CAPITOLO OTTAVO

Causa della decadenza delle università italiane — Inimicizia fra le

università — Numero soverchio di esse — Discordie nelle scuole —

Caduta delle repubbliche e dei liberi ordinamenti universitarii

— Trasformazione della cultura italiana al tempo dei Principati —

I letterati e gli artisti alle Corti — Le accademie — Invenzione

della stampa — Influenza dell'educazione ecclesiastica — Le

università italiane dal secolo XVIII in poi.

Abbiamo veduto fin qui quale fosse l'ordinamento delle antiche

università e quali le cause del loro rapido incremento nei tempi di

mezzo. Ora colla stessa brevità esamineremo le cagioni principali della

loro decadenza.

Nelle stesse condizioni intellettuali e politiche della società

medioevale debbonsi investigare le cause della grandezza e della

decadenza delle nostre università. Alcune di queste cause risultarono

dai difetti propri del loro intrinseco ordinamento e furono l'effetto

di una lenta trasformazione sociale che corruppe l'indole e lo scopo

della scienza; altre derivarono dalla maggior diffusione dei centri del

sapere e dai nuovi mezzi scoperti per agevolare la comunicazione delle

idee.

Fra le cause di decadenza che diremo intrinseche alla loro

costituzione, deve annoverarsi la guerra incessante e sleale che le

maggiori università facevano alle altre, per accrescere a loro danno

la fama e lo splendore delle proprie scuole. Il principio della libera

concorrenza che spontaneamente era sorto col progresso della cultura,

troppo di frequente veniva conculcato nei rapporti che le università

più potenti mantenevano colle vicine, alle quali negavano il diritto

di stipendiare dotti insegnanti e di avere numerosi scolari, gelose che

quelle le emulassero nel dare incremento alla scienza e nell'accordare

privilegi e protezione agli studiosi. Anche il papa e l'imperatore,

favorivano le maggiori università nelle loro ambiziose mire a danno

delle altre, e quella di Bologna sopratutto per la sua antichità e

la sua fama, volle esercitare sempre un primato morale, secondata e

protetta in ciò dai papi i quali ebbero molta influenza e autorità nel

suo governo.

Le università, dice il Savigny, portavano con sè il germe della loro

rovina; in quanto che lo splendore onde rifulgevano, dipendeva in gran

parte da cause accidentali, personali e transitorie, le quali venendo

a cessare, tosto che la dottrina di alcuni professori che avevano per

qualche tempo rialzata la scuola, faceva luogo all'inettitudine dei

successori, era giuocoforza che la scuola di bel nuovo precipitasse.

Perocchè le università non avevano altro fondamento che in se stesse

come quelle che erano affatto isolate, senza relazione alcuna colla

indole e colla educazione del popolo e senza la base indispensabile di

scuole scientifiche[484].

Altre cause poi conferivano a dare alle università uno stato incerto

e precario che nuoceva alla loro durevole prosperità, e toglieva

all'insegnamento gran parte della sua efficacia. I frequenti contagi,

le guerre intestine, le discordie, le carestie, mettevano bene spesso

le città nella dura condizione di dover chiudere il loro Studio,

perchè l'erario era esausto e non vi erano altri mezzi per supplire

al mantenimento delle pubbliche scuole. Anche le maggiori università

erano soggette a queste vicende, e ciò avveniva ordinariamente non

solo per effetto di tumulti; ma anche per volontario allontanamento che

taluno dei professori più famosi avesse fatto di una delle università

per passare ad un'altra. Abbiamo veduto che nel secolo XIII queste

emigrazioni di dottori e scolari erano frequentissime e che da quelle

dello Studio di Bologna ebbero anche origine alcune università.

Se si consultano gli storici delle università minori troviamo che

poche eran quelle dove si compiva interamente l'anno scolastico senza

discordie o avvenimenti imprevisti che ne imponessero la chiusura o per

lo meno la sospensione delle lezioni.

Il soverchio numero delle università che ebbero origine in Italia

nel medio evo fu un'altra causa della loro decadenza. Infatti non era

possibile che lo stuolo dei dotti e degli scolari, per quanto diffuso

fosse allora l'amore per la scienza, bastasse a riempire tutti i

centri di attività intellettuale che sorgevano in quasi tutte le città

italiane. Quindi le università minori erano scarse di buoni insegnanti

e di uditori non potendo sostenere per lungo tempo la concorrenza delle

più potenti e ricche università quali erano Bologna, Padova, Pisa,

Napoli, che oltre ad essere provviste di mezzi propri, trovavano, nel

governo dal quale dipendevano, ampia sorgente di entrate e una valida

protezione. È vero che le città minori supplivano alla scarsezza

dei mezzi propri, largheggiando nella concessione dei privilegi ai

dottori e agli scolari come ne accerta la famosa Carta Vercellese; ma

ciò non bastava a dar loro tanta importanza agli occhi degli studiosi

da abbandonare i maggiori studi per recarsi alle loro scuole. Taluno

dei più famosi dottori insegnò per lungo tempo anche nelle minori

università come si narra dal giureconsulto Baldo che dimorò per

trentatrè anni a Perugia; ma questo avveniva raramente e per ragioni

speciali come l'amor di patria, e il desiderio di primeggiare e di non

avere concorrenti nell'insegnamento. In generale chi aveva acquistato

un nome illustre, ambiva di occupare una cattedra nelle maggiori

università dove erano più grandi gli onori e più cospicui gli stipendi.

Per tutte queste ragioni, le università secondarie non potevano

sostenere a lungo la concorrenza delle altre che fornite di grandi

entrate e favorite di larga protezione dalle città in cui risiedevano,

erano le più popolate di scolari e le meglio provviste di buoni

insegnanti.

Assai prima che i Principati concentrassero per fine politico la vita

scientifica della nazione nelle principali città dell'Italia, era

cominciata a manifestarsi la decadenza delle università minori, e la

lenta opera di assorbimento che su queste esercitavano le più famose.

Un'altra causa di decadenza comune a tutte le nostre università fu

quello spirito di discordia che regnava nelle scuole ed eccitava

continuamente l'odio fra gl'insegnanti e i tumulti fra gli scolari.

Nel medio evo la società era turbata da profondi rancori e dalle ire

partigiane, le quali pur troppo si comunicavano anche ai cultori della

scienza, talchè le scuole si mutavano in veri centri di turbolenze,

e in campi di battaglia dove non era lecito manifestare la propria

opinione e primeggiare sugli altri, senza essere esposto ad oltraggi

e a giornaliere persecuzioni. La convivenza con questi uomini

irrequieti, e nei costumi riprovevoli, non poteva tornare molto gradita

a chi voleva dedicarsi allo studio con animo tranquillo e pacato e

rifuggiva dal contrasto di passioni violente che allora mettevano lo

scompiglio nelle università ed eccitavano le discordie fra i dotti.

Uno degli uomini che disprezzava la vita scolastica dei suoi tempi e

che non volle mai prender posto nelle scuole universitarie alle quali

fu più volte chiamato con larghe promesse di onori e di ricompense

pecuniarie[485] fu il Petrarca, che amando di vivere indipendente e

volendo coltivare i suoi studi in pace, rispose sempre a quei che lo

invitavano all'insegnamento che tale ufficio non era conforme alle sue

abitudini e al suo modo di pensare e perciò vi rinunziava, essendosi

procacciato sufficiente fama nel mondo senza imbrancarsi collo stuolo

iracondo dei dotti suoi contemporanei. Quando ebbero origine col

progresso della civiltà altri centri di vita scientifica oltre le

università, molti seguirono l'esempio del Petrarca e si astennero

dall'insegnare.

Oltre le cause di decadenza intrinseche all'ordinamento universitario

del medio evo, abbiamo accennato che altre ancora, inerenti alle

condizioni sociali del tempo cooperarono alla lenta trasformazione

delle università italiane.

Quando alle repubbliche succedettero i Principati, e il dispotismo

cominciò ad esercitare i suoi perniciosi effetti nella società, quei

grandi centri di coltura nazionale perdettero a poco a poco la loro

autonomia, e furono incorporati alle varie istituzioni dipendenti dallo

Stato. La libertà d'insegnamento sempre sospetta e invisa ai tiranni,

non venne immediatamente abolita perchè troppo astuta era la politica

di quei principi, ma menomata con parziali limitazioni e riserve, e

ristretta dentro limiti determinati.

I primi atti d'influenza governativa sulle università furono

esercitate dai principi collo scopo di sorvegliare l'andamento degli

studii, di proteggere la scienza e i suoi cultori. I disordini che

si manifestavano nelle scuole, e le frequenti turbolenze cui davano

luogo le troppo vive emulazioni dei dotti, giustificavano in parte

questa ingerenza, la quale veniva talvolta anche spontaneamente

accettata dalle stesse università in cambio dell'alta protezione di

un principe prodigo e liberale in favore degli studi che provvedesse

al mantenimento delle scuole e allo stipendio degl'insegnanti.

Così tacitamente i rispettivi principati si arrogarono il diritto

di sorvegliare e dirigere le università che si trovavano nel loro

territorio, di eleggervi ufficiali di propria scelta, di compilare

e abrogare gli statuti, e di procedere alla nomina dei professori. E

non solo lo Stato cominciò fin d'allora ad ingerirsi dell'ordinamento

interno delle nostre università, ma ne limitò il numero largheggiando i

principi della loro protezione colle università maggiori e con quelle

specialmente che risiedevano nelle principali città del territorio.

Infatti col sopraggiungere del secolo decimoquinto lo spirito di

accentramento che è inerente all'indole dei governi dispotici, cominciò

a manifestarsi palesemente anche nell'ordinamento degl'istituti

scientifici di ogni provincia d'Italia. Nel luogo dove risiedeva il

principe quasi ad ornamento della reggia, venivano fondate accademie,

biblioteche ed altri centri di attività scientifica mentre nelle altre

città deperivano gli studi, si chiudevano le scuole, e diminuiva il

numero dei dotti che sedotti dalle lusinghe e dal fasto dei nuovi

mecenati che andavano ad aumentare il numero dei loro cortigiani.

Quale fosse la vita delle corti italiane nel secolo decimoquinto si può

rilevare dagli scrittori del tempo. I Medici di Firenze, i Visconti di

Milano, gli Estensi di Modena, gli Scaligeri di Verona, i Malatesta

della Marca, i Gonzaga di Mantova e tutti gli altri principi che

dominavano in Italia, gareggiavano tra loro per proteggere le arti e le

lettere, per avere ai loro stipendi gli uomini più illustri del secolo,

per raccogliere i monumenti più rari e preziosi della coltura antica.

Il principe presiedeva i frequenti ritrovi dei dotti che vivevano

nella sua corte, ascoltava con diletto le loro composizioni, suggeriva

talvolta gli argomenti che dovevano trattare, manifestando sempre

il desiderio che si perpetuassero nei poemi o nelle opere d'arte le

gloriose gesta della propria famiglia, che se ne ricercassero le

origini nei tempi eroici e favolosi della più remota antichità. I

più grandi ingegni che per le mutate condizioni dei tempi dovevano

adattarsi a vivere sotto la protezione di qualche potente, non poterono

sfuggire all'influenza dei costumi corrotti delle corti e divennero

anch'essi per necessità adulatori. Il Tasso e l'Ariosto posero a

fondamento dei loro immortali poemi le gesta eroiche degli antenati

di quei principi che li avevano stipendiati e ciò per compiacere alla

vanità dei loro mecenati. La dottrina degli eruditi, la fantasia

dei poeti e degli artisti erano al servizio di questi superbi e

vanagloriosi, i quali mentre ostentavano un culto profondo per il

sapere, facilmente confondevano colla turba degli altri cortigiani i

dotti che vivevano presso di loro e amareggiavano spesso con rampogne e

sarcasmi quel pane che dividevano con essi alla propria mensa.

Nondimeno per quanto le corti fossero corruttrici delle lettere e delle

arti; per quanto i principi sotto pretesto di favorire i dotti e il

culto del sapere cercassero di piegare gli animi e le menti dei popoli

alle loro ambiziose mire, e coprissero col fasto e la munificenza

l'intento di dominare, è innegabile che dal secolo XV in poi si

raccolsero all'ombra delle reggie i migliori ingegni del tempo, i quali

trascurando le nobili gare dell'insegnamento che non procurava più gli

antichi onori, si mettevano sotto la protezione dei potenti.

Molti di quei dotti che insegnavano nelle università erano ospiti dei

principi e dividevano le cure della cattedra cogli uffici e le brighe

del cortigiano, e dovevano necessariamente sacrificare l'indipendenza

della ragione e le loro convinzioni scientifiche ai voleri dei loro

mecenati.

Come nei secoli passati non si poteva aspirare ai più alti gradi

sociali senza essersi guadagnata la pubblica stima professando

l'insegnamento nelle università, così dal cinquecento in poi le corti

divennero il centro principale della cultura italiana e la protezione

dei principi fu avidamente cercata dai dotti come l'unico mezzo per

acquistare fama, ricchezza ed onori.

Anche il sorgere delle accademie contribuì a scemare importanza

scientifica alle università italiane.

Questi nuovi centri di cultura resero la scienza al pari della nobiltà

un privilegio di casta, e un titolo d'onore riserbato a pochi. E

mentre le male signorìe che nel cinquecento avevano invasa l'Italia

distrussero la libertà civile e politica, le accademie spensero

negli animi ogni nobile e virile ardimento e fecero aspra guerra

all'indipendenza della ragione e alle libere indagini del vero.

In queste associazioni di letterati e di artisti si introdussero

tutti i vizii e i corrotti costumi delle corti. Gli stessi misteriosi

intrighi, le basse persecuzioni, le sterili invidie che dominavano

gli animi dei famigliari dei principi, erano proprie degli accademici

che, cortigiani anch'essi, si adulavano a vicenda e coprivano la loro

boriosa nullità con lodi esagerate e titoli pomposi.

Le accademie colle pastoie del pedantismo e colle velenose arti di una

critica bugiarda, tolsero alle menti ogni originalità, e inaugurarono

in Italia la servitù del pensiero.

La lingua nostra che nei secoli di Dante, del Petrarca, era tenuta in

onore perchè parlata da un popolo libero, fu disprezzata dai dotti e

lasciata al volgo. Le arti, perduta la spontaneità si corruppero per

sforzo d'imitazione, e caddero nelle esorbitanze di una falsa scuola

che segnò il principio della loro decadenza.

E ciò perchè le fonti vive della ispirazione che veniva ai letterati

e agli artisti dal convivere col popolo, mancarono col sopraggiungere

del dispotismo; perchè nelle scuole i dotti non poterono più far

sentire la loro voce e comunicare le cognizioni alla gioventù senza

che la sospettosa vigilanza del governo non imponesse limiti e

condizioni all'insegnamento, perchè in una parola la cultura non era

più l'espressione del pensiero nazionale; ma strumento di servitù e di

corruzione.

E tanto erano mutati i tempi, che i più insigni italiani si tenevano

a gloria di appartenere all'una o all'altra di queste accademie.

Il Berni, il Molza, il Casa, il Firenzuola, si disputavano l'onore

di sedere fra gli accademici. Il Panormita e il Pontano fondavano

un'accademia in Napoli; quella di Ferrara doveva essere inaugurata da

un discorso del Tasso sopra un sonetto del Casa; quella di Modena aveva

nel suo seno il Castelvetro, il celebre competitore di Annibal Caro, e

la Veneta eleggeva a suo cancelliere Bernardo Tasso.

La cura e lo zelo che posero i principi assistiti dai dotti del

loro tempo nel raccogliere i monumenti della cultura classica che si

trovavano sparsi in tutte le parti del mondo, favorì lo svolgimento

del sapere al di fuori delle scuole, e così le università alle quali

nei secoli precedenti era affidato tutto il movimento scientifico, si

trovavano a dover competere colle corti nelle quali si adunavano le

sparse traccie della civiltà romana e greca e offrivano il mezzo agli

studiosi di erudirsi senza aiuto di maestri. I letterati più sommi

del tempo erano distratti dalle cure dell'insegnamento a cagione dei

frequenti viaggi che intraprendevano o spontaneamente o per commissione

dei principi nelle più lontane regioni d'Europa e in cerca di codici e

manoscritti.

In buon punto giunse l'invenzione della stampa perchè in tanta

gara di resuscitare gli antichi avanzi della cultura classica, per

quanto fossero moltiplicati i copisti e trovassero nell'esercizio di

quest'arte larghi compensi, non si poteva supplire col paziente lavoro

della mano alla straordinaria diffusione dei libri e alle numerose

richieste che ne facevano gli studiosi. La stampa propagando le

cognizioni con maravigliosa celerità, estese i benefizi della scienza

rendendo possibile a tutti senza aiuto di maestri e con poche spese,

l'acquisto del sapere.

Nei secoli precedenti le cognizioni scientifiche erano nel dominio

delle università, le quali ne facevano un monopolio. L'insegnamento

orale era il solo mezzo per comunicare le idee e non si poteva senza

udire la viva voce di un professore divenire dotti. La stampa insieme

alle Corti, alle Accademie distolse gran parte di quei che prima

frequentavano le università, dall'accorrere alle lezioni, e chiedere

l'investitura di gradi accademici poichè senza essere stato alle

pubbliche scuole nè aver conseguito il titolo di dottore ognuno poteva

aspirare ai più alti gradi sociali e acquistar fama di sapiente.

Aggiungasi poi che gli stranieri i quali dapprima erano costretti,

specialmente per lo studio delle leggi, a frequentare le nostre

università, coll'invenzione della stampa e colla maggior diffusione dei

libri, poterono senza allontanarsi dalla loro patria istruirsi nella

giurisprudenza. Nel secolo decimosesto poi si moltiplicarono le scuole

di diritto anche nelle università straniere, e così l'Italia venne a

perdere il primato in questa scienza.

Se consultiamo gli storici troviamo infatti che le università italiane

col secolo decimosesto cominciavano a scarseggiare di studenti

forestieri e se alcuni ve ne rimasero fu perchè ve li attirava il

nome di qualche famoso giureconsulto. Ma l'antico splendore di quei

grandi corpi scientifici era ormai offuscato, e la loro decadenza dal

cinquecento in poi divenne manifesta. Alla quale contribuì non poco

lo avere i principi dovuto, per fine politico, scemare il numero delle

immunità e privilegi di cui erano investiti gli scolari togliendo loro

il godimento di quella autonomia che per lunghi secoli era stata loro

concessa come un diritto inerente ai cultori della scienza.

La rapida trasformazione che subirono le nostre università di fronte

a quelle straniere, e la più pronta decadenza, deve attribuirsi

anche alla loro diversa indole e al differente organismo. Infatti le

università italiane come associazione indipendenti, non sentirono mai

l'influenza di alcun potere, e vissero sempre di vita propria. Invece

le università degli altri paesi come ad esempio quelle di Francia,

di Spagna, d'Inghilterra e più tardi quelle di Germania, ebbero

più frequenti contatti collo Stato il quale esercitò sempre la sua

sorveglianza sulle pubbliche scuole e prese parte alla compilazione

degli statuti e all'elezione degli ufficiali universitarii.

Lo spirito repubblicano che dominò in Italia nel medio evo, s'infuse

negli ordinamenti e nella vita scolastica, la quale come vedemmo,

aveva comune colla società di quel tempo, gli odii di parte, le vive

emulazioni e il sentimento d'indipendenza. Sopraggiunti i principati,

si estinsero in Italia le libertà municipali e le prime istituzioni che

risentirono i dannosi effetti del dispotismo furono le università, e

gli antichi ordinamenti scolastici cambiarono coi tempi nuovi, indole

e scopo. Negli altri paesi invece dove l'autonomia dei Comuni non fu

mai tanto estesa da escludere l'ingerenza dello Stato, le università

se modificarono il loro organismo a seconda delle condizioni sociali e

dei progressi della civiltà, ciò avvenne per l'opera lenta del tempo;

mentre le italiane appena che soppraggiunse il dispotismo, dovettero

subire un repentino cambiamento nella interna costituzione essendo

state private ad un tratto della loro autonomia e di tutti quei

privilegi che avevano tanto contribuito alla loro grandezza.

Ad affrettare la decadenza della civiltà e la corruzione nei costumi,

contribuì non poco anche il predominio che, nel secolo decimosesto

e più nei seguenti, presero gli ecclesiastici negli istituti di

pubblica istruzione. Diffusi in poco tempo gli ordini monastici per

tutta l'Italia venne ad essi esclusivamente affidata l'educazione dei

giovani, i quali dovevano compiere sotto la loro direzione il tirocinio

degli studii.

Anche le università risentirono i gravi danni dell'influenza

ecclesiastica, perchè la censura e l'Inquisizione limitarono il campo

alla scienza e molti rami d'insegnamento vennero aboliti sotto pretesto

che erano contrari ai dogmi e ai precetti del culto cattolico. Le

scienze politiche che cominciavano a prender luogo nelle università

straniere erano guardate con sospetto fra noi come nemiche della fede

e contrarie al paterno regime. Ai vescovi fu affidato il supremo potere

delle università e il diritto di sorvegliare l'andamento degli studii e

conferire i gradi accademici.

Gl'insegnanti erano scelti nel numero di quei che avendo dato lunga

prova di cieca obbedienza al potere, e di fede incorrotta, potevano

offrire al principe e alla Chiesa certa garanzia che le dottrine

esposte dalla cattedra e le opinioni da essi professate in privato non

avrebbero insinuato nei giovani il germe di principii e massime avverse

alle autorità civili ed ecclesiastiche.

Così le università come tutti gli altri istituti scolastici d'Italia

furono sottoposte all'assoluto dominio dei governi dispotici e della

Corte romana.

Nel secolo decimosettimo peggiorarono le condizioni degli studi

in Italia anche perchè molti di quei principi che si erano fatti

protettori delle arti e delle lettere sentirono indebolita la loro

potenza per effetto delle straniere dominazioni. Nel regno di Napoli,

nella Sicilia, e nello stato di Milano dove dominavano i governatori

spagnuoli, le scuole non trovarono più nessuna protezione nel governo

intento solo a spogliare i cittadini con enormi balzelli per conto di

quei re che avevano mandato i loro eserciti in Italia come in terra di

conquista.

Estinta la casa dei duchi d'Urbino passarono i loro dominii ai papi.

Gli Estensi perduta Ferrara e ristretti ai ducati di Modena e di Reggio

si videro mancare i mezzi per provvedere all'incremento delle lettere

e delle arti ed emulare i loro predecessori. I duchi di Parma, e i

Gonzaga impoveriti per le frequenti guerre ed invasioni trascurarono le

scuole e le accademie che avevano fondato. Soltanto i Medici e i duchi

di Savoia seguitarono le tradizioni dei loro antenati e accrebbero nei

loro stati i centri della cultura.

Le università toscane e le piemontesi furono le sole che dessero in

questo periodo qualche segno di attività scientifica. Sotto il regno

di Emanuele Filiberto fu trasferita in Torino la sede degli studii e a

quell'università vennero chiamati gli uomini più dotti del tempo. Anche

i successori di Emanuele Filiberto protessero le lettere e le scienze

e conservarono per lungo tempo alla università torinese quei privilegi

che aveva goduto come le altre d'Italia nel medio evo.

Ben poco rimane a dire delle università italiane nei secoli successivi.

Tutta la loro importanza scientifica, già diminuita al sopraggiungere

dei principati può dirsi che cessasse affatto quando a questi

subentrarono nel dominio d'Italia le signorie straniere.

Finchè l'Italia fu governata da principi di origine nazionale, le

nostre università sebbene andassero rapidamente decadendo per effetto

del dispotismo che abolì la libertà d'insegnamento nelle scuole, e

concentrò tutta l'attività scientifica nelle Corti e nelle Accademie,

nondimeno conservarono qualche traccia degli antichi sistemi, e un

certo uniforme andamento che ricordava in parte la loro origine e

faceva sentire ancora l'influenza delle tradizioni e il vincolo comune

della nazionalità.

Sopravvenute le dominazioni straniere, le università come tutti

gli altri rami di pubblica amministrazione subirono una profonda

modificazione nel loro intrinseco ordinamento e furono costituite sopra

nuove basi e governate da diversi sistemi.

Quella stessa profonda e marcata divisione politica che rese in poco

tempo straniere l'una per l'altra le provincie italiane e parve che

avesse infranto per sempre il comune vincolo della nostra nazionalità,

portò anche una grande trasformazione nei sistemi scolastici, e le

nostre università mutarono le antiche leggi e la originaria loro

costituzione per accettare i nuovi ordinamenti imposti dallo straniero.

Infatti dal secolo decimottavo in poi le università italiane non ebbero

più un carattere loro proprio, e bastarono pochi anni perchè fossero

affatto dimenticate quelle gloriose tradizioni scientifiche che dettero

per molti secoli alla patria nostra il primato nella cultura civile di

tutti i popoli.

Le Università italiane nel Medio Evo · 第 21 / 38 题