. Non c’è una

frase, non una sola parola nella novella del Chaucer, che possa fare

supporre, anche lontanamente, che egli avesse letto o conosciuto in

qualche modo la novella del Boccaccio. Unica indiscutibile fonte è

il Petrarca: ed io non saprei, a questo proposito, come qualificare

l’assurda asserzione del Klein, il quale dice che il racconto del

Chierico di Oxford «è un miscuglio di Boccaccio, Petrarca e Maria di

Francia»[53] aggiungendo a questo non pochi altri spropositi, che, con

tutto il rispetto dovuto ad un critico tedesco, non vale neppure la

pena di rilevare. Per quanto però il Chaucer traduca molto spesso quasi

letteralmente dal Petrarca, la sua natura di poeta e le sue qualità di

osservatore e conoscitore profondo dell’animo umano, spiccano in questa

novella anche più che in altre, dove la materia del racconto è più

originale e indipendente. Quando Gualtieri dopo avere detto a Griselda

che il papa gli ha permesso di prendersi un’altra moglie, la caccia

di casa, e le ingiunge con amara irrisione di riprendersi la dote che

aveva portato, il Petrarca segue e traduce il Boccaccio, il quale così

fa rispondere dalla povera pastorella al crudele signore di Saluzzo:

«Comandatemi che io quella dote me ne porti che io ci recai, alla

qual cosa fare, nè a voi pagator nè a me borsa bisognerà nè somiere,

per ciò che uscito di mente non m’è che ignuda m’aveste.» Il Chaucer

con un linguaggio profondamente umano, che rende anche più commovente

la risposta di Griselda dice: «In quanto alla concessione che mi

fate di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco

bene che voi intendete parlare dei miei poveri cenci, che non erano

niente di bello davvero: ma nonostante ben difficilmente io potrei ora

ritrovarli. Buon Dio! a sentirvi parlare, e a guardarvi, sembravate

così buono e gentile il giorno del nostro matrimonio!» Non è un senso

di intima ribellione che fa scattare la povera e ingenua pastorella:

in quella esclamazione è mirabilmente compendiato tutto il suo dolore

e tutto il suo stupore, davanti a tanta e così inaudita crudeltà di

animo. Con quanta verità di sentimento, alle semplici parole: «Audito

ergo non tam filiae tacite redeuntis quam comitum strepitu occurrit

in limine: et seminudam antiqua veste cooperuit»[54] onde il Petrarca

descrive il primo incontro di Griselda, scalza e in camicia, col

vecchio padre, il Chierico di Oxford sostituisce quest’altre nel suo

racconto: «Il povero vecchio, avendo sentito che la sua figliuola

ritornava a casa in quel modo, in fretta in fretta le andò incontro,

portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo

amaramente, cercava di coprirla alla meglio con quella.» La fiera

invettiva al popolo incostante e mutevole come la luna, i commoventi

particolari della pietosa scena fra Griselda e i suoi figliuoli, il

congedo originalissimo, e di un sapore veramente moderno, col quale

il Chierico, finito il suo racconto, si rivolge agli uomini che hanno

moglie, e alle donne che hanno marito, ed altre finezze ed arguzie

che ognuno potrà facilmente riscontrare da sè, basterebbero da soli a

giustificare le lodi e l’ammirazione di tutti i critici più autorevoli

dell’Inghilterra, per questa novella, che nel suo genere è forse la più

bella fra le _Canterbury Tales_.

Le «celesti sofferenze» di Griselda, dalla novella del Decamerone in

poi, furono imitate e riprodotte in quasi tutte le più importanti forme

letterarie antiche e moderne: la rappresentazione sacra, la ballata,

la novella, il poema, la commedia, la tragedia, e perfino, ai giorni

nostri, il melodramma, si disputarono questa storia, che ha goduto

una popolarità lunghissima e quasi senza interruzione. E non solo in

Italia, ma anche presso le altre letterature d’Europa, specialmente

in Francia in Inghilterra e in Germania, sbocciò attorno alla ideale

figura di Griselda una vera fioritura poetica.[55] Se il Boccaccio,

come sembra, non si può considerare l’inventore di questa fortunata

storia, egli ha tuttavia il grandissimo merito di averne dato, nella

sua novella, la prima redazione scritta che si conosca: e nessuno può

invidiargli e negargli la gloria di averne creato quel capolavoro di

semplicità e di sentimento, che tanta luce di arte e di poesia irradiò

fin dal suo nascere.

Venuto il turno del Mercante d’Indulgenze, le persone più civili e

bene educate[56] che si trovavano nella gioconda brigata di Canterbury,

avendo capito subito, strada facendo, che razza di prete scapestrato

e libertino egli era, e forse avendone già avuto abbastanza del

licenzioso racconto della donna di Bath, e di qualche altro, non meno

scurrile ed osceno, dei novellatori che lo avevano preceduto, misero

le mani avanti: e lo pregarono di non dire sguaiataggini. Ed egli,

mantenendo la sua promessa, racconta infatti una storia moralissima,

e piena di savi avvertimenti[57]. La fonte di questo racconto del

Mercante d’Indulgenze è sconosciuta: le sue linee generali si ritrovano

in una novella del _Novellino_[58], nella quale un santo romito avendo

scoperto in una selva un tesoro, fugge per non essere tentato da

quello. Ed incontrati tre briganti che lo fermano, dice loro come egli

fuggisse perchè aveva alle spalle la Morte, indicando ad essi il luogo

dove giaceva il tesoro. I tre malfattori trovato il tesoro, decidono

che uno di loro vada in città a vendere una piccola parte dell’oro che

hanno scoperto, e ne compri da mangiare e da bere per tutti e tre,

mentre gli altri restano a far la guardia. Quello che va in città

mette il veleno nelle vivande e nel vino che porta ai suoi compagni,

per ucciderli e restare egli solo padrone di tutto il tesoro. Appena

tornato, però, è ucciso dagli altri due, che avevano deciso di disfarsi

di lui, per dividere fra loro solamente le ricchezze trovate. Ma avendo

poi mangiato e bevuto delle vivande e del vino che erano avvelenati,

muoiono, come l’altro, vittime della loro cupidigia.

Per quanto le somiglianze e i punti di contatto fra questo racconto

e quello del Chaucer siano piuttosto notevoli, non si può, in modo

assoluto, affermare che il _Novellino_ sia la fonte diretta alla quale

il poeta delle _Canterbury Tales_ ha attinto la storia del Mercante

d’Indulgenze[59]. È probabile, invece, che la fonte immediata sia

qualche antico _fabliau_ francese andato perduto[60], dal quale forse

il racconto passò anche al _Novellino_. Un particolare diverso e molto

interessante pel significato altamente poetico, è nella novella del

Chaucer questo: che il santo romito dell’antica novella italiana, il

quale rappresenta la virtù morale e cristiana, e nell’oro vede e fugge

la morte dell’anima, è cambiato in un vecchio decrepito, che indarno

chiede di morire e domanda pace per le stanche sue ossa: poichè egli

è la Morte. Dura condanna: dare altrui la morte, cioè il riposo del

corpo, senza poter morire! Il Ward paragonando questo vecchio della

novella chauceriana all’Ebreo errante della leggenda, nota che tale

concezione è degna di un poeta[61]. Il racconto secondo il LIEBRECHT

(_Orient. und Occid._, I, 654) ha origine orientale, e ricorre anche

nelle _Mille e una notte_[62]. L’avventura, per il suo carattere

altamente morale, entrò nelle sacre rappresentazioni, e la troviamo

infatti nella _Rappresentazione di S. Antonio_. Dal Novellino passò, in

versioni differenti, ad altri testi, fra i quali a quello latino del

Morlini[63].

Il Chaucer aveva temperamento e natura di poeta: e senza dubbio

le peggiori e più noiose sue novelle sono le uniche due scritte in

prosa, dalle quali non bisogna certamente giudicarlo nè come poeta

nè come scrittore di prosa. Egli ha, tuttavia, notevoli qualità di

prosatore. Oltre l’osservazione arguta, la visione delle cose sempre

pronta e giusta, la frase sbrigliata e incisiva, il Chaucer possiede la

quadratura artistica del discorso e del racconto in prosa. E queste sue

qualità egli dimostra più specialmente in questa novella, nella quale

non il sentimento nè la poesia della storia di Costanza e di Griselda

è da ammirare, ma la perfetta tessitura del racconto, dove nulla è

superfluo, tutto è al suo posto e naturale, anche nei più minuti

particolari.

Dalle Novelle di Canterbury · 第 1 / 15 段