Causa della decadenza delle università italiane — Inimicizia fra le
università — Numero soverchio di esse — Discordie nelle scuole —
Caduta delle repubbliche e dei liberi ordinamenti universitarii
— Trasformazione della cultura italiana al tempo dei Principati —
I letterati e gli artisti alle Corti — Le accademie — Invenzione
della stampa — Influenza dell'educazione ecclesiastica — Le
università italiane dal secolo XVIII in poi.
Abbiamo veduto fin qui quale fosse l'ordinamento delle antiche
università e quali le cause del loro rapido incremento nei tempi di
mezzo. Ora colla stessa brevità esamineremo le cagioni principali della
loro decadenza.
Nelle stesse condizioni intellettuali e politiche della società
medioevale debbonsi investigare le cause della grandezza e della
decadenza delle nostre università. Alcune di queste cause risultarono
dai difetti propri del loro intrinseco ordinamento e furono l'effetto
di una lenta trasformazione sociale che corruppe l'indole e lo scopo
della scienza; altre derivarono dalla maggior diffusione dei centri del
sapere e dai nuovi mezzi scoperti per agevolare la comunicazione delle
idee.
Fra le cause di decadenza che diremo intrinseche alla loro
costituzione, deve annoverarsi la guerra incessante e sleale che le
maggiori università facevano alle altre, per accrescere a loro danno
la fama e lo splendore delle proprie scuole. Il principio della libera
concorrenza che spontaneamente era sorto col progresso della cultura,
troppo di frequente veniva conculcato nei rapporti che le università
più potenti mantenevano colle vicine, alle quali negavano il diritto
di stipendiare dotti insegnanti e di avere numerosi scolari, gelose che
quelle le emulassero nel dare incremento alla scienza e nell'accordare
privilegi e protezione agli studiosi. Anche il papa e l'imperatore,
favorivano le maggiori università nelle loro ambiziose mire a danno
delle altre, e quella di Bologna sopratutto per la sua antichità e
la sua fama, volle esercitare sempre un primato morale, secondata e
protetta in ciò dai papi i quali ebbero molta influenza e autorità nel
suo governo.
Le università, dice il Savigny, portavano con sè il germe della loro
rovina; in quanto che lo splendore onde rifulgevano, dipendeva in gran
parte da cause accidentali, personali e transitorie, le quali venendo
a cessare, tosto che la dottrina di alcuni professori che avevano per
qualche tempo rialzata la scuola, faceva luogo all'inettitudine dei
successori, era giuocoforza che la scuola di bel nuovo precipitasse.
Perocchè le università non avevano altro fondamento che in se stesse
come quelle che erano affatto isolate, senza relazione alcuna colla
indole e colla educazione del popolo e senza la base indispensabile di
scuole scientifiche[484].
Altre cause poi conferivano a dare alle università uno stato incerto
e precario che nuoceva alla loro durevole prosperità, e toglieva
all'insegnamento gran parte della sua efficacia. I frequenti contagi,
le guerre intestine, le discordie, le carestie, mettevano bene spesso
le città nella dura condizione di dover chiudere il loro Studio,
perchè l'erario era esausto e non vi erano altri mezzi per supplire
al mantenimento delle pubbliche scuole. Anche le maggiori università
erano soggette a queste vicende, e ciò avveniva ordinariamente non
solo per effetto di tumulti; ma anche per volontario allontanamento che
taluno dei professori più famosi avesse fatto di una delle università
per passare ad un'altra. Abbiamo veduto che nel secolo XIII queste
emigrazioni di dottori e scolari erano frequentissime e che da quelle
dello Studio di Bologna ebbero anche origine alcune università.
Se si consultano gli storici delle università minori troviamo che
poche eran quelle dove si compiva interamente l'anno scolastico senza
discordie o avvenimenti imprevisti che ne imponessero la chiusura o per
lo meno la sospensione delle lezioni.
Il soverchio numero delle università che ebbero origine in Italia
nel medio evo fu un'altra causa della loro decadenza. Infatti non era
possibile che lo stuolo dei dotti e degli scolari, per quanto diffuso
fosse allora l'amore per la scienza, bastasse a riempire tutti i
centri di attività intellettuale che sorgevano in quasi tutte le città
italiane. Quindi le università minori erano scarse di buoni insegnanti
e di uditori non potendo sostenere per lungo tempo la concorrenza delle
più potenti e ricche università quali erano Bologna, Padova, Pisa,
Napoli, che oltre ad essere provviste di mezzi propri, trovavano, nel
governo dal quale dipendevano, ampia sorgente di entrate e una valida
protezione. È vero che le città minori supplivano alla scarsezza
dei mezzi propri, largheggiando nella concessione dei privilegi ai
dottori e agli scolari come ne accerta la famosa Carta Vercellese; ma
ciò non bastava a dar loro tanta importanza agli occhi degli studiosi
da abbandonare i maggiori studi per recarsi alle loro scuole. Taluno
dei più famosi dottori insegnò per lungo tempo anche nelle minori
università come si narra dal giureconsulto Baldo che dimorò per
trentatrè anni a Perugia; ma questo avveniva raramente e per ragioni
speciali come l'amor di patria, e il desiderio di primeggiare e di non
avere concorrenti nell'insegnamento. In generale chi aveva acquistato
un nome illustre, ambiva di occupare una cattedra nelle maggiori
università dove erano più grandi gli onori e più cospicui gli stipendi.
Per tutte queste ragioni, le università secondarie non potevano
sostenere a lungo la concorrenza delle altre che fornite di grandi
entrate e favorite di larga protezione dalle città in cui risiedevano,
erano le più popolate di scolari e le meglio provviste di buoni
insegnanti.
Assai prima che i Principati concentrassero per fine politico la vita
scientifica della nazione nelle principali città dell'Italia, era
cominciata a manifestarsi la decadenza delle università minori, e la
lenta opera di assorbimento che su queste esercitavano le più famose.
Un'altra causa di decadenza comune a tutte le nostre università fu
quello spirito di discordia che regnava nelle scuole ed eccitava
continuamente l'odio fra gl'insegnanti e i tumulti fra gli scolari.
Nel medio evo la società era turbata da profondi rancori e dalle ire
partigiane, le quali pur troppo si comunicavano anche ai cultori della
scienza, talchè le scuole si mutavano in veri centri di turbolenze,
e in campi di battaglia dove non era lecito manifestare la propria
opinione e primeggiare sugli altri, senza essere esposto ad oltraggi
e a giornaliere persecuzioni. La convivenza con questi uomini
irrequieti, e nei costumi riprovevoli, non poteva tornare molto gradita
a chi voleva dedicarsi allo studio con animo tranquillo e pacato e
rifuggiva dal contrasto di passioni violente che allora mettevano lo
scompiglio nelle università ed eccitavano le discordie fra i dotti.
Uno degli uomini che disprezzava la vita scolastica dei suoi tempi e
che non volle mai prender posto nelle scuole universitarie alle quali
fu più volte chiamato con larghe promesse di onori e di ricompense
pecuniarie[485] fu il Petrarca, che amando di vivere indipendente e
volendo coltivare i suoi studi in pace, rispose sempre a quei che lo
invitavano all'insegnamento che tale ufficio non era conforme alle sue
abitudini e al suo modo di pensare e perciò vi rinunziava, essendosi
procacciato sufficiente fama nel mondo senza imbrancarsi collo stuolo
iracondo dei dotti suoi contemporanei. Quando ebbero origine col
progresso della civiltà altri centri di vita scientifica oltre le
università, molti seguirono l'esempio del Petrarca e si astennero
dall'insegnare.
Oltre le cause di decadenza intrinseche all'ordinamento universitario
del medio evo, abbiamo accennato che altre ancora, inerenti alle
condizioni sociali del tempo cooperarono alla lenta trasformazione
delle università italiane.
Quando alle repubbliche succedettero i Principati, e il dispotismo
cominciò ad esercitare i suoi perniciosi effetti nella società, quei
grandi centri di coltura nazionale perdettero a poco a poco la loro
autonomia, e furono incorporati alle varie istituzioni dipendenti dallo
Stato. La libertà d'insegnamento sempre sospetta e invisa ai tiranni,
non venne immediatamente abolita perchè troppo astuta era la politica
di quei principi, ma menomata con parziali limitazioni e riserve, e
ristretta dentro limiti determinati.
I primi atti d'influenza governativa sulle università furono
esercitate dai principi collo scopo di sorvegliare l'andamento degli
studii, di proteggere la scienza e i suoi cultori. I disordini che
si manifestavano nelle scuole, e le frequenti turbolenze cui davano
luogo le troppo vive emulazioni dei dotti, giustificavano in parte
questa ingerenza, la quale veniva talvolta anche spontaneamente
accettata dalle stesse università in cambio dell'alta protezione di
un principe prodigo e liberale in favore degli studi che provvedesse
al mantenimento delle scuole e allo stipendio degl'insegnanti.
Così tacitamente i rispettivi principati si arrogarono il diritto
di sorvegliare e dirigere le università che si trovavano nel loro
territorio, di eleggervi ufficiali di propria scelta, di compilare
e abrogare gli statuti, e di procedere alla nomina dei professori. E
non solo lo Stato cominciò fin d'allora ad ingerirsi dell'ordinamento
interno delle nostre università, ma ne limitò il numero largheggiando i
principi della loro protezione colle università maggiori e con quelle
specialmente che risiedevano nelle principali città del territorio.
Infatti col sopraggiungere del secolo decimoquinto lo spirito di
accentramento che è inerente all'indole dei governi dispotici, cominciò
a manifestarsi palesemente anche nell'ordinamento degl'istituti
scientifici di ogni provincia d'Italia. Nel luogo dove risiedeva il
principe quasi ad ornamento della reggia, venivano fondate accademie,
biblioteche ed altri centri di attività scientifica mentre nelle altre
città deperivano gli studi, si chiudevano le scuole, e diminuiva il
numero dei dotti che sedotti dalle lusinghe e dal fasto dei nuovi
mecenati che andavano ad aumentare il numero dei loro cortigiani.
Quale fosse la vita delle corti italiane nel secolo decimoquinto si può
rilevare dagli scrittori del tempo. I Medici di Firenze, i Visconti di
Milano, gli Estensi di Modena, gli Scaligeri di Verona, i Malatesta
della Marca, i Gonzaga di Mantova e tutti gli altri principi che
dominavano in Italia, gareggiavano tra loro per proteggere le arti e le
lettere, per avere ai loro stipendi gli uomini più illustri del secolo,
per raccogliere i monumenti più rari e preziosi della coltura antica.
Il principe presiedeva i frequenti ritrovi dei dotti che vivevano
nella sua corte, ascoltava con diletto le loro composizioni, suggeriva
talvolta gli argomenti che dovevano trattare, manifestando sempre
il desiderio che si perpetuassero nei poemi o nelle opere d'arte le
gloriose gesta della propria famiglia, che se ne ricercassero le
origini nei tempi eroici e favolosi della più remota antichità. I
più grandi ingegni che per le mutate condizioni dei tempi dovevano
adattarsi a vivere sotto la protezione di qualche potente, non poterono
sfuggire all'influenza dei costumi corrotti delle corti e divennero
anch'essi per necessità adulatori. Il Tasso e l'Ariosto posero a
fondamento dei loro immortali poemi le gesta eroiche degli antenati
di quei principi che li avevano stipendiati e ciò per compiacere alla
vanità dei loro mecenati. La dottrina degli eruditi, la fantasia
dei poeti e degli artisti erano al servizio di questi superbi e
vanagloriosi, i quali mentre ostentavano un culto profondo per il
sapere, facilmente confondevano colla turba degli altri cortigiani i
dotti che vivevano presso di loro e amareggiavano spesso con rampogne e
sarcasmi quel pane che dividevano con essi alla propria mensa.
Nondimeno per quanto le corti fossero corruttrici delle lettere e delle
arti; per quanto i principi sotto pretesto di favorire i dotti e il
culto del sapere cercassero di piegare gli animi e le menti dei popoli
alle loro ambiziose mire, e coprissero col fasto e la munificenza
l'intento di dominare, è innegabile che dal secolo XV in poi si
raccolsero all'ombra delle reggie i migliori ingegni del tempo, i quali
trascurando le nobili gare dell'insegnamento che non procurava più gli
antichi onori, si mettevano sotto la protezione dei potenti.
Molti di quei dotti che insegnavano nelle università erano ospiti dei
principi e dividevano le cure della cattedra cogli uffici e le brighe
del cortigiano, e dovevano necessariamente sacrificare l'indipendenza
della ragione e le loro convinzioni scientifiche ai voleri dei loro
mecenati.
Come nei secoli passati non si poteva aspirare ai più alti gradi
sociali senza essersi guadagnata la pubblica stima professando
l'insegnamento nelle università, così dal cinquecento in poi le corti
divennero il centro principale della cultura italiana e la protezione
dei principi fu avidamente cercata dai dotti come l'unico mezzo per
acquistare fama, ricchezza ed onori.
Anche il sorgere delle accademie contribuì a scemare importanza
scientifica alle università italiane.
Questi nuovi centri di cultura resero la scienza al pari della nobiltà
un privilegio di casta, e un titolo d'onore riserbato a pochi. E
mentre le male signorìe che nel cinquecento avevano invasa l'Italia
distrussero la libertà civile e politica, le accademie spensero
negli animi ogni nobile e virile ardimento e fecero aspra guerra
all'indipendenza della ragione e alle libere indagini del vero.
In queste associazioni di letterati e di artisti si introdussero
tutti i vizii e i corrotti costumi delle corti. Gli stessi misteriosi
intrighi, le basse persecuzioni, le sterili invidie che dominavano
gli animi dei famigliari dei principi, erano proprie degli accademici
che, cortigiani anch'essi, si adulavano a vicenda e coprivano la loro
boriosa nullità con lodi esagerate e titoli pomposi.
Le accademie colle pastoie del pedantismo e colle velenose arti di una
critica bugiarda, tolsero alle menti ogni originalità, e inaugurarono
in Italia la servitù del pensiero.
La lingua nostra che nei secoli di Dante, del Petrarca, era tenuta in
onore perchè parlata da un popolo libero, fu disprezzata dai dotti e
lasciata al volgo. Le arti, perduta la spontaneità si corruppero per
sforzo d'imitazione, e caddero nelle esorbitanze di una falsa scuola
che segnò il principio della loro decadenza.
E ciò perchè le fonti vive della ispirazione che veniva ai letterati
e agli artisti dal convivere col popolo, mancarono col sopraggiungere
del dispotismo; perchè nelle scuole i dotti non poterono più far
sentire la loro voce e comunicare le cognizioni alla gioventù senza
che la sospettosa vigilanza del governo non imponesse limiti e
condizioni all'insegnamento, perchè in una parola la cultura non era
più l'espressione del pensiero nazionale; ma strumento di servitù e di
corruzione.
E tanto erano mutati i tempi, che i più insigni italiani si tenevano
a gloria di appartenere all'una o all'altra di queste accademie.
Il Berni, il Molza, il Casa, il Firenzuola, si disputavano l'onore
di sedere fra gli accademici. Il Panormita e il Pontano fondavano
un'accademia in Napoli; quella di Ferrara doveva essere inaugurata da
un discorso del Tasso sopra un sonetto del Casa; quella di Modena aveva
nel suo seno il Castelvetro, il celebre competitore di Annibal Caro, e
la Veneta eleggeva a suo cancelliere Bernardo Tasso.
La cura e lo zelo che posero i principi assistiti dai dotti del
loro tempo nel raccogliere i monumenti della cultura classica che si
trovavano sparsi in tutte le parti del mondo, favorì lo svolgimento
del sapere al di fuori delle scuole, e così le università alle quali
nei secoli precedenti era affidato tutto il movimento scientifico, si
trovavano a dover competere colle corti nelle quali si adunavano le
sparse traccie della civiltà romana e greca e offrivano il mezzo agli
studiosi di erudirsi senza aiuto di maestri. I letterati più sommi
del tempo erano distratti dalle cure dell'insegnamento a cagione dei
frequenti viaggi che intraprendevano o spontaneamente o per commissione
dei principi nelle più lontane regioni d'Europa e in cerca di codici e
manoscritti.
In buon punto giunse l'invenzione della stampa perchè in tanta
gara di resuscitare gli antichi avanzi della cultura classica, per
quanto fossero moltiplicati i copisti e trovassero nell'esercizio di
quest'arte larghi compensi, non si poteva supplire col paziente lavoro
della mano alla straordinaria diffusione dei libri e alle numerose
richieste che ne facevano gli studiosi. La stampa propagando le
cognizioni con maravigliosa celerità, estese i benefizi della scienza
rendendo possibile a tutti senza aiuto di maestri e con poche spese,
l'acquisto del sapere.
Nei secoli precedenti le cognizioni scientifiche erano nel dominio
delle università, le quali ne facevano un monopolio. L'insegnamento
orale era il solo mezzo per comunicare le idee e non si poteva senza
udire la viva voce di un professore divenire dotti. La stampa insieme
alle Corti, alle Accademie distolse gran parte di quei che prima
frequentavano le università, dall'accorrere alle lezioni, e chiedere
l'investitura di gradi accademici poichè senza essere stato alle
pubbliche scuole nè aver conseguito il titolo di dottore ognuno poteva
aspirare ai più alti gradi sociali e acquistar fama di sapiente.
Aggiungasi poi che gli stranieri i quali dapprima erano costretti,
specialmente per lo studio delle leggi, a frequentare le nostre
università, coll'invenzione della stampa e colla maggior diffusione dei
libri, poterono senza allontanarsi dalla loro patria istruirsi nella
giurisprudenza. Nel secolo decimosesto poi si moltiplicarono le scuole
di diritto anche nelle università straniere, e così l'Italia venne a
perdere il primato in questa scienza.
Se consultiamo gli storici troviamo infatti che le università italiane
col secolo decimosesto cominciavano a scarseggiare di studenti
forestieri e se alcuni ve ne rimasero fu perchè ve li attirava il
nome di qualche famoso giureconsulto. Ma l'antico splendore di quei
grandi corpi scientifici era ormai offuscato, e la loro decadenza dal
cinquecento in poi divenne manifesta. Alla quale contribuì non poco
lo avere i principi dovuto, per fine politico, scemare il numero delle
immunità e privilegi di cui erano investiti gli scolari togliendo loro
il godimento di quella autonomia che per lunghi secoli era stata loro
concessa come un diritto inerente ai cultori della scienza.
La rapida trasformazione che subirono le nostre università di fronte
a quelle straniere, e la più pronta decadenza, deve attribuirsi
anche alla loro diversa indole e al differente organismo. Infatti le
università italiane come associazione indipendenti, non sentirono mai
l'influenza di alcun potere, e vissero sempre di vita propria. Invece
le università degli altri paesi come ad esempio quelle di Francia,
di Spagna, d'Inghilterra e più tardi quelle di Germania, ebbero
più frequenti contatti collo Stato il quale esercitò sempre la sua
sorveglianza sulle pubbliche scuole e prese parte alla compilazione
degli statuti e all'elezione degli ufficiali universitarii.
Lo spirito repubblicano che dominò in Italia nel medio evo, s'infuse
negli ordinamenti e nella vita scolastica, la quale come vedemmo,
aveva comune colla società di quel tempo, gli odii di parte, le vive
emulazioni e il sentimento d'indipendenza. Sopraggiunti i principati,
si estinsero in Italia le libertà municipali e le prime istituzioni che
risentirono i dannosi effetti del dispotismo furono le università, e
gli antichi ordinamenti scolastici cambiarono coi tempi nuovi, indole
e scopo. Negli altri paesi invece dove l'autonomia dei Comuni non fu
mai tanto estesa da escludere l'ingerenza dello Stato, le università
se modificarono il loro organismo a seconda delle condizioni sociali e
dei progressi della civiltà, ciò avvenne per l'opera lenta del tempo;
mentre le italiane appena che soppraggiunse il dispotismo, dovettero
subire un repentino cambiamento nella interna costituzione essendo
state private ad un tratto della loro autonomia e di tutti quei
privilegi che avevano tanto contribuito alla loro grandezza.
Ad affrettare la decadenza della civiltà e la corruzione nei costumi,
contribuì non poco anche il predominio che, nel secolo decimosesto
e più nei seguenti, presero gli ecclesiastici negli istituti di
pubblica istruzione. Diffusi in poco tempo gli ordini monastici per
tutta l'Italia venne ad essi esclusivamente affidata l'educazione dei
giovani, i quali dovevano compiere sotto la loro direzione il tirocinio
degli studii.
Anche le università risentirono i gravi danni dell'influenza
ecclesiastica, perchè la censura e l'Inquisizione limitarono il campo
alla scienza e molti rami d'insegnamento vennero aboliti sotto pretesto
che erano contrari ai dogmi e ai precetti del culto cattolico. Le
scienze politiche che cominciavano a prender luogo nelle università
straniere erano guardate con sospetto fra noi come nemiche della fede
e contrarie al paterno regime. Ai vescovi fu affidato il supremo potere
delle università e il diritto di sorvegliare l'andamento degli studii e
conferire i gradi accademici.
Gl'insegnanti erano scelti nel numero di quei che avendo dato lunga
prova di cieca obbedienza al potere, e di fede incorrotta, potevano
offrire al principe e alla Chiesa certa garanzia che le dottrine
esposte dalla cattedra e le opinioni da essi professate in privato non
avrebbero insinuato nei giovani il germe di principii e massime avverse
alle autorità civili ed ecclesiastiche.
Così le università come tutti gli altri istituti scolastici d'Italia
furono sottoposte all'assoluto dominio dei governi dispotici e della
Corte romana.
Nel secolo decimosettimo peggiorarono le condizioni degli studi
in Italia anche perchè molti di quei principi che si erano fatti
protettori delle arti e delle lettere sentirono indebolita la loro
potenza per effetto delle straniere dominazioni. Nel regno di Napoli,
nella Sicilia, e nello stato di Milano dove dominavano i governatori
spagnuoli, le scuole non trovarono più nessuna protezione nel governo
intento solo a spogliare i cittadini con enormi balzelli per conto di
quei re che avevano mandato i loro eserciti in Italia come in terra di
conquista.
Estinta la casa dei duchi d'Urbino passarono i loro dominii ai papi.
Gli Estensi perduta Ferrara e ristretti ai ducati di Modena e di Reggio
si videro mancare i mezzi per provvedere all'incremento delle lettere
e delle arti ed emulare i loro predecessori. I duchi di Parma, e i
Gonzaga impoveriti per le frequenti guerre ed invasioni trascurarono le
scuole e le accademie che avevano fondato. Soltanto i Medici e i duchi
di Savoia seguitarono le tradizioni dei loro antenati e accrebbero nei
loro stati i centri della cultura.
Le università toscane e le piemontesi furono le sole che dessero in
questo periodo qualche segno di attività scientifica. Sotto il regno
di Emanuele Filiberto fu trasferita in Torino la sede degli studii e a
quell'università vennero chiamati gli uomini più dotti del tempo. Anche
i successori di Emanuele Filiberto protessero le lettere e le scienze
e conservarono per lungo tempo alla università torinese quei privilegi
che aveva goduto come le altre d'Italia nel medio evo.
Ben poco rimane a dire delle università italiane nei secoli successivi.
Tutta la loro importanza scientifica, già diminuita al sopraggiungere
dei principati può dirsi che cessasse affatto quando a questi
subentrarono nel dominio d'Italia le signorie straniere.
Finchè l'Italia fu governata da principi di origine nazionale, le
nostre università sebbene andassero rapidamente decadendo per effetto
del dispotismo che abolì la libertà d'insegnamento nelle scuole, e
concentrò tutta l'attività scientifica nelle Corti e nelle Accademie,
nondimeno conservarono qualche traccia degli antichi sistemi, e un
certo uniforme andamento che ricordava in parte la loro origine e
faceva sentire ancora l'influenza delle tradizioni e il vincolo comune
della nazionalità.
Sopravvenute le dominazioni straniere, le università come tutti
gli altri rami di pubblica amministrazione subirono una profonda
modificazione nel loro intrinseco ordinamento e furono costituite sopra
nuove basi e governate da diversi sistemi.
Quella stessa profonda e marcata divisione politica che rese in poco
tempo straniere l'una per l'altra le provincie italiane e parve che
avesse infranto per sempre il comune vincolo della nostra nazionalità,
portò anche una grande trasformazione nei sistemi scolastici, e le
nostre università mutarono le antiche leggi e la originaria loro
costituzione per accettare i nuovi ordinamenti imposti dallo straniero.
Infatti dal secolo decimottavo in poi le università italiane non ebbero
più un carattere loro proprio, e bastarono pochi anni perchè fossero
affatto dimenticate quelle gloriose tradizioni scientifiche che dettero
per molti secoli alla patria nostra il primato nella cultura civile di
tutti i popoli.