CAPITOLO SETTIMO

La vita scolastica nel medio evo — Importanza degli scolari nelle

università italiane — Lo spirito turbolento — Esempi di vita

licenziosa e di indisciplinatezza — Leggi repressive contro

i disordini degli scolari — Le feste scolastiche — Avventure

amorose degli scolari — Collegi pel mantenimento degli scolari

poveri — Vesti speciali riserbate agli scolari e ai dottori —

Discordie politiche nelle università — Rapporti fra gl'insegnanti

e gli scolari nelle università antiche — Loro affetto reciproco —

Vita e costumi dei dottori — Moltiplicità di uffici dei dottori

— Loro gradi ed onori — Frequenti emigrazioni degl'insegnanti

— Loro avidità di guadagno — Carattere fiero e turbolento dei

dottori — Discordie nelle scuole — I plagi — Facezie e motti di

famosi insegnanti.

Le università antiche erano frequentate da scolari e professori

appartenenti a diverse nazioni e necessariamente di lingua, di

abitudini e di costumi affatto difformi. Bene spesso venivano in loro

compagnia anche le famiglie per evitare gl'incomodi di una troppo

lunga separazione, e dividere insieme i pericoli del viaggio ai

quali era esposto chi frequentava in quel tempo le pubbliche strade.

Anche le famiglie erano ammesse al godimento di quei privilegi che

gli statuti concedevano a chi faceva parte dell'università, e dal

momento che ponevano sede in una città erano considerate come facienti

parte anch'esse della grande corporazione scolastica. L'emigrazione

di una scolaresca da una ad altra università portava adunque un gran

numero di persone estranee, oltre gli scolari, e si formavano tante

colonie separate dette _nazioni_ secondo il numero dei paesi stranieri

(_ultramontani_) o delle diverse provincie d'Italia (_citramontani_)

che rappresentavano.

Lo scolare del medio evo aveva un duplice vincolo di convivenza; quello

cioè della scuola, che acquistava appena iscritto nelle matricole

universitarie, e quello dei proprii connazionali coi quali manteneva i

più intimi rapporti di fratellanza e di solidarietà.

Al contatto di gente di paesi diversi, il sentimento di nazionalità

si affermava energicamente quanto maggiori e più frequenti erano le

occasioni di avvicinarsi le quali erano molte, attesa la comunanza

di vita che doveano mantenere per ragione degli studi, e la residenza

obbligatoria in una medesima città.

Gli scolari si consideravano, lontani dalla loro patria, come

i rappresentanti e i legittimi difensori dell'onore nazionale e

frequentissime perciò erano le discordie che nascevano fra le diverse

colonie specialmente straniere, per offese ricevute e che si credevano

in diritto di vendicare. Questi tumulti dividevano le scuole e

mettevano in scompiglio l'intera università perchè ai contendenti

si univano i partigiani, che volendo assumere le difese dell'una o

dell'altra parte aumentavano le turbolenze ed eccitavano i disordini.

I Rettori quando avvenivano queste sedizioni, cercavano di calmarle

il più delle volte chiamando le parti con opportuni eccitamenti

alla concordia e infliggendo pene severe ai più indisciplinati. Ma

prolungandosi talvolta queste discordie e sfogando spesso i dissidenti

il loro rancore nelle scuole durante la lezioni, era necessario che

i magistrati provvedessero in altra maniera, adoperando maggiore

severità. Così narra il Facciolati che nel 1579 in Padova nacque

discordia fra uno scolare francese e un tedesco, e tutta l'università

si levò in armi. Esaurito ogni mezzo di conciliazione fu necessario che

il Senato che soprintendeva allo Studio, ordinasse la chiusura di sette

scuole dei giuristi, quattro dei medici, e una dei filosofi. Altri

storici ancora narrano molti altri casi consimili di tumulti nati fra

scolari di nazioni diverse, per le più lievi cagioni.

In Bologna alcuni scolari meglio forniti di averi pretendevano di

godere i migliori quartieri, e quando venivano loro negati se ne

impadronivano a forza cacciando i legittimi inquilini[418]. Nè ciò

basta. Alcuni dei più audaci volendo disturbare le scuole mentre i

dottori facevano lezione, vi si introducevano mascherati suscitando

disordini e tumulti.

Quest'uso singolare si trova ricordato nell'università di Ferrara

e rimane tuttora un Editto assai curioso del 1478, che proibiva lo

entrare in maschera nelle pubbliche scuole.

L'Editto dice così: «Per parte dell'Illustrissimo Signor nostro

Hercule Duca etc. se fa Commandamento ad ogni, e singole persone,

cusì terriere, come forestiere de che condizione se siano, che da

qui innanti non ardiscano, nè pressumano andare in _Mascara_ alle

Schole del Studio de questa Inclyta Città de Ferrara, ad impazare li

Legenti, e li Doctori, o veramente le lectioni di Scholari alla pena

de Ducati diese de oro da farsi applicare alla Massaria Ducale, et de

stare otto dì in prigione; notificando a cadauna persona che a tale

Maschera serano levate le Maschere dal volto e menate in prigione e non

usciranno se non pagheranno la pena[419].»

Quest'uso di entrare in maschera nelle scuole durante le lezioni si

trova anche nell'università di Padova, la quale sanzionò gravi pene sì

pecuniarie che corporali ai contravventori e proibì pure per evitare

scandali, che entrassero nel recinto dello Studio e nel luogo dove

si facevano le lezioni, gli scolari o altre persone accompagnate da

donne[420].

In Ferrara gli scolari sotto pretesto di festeggiare la nascita del

primogenito del Duca Ercole che avea sposata la celebre Lucrezia

Borgia, dettero fuoco in segno di gaudio alle panche delle scuole[421].

Nel 1584, sessanta scolari si riunirono in una casa presa a pigione

a spese comuni, ed eletto un principe della società fra loro, ed

altri col nome di ministri, tenevano le adunanze con grande apparato

ribellandosi alla giurisdizione del Rettore e compromettendo colla

loro vita licenziosa l'ordine pubblico e la tranquillità dei cittadini.

Intervenuti i magistrati, ordinarono che questa illegale associazione

si sciogliesse e così durò poco più di un mese[422].

I più futili pretesti servivano spesso di occasione a discordie e

tumulti fra gli scolari. Nel 1532 gli scolari di legge di Padova

chiesero al Senato che la campana che annunziava il principio delle

lezioni, non fosse concessa per l'uso degli artisti, e il Senato per

evitare serii disordini dovette annuire a questa richiesta[423]. In

Bologna nel 1321 nacque discordia fra gli scolari che vivevano a spese

proprie e quelli che erano mantenuti agli studi e tanto si accesero gli

animi che fu necessario l'intervento del Senato[424].

Nell'università di Pisa la festa della vigilia di Sant'Antonio, soleva

celebrarsi dagli scolari con molta solennità, e poichè si pretendeva

che i dottori si astenessero dal fare lezione, nascevano frequenti

risse e discordie. Racconta il Fabroni che in questo giorno gli scolari

solevano recarsi mascherati in Sapienza e giocavano cogli aranci, il

che dicevasi, «fare alle aranciate.»

Nell'anno 1550 celebrandosi questa festa, gli scolari fecero tumulto

per impedire ai dottori di far lezione, e l'università per quel giorno

fu messa in scompiglio. Il Rettore scriveva a Cosimo I per informarlo

del fatto in questa maniera: «Essendo cosa ordinaria che avanti la

vigilia di S. Antonio sogliono i scolari fare una mascherata e venire

in la Sapienza a fare alli aranci con li altri scolari e dottori

per fare le aranciate, così questa mattina all'improvviso sendosi

mascherati circa 25 o 30 scolari vennero in la Sapienza e giocando e

scherzando tra loro fecero che i Signori Dottori soprassedessero dal

leggere e così si dette vacanza.»

Cosimo che vedeva di mal'occhio questi esempi d'insubordinazione,

rispondeva sdegnato: «Se li scolari attendessero come saria el debito

loro alle lettere e alli studj, e non come fanno alle baje e che almeno

nel far le baie non offendessino le persone non ne nascerebbono di

questi inconvenienti[425].»

Per prevenire questi frequenti disordini nella Riforma dello Studio

pisano fu disposto: «che lo Scholare che faccia tale strepito dopo

che si sarà corretto la prima e seconda volta, si privi per quell'anno

di Pisa come discolo e turbatore dello studio degli altri.» E perchè

i dottori mantenessero la disciplina nelle scuole, furono minacciati

della perdita del salario di due lezioni quando procurassero gli

strepiti degli scolari[426].

Un fatto narrato dal Ghirardacci ci dimostra fino a qual grado

d'insolenza giungessero certuni che col nome di scolari frequentavano

le antiche università.

Un tale Freddo della nobile famiglia senese dei Tolomei venuto da

Parigi a studiare in Bologna, si mostrava di natura così risoluto e

violento che ben presto per cagion sua tutta l'università fu posta

in disordine. Molti scolari per paura di lui si recarono a studiare

altrove e quei che vollero resistergli ne riceverono gravissime offese.

Riunitisi poi con lui alcuni malviventi, egli preso animo, incominciò a

sfidare pubblicamente tutti gli scolari minacciandoli anche di morte. I

Rettori, sospese per cagione di questi disordini le lezioni, ricorsero

al Consiglio. Tentati invano accordi d'ogni maniera per riguardo alla

famiglia cui apparteneva quell'insolente e avuto da lui per risposta

che se più oltre gli ragionavano di ciò avrebbe fatto assai peggio,

si riunirono tutti i magistrati della città insieme all'arcidiacono e

ai Rettori e ordinarono a Freddo di lasciare Bologna entro il termine

di quattro giorni senza ritornarvi più per dieci anni, e trascorso

il tempo assegnato fu stabilito che chiunque lo incontrasse potesse

impunemente ucciderlo colla minaccia della morte a chi gli avesse dato

ricetto[427].

Verificandosi tanti disordini per opera degli scolari malvagi,

gli statuti cominciarono a vietare l'uso delle armi che avevano

concesso per privilegio a tutte le persone che facevano parte delle

università comminando pene severissime ai trasgressori a qualunque

grado appartenessero. Questo divieto fu fatto osservare con molto

rigore. Sorpreso in Padova uno scolare tedesco colle armi in dosso,

venne sottoposto alla tortura sebbene fosse figliuolo del cancelliere

Cesareo. Altri esempi di severa repressione del porto abusivo delle

armi s'incontrano nelle storie dell'università di Padova. Nel 1565 fu

carcerato perfino uno dei Rettori perchè aveva violato la legge, e nel

1580 avendo gli scolari fatto tumulto perchè fosse tolto il divieto,

ne fu preso uno dei più audaci di nome Pietro Raimondo e condannato nel

capo[428].

Anche in Bologna era proibito l'uso delle armi e per evitare disordini

si punivano coll'ammenda di cinque lire gli scolari che frequentavano

i giuochi d'azzardo[429]. Se però nel grande concorso delle persone

che convenivano a studiare in una medesima città ve ne erano alcune,

e fors'anche non poche, che dimentiche dei doveri del vivere onesto e

civile e intolleranti di ogni freno si ribellavano all'autorità delle

leggi e dei magistrati, non si deve concludere per questo che tutti gli

scolari che frequentavano le antiche università si assomigliassero nei

cattivi costumi e nell'insolenza dei modi.

La vita licenziosa che taluni conducevano negli anni degli studi era

in parte effetto dell'indole giovanile che è di per sè inclinata ai

piaceri e al disordine, e derivava eziandio dai costumi del tempo

e dalla generale corruzione. Nel medio evo, ognuno lo sa, mancando

un potere supremo che sapesse dirigere e regolare gli svariati moti

dell'attività individuale e frenare gli abusi, la società era sconvolta

e non si aveva una idea chiara dell'uso legittimo della libertà.

La grande varietà delle leggi e delle sanzioni penali, per le quali

era lecito in un luogo o per lo meno tollerato ciò che in un altro

veniva punito colla maggiore severità, facilitava i mezzi di scampo ai

delinquenti e cresceva in essi la speranza d'impunità.

Certe classi sociali, come gli ecclesiastici, i nobili e gli studenti,

godendo di speciali privilegi, per i quali venivano sottratti alla

giurisdizione dei magistrati ordinari, aveano più frequenti le

occasioni e i modi di ribellarsi alle leggi invocando sempre i diritti

proprii della loro condizione col favore dei quali facilmente potevano

eludere le ricerche della giustizia[430].

Ciò che rendeva molto variata e caratteristica la vita scolastica del

medio evo era la frequenza delle feste che si celebravano in certe

epoche dell'anno per cura degli studenti contribuendo alle spese

necessarie i professori e altre persone addette all'università.

Le feste scolastiche erano assai numerose.

Le occasioni per celebrare le feste non mancavano in quei secoli, e

particolarmente agli scolari non faceva, allora, come sempre, difetto

la fantasia per trovare qualche ragionevole pretesto di divertirsi.

L'elezione del Rettore vedemmo con quanto fasto e solennità fosse

celebrata. Cavalcate, giostre, tornei, conviti, balli, rallegravano non

solo l'università in quel giorno, ma la città intera, la quale prendeva

parte a questa cerimonia come ad una pubblica festa.

Così pure le lauree degli scolari più ricchi erano festeggiate con

grande apparato di conviti, di balli, e accompagnate da altri segni

di gaudio e celebrate col concorso dei primi magistrati e di tutti gli

studenti.

L'arrivo di qualche professore che fosse preceduto da molta fama soleva

mettere in moto l'intera città. I Rettori, i Magistrati civili e tutto

il corpo scolastico andavano incontro al nuovo venuto colle insegne dei

respettivi gradi e lo accoglievano con molta solennità insieme a grande

concorso di popolo festeggiante.

Ogni università poi oltre quelle citate, aveva le sue feste particolari

tanto civili che religiose le quali variavano secondo gli usi e le

consuetudini locali.

Per celebrare degnamente le feste, gli scolari erano autorizzati per un

privilegio speciale a fare collette per la città, alle quali dovevano

obbligarsi anche i dottori. In qualche università gl'insegnanti

erano costretti a contribuire alle feste scolastiche per una somma

determinata. Così in Padova i dottori dovevano annualmente pagare

all'università cento ducati per espressa disposizione degli Statuti.

Oltre i dottori contribuivano a celebrare le solennità universitarie

anche i cittadini con offerte spontanee.

Gli ebrei che erano in fama di gente danarosa, e che nel medio evo come

vittime dei pregiudizi religiosi del tempo, non godevano di personalità

civile, venivano aggravati pel consueto più di tutti gli altri. Una

legge del 1571 ordinò che in Bologna gli ebrei dovessero pagare lire

104 e mezzo ai giuristi e 70 agli artisti a profitto delle feste del

carnevale[431].

Il danaro raccolto veniva depositato in luogo sicuro e destinato a fare

i ritratti e le statue di dottori più famosi come vedremo parlando

fra breve dei rapporti che avevano gli antichi scolari coi loro

maestri[432].

Un particolare di qualche interesse relativo ai costumi degli scolari

del medio evo è quello che riguarda la loro vita e le avventure di

amore. Il Boccaccio e gli altri novellieri, fedeli narratori degli usi

di quel tempo, ricordano assai frequentemente gli scolari nei loro

racconti. Nella novella settima della giornata ottava, il Boccaccio

narra una cattiva burla che ricevè uno scolare fiorentino per nome

Rinieri da una scaltra vedova alla quale avea chiesto amore, e della

vendetta che egli ne prese. Omettendo il lungo racconto che la vivace

fantasia del novelliere ha ordito con tanta evidenza, ricorderemo

l'avvertimento col quale, come morale della favola, lo scrittore

insegna — che cosa sia lo schernire gli scolari. «Così dunque — dice

il Boccacio — alla stolta giovane addivenne della sua beffe, non

altrimenti con uno scolare credendosi frascheggiare che con un altro

avrebbe fatto, non sappiendo bene che essi, non dico tutti ma la

maggior parte, sanno dove il diavolo tien la coda. E perciò guardatevi

donne dal beffare gli scolari specialmente.»

Nell'opinione comune di quel tempo erano tenuti adunque gli scolari

per audaci e molto scaltri in amore, nè le donne potevansi beffare

impunemente di loro[433].

Le storie registrano frequenti ratti di fanciulle, operati da qualche

scolare, e molte altre amorose avventure nelle quali gli autori spesso

dovevano scontare gl'impeti sconsiderati dell'ardor giovanile con

gravi pene e anche colla vita. Uno di questi casi, e dei più noti,

perchè dette luogo a grandi e impensati rivolgimenti nell'università

bolognese, avvenne nel 1321 ed è raccontato dal cronista Ghirardacci in

questa maniera:

«Era venuto allo studio di Bologna un giovane di assai belle fattezze

e grato aspetto, chiamato Giacomo da Valenza il quale (come il più

delle volte avviene dei giovani, sendo assai più intento ai piaceri

che agli studi) ritrovandosi un giorno ad una festa, che nel tempio

maggiore della città si celebrava, a caso gli venne fisso gli occhi

in una damigella di bellissimo aspetto, chiamata Costanza, figliuola

di Franceschino, o Chechino de Zagnoni, e nepote di Giovanni Andrea

famosissimo dottore di legge, e di lei sì fieramente s'innamorò, che

ne giorno ne notte ritrovava riposo al suo cuore, anzi vie più di

hora in hora cresceva il dolore e questo perchè la giovine niente

l'osservava, ma salda nella sua buona creanza ed honestà si mostrava

aliena del tutto, da questi amorosi inciampi. Hora il giovane vedendosi

a sì disperato passo, aperse il suo segreto disegno a certi suoi cari

amici, et inanimato al fare quanto haveva pensato, egli un giorno,

osservando che il padre non era in casa, arditamente entrò in casa

della giovine, et a forza la trasse fuori conducendola in casa di un

suo fedele amico, la qual rapina denunciata al padre, prese l'armi

e accompagnato da molti de' suoi parenti, passò alla casa dove si

ritrovava lo scolare con la giovane; ma il Valentino coraggiosamente

difendendosi, e ributtando il padre della giovine adietro, tosto

chiuse la porta della casa, e senza ritrovare contrasto, insieme con la

giovine, per una porta di dietro, fuggendo si salvò. Questo misfatto

generalmente spiacque a tutti e se ne fece querela presso il Pretore

acciocchè un tanto disordine fusse castigato. Pose il Pretore le spie

in ogni lato della Città, ne passò molto tempo che lo ritrovò, il quale

posto prigione confessò liberamente il delitto. Il perchè subito fu

sentenziato che la mattina seguente allo spuntar dell'aurora, dovesse

esser decapitato e così fu fatto. Spiacque oltremodo a tutto lo Studio

la morte del giovinetto amante, e tanto fu lo sdegno loro, che sotto

giuramento determinarono partirsi da Bologna, et acconcie le robbe

loro, per la maggior parte insieme, con molti de' dottori passarono

allo studio della Città di Siena, rimanendo gli altri nella Città come

di prima.»

Nella grande moltitudine di scolari che frequentavano le antiche

università, ve ne erano di quelli sprovvisti affatto di mezzi di

fortuna, i quali spinti dal desiderio d'imparare, implorando il

soccorso dei compagni e dei maestri, vivevano a pubbliche spese negli

anni necessari a compiere i loro studii. Le storie ricordano alcuni

esempi di uomini, diventati poi illustri, i quali negli anni della loro

giovinezza vissero di elemosine per frequentare gli studii[434].

Per provvedere a questi scolari indigenti, vennero fondati in molte

città numerosi collegi per opera di private elargizioni. In questi

istituti potevano gli scolari che vi erano ammessi vivere agiatamente

per tutto il tempo che frequentavano le università, essendo provveduti

di tutto il necessario[435].

Questi collegi destinati al mantenimento degli scolari vennero fondati

in epoche separate, ma ebbero origine quasi contemporaneamente alle

università, e ben presto si propagarono tanto che la sola città di

Padova n'ebbe ventisette, come può vedersi nel Facciolati[436], e

Bologna quattordici dal secolo decimoterzo in poi[437].

I collegi erano ordinati a forma di corporazione ed aveano i loro

statuti, e generalmente prendevano nome dal fondatore o dal suo luogo

di nascita. Gli scolari poveri, scelti per espressa disposizione del

testatore dagli eredi, erano mantenuti nel collegio per tutto il tempo

necessario a compiere gli studii e provveduti di vitto ed alloggio.

Molti dei più insigni dottori erogarono il loro patrimonio a questo

lodevole scopo; il che mostra quanto stretti fossero i vincoli di

amicizia e fratellanza che intercedevano fra gl'insegnanti e gli

scolari del medio evo[438].

Le autorità scolastiche fino dai primi tempi della fondazione delle

università, ordinarono ai professori e agli studenti di portare un

vestito differente dagli altri cittadini. Quanta cura si riponesse

allora in questi segni esterni di ossequio e considerazione lo

dimostrano le parole degli statuti, le severe pene minacciate e

le gravi riprensioni che si trovano fatte a quei dottori, i quali

riconoscendo la dignità del loro grado non andavano vestiti come

prescrivevano le leggi e le consuetudini scolastiche.

Nel 1570 il Rettore dello Studio pisano riceveva dal segretario

Taurelli che scriveva a nome del Granduca la seguente ammonizione:

«Con dispiacere non poco ho inteso il procedere di alcuni dottori e

comparire in abito incivile non solamente per la città negoziando e

procedendo indifferentemente in abito corto, ma ancora comparendo così

in collegio, e negli atti pubblici; costume poco grave, e poco honorato

alla professione di coloro che hanno a insegnare ad altri non solamente

le lettere in cattedra, ma ancora li buoni costumi coll'esempio.

Di che non dubito che se li serenissimi nostri Signori avessero

notizia parimente ne avrebbero dispiacere. Esorto pertanto la S. V.

a provvederci con far loro intendere, che se non correggeranno tale

errore saranno costretti non solamente con riprensioni.... ma ancora

nelle occasioni sarà fatto loro qualche carico nè si potranno dolere

d'altri che di sè stessi[439].»

In quanto agli scolari, gli statuti impongono lo stesso obbligo di

andar vestiti tutti ad un modo per essere riconosciuti dai cittadini e

profittare dei diritti e privilegi propri della loro condizione.

Qualche statuto prescrivendo agli scolari un solo vestito volle

rimediare ai dannosi effetti di un lusso eccessivo negli abiti dei

quali alcuni dei più ricchi ambivano di fare sfoggio[440].

La veste di cui dovevano far uso gli scolari era di panno[441] di

color nero. Quanto alla forma lo statuto bolognese così dispone:

«........ quem pannum pro habitu superiori cappa tabardo vel gabano vel

consimili veste consueta pro tunc longiore veste inferiore et clausa

a lateribus, ac etiam fibulata seu maspillata anterius circa collum

portare teneantur intra civitatem sub poena trium, lib. bonon. Rect.

effectualiter exigenda[442].»

Così pure lo statuto dell'università fiorentina prescrive che ogni

scolare vesta «.... De una cappa vel gabbano ut statuta, omnes de uno

eodemque colore panni, in quo panno non sit nec esse possit accia, vel

tormentina, sed totus de stame lanae nec plurium colorium variatis,

cujus pretium non possit excedere aliquo modo summam XXII solidorum

florenorum parvorum pro quolibet brachio, poena perjurii et librorum X

florenorum parvorum cujuscumque qui pro majori pretio emet....»

Il panno inoltre, sempre secondo lo stesso statuto, deve essere di un

braccio di larghezza e si chiama panno onesto o dell'onestà (pannum

honestum et honestatis pannum appelatur).

Ogni scolare era obbligato di vestire nel medesimo modo a qualunque

classe sociale appartenesse per nascita e grado.

Anche in altre università troviamo imposto il medesimo obbligo agli

scolari e agli insegnanti. Il duca di Savoja con decreto del 1457

proibì ai dottori dello Studio di Torino di vestire in abito corto alla

maniera dei laici e a chi non osservasse questo suo divieto minacciò la

privazione degli onori e dei privilegi del collegio[443]. Fu soltanto

nel secolo decimosettimo che quest'uso del vestire uniforme venne

meno in quasi tutte le università, finchè sopravvenute nuove leggi,

lo tolsero affatto essendo già mutati gli ordinamenti scolastici e le

condizioni sociali che ne giustificano l'applicazione[444].

Ma per quanto le leggi si sforzassero per mantenere l'integrità e

l'autonomia delle università, di allontanare da esse ogni influenza dei

costumi del tempo, non poterono farle rimanere affatto estranee alle

vicende tumultuose che tenevano agitata in quei secoli la società.

Gli odii di parte tanto comuni in quell'epoca, facevano risentire i

loro dannosi effetti anche nelle scuole. Nell'università di Bologna

s'introdussero le stesse distinzioni di partito che alimentarono per

molti secoli le discordie cittadine[445]. Il Sarti riferisce una nota

tolta dai documenti del tempo in cui si trova registrato il nome dei

giureconsulti bolognesi secondo il partito al quale aderivano; e lo

stesso storico narra che nel 1274 essendo rimasto vincitore il partito

de' Geremei molti dottori e scolari che appartenevano ai Lambertazzi

furono costretti per evitare le persecuzioni degli avversari, di

prendere un volontario esilio da Bologna[446]. Il Ghirardacci racconta

pure che avendo una volta i dottori di legge supplicato il Senato di

potere conferire la laurea dal sette di ottobre fino a Natale a sei

dei migliori scolari dell'università, il Consiglio accondiscese a tale

domanda «purché — dice lo storico — gli scolari fossero della parte

della Chiesa e de' Geremei di Bologna e non havessero mai tenuto dalla

parte dei Lambertazzi e non fossero figliuoli, fratelli o nipoti di

detti dottori. Questa disposizione dispiacque assai agli scolari i

quali minacciarono di abbandonare l'università.

Tolta qualche rara eccezione però gli scolari che non avessero voluto

aver contatto e contrarre relazioni di amicizia e di famigliarità

coi cittadini potevano astenersene senza difficoltà e fare una vita

a sè perchè tale era allora la costituzione delle università, che sia

pel numero degli accorrenti sia per la loro privilegiata condizione,

potevano gli studenti dimorare lungo tempo in un luogo senza estendere

i loro rapporti al di fuori della scuola. La quale era tanto differente

dagli usi moderni, che mentre oggidì essa non crea che vincoli

momentanei e passeggieri di convivenza i quali si sciolgono appena

terminati gli studi, allora invece rappresentava un centro fecondo di

nobili emulazioni e di durevoli affetti.

Questo stato eccezionale di cose infondeva negli scolari che venivano

a studio in Italia la convinzione di non avere nessuna potestà a loro

superiore; il che è facile vedere quanta baldanza e audacia dovesse

mettere in quegli animi resi già fieri e indomiti dall'età giovanile e

dalla condizione privilegiatissima in cui si trovavano di fronte agli

altri cittadini. Tra le classi sociali del medio evo il ceto degli

scolari fu quello che specialmente in Italia oppose la più gagliarda

e tenace resistenza contro gli sforzi e le seduzioni della tirannide,

perchè di natura avvezzo a godere la massima indipendenza e i privilegi

delle antiche libertà nei propri ordinamenti: il che deve essere

ricordato come uno dei maggiori vanti delle nostre antiche istituzioni

scolastiche.

Lo spirito repubblicano infatti lasciò le più profonde e durevoli

traccie nelle scuole italiane dove anche quando i principi ebbero

avocata a sè la suprema autorità e il diritto di conferire i privilegi

e di eleggere gl'insegnanti (che nei tempi della libertà apparteneva

esclusivamente agli scolari) fu per molto tempo rifiutata obbedienza

alla potestà sovrana, volendo le nostre università rivendicare

a sè quelle attribuzioni che il dispotismo intendeva assorbire

per distruggere colla libertà d'insegnamento le ultime traccie

dell'autonomia popolare.

Dopo aver detto della vita degli scolari, parliamo brevemente dei

rapporti che passavano fra essi e gl'insegnanti.

Lo scolare nel medio evo, cui era lasciato la libera scelta dei propri

insegnanti, col seguire le loro lezioni, i precetti scientifici e le

tradizioni della scuola, dimostrava la vera stima che di essi si era

formata e l'alto concetto che ne aveva.

Scolari e professori rappresentavano come una grande famiglia perchè

avevano comune tra loro lo scopo degli studi, l'amore della scienza il

decoro del grado e le consuetudini della vita. Gli scolari sottostavano

volontariamente alla giurisdizione dei propri insegnanti che erano

i loro giudici naturali, ed obbedivano agli Statuti universitarii

compilati col loro concorso. Dividevano con essi tutte le franchigie

e i privilegi, cooperavano alla loro elezione, contribuivano ad

assicurare la loro fama e a diffonderne il nome continuando con amoroso

zelo e come oggetto di culto le tradizioni da essi lasciate. Non era

adunque per l'uniformità delle abitudini e per semplice ossequio al

merito scientifico degl'insegnanti che si formavano nelle università

del medio evo fra gli scolari e professori quei vincoli di amicizia

costante e di solidarietà di cui s'incontrano nella storia esempi

assai frequenti; ma un vero ricambio di affetto, una stima sincera

e profonda, un sentimento di gratitudine che spingeva gli uomini più

sommi anche negli ultimi anni della vita, a ricordare con compiacenza

il nome dei loro antichi maestri e a pronunziarlo in mezzo ai propri

scolari con venerazione od ossequio.

Di rado t'incontri in uno di quei dottori che nelle sue lezioni non

ricordi frequentemente come dolce rimembranza degli anni giovanili gli

uomini cui dovette i primi insegnamenti, citando con scrupolosa fedeltà

le loro opere e le opinioni scientifiche udite alla scuola: cosa tanto

più ammirabile in quei tempi ne' quali il plagio era assai comune

e favorito dalla poca diffusione dei manoscritti e dalla facilità

di distruggerli, sicchè era agevole assai lo appropriarsi le altrui

idee e spacciarle come proprie singolarmente quando non erano state

raccomandate alla posterità da nessun documento scritto ma espresse

nella scuola oralmente[447].

Gli scolari solevano chiamare _domini_ i loro professori e questi

nominavano i loro discepoli coll'appellativo di _socii_ che

corrispondeva perfettamente al grado che tenevano di compagni e

familiari dei loro maestri e al concorso che solevano prendere in

comune con essi nella formazione della scienza.

Però devesi avvertire che non tutti i dottori solevano chiamarsi

«domini» dagli scolari; ma quelli soltanto di cui si erano fatti

volontariamente alunni seguendoli sempre dovunque si recassero e

dividendo con loro le abitudini della vita ed i diritti e privilegi

universitarii[448].

Quello che si diceva _dominus meus_ era il precettore favorito di

cui si accettavano senza esitazione le opinioni scientifiche e le

tradizioni perpetuandone il nome con amorosa sollecitudine. Era saggio

e lodevole costume degli scolari di raccogliere le lezioni orali dei

loro professori in volumi e diffonderle fra i dotti e nelle altre

scuole, perchè se ne spargesse la fama e pervenissero ai posteri nella

loro integrità.

Queste lezioni che formarono i numerosi commentarii che tuttora si

conservano a testimonianza dell'operosità dei dottori del medio evo,

erano chiare e semplici conferenze dove si trasmetteva la scienza

agli uditori senza gravità nè burbanza cattedratica; ma con un libero

e famigliare ricambio d'idee. Il professore soleva nelle sue lezioni

comunicare agli scolari tutto quanto sapeva sopra un argomento evocando

spesso anche reminiscenze della sua vita ed esponendo giudizi propri o

facendo certe piacevoli osservazioni che suscitavano la più schietta

ilarità. Certi detti arguti, che il più delle volte erano a carico

degli altri dottori o antagonisti, facevano nascere turbolenze e

rancori come fra breve vedremo, e gli scolari quando potevano sapere

che qualcuno dei loro maestri prediletti era stato ingiuriato, volevano

prenderne subito vendetta come avvenne una volta in Pavia, che avendo

Lorenzo Valla pubblicato una sua invettiva contro il Bartolo, gli

scolari andarono in cerca di lui e avutolo fra le mani erano pronti a

sfogare la loro indignazione anche coi fatti e lasciarlo malconcio, se

non sopravvenivano alcuni amici a salvarlo[449].

Tutto ciò dimostra quanto profondo fosse l'affetto degli scolari verso

i loro maestri e quanto intimi i rapporti di convivenza e l'affinità

d'idee e di sentimenti che regnava fra loro. La scuola, come dicemmo,

era un'immagine della famiglia, un consorzio di affetti e d'idee, dove

gli scolari al dire del Villani, imparavano così dalle lezioni come

dagli esempi de' loro maestri[450].

L'invidia che spesso nasceva fra i professori di una stessa

università e dava luogo a gravi disordini e suscitava profondi rancori

difficilmente soleva albergare negli animi dei maestri verso i loro

antichi discepoli: tanto erano durevoli le memorie della scuola e

sincero l'affetto che li univa per tutta la vita.

Si racconta che il giureconsulto Azone si recasse un dì sotto finta

veste a udire le lezioni di Giovanni Bassiano suo antico maestro e

chiestogli facoltà di interrogarlo, tanto dottamente lo confutasse,

che quegli disceso dalla cattedra lo abbracciò e le condusse seco a

pranzo[451].

Spesso ancora quei dotti intraprendevano un'opera col dire che era

stata loro suggerita dagli scolari (a sociis)[452].

Si trova spesso indicata questa diretta e personale relazione fra un

professore e i suoi scolari, negli scrittori e negli statuti colla

parola _auditorio_ che sta a significare appunto la clientela che

ciascun insegnante si era formata[453].

Il giureconsulto Odofredo (_in Cod. L. I. de S. Eccl._) dice: «docebo

vos cum quadam cautela.... nec hoc doceatis alios qui non sunt de

auditorio meo, sed teneatis pro vobis.»

Questo passo dimostra ad evidenza il carattere speciale della scuola

nel medio evo, e lo spirito egoistico che vi dominava.

Allorchè un dotto aveva acquistato un numero sufficiente di uditori,

ad essi esclusivamente dedicava tutte le sue cure e i resultati dei

suoi studii e delle sue ricerche scientifiche, essendo certo che a

conservare le tradizioni della scuola da lui fondata e a tramandare il

suo nome ai posteri sarebbero bastati quei discepoli che spontaneamente

si erano fatti seguaci e continuatori delle sue dottrine.

Questi rapporti di intima convivenza fra professori e scolari si

manifestavano in svariati modi nella vita universitaria del medio evo.

La scuola era allora un consorzio spontaneamente formato; una clientela

che ciascun insegnante ambiva di creare coi suoi meriti personali e che

gli arrecava lucro e fama in proporzione del numero degli uditori che

riusciva ad acquistare.

Il carattere di clientela e di consorzio privato ed indipendente della

scuola antica (_auditorium_) si rivela ad evidenza in certi fatti

speciali ad essa relativi, di cui fanno parola gli storici.

Quando un dottore lasciava l'insegnamento non di rado trovava chi si

offriva di acquistare mediante un prezzo stabilito la sua scuola.

Rimane tuttora qualche contratto originale fra due dottori che

per spontaneo accordo si trasmettevano reciprocamente la propria

scuola[454].

Negli statuti dell'università di Arezzo del 1255 già altra volta

ricordati, si trova espressamente riconosciuto e sanzionato nei dottori

il diritto di crearsi una scuola indipendente senza l'intervento di

nessuna autorità. Gli stessi statuti poi a mantenere fra gl'insegnanti

il reciproco rispetto e l'integrità della loro clientela scolastica,

comminarono a chi avesse contravvenuto alle disposizioni di legge,

diverse pene pecuniarie da applicarsi secondo i casi[455].

Questi rapporti d'intima convivenza fra i dottori e gli scolari, si

rivelavano nei loro scritti e nelle consuetudini giornaliere della vita

colle più sincere e cordiali manifestazioni di affetto.

Non di rado i dottori ad indicare i loro scolari che formavano quella

particolare clientela di cui parlammo poc'anzi, li designavano col

nome affettuoso di figli; e gli scolari alla lor volta chiamavano

il loro insegnante favorito, di cui si erano fatti spontanei alunni,

coll'appellativo di padre.

La distinzione fra questo insegnante prediletto e gli altri maestri

ordinarii, si trova evidentemente specificata nelle opere del

giureconsulto Baldo[456].

In certe novelle pubblicate nel secolo XVI[457], si racconta che il

giureconsulto Francesco Accursio tornato dall'Inghilterra in Bologna,

avendo trovati molti dei suoi antichi scolari già divenuti famosi in

scienza e ricchi di molte possessioni, chiese (per scherzo certamente)

che questi beni venissero a lui aggiudicati in forza della patria

potestà, dicendo che i suoi scolari erano da lui sempre tenuti in luogo

di figli.

Sebbene i dotti fossero adoperati nelle più gravi cure di Stato e

chiamati ad assumere i più elevati ufficii, pure nessun'altro grado per

quanto insigne ed ambito era da loro stimato più di quello di dottore

insegnante (doctor legens). Per ottenere questo titolo ed esercitare il

magistero lasciavano spesso onori e ricchezze per ritornare fra i loro

discepoli e riprendere le interrotte abitudini della vita scolastica.

Valga per tutti questo esempio:

«Essendo l'anno 1286 — racconta l'Alidosi — astretti gli Anconitani

da Veneziani per acqua e da Fermani per terra, dimandarono aiuto a'

Bolognesi i quali gli spedirono questo dottore (Ugolino di Guglielmo

Gosio) per Capitano di molta fanteria e giunto a Puoi Castello lo

prese: la qual cosa intesa da Veneziani e Fermani, lasciarono Ancona

dove entrò esso Ugolino con le sue genti. Conoscendo gli Anconitani

il benefizio ricevuto da lui, ne sapendo come ricompensarlo di tanto

benefizio e del suo valore, conchiusero in consiglio di farlo signore

della città, e ciò fattoglielo sapere disse che questo non poteva

accettare perchè i suoi scolari ai quali leggeva si lamentariano

e poi non lo farebbe senza ordine dei bolognesi ai quali scrisse e

gli risposero che accettasse il dominio della città di Ancona, e vi

facesse atti possessorii e governasse come Signore e poi la rinunciasse

in pubblico consiglio: il che fece e da quello fu molto lodato e

ringraziato, di dove si partì e con honorata compagnia e trionfo e

gloria fu accompagnato a Bologna e i suoi scolari trionfanti andarono

ad incontrarlo fino a Faenza[458].»

Gli scolari cercavano di mostrare la loro riconoscenza verso i loro

maestri con diversi segni di affetto. Per un antico uso in Bologna, al

cadere della prima neve di ogni anno gli studenti facevano una colletta

presso i dottori dell'università e i principali cittadini, destinando

il raccolto a inalzare statue e a fare i ritratti dei più celebri

professori. Una legge nella seconda metà del secolo XVI per moderare il

soverchio zelo degli scolari, prescrisse che non potesse esser fatta la

consueta colletta senza l'autorizzazione dell'università, e ad evitare

discussioni, la stessa legge stabilì che ogni anno non potesse farsi

più di una statua o di un ritratto[459].

Anche in Padova, dove vigeva quest'uso, intervenne una legge a

regolarne l'applicazione, e in ultimo per remuovere ogni inconveniente

lo proibì affatto[460].

Era assai comune anche l'abitudine fra gli scolari di pubblicare

epigrafi e poesie in lode de' professori de' quali avevano maggiore

stima, e solevano affiggerle nell'università o distribuirsele fra

loro[461].

Tutto ciò dimostra quanto intimi fossero i rapporti e le consuetudini

della vita fra professori e scolari nel medio evo; quanto profondi i

vincoli d'affetto da' quali erano uniti; e come da questa armonia ne

dovesse risultare la grandezza delle antiche università e il progresso

della scienza.

Ora parleremo della vita e dei costumi dei professori.

Spesso i dottori riunivano in sè i pregi e le attitudini più svariate.

Non era raro, e lo abbiamo veduto in un esempio citato testè, che

un insegnante impugnasse la spada e acquistasse fama di valoroso ed

esperto capitano; che abbandonata la cattedra e le tranquille abitudini

della vita scolastica prendesse col prestigio del nome e colla potenza

della parola a sollevare gli animi dei suoi compatriotti contro chi

attentasse alla loro libertà e indipendenza. Si racconta che Rolando

Piazzola dopo avere insegnato in Padova sua patria, lasciata la scuola,

impiegasse la sua eloquenza a far ribellare i suoi concittadini contro

Arrigo VII che voleva ristabilire l'autorità imperiale[462].

La tradizione popolare ricorda anche il nome di un Francesco da

Conselve, dottore assai famoso, il quale avendo udito, mentre militava

con Federigo Barbarossa, che un tedesco andava dicendo che gl'italiani

non erano valorosi in guerra, lo sfidò pubblicamente in faccia

all'imperatore e a tutti i soldati e vintolo, per pietà gli fece grazia

della vita[463].

Ma gli antichi dottori non avevano fama soltanto di capitani esperti e

valorosi: erano anche abilissimi nelle arti politiche e nelle cure di

Stato come consiglieri di principi, segretari di repubbliche, giudici,

podestà, ambasciatori, legisti, compilatori di statuti; e molti di essi

dopo avere insegnato con lode in qualche università erano chiamati alle

più alte dignità ecclesiastiche[464].

Quando i più celebri insegnanti si recavano in qualche università

oltrechè essere accompagnati da un numeroso stuolo di scolari che

li seguivano dovunque, incontravano a metà della via i Rettori che

venivano accompagnati dagli altri ufficiali dell'università a fare i

dovuti omaggi e al loro arrivo nella città erano ricevuti con grandi

feste e segni di gaudio da tutti gli scolari e i dottori, nonchè dai

cittadini che prendevano parte alla solennità.

Passando il Filelfo nel 1429 da Bologna a Firenze, tutto il popolo

andò ad incontrarlo e Cosimo de' Medici andò in persona a visitarlo più

volte.

«Tutta la città (in questa occasione scriveva il Filelfo) ha gli occhi

rivolti a me, tutti mi amano, tutti mi onorano e mi lodano sommamente.

Il mio nome è sulle labbra di tutti. Nè solo i più ragguardevoli

cittadini, ma ancora le stesse matrone, quando m'incontrano per la

città, mi cedono il passo, e mi rispettano in tal guisa, che ne ho io

stesso rossore. I miei scolari sono circa a quattrocento ogni giorno, e

forse più ancora, e questo per la più parte d'alto affare e dell'ordine

senatorio[465].»

Ed è notabile con quanto poco ritegno quei dotti manifestassero il

desiderio di essere trattati convenientemente al loro grado e alla

fama che aveano levato di sè, mostrando di avere sicura coscienza del

proprio valore, e non volende ostentare una falsa modestia quando

sapevano di avere meriti tali da trovare dovunque andassero liete

accoglienze, cospicui assegni, privilegi ed onori. Perciò apertamente

e senza reticenze esponevano il pensier loro e facevano le proprie

lodi, essendo certi che qualunque domanda avessero fatta verrebbe senza

indugio accolta ed esaudita.

Trovandosi il Baldo a Pisa, non volle sottomettersi come gli altri

dottori all'orario che prescriveva l'ordine e il tempo delle lezioni

e francamente scriveva a Lorenzo de' Medici: «prego la magnificentia

vostra che essendo venuto ad _onorare_ questo vostro Studio per

questo non riceva vergogna, ecc....[466].» — E il Filelfo chiedendo

allo stesso Lorenzo il permesso di ritornare in Firenze, dopochè ne

fu esiliato per avere _disonestamente e temerariamente parlato del

Dominio veneto e del Ministro di quella Repubblica_, come racconta

il Fabroni[467], gli faceva presentire i vantaggi del suo ritorno in

quell'università dicendogli: «Sapete non potere in questa etate avere

un'altro Philelpho.» E in un'altra sua lettera, aggiunse: «Voi sapete

che in questa etate niun altro si può mettere a comparatione mecho in

la mia facholtà.»

Talvolta la superbia di quei dotti toccava il colmo, e ciò si può dire

di Accursio il quale, come vien narrato dal Sarti[468], interpretando

ai suoi scolari una legge del testo romano la quale dice doversi

rispettare la volontà del defunto quando impone all'erede di assumere

il suo nome, purchè sia onesto, prese l'esempio da sè medesimo dicendo:

«Instituo te haeredem si imponas tibi nomen meum, scilicet Accursius,

quod est honestum nomen, quia accurit et succurit contra tenebras juris

civilis.»

Per la costituzione organica delle università medioevali che si

contendevano reciprocamente il primato della scienza e i migliori

professori, gl'insegnanti di maggiore fama atteso le frequenti e

reiterate sollecitazioni che ricevevano da molte città con promesse di

larghe franchigie e più lauti assegni, volontariamente abbandonavano

le antiche loro sedi per recarsi ad altre università ad onta dei

patti e dei giuramenti coi quali si erano precedentemente vincolati.

L'abitudine dei dottori di passare senza pretesti ragionevoli da una ad

un'altra università era assai comune e recava danni non lievi al buon

andamento degli studii. Una lettera scritta dai fiorentini ai bolognesi

tratta appunto di quest'uso che si era fatto generale fra i dottori di

quel tempo e ne fa loro un giusto rimprovero[469].

Chi volesse un esempio della frequenza di questi passaggi degli antichi

dottori da un luogo a un'altro, può trovarlo nella vita del Suzzara,

celebre giurista, ma d'ingegno bizzarro e d'animo mutabile se altri mai

ve ne fu. Questo dottore obbligatosi nel 1260 con un contratto solenne,

riferito anche dal Muratori, di chiamarsi cittadino di Modena e tenervi

per tutta la vita scuola di leggi dopo breve tempo, violato il patto

andò ad insegnare altrove. Infatti nel 1266 lo troviamo a Bologna;

nel 1268 a Napoli; nel 1270 a Reggio; dove gli vennero assegnate in

proprietà vaste possessioni purchè giurasse di porvi stabile dimora.

Nel 1275 passò a Piacenza; un anno dopo a Ferrara, e nel 1279 a

Bologna. Il celebre Baldo insegnò in Perugia sua patria per trentatrè

anni; e sei ne passò a Firenze, tre in Bologna, uno a Pisa, tre a

Padova, e dieci a Pavia dove morì nel 1400.

Un vizio molto comune nei dottori del medio evo era l'avidità del

guadagno.

Giunti al punto di morte molti di questi dottori che si erano fatti

ricchi o coi guadagni dell'usura o col patrocinio delle cause ingiuste,

si pentivano e lasciavano disposto nei loro testamenti che il mal

tolto fosse restituito a chi spettava per il bene dell'anima «ad summam

animae suae securitatem[470].»

Altre volte ricorrevano al papa per ottenere l'assoluzione per sè e i

propri congiunti per aver dato illecitamente ad usura agli scolari.

Nel Sarti si trova una lettera di Niccolò IV a Francesco figliuolo

di Accursio colla quale assolve tanto lui che suo padre, purchè

promettesse di non incorrere più in quel peccato[471].

Alcuni di quei dottori che non potevano acquistare scolari per merito

proprio, ricorrevano a persone influenti e talvolta anche ignobili e

disoneste, per essere chiamati ad insegnare. Ciò si rileva da un passo

del giureconsulto Piacentino il quale dopo aver fatto un elogio di sè

per non aver mai interposto nessuna raccomandazione per acquistare

scolari soggiunge: _item non est eligendus doctor precibus laici,

mercatoris, meretricis, cauponae_[472].

Il sentimento d'emulazione tanto diffuso e potente nelle nostre antiche

università, non sempre era onestamente interpretato fra i dottori, i

quali pur troppo davano esempi frequentissimi di rivalità indecorose e

di risentimenti personali.

Non potremmo oggi formarci coi nostri costumi molto miti in confronto

di quelli del medio evo, un'idea esatta del carattere violento degli

antichi dottori se non ricorressimo alle storie che ci forniscono

esempi abbondanti in conferma di ciò.

Si racconta che, avendo il giureconsulto Piacentino confutato

ironicamente un'opinione professata da Enrico di Baila, altro giurista

insigne di quei tempi, fu da questi aggredito di notte in casa e potè

per caso scampare colla fuga a certa morte.

Un esempio quasi consimile viene narrato dal Fabroni. Un certo

Antonio Rosato maestro di logica nello studio di Pisa perseguitato

continuamente e minacciato di morte da un suo competitore chiamato

Giovanni di Biagio di Pietra Santa, dovè ricorrere per aver salva la

vita agli ufficiali dello Studio con questa lettera che è un curioso

documento dove si veggon ritratti al vivo certi costumi dei tempi.

«Magnifici Domini. Credo che abbiate inteso come maestro Giovanni di

Biagio di Pietra Santa hora fa un anno ferì un mio fratello di dua

ferite acerbamente. Hora costui è stato qua circo otto dì, et oggi

questo dì di S. Ambrogio nella scuola di S. Niccola corse armata mano

per ammazzarmi, la qual cosa certamente gli riusciva se non fuggivo in

campanile, perchè me ne andavo libero senz'arme, et maestro Luchino et

maestro Masciani vi erano presenti et certi altri scuolari. Onde per

questo non leggerò la mia lectione di logica, straordinaria per infino

che voi non fate qualche determinazione di questo caso. Et per certo

mi pare una cosa estranea che non l'avendo io offeso nè in fatti nè in

parole mi abbia voluto uccidere. Valete Pisis 7. Dec. 1484[473].»

Non era raro il caso che i dottori si competessero fra loro una stessa

scuola, donde grandi contrasti ed inimicizie che mettevano a tumulto

l'intera università. Gli uffiziali dello Studio pisano informati,

racconta il Fabroni, che Francesco de Vercelli aveva tolta la scuola

di Giasone a Francesco Pepi scrivevano nel 1 Decembre 1489 al Rettore

dicendogli: «Ingegnatevi di far contento Mes. Francesco de Vercelli al

cedere la squola di Mes. Jasone a M. Francesco Pepi che così ci pare

conveniente avendo lui prima cominciato a usarla. Ci meravigliamo che

nascano dispute per piccole cose[474].»

Quando uno dei dottori veniva a contesa con un altro di maggior

reputazione, per solito a consiglio di quest'ultimo era allontanato

dall'università, per ordine del comune.

Così avvenne ad Oldrado Ponte mentre insegnava nello Studio senese

dove, avendo per antagonista Iacopo Belvisio, fu da lui fatto cacciare

dalla città e territorio con minaccia di gravi pene se vi fosse

ritornato[475].

E lo stesso si racconta del giureconsulto Ugolino il quale dovè

abbandonare l'università di Bologna dove insegnava insieme ad Accursio

perchè questi lo fece esiliare avendo da lui ricevuto, secondo quello

che dicono alcuni storici, grave offesa nell'onore[476].

Assai comuni nel medio evo erano i plagi quando le opere circolavano

manoscritte e potevano facilmente sottrarsi da qualche astuto per

usurpare il frutto delle altrui fatiche. Racconta il Villani che

Dino del Garbo medico assai famoso avendo saputo che Torrigiano

fiorentino morendo avea consegnato la sua opera a due frati perchè

la portassero allo Studio di Bologna, li persuase a consegnargliela

e senza manifestare ad alcuno l'avvenuto, incominciò a farne pubblica

lettura acquistando grandissima riputazione. Ma uno dei suoi scolari

introdottosi furtivamente in casa, riescì a scoprire che ogni giorno

avanti di fare la sua lezione consultava tale libro che poi con grande

cura riponeva, e riferito ciò ai compagni e ai dottori, Dino rimase

svergognato e dovè abbandonare Bologna dove insegnava per recarsi

all'università di Siena[477].

La maldicenza era vizio comune del tempo e adoperata da molti dottori

per denigrare il nome e la fama dei loro emuli.

Ma taluno di questi linguacciuti dovè scontare con grave pena gli

effetti della propria imprudenza. È singolare fra tutte l'avventura che

capitò al giurista Nevizzano mentre insegnava in Torino, dove avendo

scritto un'opera in dispregio delle donne, si attirò l'indignazione di

tutto il sesso e la città intera gli manifestò il proprio risentimento

costringendolo a comparire in pubblico in atto supplichevole e portando

scritti in fronte in segno di ammenda questi versi:

Rusticus est vere qui turpia dicet de muliere

Nunc scimus vere quod omnes sumus de muliere[478].

Certe abitudini della vita privata di alcuni dottori come molto

singolari, meritano di esser ricordate.

Si racconta che Giovanni da Bassano per eccessivo amore del giuoco

giunse ad impegnare anche le proprie vesti. Guido di Suzzara era

oltremodo vanitoso e amava di attirare gli sguardi altrui collo sfarzo

e la ricchezza degli abiti, di che gli altri dottori gli facevano

rimprovero dicendo non esser convenienti alla dignità dell'uomo di

scienza vesti di seta listate a colori come soleva portare il Suzzara.

Narrasi pure come il giureconsulto Alberico fosse tanto amante della

crapula, che una tal volta gli scolari spagnuoli ubriacatolo ben bene

lo inducessero a farsi loro mallevadore e a consegnare i suoi scritti

che gli servivano di testo per le lezioni.

Odofredo narra l'avventura in un modo così lepido e arguto, che

riferiremo le sue stesse parole[479].

«Alcuni scolari invitarono a pranzo maestro Alberico, che assai

volentieri mangiava e beveva in compagnia.

«Mentre maestro Alberico era a mensa cogli scolari, questi gli

mescevano dell'ottimo vin rosso. Maestro Alberico allora disse: questo

vino è troppo forte, mettetemi dell'acqua. Gli scolari gli davano vino

bianco che sembrava acqua e ubriacatolo a dovere lo indussero a prestar

loro mallevadoria e a consegnare i suoi scritti.»

Anche Accursio narra più brevemente lo stesso aneddoto.

Non sarà fuor di proposito per conoscere meglio il carattere dei

dottori antichi che ci fermiamo a ricordare alcune facezie e motti che

abbiamo raccolti dai cronisti del tempo, dai quali possiamo comprendere

come vi fossero fra quelli anche uomini di spirito pronto ed arguto.

Chiamato il giureconsulto Azone insieme a Lotario Pisano

dall'imperatore per un consiglio intorno ai limiti della giurisdizione

imperiale, rispose franco contro di essa poichè gli parve che così

volesse giustizia. Ma Lotario, più astuto, non volendo perdere la

grazia sovrana rispose in favore e n'ebbe in dono un bel cavallo. Ogni

volta che Azone raccontava questo fatto diceva: «qui dixi aequum amisi

Equum[480].»

È assai piacevole anche un aneddoto riferito dagli scrittori bolognesi

intorno a Bulgaro. Avendo questo giureconsulto tolto in moglie una

vedova di costumi assai dubbi, il giorno appresso al matrimonio si recò

a far lezione secondo il consueto e postosi a commentare una legge nel

codice già studiata, disse: «Rem non novam nec insolitam aggredimur.»

Gli scolari che stavano sulle intese, appena udirono queste parole

cominciarono a ridere e a fare schiamazzo battendo i libri sulle

panche[481].

È assai scaltro il parere dato dal giureconsulto Pillio a certi clienti

che aveano chiesto il suo patrocinio. Un passeggero era stato colpito

da una pietra caduta da una casa in costruzione sebbene i muratori

che attendevano al lavoro avvertissero chi passava di guardarsi dal

pericolo. Il viandante mosse le sue doglianze in giustizia contro i

muratori. Pillio non trovando altro mezzo per salvarli li consigliò che

non rispondessero a qualunque domanda avesse loro diretta il giudice.

Il dolente vedendo che non rispondevano, preso da sdegno gridò: «Non

facevano così quando mi cadde addosso la pietra.» A questa spontanea

confessione convinto il giudice che i muratori non avean colpa, li

rimandò liberi.

Buoncompagno fiorentino celebre grammatico si era attirato grande

invidia fra i suoi concittadini i quali dicevano che v'erano molti

che avrebbero potuto far più e meglio di lui nella sua scienza.

Buoncompagno volendo schernirli, immaginò di scrivere sotto falso

nome una splendida orazione e d'invitare tutti i dottori dello Studio

e l'intera cittadinanza in un dato giorno a una disputa che avrebbe

avuto luogo nella cattedrale fra il finto grammatico e lui stesso.

Grande fu la gioia dei nemici di Buoncompagno a udire tal nuova e il

giorno convenuto intervennero tutti sperando di godere del suo scorno;

ma sopraggiunto Buoncompagno spiegò che l'orazione tanto celebrata

ed ammirata era scritta da lui e ringraziò i suoi avversarii di aver

lodato una volta uno dei suoi scritti che tanto spesso per invidia

solevano vituperare.

È degno di essere ricordata anche una piacevole astuzia adoperata da

Accursio a danno di Odofredo suo competitore. Dovendo ambedue questi

giureconsulti fare un lavoro sulla glossa, Accursio che temeva di

non raggiungere l'altro, pensò di fingersi ammalato e per non destare

sospetti durò molti giorni a chiamare il medico. Odofredo ingannato

interruppe l'opera mentre Accursio lavorava alacremente e fu grande la

sua sorpresa e lo sdegno quando seppe che con tale artifizio era stato

ingannato[482].

Il Colle racconta che un tale Lodovico Cortusi, professore di

giurisprudenza ecclesiastica in Padova, ordinò nel suo testamento che

festosamente fossero celebrati i suoi funerali desiderando che in essi

fosse del tutto bandito la mestizia e il cordoglio. Dispose perciò che

il proprio cadavere dovesse essere portato trionfalmente accompagnato

dal lieto suono di cinquanta svariati strumenti, coll'intervento di

dodici fanciulle che vestite di abiti verdi modulassero allegre canzoni

e in ricompensa assegnò loro una dote conveniente ad arbitrio degli

eredi.

Volle inoltre che nessuno comparisse ai suoi funerali in abito nero per

non funestare la giocondità del corteggio. In fondo al suo testamento

il Cortusi giustificò la bizzarria delle sue disposizioni dicendo, che

avendo goduto in vita nobiltà di stirpe, agi, onori e gloria, doveva

per dovere di gratitudine renderne le dovute grazie a Dio, poichè

cambiava la vita terrestre con quella dell'eternità.

Nacque controversia fra i giurisperiti se dovevasi accordare validità

o no a queste disposizioni; ma finalmente fu convenuto di eseguirle per

rispetto alla volontà del testatore[483].

Ci potremmo diffondere anche di più nel racconto di queste piacevolezze

le quali ci dimostrano come i secoli di cui parliamo non difettassero

d'ingegni pronti ed arguti e di animi inclinati alle facezie ed agli

scherzi. Se gli aneddoti che abbiamo narrato non accrescono importanza

all'argomento, ci sembrarono utili per lo meno a dare varietà al

racconto e a spiegare un lato della vita scolastica medioevale,

rappresentando al vivo l'indole ed i costumi dei dotti di quel tempo.

Le Università italiane nel Medio Evo · 第 20 / 38 题