CAPITOLO SESTO

Significato della parola «lettura» — Come si distinguevano le

lezioni nelle antiche università — Lezioni mattutine, meridiane

e pomeridiane — Ordinarie e straordinarie — Teoriche e pratiche

— Di primo secondo e terzo grado — Pubbliche e private — Obbligo

dei dottori di essere assidui alle lezioni e pene minacciate ai

negligenti — Segreta sorveglianza dei bidelli — Inaugurazione

delle scuole e vacanze — I concorrenti o antagonisti — I circoli,

dispute e ripetizioni — Ordine delle dispute e persone che vi

prendevano parte — Il pubblico insegnamento nel medio evo —

Scelta di un buono insegnante — Numero delle cattedre — Carattere

educativo della scienza — Insegnamento orale — Concorso degli

scolari nell'insegnamento — I ripetitori.

La parola _lettura_ frequentemente adoperata nel linguaggio scolastico

delle università antiche, ebbe origine dal metodo allora comune di

chiosare e commentare gli autori e i testi di legge o di altre scienze

che i dottori leggevano ad alta voce nelle scuole.

Per rendere più facile l'intelligenza di certe distinzioni ora passate

fuori d'uso, classificheremo le letture o lezioni del medio evo in

ordine al tempo, alla materia scientifica, al grado e al luogo.

In ordine al tempo le lezioni universitarie erano distinte in

_mattutine, meridiane_ e _pomeridiane_. Ciò dimostra che nelle antiche

scuole quasi l'intero giorno era destinato all'insegnamento, e le

lezioni delle università non avevano termine che alla sera. Però atteso

la grande frequenza degli scolari e l'amore allo studio che era così

diffuso e profondo, si soleva approfittare da molti dottori anche del

poco tempo che rimaneva oltre le lezioni ordinarie per dedicarlo a

speciali studii: e si trovano ricordate di frequente certe lezioni che

avevano principio avanti giorno dette perciò (_antilucane_) e altre dei

giorni festivi (_diebus festis_), o fatte in tempo di vacanze (_dierum

vacantium_).

Anche i dottori venivano distinti secondo l'ora che insegnavano in

mattutini, meridiani, pomeridiani e vespertini.

Gli statuti bolognesi concedevano ai soli dottori d'insegnare nelle

pubbliche scuole e nelle ore ordinarie che erano quelle del mattino.

I licenziati avevano tal facoltà soltanto due volte per settimana, il

dopo pranzo, ed in quelle ore nelle quali non leggeva qualche dottore

stipendiato[361].

Vi era anche una classe di professori privilegiati e noti per merito

insigne detti perciò «supraordinari» i quali potevano insegnare _ad

beneplacitum_ cioè nel tempo e nel modo che volevano[362].

Certe lezioni prendevano il nome dal giorno in cui solevano farsi.

Così le quistioni del giureconsulto Pillio perchè esposte nel sabato

erano dette _sabbatinae_; e son pure ricordate le _venerdiali_ e le

_domenicali_ di Bartolomeo da Brescia.

In ordine alla materia scientifica le lezioni si dicevano _ordinarie_ e

_straordinarie_. Quale fosse la differenza che passava tra le une e le

altre non è facile determinare.

Nei primi secoli della costituzione delle università le scuole

ordinarie alle quali veniva assegnato un pubblico stipendio erano poche

e ristrette soltanto ai rami d'insegnamento più necessari: tutte le

altre si chiamavano straordinarie e in queste erano gli scolari che

retribuivano gl'insegnanti con spontanee offerte. In seguito anche alle

straordinarie fu assegnato uno stipendio sul pubblico erario[363].

Le lezioni ordinarie della mattina erano le privilegiate in molte

università; perchè erano le più frequentate insegnando in quelle ore i

dottori più celebri. La fama di una scuola poteva dipendere anche dal

merito del professore che vi insegnava. Infatti narra il Facciolati

che nell'università di Padova la scuola ordinaria pomeridiana cominciò

ad essere la preferita dal momento che vi cominciò a leggere diritto

civile il giureconsulto Bartolommeo Sozzini[364].

Le lezioni ordinarie erano sempre le preferite in tutti i provvedimenti

presi a favore dei pubblici Studii, considerandosi le straordinarie

come un complemento non necessario alla conservazione delle università.

Nell'università delle arti e in specie nelle scuole di medicina, le

lezioni si distinguevano anche in _teoriche_ e _pratiche_ e delle une

come delle altre vi erano le ordinarie e le straordinarie.

Quanto al grado d'importanza le scuole si dividevano in _primarie_

e _secondarie_. In qualche università si trovano ricordate anche le

scuole «tertiae» cioè di terzo grado.

In Padova furono istituite queste scuole nel 1464 col fine che vi

insegnassero i cittadini e avessero occasione di fare in esse le

prime prove del loro ingegno. A queste scuole era assegnato un tenue

stipendio che dapprima non era suscettibile di aumento. Ma nel 1655 il

Senato veneto accordò ai Triumviri la facoltà di accrescerlo secondo il

loro prudente arbitrio e le condizioni dei tempi. I professori delle

scuole «tertiae,» detti perciò _tertiarii_, doveano essere eletti

dai presidi della città, dai questori, dal rettore dello Studio e dal

decurione anziano.

Queste scuole rappresentano il primo grado d'insegnamento, dalle quali

si poteva per merito ascendere alle superiori.

Anche nell'università di Torino gl'insegnanti erano divisi in tre

classi. Alla prima appartenevano i dottori più famosi che avevano

insegnato per dieci anni almeno in qualche università; alla seconda

erano iscritti quelli che avevano insegnato per quattro anni; tutti gli

altri erano di terzo grado e si dicevano straordinarii[365].

In ordine al luogo, le lezioni si dividevano in _pubbliche_ e _private_.

Nei primi secoli della formazione delle università i dottori tenevano

scuole in luoghi privati e frequentemente si ricordano nelle storie

contratti di cessioni, per i quali col correspettivo di una somma

convenuta, qualche dottore cedeva i propri scolari ad un altro.

Il giureconsulto Bulgaro, che fu uno dei primi dottori dello Studio

bolognese, faceva scuola in casa propria, che fu detta perciò «Curia

Bulgari» e la tradizione vuole che fosse in quel luogo dove è posto

l'Archiginnasio[366].

Quando i dottori avevano un numeroso uditorio, facevano le loro lezioni

o in qualche convento o nella sala del palazzo del Comune. Si narra da

alcuni storici che alle lezioni di Azone in Bologna accorressero tanti

scolari che egli fu costretto di leggere in pubblica piazza[367].

Quando ogni università ebbe tutte le scuole riunite in un solo edifizio

(il che avvenne assai tardi) fu proibito ai dottori di leggere in casa

propria e specialmente in quelle ore nelle quali erano aperte le scuole

pubbliche, affinchè l'insegnamento universitario non fosse danneggiato

dalla concorrenza delle lezioni private.

Jacopo d'Arquà, dottore di medicina, provocò un decreto dal collegio

degli artisti di Padova per proibire le lezioni private e la lettura

facoltativa di certi libri di medicina agli scolari. Alcuni dottori

volendo compiacere gli scolari, si riunivano nella notte in casa loro

e leggevano quei libri che incontravano maggior gradimento. A questo

abuso fu rimediato con un editto nel quale si prescrivevano i libri che

dovevano essere interpretati nelle scuole[368]. Nel 1680 in Ferrara fu

emanato il seguente editto che riguarda lo stesso argomento.

«D'ordine dell'Illustrissimi signori Giudice e Maestrato de' Savii e

de' signori riformatori dello Studio, si proibisce ad ogni lettore

dell'università di leggere lezioni private in casa la mattina e la

sera dal punto che suona la campana dallo Studio fino all'ultima

ora, che si legge nel medesimo, affinchè gli scuolari non siano

sviati dal concorrere alle pubbliche lezioni e questo anche in

ordine alle Costituzioni sotto pena alli contraventori della perdita

dell'emolumento di quella terzaria nella quale contravverranno,

rimanendovi tempo di potere esercitare questo lodevole impiego

il quale servirà anche di merito mentre fatto nelle hore fuori di

quelle destinate alle lezioni pubbliche diverrà sostenimento e non

deteriorazione del medesimo Studio[369].»

Con questa proibizione però la libertà d'insegnamento, non riceveva

nessuna limitazione, essendo concesso ai dottori di leggere in

privato senza alcuna sorveglianza, purchè se ne astenessero nelle

ore in cui erano aperte le pubbliche scuole; e ciò per prevenire una

concorrenza che invece di favorire l'incremento degli studii li avrebbe

danneggiati.

Alcuni fra i dottori che insegnavano nelle università, per procurarsi

più lauto guadagno colle lezioni private, o per fuggir la fatica,

abbandonavano talvolta le scuole o non le frequentavano con molta

assiduità. A ciò provvidero gli statuti comminando pene severe a quei

dottori che non avessero potuto giustificare le loro assenze. A Bologna

ogni dottore che avesse lasciata la lezione era condannato a pagare

due lire, e venti soldi in caso che avesse cominciata la lezione dopo

l'ora stabilita. Gli scolari poi, che fossero arbitrariamente rimasti

nelle scuole dopo finita la lezione, erano sottoposti all'ammenda di 10

soldi[370].

Anche le altre università sanzionarono pene pecuniarie contro i dottori

trascurati e negligenti. In Padova durante l'anno scolastico era

rigorosamente proibito a ciascun dottore di uscire dalla città, e quei

professori, che avessero lasciate le lezioni o fossero arrivati più

tardi dell'ora prescritta dagli statuti, erano condannati ad un'ammenda

da detrarsi sul loro stipendio[371].

Negli ordinamenti dello studio di Siena del 1481 fu imposto ai dottori

di leggere ogni giorno sotto la sorveglianza del Rettore, il quale

in caso di loro assenza era tenuto a pagare lire 25 del proprio

di ammenda; e lire 10 il dottore che trasgrediva, da ritenersi sul

salario[372]. Anche gli statuti dell'università di Napoli punivano

quei dottori che mancavano alle lezioni, sottraendo un giorno dal

loro stipendio. Così pure nelle riforme dello studio di Pisa si usò

molta severità verso quei dottori, che mancavano ai loro doveri,

imponendosi che quei che non fossero nelle scuole all'ora debita

venissero appuntati dai bidelli, i quali senz'altro aspettare dovevano

fare entrare in cattedra quelli presenti. Fu stabilito inoltre che non

fossero ammessi impedimenti di sorta alcuna ai professori mancanti se

non constassero da causa legittima[373].

Oltre le pene severe contro i dottori negligenti fu da molti statuti

ordinata una rigorosa sorveglianza sulla loro condotta. I bidelli, come

apparisce da' documenti, avevano un doppio obbligo: l'uno pubblico

e manifesto ed era quello di annotare o, come dicevasi allora,

_appuntare_ i nomi di quei dottori che avessero lasciata la lezione o

fossero arrivati più tardi dell'ora voluta dagli statuti[374]; l'altro

segreto che consisteva nell'informare di nascosto gli uffiziali che

sopraintendevano allo Studio della condotta di ciascun dottore e della

sua capacità, e della fama che godeva presso gli scolari.

Ecco uno di questi rapporti, fatto da un bidello dell'università di

Pisa agli uffiziali di quello Studio, che risiedevano in Firenze.

«Magnifici et excellentissimi Domine, salutem. Solo questo, perchè

mangiando il pane delle vostre Signorie mi pare dovere, quando accade

alcuna cosa inonesta, a quelle darne aviso per potere detto pane

mangiare senza stimolo e carico di coscienza. Sia noto alle Vostre

Signorie come infra questi legisti si legge molte poche lezione, che

appena arrivino alla metà del tempo debito, e come alle prime ordinarie

da mattina manca del suo dovere M. Pier Filippo il quale debbe leggere

ore due in voce et una in scriptis, e poi legge un'ora in voce.

M. Lancellotto fa francamente suo debito et è simile M. Felino. M.

Floriano non è maraviglia se non finisce le due ore in Cattedra perchè

non potrebbe rogare un testamento per mancamento di testimoni[375] ha

alla sua lezione tre o quattro scolari e non li passa. M. Bartolomeo

Sozzini legge la mattina dopo le prime lezioni et ha una mezz'ora

in scriptis et una mezza in voce, sicchè legge mezz'ora e non più.

M. Antonio Bolognetti legge alla medesima ora, un ora in voce. Gli

Istitutori leggono mezzora e non giova con essi mie parole. M. Baldo

entra alle venti ed ha un'ora in iscriptis ed un'ora in voce: gli altri

fanno il dovere assai di presso e massime gli Artisti. Prego le Vostre

Signorie provvegghino in forma che a me non abbia a nuocere, imperocchè

quando ricordo qualche volta faccino il dovere, il minimo pedante che

ci è minaccia di farmi cassare o darmi delle busse.... a dì 23 maggio

in Pisa[376].

«BARTOLOMEO PASQUINI.»

L'anno scolastico nelle università medioevali si estendeva

ordinariamente a dieci mesi. Il tempo dell'apertura delle scuole

variava secondo gli statuti. Generalmente l'inaugurazione degli studii

si faceva nell'ottobre il giorno di S. Luca, coll'assistenza delle

autorità e degli scolari, che si recavano solennemente a udir la messa

nella Cattedrale.

Le vacanze annue di ciascuna università si possono calcolare in media

a circa novanta. Ordinariamente le vacanze del carnevale (Baccanalia) e

di Pasqua erano di quindici giorni; di Natale undici.

Quando in una settimana non ricorrevano altri giorni di festa, erano

sospese le lezioni del giovedì.

Alla morte di un dottore si soleva fare vacanza perchè gli scolari e

gli altri dottori potessero andare collegialmente dietro il corteggio

in segno d'onore[377].

Per la morte di Azone in Bologna fu differita l'apertura delle scuole

fino ad Ognissanti in segno di grande lutto per la perdita di tale

insigne giureconsulto[378].

Erano talvolta gli scolari che di proprio arbitrio estendevano il

termine delle vacanze. Vi sono singolari esempi di astuzie da loro

adoprate per ottenere il desiderato intento. In Pisa era costume di

togliere i libri ai dottori perchè non leggessero[379].

Il giureconsulto Giasone, giunto di poco allo studio di Pisa, avendo

trovato mancanti i suoi libri e saputo che gli erano stati tolti dagli

scolari vivamente se ne dolse, ma avendo poi conosciuto che tale era

l'uso, e che non avevano voluto fare una offesa a lui personale, ma una

semplice piacevolezza, scrisse agli ufficiali dello studio per scusare

gli scolari da lui incolpati.

La lettera dice così:

«Magnifici Viri etc. Essendomi pervenuto a notitia come a V. S. era

stato riferito, che per quella piacevolezza fecero a' giorni passati

questi nostri scolari, desiderando le vacationi prout moris est, io mi

era adeo turbato che proruppi in hujusmodi verba di volere incassare

miei libri et partirmi dal vostro Studio: il che M. Domini mei, m'è

dispiaciuto per più respecti et maxime perchè quelle forse me haranno

notato di qualche instabilità, ac etiam perchè m'è parso V. S. habino

facto alcune dimostrationi forse ob id verso de predecti scolari, quo

cessante non harebben facto. Però ho voluto significare a quelle quod a

me similia verba numquam fuerunt prolata, maxime non me ne essendo suta

data cagione, che in verità gli scolari predecti non si sono se non con

piacevoli modi ingegnati secundum consuetudinem ut audio, in hoc vestro

Studio.... Bene valete Pisis Die XII Feb. 1480[380].»

A questi abusi degli scolari tento di riparare nel 1533 Alfonso d'Este

per l'università di Ferrara emanando un severo editto nel quale oltre

ad ammonire gli scolari — «discoli così terreri come forastieri quali

hanno poco animo e intentione di voler studiare e imparar virtù di non

disturbare le lezioni comanda ancora di non far ne operar per modo

alcuno directo o indirecto che le vacazione del Carnevale ne altre

vacazione, se habbino a far inanzi el tempo ordinato per gli Statuti

del Studio questa Inclita Città.... sotto pena de la disgratia de la

Excellentia Sua ed altre pene ad arbitrio di Sua Excellentia....[381]»

Anche in Pisa il Granduca Francesco III richiamava l'attenzione del

Curatore dello Studio sull'abuso delle vacanze arbitrarie dicendo di

volere che «si osservi _ad unguem_ lo Statuto e che per il meno venghin

letto 100 lezioni.»

La libertà d'insegnamento non avrebbe molto giovato ai progressi della

cultura se non avesse trovato un potente stimolo al suo incremento

nella concorrenza.

Gli antagonisti o _concorrenti_ per espressa disposizione degli

statuti erano aggiunti ai dottori stipendiati coll'obbligo di insegnare

gareggiando con loro nella scienza che professavano.

La concorrenza serviva agli uni e agli altri di reciproco stimolo, e

mentre il pubblico insegnante dovea per sostenere validamente la gara

cogli emuli, disimpegnare con alacrità ed amore i suoi obblighi, i

concorrenti trovavano nella speranza di riuscire con lunghe fatiche e

studii a lui superiori, un grande incitamento al culto del sapere[382].

Gli antagonisti gareggiavano nell'insegnamento coi dottori stipendiati

nelle lezioni e nelle pubbliche dispute.

Pare che fosse in uso in certe università di dare più concorrenti ad un

medesimo insegnante. Il giureconsulto Filippo Decio scriveva al notaro

dello Studio di Pisa, lamentandosi di ciò con parole assai risentite.

«Quando io fui costì mi dolsi con voi et cum alcuni degli officiali,

che io mi fussi dato due concorrenti a questa lectione che non era

consueto e cussì scrissi: haria caro sapere se all'officio pervennero

le mie lettere. Di poi viddi il rotolo dove haveva un solo concorrente.

Io existimai che fussi stato per compiacere a me, quanto per il

concorso di molti competitori che se impediverunt per concursum. Hora

pure me è dicto che harò un terzo concorrente del che io non ne faria

più motto agli officiali: bene haria caro d'essere da voi certificato.

Io non faccio caso di due o tre concorrenti della qualità di quelli

cui potete dare a Pisa; e manco haria cum dui, che cum uno perchè,

harebano a giostrare fra loro, e a me non mancherebano scholari, perchè

sono tutti provecti et ho la più fiorita schola, che mai sia stata a

Pisa di ragione Canonica. E novizi s'arebbano a dividere cum il terzo

concurrente, sicchè meglio staria cum dui, che con uno, ma non ne

faccio caso, e solo vorrei che non tutte le some si scaricassero sopra

di me. Valete. Pisis, 22 novembris 1493[383].»

In un'altra sua lettera del 1495 lo stesso Decio dice: «che ingiusto

sarebbe che avendo lecto tutte le lectioni ordinarie in civile e in

canonico, mattina e sera, e che avendo avuto la concurrentia de tutti

e dottori de qualche merito e che essendo stato come un paragono dello

Studio, non avesse maggior salario, e che questo per il tempo che ha

lecto e delle prove che ha facte dovrebbe essere almeno di fiorini M.»

Nel 1479 il Senato veneto ordinò che due dottori di Padova non

potessero essere concorrenti in una stessa scuola ordinaria. Nel 1588

questo decreto fu esteso anche alle scuole straordinarie[384].

Ai dottori di fama incontestata e di grave età non si solevano dare

i concorrenti per liberarli dalle soverchie fatiche e dalle cure

assidue che richiedeva lo insegnare in confronto degli emuli[385]. Ma

nel concedere questo privilegio si aveva riguardo di non recar danno

all'incremento degli studii; perciò se ne incontrano ben pochi esempi.

In Padova si trova fatto cenno di un dottore al quale fu concesso

d'insegnare senza antagonista per indulgenza del principe (principis

indulgentia)[386].

Racconta il Facciolati che un dottore degli artisti in Padova fu

liberato dall'obbligo di avere un concorrente perchè riconosciuto

superiore per merito scientifico a tutti gli altri che insegnavano in

quello Studio. Ma dopo cinque anni gli scolari protestarono dicendo che

un dottore senza antagonista si abbandonava facilmente alla pigrizia, e

fu costretto ad accettare nuovamente un concorrente nell'insegnamento.

Questo spirito di emulazione fra i dottori del medio evo era tanto

profondo che le gare non si limitavano soltanto alle giornaliere

lezioni, ma erano destinati eziandio certi pubblici esperimenti

nei quali gl'insegnanti dovevano disputare in confronto dei loro

antagonisti, ovvero ripetere a profitto degli scolari le materie già

trattate e svolgerle con maggiore ampiezza. Questi esperimenti erano

comuni a tutte le università e gli statuti ne fanno menzione.

Tutti i dottori erano obbligati a prender parte a queste dispute

scolastiche, e chi riusciva in esse vittorioso acquistava fama di dotto

e poteva aspirare dopo questo tirocinio alle cattedre di maggiore

importanza. E tanto è vero che il prendere parte a questi pubblici

esperimenti era occasione di rinomanza per i dotti, che si trovano

ricordati negli statuti e nelle memorie universitarie, molti che

accettavano d'insegnare col patto di avere un concorrente col quale

potessero disputare. Altri ancora lasciavano una scuola per un'altra,

dove potevano stare a fronte ad un valente antagonista.

Alle dispute più solenni che dovevano durare almeno tre ore, erano

riserbati i giorni di vacanza. Il dottore che si era più distinto,

superando i suoi competitori, soleva venire accompagnato a casa con

gran pompa da tutto il corpo scolastico, insieme al rettore e colle

insegne delle università.

Era così comune l'uso di disputare, che la maggior parte di quei che

prendevano la laurea aveano già dato saggio del loro sapere in questi

pubblici esperimenti. I disputanti erano sottoposti al giuramento di

non tradire la fede pubblica in verun modo, nè con studiati artifizi,

nè con inganni nascosti.

Anche il dottore prendeva parte alle dispute scolastiche e sorvegliava

al buon andamento e all'ordine delle discussioni. Ciascun dottore una

volta per settimana proponeva una tesi, alla quale soleva rispondere

prima il Rettore, poi gli altri insegnanti.

Queste dispute, che si chiamavano anche _Circoli_, erano comuni tanto

all'università dei giuristi come a quella degli artisti. Avevano

luogo per l'ordinario di sera[387] (hora vigesima tertia) ed erano

obbligatorie per tutti sotto pena di ammenda.

Nei circoli si facevano le ripetizioni e le argomentazioni.

Per la ripetizione si prendeva ad esame un testo già spiegato nella

scuola dal professore e se ne facevano tutte le possibili applicazioni

ai casi pratici, sollevando dubbi e risolvendo le obiezioni che

facevano gli scolari. Alle ripetizioni era destinato il tempo che

correva dal principio dell'anno scolastico fino a tutto il carnevale.

Le argomentazioni eran sostenute dai dottori o dagli scolari o

licenziati che aspiravano al pubblico insegnamento. Il tema della

disputa era un punto di diritto per i giuristi od un quesito di scienza

per gli artisti.

Le dispute nelle università risalgono a tempi assai remoti (ex antiqua

consuetudine) come dicono gli statuti.

Anche i baccellieri dovevano assistere alle argomentazioni, e gli

scolari aveano diritto di prendervi parte.

Le argomentazioni solevano durare dalla Quaresima alla Pentecoste e

dovevano farsi ogni settimana nei giorni di vacanza, eccettuate le

solennità.

Diversi giorni innanzi si esponeva pubblicamente il testo sul quale

doveva farsi la ripetizione, o il soggetto che doveva dar luogo

all'argomentazione.

A Padova i doveri dei dottori erano assai gravosi. Nelle dispute i

concorrenti dovevano dal principio dell'anno fino a Pasqua argomentare

l'un contro l'altro tutti i giorni e risolvere i dubbi sollevati dagli

scolari[388]. Quest'uso venne dall'università degli artisti e fu nel

1474 adottato anche dai giuristi.

Le dispute quando erano sostenute da valenti dottori si prolungavano

per lungo tempo con grande compiacenza e profitto degli uditori.

Nella vita di Baldo si racconta come questo insigne dottore disputasse

in Bologna per cinque ore di seguito con Bartolo suo antico maestro

riuscendo vittorioso.

Talvolta la disputa si protraeva fino a notte avanzata, come avvenne in

Pisa, dove, racconta un bidello, in una sua relazione agli ufficiali di

quello studio che «riscaldandosi e' giostranti nell'arme si fe' bujo e

col torchio finì detta disputa[389].»

L'indole dei Circoli e delle pubbliche dispute che avevano luogo in

tutte le università, si trova ad evidenza dimostrata dal seguente

documento[390]:

«CIRCOLI DISPUTATORII IN PIAZZA[391]

«_Item_ — Che ciascuno Doctore sia tenuto intervenire ogni dì utile da

sera a Circoli disputatorii in Piazza et deinde non partire se prima

non sono finiti li prefati circoli, come si costuma nelli studj bene

ordinati, sotto la medesima pena, per infino ad Pasqua di Natale;

dovendo uno per sera secondo l'ordine delle condotte scripte nel

Ruotolo substenere per se, o uno scolaro, una o più conclusioni; et

in specie per li Medici Philosophi et Artisti si observi come appresso

cioè:

«L'ordine de' circuli de' Medici, Philosophi, ed Artisti sia questo

— Che ciascuno Doctore conducto debba ogni sera utile intervenire

e circularmente disputare in questo modo, che seguendo l'ordine del

Ruotolo, uno de' detti Dottori debbi tenere conclusioni, et rispondere

agli altri Dottori della sua facoltà li arguissero, ovvero fare tenere

conclusioni a uno scolare sotto di lui, et quando lo scolare ponga

conclusioni allora il detto Dottore sia tenuto rispondere almeno al suo

concorrente adversario, et lui arguire dum modo non passi il numero di

tre argomenti, ma possisi replicare come sia conveniente: et questo si

observi per infino alle vacationi di carnasciale, pena ad qualunque

non observerà lire 10 per volta da ritenersi del suo salario. Et

acciocchè questo si observi s'intenda commisso alla guardia pubblica,

e secreta et al bidello[392] et ad ciascuno in tutto, dovendo il

bidello di ciò la rasegna ogni sera con quelli modi et conditioni, et

exceptioni, che sono di sopra poste, a chi non leggesse ciascuno dì,

et lo tempo ordinato: con questa declaratione, che quegli Dottori che

hanno letto anni 25 o più non sieno obligati a delle disputationi et

paragoni, ma sieno tenuti intervenire a detti circuli sotto la medesima

pena, acciocchè per la loro presentia le cose procedino con buono, et

laudabile modo....»

Oltre alle dispute vi erano le ripetizioni (repetitiones). Consistevano

le ripetizioni nel dichiarare i testi già interpretati durante le

lezioni, enumerandone e sciogliendone i dubbi, le difficoltà e le

obiezioni[393].

Le ripetizioni e le dispute erano parte libere e parte obbligatorie.

Avevano l'obbligo di disputare e di ripetere i dottori stipendiati

per ordine di età. Ciò dimostra che le dispute e le ripetizioni erano

considerate come un supplemento necessario delle lezioni ordinarie.

Negli statuti dell'università di Bologna era stabilito che le

ripetizioni durassero dal principio dell'anno scolastico sino a

carnevale; le dispute da carnevale sino a Pentecoste. Ogni settimana

doveva tenersene una, nei giorni feriali, eccetto le maggiori

solennità.

In Padova le dispute dovevano farsi tutti i giorni che si tenevano le

lezioni ordinarie[394].

Il testo della ripetizione e il quesito della disputa doveva essere

notificato più giorni avanti, e il completo sviluppo del tema prescelto

che ordinariamente facevasi per iscritto, doveva consegnarsi entro un

mese al bidello dell'università[395].

Spesso queste dispute davano occasione a scandali e risse perchè non

erano osservate le regole ordinarie circa al modo e al diritto di

precedenza dell'argomentare fra i dottori e gli scolari. Gli statuti di

Padova prescrivevano che si procedesse secondo l'ordine d'iscrizione

nel Ruolo degli insegnanti. Nel 1504 fu poi stabilito che primi ad

interrogare dovessero essere i consiglieri delle diverse nazioni, poi

gli scolari, conservato sempre l'ordine della matricola nella quale

ciascuno era iscritto. La disputa si agitava fra i concorrenti delle

diverse scuole[396].

Nel 1517 fu stabilito per lo studio di Pisa che la precedenza nelle

dispute dovesse spettare al Rettore o al Vicerettore; e nel 1522 nella

stessa università venne intimato ai dottori e agli scolari di non

affiggere pubblicamente le conclusioni delle dispute senza permesso del

Rettore e sotto pena di ammenda[397].

La scelta del maestro era l'atto più importante della vita

scolastica nelle università antiche. Secondo i precetti di un famoso

giureconsulto: «lo scolare che avesse volontà d'imparare, doveva

scegliersi un dottore che intendesse chiaramente ciò che doveva

insegnare, e lo spiegasse ai suoi uditori secondo la capacità che

essi avevano d'intendere, imperocchè chi cerca nell'insegnare di

elevarsi tanto alto e spiega cose che gli uditori non possono intendere

non cerca il loro profitto ma vuole fare pompa del suo sapere. Il

dottore poi, soggiunge il medesimo giureconsulto, deve possedere la

comunicativa per trasmettere agli altri le sue cognizioni; ed essere di

buoni e lodevoli costumi[398].»

Il numero delle cattedre nelle università variava secondo il concorso

degli scolari, il progredire delle scienze, e i mezzi pecuniarii di cui

potevasi disporre per il mantenimento degl'insegnanti[399].

Tutte le scuole in cui s'insegnava senza intervallo dalla mattina

avanti l'alba[400] sino a sera inoltrata, erano sempre frequentate

da molte centinaia di persone di ogni condizione ed età, che avide di

sapere non curando spese e disagi erano partite da terre lontane per

dedicarsi agli studii. E perchè anche il popolo potesse partecipare ai

benefizii della scienza, si destinavano alcune cattedre dove si leggeva

in volgare affinchè tutti potessero intendere[401].

Era allora comune convincimento che l'ufficio di insegnare non si

dovesse solo limitare alla comunicazione delle idee, ma estendere

eziandio all'incremento delle virtù morali e civili come le più salde

basi della prosperità degli Stati e della felicità dei popoli.

Il giureconsulto Odofredo parlando come soleva in modo famigliare,

ai suoi scolari, diceva: «essere lo studio una veemente applicazione

dell'animo con intenzione d'imparare. Vi sono bensì (egli dice)

alcuni che leggono il giorno intero ma non vi hanno il cuore, e questi

studiano ma non con intenzione d'imparare.»

L'influenza educativa del sapere era ben conosciuta ed apprezzata nelle

scuole del medio evo. In gran parte dei decreti di fondazione delle

università se ne fa parola, ed era profonda nel sentimento universale

la persuasione che ufficio della scienza fosse quello di rendere gli

uomini più virtuosi.

Nel 12 agosto 1373 il popolo fiorentino desiderando che fosse letta in

pubblico la commedia di Dante ne fece istanza alla Repubblica[402].

«Quelli che nel professare le lettere, scriveva un segretario dalla

Repubblica fiorentina[403], riuscirono sopra gli altri eccellenti,

sempre furono presso di noi in grande stima, e furono da noi sempre

allettati con premi, e ricoperti per quanto ci fu possibile di

benefizi. Noi non siamo infatti di diverso sentimento da quei che

pensano poter essere felici soltanto quelle repubbliche che sono

governate da filosofi e da amici di questi, come convenghiamo

pienamente nel parere di coloro i quali giudicano non potere ritrovarsi

in chi presiede a un governo cosa più perniciosa e più degna di

detestazione dell'ignoranza, ed abbiamo sperimentato già più volte

quanto giovamento abbian recato alla nostra città gl'ingegni coltivati

con buoni studii e con «nobili discipline.

«Ond'è che abbiamo sempre dappertutto cercato con grande diligenza e

premura soggetti capaci d'istruire la nostra gioventù nelle lettere

ed insieme ne' costumi e non abbiamo mai mancato, quando ritrovati gli

abbiamo, di accordar loro ogni onore e ricchi stipendi.

« . . . . . . . . . . . . . . . . . .»

I rapidi progressi fatti dalla scienza nel medio evo debbono

attribuirsi quasi esclusivamente alle università le quali furono per

molti secoli le sedi uniche del sapere e i soli centri dell'attività

intellettuale.

Lo studio dei sistemi didattici del medio evo è adunque tanto

più importante in quanto l'insegnamento pubblico rappresentava

in quell'epoca il solo mezzo di comunicazione scientifica, ed era

intimamente connesso colle vicende della cultura.

Era uso generale nelle antiche università d'insegnare oralmente, e gli

statuti, come pure le consuetudini scolastiche, vietavano ai dottori

di servirsi di appunti e note scritte, il che stimavasi indecoroso. Il

Senato di Padova nel 1592 emanò un decreto col quale proibì le lezioni

scritte ordinando ai professori d'insegnare senz'alcun soccorso di

note e di ricordi scritti sotto pena di un'ammenda di venti ducati da

detrarsi sul loro stipendio.

Anche l'opinione pubblica era contraria all'uso di insegnare con note

scritte e solevansi comunemente designare quei dottori che tenevano

quel sistema, col titolo dispregiativo di _chartacei_[404].

Era anche vietato così nelle lezioni pubbliche come nelle private l'uso

di certi sommari o compendi nei quali si riepilogavano le lezioni e

dicevansi volgarmente «puncta.»

Essendo la comunicazione orale delle idee il mezzo più usato per

diffondere la scienza, l'esercizio della memoria fu tenuto in gran

conto e l'arte del ritenere stimato invidiabile ornamento dei dotti.

Una delle cause per cui un insegnante poteva acquistare rinomanza, era

quella di aver dato saggio della propria memoria insegnando senza note

scritte citando a mente testi di leggi e passi di autori.

In Padova, racconta il Facciolati, ottenne grande fama nel secolo XV un

tal Pietro Francesco de' Tommasi, solo perchè aveva molta memoria, onde

fu chiamato Petrus o Franciscus a memoria. Questo giureconsulto lasciò

fra le sue opere anche un trattato sull'arte di ricordare, col titolo

— _Foenix Domin. Petri Ravennates memoriae magistri._ — È narrato

ancora dallo stesso storico che un dottore chiamato Palombo, che aveva

insegnato con grande successo a Messina ed a Palermo, venne stipendiato

a Padova; ma venutagli meno la memoria il primo giorno che fece

lezione in quell'università, dovette abbandonare con grande vergogna la

cattedra, e di cordoglio se ne morì[405].

Per aiutare la memoria era nel medio evo comune l'uso di ridurre

in versi le scienze le più ribelli al linguaggio poetico, come la

grammatica, la medicina ed anche la giurisprudenza, di che ci rimangono

ancora molti esempi. Uno dei più curiosi ed antichi compendi poetici

di medicina è quello che venne offerto dalla scuola di Salerno al re

d'Inghilterra, dove sono registrati tutti i precetti dell'arte per

conservare la salute.

Essendo nelle università l'insegnamento pubblico quasi esclusivamente

orale, gli scolari dovevano prendere appunti alle lezioni. Vi erano poi

quei tali alunni detti «socii» che avevano più intimi rapporti coi loro

maestri, i quali per debito di gratitudine si davano cura di annotare

diligentemente tutto ciò che essi esponevano durante l'anno dalla

cattedra divulgandone con amore le dottrine e i precetti nelle altre

scuole.

Da queste lezioni scritte e raccolte dagli scolari, ebbero origine

quei dotti e numerosi volumi, cui la scienza moderna va debitrice di

gran parte dei suoi progressi perchè alla profondità della dottrina

accoppiano l'utilità della pratica, nonchè una vasta e feconda

suppellettile di erudizione storica.

Ed è sotto questo aspetto che i commenti e le glosse dei dottori

medioevali vanno precipuamente studiati perchè molte di quelle notizie

sullo stato morale, sociale e politico dei tempi di mezzo che indarno

cerchiamo nei documenti originali, possiamo attingerle in quei volumi

dove con linguaggio semplice e chiaro, benchè di rozza latinità,

si richiamano alla mente fatti ed usi di quella epoca così ricca di

vicende e di istituzioni.

Le lezioni nelle antiche nostre università non avevano nulla di quella

gravità accademica che tanto nuoce all'efficacia dell'insegnamento e

all'utile ricambio delle cognizioni; ma potevano dirsi vere conferenze

scientifiche fatte in modo famigliare e senza ombra di burbanza

cattedratica dove il maestro chiamava i suoi scolari a dividere i

propri studii ed a partecipare alle proprie indagini nel vasto campo

del sapere.

Il professore allora prendeva a trattare un argomento, sovente scelto

col consenso degli scolari, e su quello faceva le sue lezioni le quali

erano ad un tempo un mezzo efficace per dare pubblica prova del proprio

ingegno e stimolare quello degli scolari.

Chi consulti quei dotti volumi, dove è compreso fedelmente tutto

quanto gli antichi dottori esponevano a viva voce dalla cattedra,

potrà farsi un'idea chiarissima di ciò che fosse una pubblica

lezione nelle università del medio evo. I numerosi commenti che i

giureconsulti ci hanno lasciato dove è raccolta tanta sapienza ed acume

d'interpretazione, non sono in gran parte che le illustrazioni orali

del testo fatte nella scuola. Nè ci può sorprendere la vastità della

materia che ognuno di quei dotti prendeva a svolgere annualmente ai

suoi uditori, quando si pensi allo spirito d'emulazione che regnava fra

gl'insegnanti.

Certamente nei commenti dei glossatori che fiorirono nei tempi di

mezzo, non v'è l'ordine rigoroso e sistematico delle opere giuridiche

moderne, ma a questo difetto supplisce: la semplicità d'eloquio, la

rettitudine dei giudizi e delle opinioni, l'opportunità degli esempi e

quel senso pratico che i dottori allora acquistavano coll'esperienza

della vita pubblica e colla partecipazione ai più elevati uffici

sociali.

La lezione non era soltanto un mezzo per diffondere le cognizioni ed

i precetti della scienza, nè un magro commento sui testi e le dottrine

degli scrittori. Il professore che teneva i suoi scolari in qualità di

amici e confidenti, comunicava nella scuola le sue idee in modo tutto

famigliare e dimesso volendo che tutti cooperassero seco alle ricerche

scientifiche e partecipassero a' suoi lavori.

S'incontrano frequentemente nelle opere dei dotti di quel tempo, nelle

quali sono raccolte le lezioni da loro esposte sulla cattedra, accanto

alle glosse ed alle illustrazioni del testo, numerose digressioni delle

quali si valevano per fare sfoggio della propria dottrina, ovvero

sentenze morali che applicavano ai casi pratici allegando svariati

esempi e richiamando spesso anche le memorie della loro vita. Alcuni

poi per rallegrare l'uditorio si compiacevano anche di narrare argute

novellette e fra questi deve annoverarsi Odofredo il quale, benchè si

esprima in rozzo latino al pari dei suoi contemporanei, pure ha uno

stile così disinvolto e parla con tanta schiettezza delle cose e degli

uomini del suo tempo, che è molto piacevole a leggersi.

Dalle opere di questo scrittore si desume con molta evidenza il

vero carattere e la forma delle lezioni del medio evo. Quel continuo

intercalare «or signori» che fa precedere ad ogni periodo, dimostra

che i commenti alle Pandette che di lui ci sono rimasti, comprendono

integralmente le lezioni da esso esposte all'università di Bologna.

Quando deve esprimere un'opinione propria cerca di prevenire gli

obietti colle parole: «or dicet mihi aliquid vestrum.... respondeo;»

e questa è una prova che gli scolari solevano confutare i dottori

nella scuola; il che viene narrato anche dallo stesso Odofredo e da

altri autori. Pare però che l'uso d'interrompere i professori durante

le lezioni fosse più raro nelle scuole ordinarie della mattina alle

quali si attribuiva generalmente una maggiore importanza[406]. Così

pure le lezioni di Rolandino[407] spesso si convertono in un dialogo

tra il maestro e gli scolari e rammentano il carattere e l'uso

dell'insegnamento adottato nelle nostre università del medioevo[408].

Abbiamo veduto come le scuole fossero divise nelle nostre università

per gradi, secondo l'importanza dell'insegnamento e la fama dei

professori. Ora, mentre le scuole di primo e secondo grado erano

riserbate ai dottori, vi erano le _terziariæ_ che si destinavano ai

cittadini e agli scolari. Il carattere di queste scuole si trova ben

determinato nell'università di Padova dove, al dire del Facciolati,

furono quelle istituite come in via d'esperimento per coloro che si

avviavano ad insegnare colla retribuzione di un tenue stipendio, che

serviva ordinariamente per supplire alle spese della laurea. Anche in

Bologna vi erano sei cattedre per i legisti e cinque per gli artisti,

alle quali erano chiamati ogni anno gli scolari scelti in numero uguale

fra gli ultramontani ed i citramontani. Di preferenza soleva accordarsi

l'onore di una cattedra a quelli scolari che avessero dato saggio del

loro ingegno e dottrina nelle pubbliche dispute. Lo stipendio assegnato

a quei che occupavano tali cattedre era di lire cento bolognesi[409].

Quando le scuole destinate alle letture degli scolari rimanevano

vacanti, gli stipendi andavano a profitto dei collegi in compenso delle

lauree che si conferivano gratuitamente[410].

Gli scolari che si esponevano ad insegnare dovevano uniformarsi alle

prescrizioni degli statuti. Chi voleva leggere un solo libro o titolo

di un'opera, doveva aver frequentato l'università per cinque anni; chi

voleva esporre l'opera intera, sei.

A proposito degli scolari insegnanti troviamo nello statuto bolognese

una particolarità che merita attenzione perchè dimostra ad evidenza

quanto ingegnoso fosse l'ordinamento scolastico nelle università

medioevali.

Essendo divenuto assai comune l'uso fra i dottori di procacciarsi

scolari con mezzi illeciti, lo statuto bolognese minacciò una pena

pecuniaria a coloro che si fossero resi colpevoli di tale abuso,

eccettuando però gli scolari insegnanti (_lectores_). Questi quando

esordivano nel loro insegnamento potevano ricorrere anche alle

preghiere per procacciarsi uditori.

«.... rogare (dice lo statuto con frase molto espressiva) tacite vel

expresse re vel verbo, vel quocumque alio calore verborum» (_Stat.

bonon._, lib. II, pag. 39).

Lo scolare insegnante poi era sottoposto al giuramento; ma era

rilasciata al Rettore la facoltà di poterlo esimere da quest'obbligo.

Doveva inoltre pagare una tassa che aumentava secondo l'importanza e

la quantità della materia che leggeva durante l'anno della cattedra. Da

questa tassa erano esenti i figliuoli dei dottori.

Lo scolare che aveva esposto un'opera intera poteva aspirare senza

bisogno d'altra prova al grado di baccelliere[411].

In alcune università per non far danno all'insegnamento ordinario,

solevano destinarsi i giorni di vacanza per le lezioni degli scolari.

Negli statuti di Perugia si trova disposto che ogni anno potesse venire

scelto dagli scolari un matricolato incaricato di leggere nei giorni

festivi e stipendiato dal Comune coll'obbligo di prendere la laurea in

quella università[412].

Anche nell'università di Torino gli scolari erano ammessi a partecipare

all'insegnamento, però nei soli giorni di festa e di vacanza ed erano

compresi fra i lettori straordinari[413].

Gli scolari avevano anche il diritto di partecipare insieme ai

professori alla scelta delle materie da trattarsi nelle lezioni. Ogni

insegnante era obbligato per gli statuti a mostrare al respettivo

collegio descritta in pagine la serie degli argomenti che intendeva

di svolgere durante l'anno scolastico. Questo sommario o programma

dell'insegnamento dicevasi _pagina_. Sembra che i collegi solessero

esaminare queste _pagine_ secondo l'ordine di merito dei singoli

dottori e l'importanza della scienza da essi trattata. Infatti si narra

che Guglielmo da Reggio movesse lagnanze in Padova al collegio delle

arti perchè la sua pagina era stata letta dopo quella di Guglielmo da

Tordova che stimava a sè inferiore perchè laureato due anni dopo di lui

e perchè la materia da lui insegnata era di minore importanza che la

sua[414].

Presentate le pagine ai collegi, gli scolari potevano interloquire

sulla scelta dell'argomento da svolgere nelle lezioni e proporre anche

aggiunte e modificazioni al programma. Era questo un altro notevole

diritto conferito dagli statuti e dalle consuetudini universitarie

agli scolari oltre a quello già ricordato di partecipare al pubblico

insegnamento. Nel 1435 nacque in Padova una grande contesa fra gli

scolari dell'università delle arti sulla scelta dei temi da trattarsi

in quell'anno e sui libri di fisica di Aristotile da spiegare. Il

Rettore per calmare gli animi dovè interporre la propria autorità e

chiamare tutto il corpo scolastico per risolvere la controversia[415].

Un esempio anche più evidente del concorso degli scolari nella

scelta degli argomenti scientifici ci viene offerto dagli statuti

dell'università di Perugia[416].

In alcuni statuti si trova fatto cenno di ripetitori (ripetitores) ma

non si può ben determinare quale ufficio avessero nell'insegnamento.

A giudicarne dalle scarse memorie che ne rimangono parrebbe che

questi «ripetitores» fossero privati docenti che tenevano un posto

intermediario fra i dottori e gli scolari. In questo senso se ne trova

fatta parola negli statuti di Arezzo. Anche a Napoli son ricordati

i ripetitori. A Bologna un tale ufficio si esercitava dagli scolari

poveri che ripetevano privatamente le lezioni per mantenersi agli

studii[417].

Le Università italiane nel Medio Evo · 第 19 / 38 题