Origine dei gradi accademici — Antichità della parola _dottore_
e dell'uso della laurea — Qualità richieste per ottenere il
grado di dottore — Gradi accademici minori — Il baccellierato —
La licenza — Esperimenti che precedevano il conferimento della
laurea — Solennità colla quale si festeggiava il giorno della
laurea — Spese per ottenere il grado di dottore — Diverse specie
di lauree — Privilegi e diritti propri del grado di dottore.
Appena le università divennero corpi privilegiati e indipendenti,
acquistarono la facoltà di conferire i gradi accademici e i diritti e
le franchigie ad essi inerenti. È da notarsi che le università antiche,
anche in questo essenzialmente diverse dalle moderne, conferivano
le insegne ed i gradi più per l'utile scientifico che per abilitare
all'esercizio delle professioni.
Quando taluno veniva insignito del titolo di baccelliere, di licenziato
o di dottore (nei quali tre titoli si riassumevano i gradi accademici
di quel tempo), acquistava il diritto d'insegnare e poteva da quel
momento partecipare a tutti i privilegi e alle franchigie scolastiche.
Bastava uno di questi tre titoli per acquistare la facoltà d'insegnare
in una università; ma il pieno godimento di tutti i diritti accademici
non si poteva conseguire se non si era ottenuto il grado di dottore
e non si faceva parte di un collegio universitario. Adunque, quando
taluno veniva chiamato dottore, s'intendeva nel vero senso della
parola, di parlare di quello che insegnava o come allora dicevesi,
leggeva (_doctor legens_): tutti gli altri erano per ironia chiamati
(_doctorelli_) e, secondo l'opinione di molti scrittori, non potevano
godere dei privilegi e delle immunità proprie di quel grado[254].
È molto incerta l'epoca in cui si cominciò a conferire il titolo e le
insegne di dottore nelle università. Gli eruditi hanno fatto molte
ricerche sopra questo argomento; ma non son giunti a provare con
evidenza a qual tempo risalga l'origine di questo grado e in quali
scuole venisse per la prima volta conferito.
Alcuni storici attribuiscono ad Irnerio l'uso di celebrare con
solennità il conferimento del titolo e delle insegne, ma non vi sono
documenti che confermino questa opinione. I segni dell'investitura
del dottorato che erano la veste, il berretto, o l'anello, non è
inverosimile che fossero tolti dall'uso molto comune in quei tempi
d'incoronare i poeti.
Il Villani, parlando di Dante, dice che fu seppellito a grande onore in
abito di poeta.
La laurea è certamente anteriore al dottorato come grado accademico.
Infatti l'imperatore Ottone III, scrivendo al monaco Gerberto che
divenne poi papa Silvestro II, lo chiama «filosofo peritissimo e
laureato nelle tre parti della filosofia[255].»
Certo è che per non confondersi nell'origine del dottorato, è
d'uopo distinguere due epoche diverse nella storia di questo titolo
scolastico. Bisogna avvertire che prima assai della costituzione
delle università, era conosciuto il nome di dottore; ma non prese
il significato di ufficio e di grado accademico, se non quando si
formarono le prime scuole universitarie e gl'insegnanti vennero
rivestiti di privilegi e di giurisdizione sugli scolari. Fu necessario
allora far distinzione fra chi insegnava nelle università e i maestri
privati, e stabilire con un nome nuovo la differenza fra quei che
coltivavano le scienze insegnando nelle pubbliche scuole, e quelli
che si dedicavano alle arti ed alle professioni, e sebbene avessero
facoltà di leggere in cattedra pure se ne astenevano. Cominciò allora
la distinzione volgarissima nel linguaggio scolastico del medio evo
fra dottore leggente (doctor legens) e dottore non leggente (doctor non
legens).
Secondo il Sigonio quelli che modernamente son chiamati dottori,
nel medio evo si dicevano giurisperiti o giudici: quelli invece che
oggi diconsi professori si chiamavano allora dottori[256]. E questa
distinzione è molto esatta e dimostra che nel medio evo come oggidì
si poneva gran differenza fra chi era investito di un semplice grado
accademico e chi aveva facoltà di adempiere l'ufficio d'insegnante.
Nei primi secoli del rinascimento il nome di dottore, al dire del
Muratori, ebbe un significato tanto esteso che poteva assumerlo anche
chi esercitava un'arte manuale. Infatti si trovano ricordati «doctores
librarii, doctores sagittarum, etc.[257]. Il Colle[258] in un documento
del 1170, ha riscontrato che un miniatore aveva il titolo di dottore
in Padova, dicendo il documento «che era un buono e bravo dottore, cioè
nell'arte sua di miniare.»
Da questi esempi pare evidente che il significato originario di dottore
fosse quello di persona esperta e provetta in qualche arte o scienza.
In seguito si attribuì il titolo di dottore soltanto a chi insegnava
nelle scuole private, e fu adoperato un tal nome promiscuamente cogli
altri molto in uso nei primi secoli del risorgimento del sapere,
di _judices, magistri, causidici_ e simili. Irnerio è chiamato nei
documenti del tempo sempre _judex_, o _magister_ e non dottore[259].
Osserva però il Sarti che un certo Valfredo contemporaneo d'Irnerio che
viveva nel 1139, si trova indicato col nome di _legum doctor_[260].
Così pure alla battaglia della Meloria furono fatti prigionieri
diciassette sapienti di governo che il cronista Foglietta chiama
dottori[261].
È manifesto adunque che il titolo di dottore ha avuto significato
differente secondo i tempi e lo stato della scienza. Infatti verso
il secolo XII il nome di dottore diviene meno generico come abbiamo
osservato desumendo questa opinione dai più autorevoli documenti
del tempo, perchè si attribuisce non più a tutti quanti esercitavano
un'arte o una professione; ma soltanto a quelli che avevano fondato
una scuola ed insegnavano qualche scienza. E ciò può dimostrarsi
anche osservando che col risorgere dello studio delle leggi che ben
presto si propagò in tutte le nascenti università, assorbendo quasi
tutto l'insegnamento di quei secoli, cominciarono a chiamarsi dottori
esclusivamente i giureconsulti i quali erano in maggior numero nelle
scuole ed insegnavano pubblicamente e con grandissimo concorso di
discepoli la loro scienza. Infatti nel secolo decimoterzo il titolo di
dottore nel senso d'insegnante era poco adoperato nel linguaggio comune
ed esclusivamente attribuito ai cultori del diritto[262] e specialmente
ai civilisti che erano sopra gli altri privilegiati.
La vera origine però del nome di dottore, nel senso che fu inteso nelle
università, risale all'autentica famosa colla quale Federigo I concesse
insieme alle altre franchigie agli scolari bolognesi il privilegio
della giurisdizione e conferì agl'insegnanti, che erano chiamati ad
esercitarla, la prerogativa e l'autorità di pubblici ufficiali.
Infatti dal trecento in poi non bastava, per avere il diritto di farsi
chiamare dottori, lo avere ottenuta la facoltà d'insegnare in qualche
università; perchè ciò poteva venire concesso per le consuetudini
scolastiche anche ai semplici licenziati e baccellieri e perfino agli
scolari.
Chi intendeva di aspirare al titolo di dottore, doveva dunque oltre al
diritto d'insegnare, avere ottenuto i gradi accademici e le insegne
della laurea che erano il simbolo dell'autorità propria del grado di
cui voleva essere investito. Superati gli esami e adempite tutte le
formalità prescritte dagli statuti, il candidato entrava nel collegio
dei dottori e da quel momento poteva esercitare tutti i diritti della
giurisdizione scolastica e conferire ad altri il dottorato.
I giurisperiti che aspiravano all'esclusivo godimento dei privilegi
universitari non volevano concedere ai cultori delle altre scienze
la facoltà di prendere le insegne dottorali sdegnando di assumere
con quelli un titolo comune. In progresso di tempo i giureconsulti
permisero che anche gli artisti appartenenti ad altra università si
chiamassero dottori, sicchè un tal grado tornò ad essere molto diffuso
e ne furono investiti i medici che si chiamarono (doctores medicinae
vel fixicae); i maestri di logica e di filosofia, i notari (doctores
notariae) e perfino i grammatici (doctores grammaticae). Sembra però
che gli artisti anche dopo avere assunto il nome di dottore fossero
esclusi dal collegio[263].
La più antica laurea della quale è rimasta memoria e di cui si conserva
tuttora il diploma originale, è dell'anno 1276, e fu conferita nello
Studio di Reggio[264].
L'autorità di conferire le lauree risiedeva nel papa il quale si faceva
rappresentare dai vescovi che si chiamavano cancellieri apostolici.
Negli atti più antichi dei magisteri è detto che si conferiscono i
gradi accademici «ex inveterata consuetudine et romanorum Pontificum
indulgentia[265].»
Era comune nel medio evo l'uso di distinguere i dottori secondo la
scienza che professavano. Niccola Boerio seguendo, com'egli dice,
l'opinione generale, pone in primo luogo i teologi, nel secondo i
giuristi, nel terzo i medici, nel quarto i filosofi e i professori
delle arti. Fra i giurisperiti, esso afferma, sono da preferirsi i
canonisti e fra questi i più anziani d'età e d'insegnamento a meno che
non vi siano dei giovani che li superino in virtù e scienza e che siano
investiti di qualche dignità. Imperciocchè, soggiunge il citato Boerio,
i teologi trattano della divinità e delle cose divine, i canonisti
del bene comune e anche di Dio, i legisti soltanto del bene comune e
i medici del corpo umano. I giuristi poi sono superiori ai medici di
tanto quanto l'animo al corpo, la giustizia all'infermità[266].
I dottori legisti per molto tempo sostennero di avere un diritto di
preferenza sopra tutti gli altri. Odofredo spiega la ragione per la
quale egli crede che i dottori giuristi debbano precedere gli altri
nelle dignità e negli onori. I dottori di legge, egli dice: «vocantur
antecessores quia professores legum debent ire ante alios et excedunt
alios in scientia et moribus[267].» I legisti erano chiamati anche
«domini, o doctores nobilissimi,» poichè i dottori in diritto, dice il
Middendorpio, non solo sono nobili, ma più nobili di tutti gli altri e
amici dell'imperatore.
Il Sarti avverte che quando il titolo di maestro veniva posto innanzi
il nome, come _magister Petrus_, significava la qualità di dottore di
legge; quanto succedeva al nome stava a indicare un dottore delle arti
come un filosofo, un medico, un grammatico[268].
Il conferimento della laurea era preceduto da altri due gradi
accademici cioè il _baccellierato_ e la _licenza_. Il baccellierato fu
nei secoli posteriori alla fondazione delle università che prese il
carattere di vero grado accademico: per lo innanzi, come giustamente
avverte il Savigny, bastava per ottenerlo l'approvazione privata di un
solo dottore senza la sanzione del collegio. Nell'università di Bologna
si accordava il titolo di baccelliere a quelli scolari che avessero
letto un'opera intera nelle lezioni straordinarie senza bisogno di
nessun altro esperimento.
Si crede che il nome di baccelliere derivasse dalla parola (baccellus)
che era una verghetta che stava a simboleggiare quel grado.
In seguito, il baccellierato divenne un vero grado accademico,
quando cioè per ottenerlo si richiedeva un pubblico esperimento e
l'approvazione del collegio dei dottori. I baccellieri erano obbligati
come i dottori ad assistere alle dispute e alle argomentazioni
scolastiche. Non potevano però fare altro che letture straordinarie
perchè le ordinarie erano riserbate ai dottori e di preferenza
ai cittadini. I baccellieri avevano anche il diritto di assistere
alle lauree e argomentare insieme ai dottori coi candidati. Quando
un baccelliere era iscritto nel collegio dicevasi «baccalarius
incorporatus.»
Questo grado era comune a tutte le scienze; ma il maggior favore lo
incontrò nelle scuole di teologia dove i baccellieri avevano diversi
nomi come: «biblici, sententiari, censori, formati, incorporati,
ecc.[269].»
La licenza che dicevasi ancora «examen, privata examinatio o licentia
conventus,» era l'esperimento che precedeva la laurea. L'esame per
ottenere la licenza dicevasi anche «rigorosum» perchè era quello nel
quale si sperimentava la capacità del candidato che era chiamato
a svolgere e a discutere la sua tesi in faccia al vescovo e ai
dottori[270].
Avanti l'examen erano assegnati al candidato due testi (puncta
assignata) uno di diritto canonico a chi voleva essere licenziato
o laureato in quella scienza, e di diritto romano, o di ambedue.
Il licenziando leggeva la sua tesi e contro di lui argomentavano i
dottori. Se il candidato veniva approvato, riceveva il grado della
licenza e prendeva il nome di «licentiatus.»
La licenza, in una parola, era un'approvazione privata, ma solenne
che il collegio dei dottori conferiva al candidato dopo di averlo
sottoposto ad un rigoroso esperimento. La laurea che seguiva la
licenza, non rappresentava che la solennità e l'apparato esterno della
cerimonia accademica che accompagnava il conferimento del grado,
e non era indispensabile per acquistare il diritto d'insegnare e
partecipare ai privilegi e alle franchigie universitarie. Infatti,
molti per evitare le soverchie spese della cerimonia o per altre
cagioni, lasciavano passare molto tempo fra la licenza e laurea godendo
nondimeno gli stessi diritti e le immunità dei dottori, eccetto quello
di potere indossare la veste talare che era il segno del grado.
I collegi mettendo i licenziati a parte di tutti i privilegi propri dei
dottori, solevano generalmente sottoporre il candidato al giuramento di
non prendere la laurea in luogo diverso da quello dove gli era stata
conferita la licenza sotto pena di esser dichiarato perpetuamente
incapace di far parte del collegio[271].
La solennità che accompagnava la laurea dicevasi «conventus,» parola
che stando all'originario suo significato denotava l'aggregazione del
nuovo dottore al collegio universitario.
Troviamo usata frequentemente dagli scrittori del secolo XIII e XIV, la
parola _convento_ nello stesso senso, come pure l'altra di _conventato_
che volea significare il dottore aggregato al collegio. Non è al tutto
priva di fondamento l'opinione di certi scrittori che fanno risalire la
voce «conventus» ad una origine monastica assai antica di conferire i
gradi avanti che tale uso passasse nelle università.
È indubitato che le lauree mediche, per tacere delle altre, furono
conferite nei monasteri molto prima che fossero accolte nelle comuni
consuetudini scolastiche[272].
Molte erano e solenni le condizioni richieste per ottenere la laurea
nelle università del medio evo.
Bisogna premettere a schiarimento di questo tema che allora gli esami
annuali di promozione non si conoscevano. La capacità degli scolari si
misurava non già da sterili e fallaci prove, ma dall'esercizio fecondo
delle ripetizioni e delle dispute e dall'assistenza alle lezioni
pubbliche e private[273]. Gli esperimenti ai quali si sottoponevano
allora gli scolari, erano diretti ad ottenere uno dei tre gradi
accademici già da noi ricordati e a partecipare all'esercizio di tutti
quei diritti e privilegi che ivi erano annessi.
Il candidato, che voleva presentarsi agli esami di laurea, doveva
provare di aver frequentato l'università per un numero di anni
determinato dagli statuti locali. A Bologna per gli antichi statuti
erano necessari otto anni di studio per divenire civilisti; cinque per
essere promossi in diritto canonico.
A Padova il candidato per ottenere la laurea in diritto civile doveva
avere studiato gius romano per sei anni. Tre o quattro anni di studio
di diritto canonico contavano per due o tre anni di diritto romano. Per
esser promosso in diritto canonico, doveva provare di avere studiato
sei anni in quella università, oppure due anni il diritto canonico
e cinque il romano. Doveva inoltre il candidato a forma dei primi
statuti aver fatto una ripetizione o una disputa, ovvero trenta lezioni
pubbliche.
La dimora in una città per ragioni di studii talvolta si protraeva
anche al di là del termine ordinario richiesto dagli statuti, e ciò
quando gli scolari volevano partecipare a qualche privilegio speciale.
In Bologna, ad esempio, chi voleva essere ammesso al godimento del
diritto di cittadinanza doveva aver frequentato per un decennio quella
università[274].
Talvolta veniva richiesta una espressa dichiarazione dei dottori che
attestasse della frequenza del candidato durante gli anni di studio.
Ne abbiamo un esempio in Padova, dove nel 1636 fu ordinato che nessuno
potesse divenire dottore se non avesse frequentato per cinque anni
l'università provando ciò colla testimonianza di quattro professori.
Generalmente il candidato si poteva presentare ai collegi per ottenere
la promozione in qualunque stagione dell'anno. S'incontra però qualche
eccezione a quest'uso comune a tutte le università, nella storia di
Padova dove si narra che nel 1654 il tempo per il conferimento dei
gradi fu ristretto all'epoca delle vacanze: ma ben presto, essendosi
verificati soverchi incomodi e danni per questa innovazione, si ritornò
all'antica consuetudine[275].
Nella riforma dello Studio di Pisa si determinò il tempo delle lauree
dal novembre al giugno, cioè per tutto l'anno scolastico.
Si faceva però eccezione quanto ai forestieri i quali potevano chiedere
di essere promossi anche nelle vacanze[276].
Quando il candidato veniva sottoposto all'esame, si sceglieva dal
collegio un numero determinato di dottori i quali erano incaricati di
assistere all'esperimento e di conferire la laurea. Questi dottori si
distinguevano in due classi: ordinari e straordinari che si dicevano
ancora numerarii e soprannumerari.
I dottori ordinari godevano di un emolumento fisso per ciascuna laurea
alla quale assistevano; i dottori straordinari supplivano in caso di
assenza o d'impedimento gli altri e in questo caso soltanto godevano
della retribuzione fissata per gli ordinari.
I dottori ordinari erano generalmente in numero di dodici e venivano
scelti fra i cittadini.
Prima cura del candidato avanti di esporsi all'esperimento era quello
di scegliersi i Procuratori che la dovevano presentare al Priore del
collegio dei dottori e assistere durante la cerimonia, e giurare se lo
credevano idoneo di presentarsi alla laurea. Il numero dei promotori
variava secondo le università, da due a quattro[277].
Era d'obbligo anche il deposito di una certa somma determinata
diversamente dagli statuti e dalla consuetudine delle varie università.
Questa cauzione era differente anche secondo le diverse scienze nelle
quali il candidato voleva prendere la laurea. Ad esempio, per gli
statuti dell'università di Torino del 1448, i candidati di chirurgia
pagavano la metà di quelli di medicina e di filosofia[278].
Fatto il deposito, per ordine del Priore si convocava il collegio e
il candidato si presentava accompagnato dai suoi Procuratori e veniva
destinato il giorno e l'ora dell'esame finale. Durante l'esame i
promotori si sedevano presso il candidato, ma era loro rigorosamente
proibito di suggerire le risposte[279]. Era pure vietato loro di
ricevere denari o doni per l'assistenza agli esami[280].
Il candidato era obbligato di giurare tanto avanti la licenza che
la laurea di avere studiato il tempo prescritto e di non recar danno
giammai nè all'università nè agli scolari, e di obbedire al Rettore
e agli statuti. Quando veniva ammesso nel collegio dei dottori era
sottoposto ad un nuovo giuramento di fedeltà e di ubbidienza.
Negli statuti dell'università di Torino del 1448 troviamo un'ottima
disposizione che non apparisce se fosse comune anche alle altre
università, ed era la facoltà concessa al candidato di far dispensare
dal voto l'esaminatore che avesse avuto ragionevoli motivi di credere
a lui avverso: «Si laureandus — dice lo Statuto — habuerit aliquum
doctorem suspectum ita ut timeat de ejus voto, teneatur hoc manifestare
Priori ut suspendat illud a voto si suspicio erit legitima[281].»
L'età per ricevere la laurea non è fissata dagli statuti. La prima
laurea conferita a 17 anni fu quella di Cervalle figliuolo del celebre
Accursio. A causa dell'età troppo giovanile nacquero lunghe dispute fra
i dottori sulla legittimità e la convenienza di quella promozione. Chi
faceva il corso ordinario degli studii non poteva però esser dottore
prima di 20 anni.
Il giureconsulto Bartolo che entrò nell'università di Perugia a 14 anni
non ne uscì dottore che a 21.
Il giureconsulto Ancarano enumera i requisiti per divenire dottore che
sono i seguenti:
1º Età di anni 17 almeno.
2º Avere assistito per cinque anni alle lezioni di diritto o averlo
insegnato (nemo enim repente fit summus).
3º Avere imparato o insegnato in libri e luoghi approvati (ubi jura
incorrupte traducetur).
4º Essere migliore degli altri nei costumi.
5º Avere facondia.
6º Possedere sottigliezza nell'interpretare.
7º Avere superato l'esame e ricevuto le insegne del grado.
8º Avere avuto sette dottori all'esame.
9º Avere i dottori, sotto giuramento, attestato della sua idoneità.
10º Essere di nascita legittima (est enim civilis sapientia santissima
res[282]).
La cerimonia colla quale si festeggiava la laurea era accompagnata da
molta solennità. Il giorno convenuto il candidato recavasi al tempio
maggiore della città dove per antico uso si conferivano le insegne
elettorali, e quivi lo aspettavano il Vescovo, il Preside, il Rettore,
il Priore del collegio e i dottori e i magistrati municipali.
Il Rettore dell'università doveva essere invitato alla cerimonia
dello stesso laureando, il quale si recava ad invitarlo accompagnato
da numerosa comitiva al luogo di sua abitazione e in segno di onore
lo conduceva alla Cattedrale sopra un bel cavallo coperto di ricche
gualdrappe ed altri ornamenti.
Le spese di questa solennità, ascendevano a somme cospicue perchè tutto
l'apparato della chiesa dove si faceva la cerimonia, lo sfarzo della
comitiva, i ricchi doni che dovevano essere presentati ai principali
dignitari che vi assistevano, nonchè il dispendio dei conviti e dei
sollazzi coi quali si festeggiava la giornata, era tutto a carico
del laureando. Queste spese in breve aumentarono a tal punto, che nel
1311 dovè intervenire il papa ordinando che il candidato non dovesse
impiegare più di 500 lire per il lusso della promozione[283].
Venuto il candidato in chiesa e presentato al Collegio dai suoi
promotori, cominciava a discutere la sua tesi dinanzi ai dottori che
potevano muovergli difficoltà ed obiezioni.
La disputa per l'ordinario verteva sullo stesso argomento che era
stato già svolto dal candidato nell'esame di licenza; e questo secondo
esperimento non era che una semplice formalità. Negli statuti di Padova
veniva disposto che il candidato potesse avere per oppositore anche un
Baccelliere insieme al Rettore e a due dottori anziani e a due altri
che proponevano due questioni variate onde, la cerimonia della laurea
veniva chiamata anche _variatio_[284].
Finito l'esame, era consegnato a ciascuno dei dottori del collegio
un biglietto, in cui da una parte era scritto (approbo) dall'altra
(reprobo). Raccolti i voti dal Notaro, veniva poi dal Cancelliere
pubblicato l'esito dell'esame.
Per avere un'idea della solennità colla quale solevano festeggiarsi
le lauree nelle università del medio evo, odasi quel che racconta lo
storico Gherarducci:
«Haveva il Consiglio di Bologna alli tre di febraro prossimo passato
(si parla di una laurea dell'anno 1319) in pubblica congregazione
trattato di onorare Taddeo figliuolo di Romeo de Pepoli che si doveva
adottorare, non solamente per essere suo cittadino e nobile, ma anco
per riconoscere l'amore di Romeo che per lo bene comune della città si
affaticava e parimente per inanimire gli altri cittadini e nobili allo
studio delle lettere e delle altre virtù. Et se ben si desidera sapere
a pieno, e non si trovi appunto quale honore gli facesse il Consiglio;
nondimeno credere si può che fosse grande, perchè Romeo era il più
ricco gentiluomo privato che havesse in quel tempo Italia. Egli a dì
primo di maggio in Giovedì fece dottorare Taddeo il figliuolo e in ciò
dimostrò tanta magnificenza, quanta giammai da cittadino privato fosse
usata; perciocchè vestì a tutte sue spese in varie foggie e diversi
colori tutte le compagnie della città di Bologna; le quali compagnie
erano certe ragunanze di giovani che nelle armi e in altri lodati e
virtuosi fatti si esercitavano sotto varj nomi, come la compagnia della
Rosa, della Spada, della Fede, della Mano, della Croce e altre così
fatte imprese.... Poi tenne corte bandita a tutto il popolo con tanta
copia di vasi d'argento, che fu cosa maravigliosa e degna memoria,
e fu però dalle arti della città e da molti cittadini presentato e
honorato....[285]»
Le spese richieste per ottenere la laurea erano sempre superiori a
quelle della licenza o dell'esame privato. A Bologna per la licenza
si dovevano pagare sessanta lire, per la laurea ottanta. I dottori
che presentavano il candidato percepivano ventiquattro lire: quelli
che assistevano all'esame due lire, e una lira per la laurea. Lo
arcidiacono riceveva dodici lire e mezzo per ciascun laureando.
Oltre le spese ordinarie, certi statuti di alcune università
prescrivevano l'obbligo al candidato di provvedere le vesti a tutti
quelli che dovevano assistere alla cerimonia, nonchè l'anello e i
guanti per il vescovo e i dottori.
Queste spese non dipendevano dall'arbitrio dei candidati, ma erano
regolate dalla prescrizioni del collegio. Nel 1393 narra il Colle, che
il preside dello Studio di Padova informò il collegio dei dottori delle
replicate lagnanze del vescovo e di tutti gli altri che assistevano
alle promozioni perchè gli anelli che i laureandi solevano donare erano
di troppo tenue valore e non d'oro come volevano gli statuti, e chiesta
l'opinione del collegio, dopo varie dispute fu decretato che per lo
avvenire qualunque laureando fosse obbligato a corrispondere gli anelli
di oro al vescovo, al vicario, al preside e ai dottori dai quali doveva
ricevere il magistero[286].
Quando il candidato per ristrettezza di averi non poteva sottoporsi
alle spese della laurea, otteneva di addottorarsi gratuitamente.
Negli statuti di Ferrara del 1467 si prescrive di promuovere ogni anno
_gratis et amore Dei_ due scolari l'uno ferrarese, l'altro forestiere,
a patto però che avessero frequentato per cinque anni quell'università,
e che da due o più testimoni, venisse dichiarato che erano incapaci di
sopperire alle spese della promozione.
Si trovano esempi di lauree concesse gratuitamente anche in altre
università. Quei candidati che alla laurea non ottenevano tutti i voti
si dicevano laureati (pro majori) e ciò doveva esser dichiarato nel
diploma, che in tal caso aveva meno ornamenti e in vece di essere di
carta pecora era di carta semplice. Talvolta però dietro una supplica
del candidato si riempivano nel diploma i voti mancanti[287].
Vi erano poi quelli ammessi alla laurea in ricompensa di servigi
prestati e questi erano chiamati comunemente dottori (more nobilium).
Nel 1590 i collegi dell'università di Padova volendo scemare le spese
di laurea, stabilirono che ogni candidato, il quale volesse prendere
le insegne solenni e con pubblico fasto, non potesse spendere più del
triplo di quei che si laureavano privatamente[288].
Coll'andar del tempo venne meno lo splendore e il fasto che soleva
accompagnare la cerimonia della laurea, perchè molti volendo evitare
le soverchie spese che si richiedevano per ottenere le insegne, si
contentarono del solo titolo di licenziati, che gli ammetteva al
godimento di tutti i diritti e privilegi annessi al grado di dottore,
eccetto quello di potere indossare la veste talare.
La pompa e la solennità delle lauree venne a scemare anche per un'altra
cagione. Verso il secolo XV cominciò da alcuni sovrani ad accordarsi il
grado di dottore anche a chi non avesse frequentato gli studii e subìto
gli esami richiesti. Questi dottori che avevano acquistato il titolo
per privilegio si dicevano _doctores bollati_ o _codicillari_, ed erano
tenuti in molto minore considerazione presso l'opinione pubblica. I
giureconsulti di quel tempo consigliavano i principi di andar molto
cauti nel creare questi dottori onorari[289]. Il Concilio di Trento
decretò invece che a questi dottori privilegiati non solo si dovessero
conservare gli onori, ma che fossero preferiti anche agli altri. Pio V
però con una sua bolla del 1568 ordinò che non si creassero più dottori
_bollati_.
Alcuni ottenevano (ex gratia speciali) il grado di dottori
coll'intercessione anche del vescovo. Il collegio dei Legisti di Padova
però stabilì nel 1525 che quei che venivano riprovati in questo esame
non potessero presentarsi che l'anno dipoi. Troviamo qualche esempio di
dottori cui si concedeva a titolo di privilegio di poter concedere la
laurea di propria autorità e fuori dei pubblici Studii: il che insieme
alle cause già ricordate, contribuì molto ad avvilire agli occhi del
pubblico il prestigio del grado accademico[290].
Il Petrarca così parla della cerimonia della laurea:
«Viene lo stolto giovine al tempio per ricevere le insegne di dottore,
e i maestri lo inalzano o per affetto o per errore; egli si gonfia,
il volgo stupisce: applaudono i congiunti e gli amici: ed esso ad un
cenno sale la cattedra guardando dall'alto ogni cosa e mormorando un
non so che di confuso. Allora quei barbassori lo portano a cielo quasi
avesse detto cose divine: suonano le campane; squillano le trombe: si
scambiano gli anelli e baci: e vien posto in capo al nuovo dottore
il rotondo e magistrale berretto. Dopo ciò scende sapiente chi era
salito stolido. Maravigliosa metamorfosi invero e neanche conosciuta da
Ovidio. Così si creano i dotti[291].»
Ordinariamente la laurea ottenuta in una università era riconosciuta
valida per insegnare in tutte le altre[292]. Soltanto Napoli faceva
eccezione per rappresaglia, ed avendo quell'università ordinamenti
diversi alle rimanenti d'Italia soleva sottoporre tutti i dottori
stranieri, che volevano acquistare il diritto d'insegnare, ad un nuovo
esperimento[293].
I dottori aveano la toga ornata d'oro e di raso, potevano assistere ai
consigli dei principi e dei magistrati e partecipare al governo. Nelle
pubbliche solennità occupavano i luoghi più distinti ed erano esenti,
purchè insegnassero, dagli oneri comuni a tutti gli altri cittadini.
Tutti i privilegi però spettavano a quelli che esercitavano il
magistero (doctores legentes) perchè quei che non professano
l'insegnamento, secondo il citato scrittore, non potevano
usufruirne[294].
I dottori nell'esercizio dei loro privilegi erano equiparati
ai militari. La ragione per cui sono concessi tali privilegi ai
soldati, dice il Socini, è la pubblica utilità alla quale essi molto
conferiscono col proprio valore e perciò allettati dai privilegi sono
spinti a combattere e a difendere la repubblica. Ma questa ragione,
soggiunge lo scrittore, vale anche per i dottori[295] i quali anzi
debbono essere preferiti ai militari perchè costituiti in dignità.
I dottori oltre i privilegi che avevano comuni colle altre persone
che facevano parte delle università, godevano di certi diritti tutti
particolari al loro grado, dei quali diremo brevemente.
I dottori, per esempio, non potevano essere imprigionati per
debiti civili, nè essere condannati al di là del loro avere[296].
Godevano inoltre, come i militari del benefizio del peculio quasi
castrense[297], ed erano esenti dall'obbligo di ricevere in casa i
soldati[298].
Fra tutti i dottori erano tenuti in gran pregio quelli di legge
e soprattutto i civilisti (civilisti)[299]. I giureconsulti più
famosi portavano nomi grandiosi come: fonti delle leggi, idoli della
giurisprudenza, padri del diritto. L'appellativo più comune col quale
si designavano i dottori di legge era quello di «domini legum» forse
ad imitazione dello stesso titolo assunto talora presso i franchi dai
giudici che sedevano nella Corte del palazzo del re[300]. Giovanni
Andrea fu chiamato arcidottore. Il giureconsulto Malambra fu conosciuto
nelle scuole col nome di padre delle leggi e dottore di scienza
profonda[301].
Lo studio delle leggi non era coltivato che dai nobili e dai più
illustri cittadini[302]. Il podestà Marco Querini di Venezia in età
avanzata si fece alunno del celebre Accorso, gli dette albergo nel suo
palazzo e una larga provvisione perchè istruisse nelle leggi i suoi
figliuoli[303].
Così pure il Doge Andrea Dandolo ascoltò le lezioni del Malambra o
ottenne da lui la laurea dottorale[304].
Tutti i principi del tempo si tenevano onorati d'accogliere i dottori
alla loro Corte, di consultarli nelle più gravi quistioni e affidare ad
essi le più gelose cure di Stato. Lo Spinelli, che era consigliere di
Galeazzo Visconti signore di Milano, fu chiesto dalla regina Giovanna
di Napoli la quale gli affidò il maneggio delle cose politiche e
il governo dei suoi Stati. Bartolommeo Piacentini fu dimandato al
Carrarese dal re di Ungheria. Iacopo Ruffini insegnò con molta lode a
Parigi e fu dal re Filippo chiamato nobilissimo cavaliere[305].
L'importanza scientifica e la grande autorità che i più insigni dottori
avevano nelle scuole, li faceva considerare come oracoli e spesso la
loro opinione aveva forza di legge. È noto come nelle scuole medioevali
corresse il dettato: «Chi non ha Azo non vada a Palazzo» il che
significava che senza le opere di Azo non si poteva rendere giustizia.
Nelle opinioni discordanti era regola comune che dovesse prevalere
quella sostenuta da Bartolo e qualche statuto prescriveva che niuno
potesse iscriversi nel collegio dei giureconsulti se non ritenesse
presso di sè i Commentari di quel giureconsulto[306].
I maggiori titoli di nobiltà e i più elevati gradi cavallereschi erano
conferiti ai dottori. Carlo V soleva chiamare i giureconsulti cavalieri
della legge. Nel 1530 questo imperatore con un suo editto estese ai
dottori tutti i privilegi e i titoli onorifici che solevano concedere
nei suoi Stati ai militari[307].
Il Malambra per i servigi che rese come consigliere alla Repubblica di
Venezia fu insignito del grado di cavaliere e di conte palatino[308].
Così pure il giureconsulto Minucci conosciuto col nome di Antonio da
Pratovecchio, fu eletto dall'imperatore, conte e consigliere del Sacro
Romano Impero[309].
Narra l'Affò che il Ruffini, famoso giureconsulto del secolo
decimoquarto, ritornato in Parma sua patria dopo avere insegnato per
tre anni con molta lode nello studio di Padova, fu «adoperato qual
grande e fedel consigliere del comune di Parma riguardo ai pubblici
fatti, come pure da ogni particolare cittadino pei privati, e onorato
in morte, seguita li 24 maggio 1321, coll'essere portato al sepolcro
accompagnato da tutto il clero, da tutte le croci di Parma, e da tutto
il popolo vestito a spese del Comune di una roba di scarlatto con sopra
il vajo doppio, con grande quantità di torchi.... ardendosi poi la
copiosa cera per una settimana nelle esequie che si andavano facendo
con grande spesa a stimolo ad esempio dei buoni, e stando in quel tempo
tutte le botteghe chiuse e intervenendo a tale onore il podestà, il
capitano, il sindaco maggiore, il giudice delle Gabelle del Comune coi
loro uffiziali[310].»
Gli attestati di stima ed i riguardi di preferenza prodigati agli
antichi dottori erano tali che alcuni scrittori del tempo giunsero
sino a formulare regole e precetti per ben condursi verso di loro
e mantenere il rispetto e la considerazione dovuta al loro grado.
Compilando le massime che si trovano negli autori si potrebbe formare
un curioso cerimoniale accademico del medio evo.
Per darne un esempio ricordiamo come Odofredo, parlando nei suoi
Commentari dei titoli che gli scolari nello scrivere debbono dare
ai loro maestri, dice che sebbene ai suoi tempi fosse comune l'uso
di chiamare i dottori col nome di reverendi, tuttavia il titolo
che spetterebbe a coloro che sono investiti di tal grado sarebbe
quello di _illustri_ perchè così li suol chiamare anche lo stesso
imperatore[311].
Tali segni di ossequio e di deferenza erano molto cari ai dottori
e lo stesso Odofredo racconta che essendo stato una volta invitato
Azone a pranzo da uno scolare illustre andò preceduto da un bidello
e accompagnato da un certo numero di scolari dicendo che a lui non
conveniva mostrarsi in pubblico se non con quel corteggio[312].
I riguardi dovuti ai dottori insegnanti erano così scrupolosamente
osservati, che i giureconsulti del tempo si occuparono spesso nelle
loro quistioni di questo argomento. Il Socini nelle sue opere parla
di una disputa che si agitava nelle scuole all'epoca in cui esso
insegnava, relativa ad un privilegio che le consuetudini aveano
accordato ai dottori. Si domandava come quesito di giurisprudenza,
se un dottore insegnante (doctor legens) avesse o no diritto di fare
allontanare dalla sua bottega il fabbro che battendo il ferro pel suo
mestiere disturbasse i suoi studii. Il Socini distingue se il fabbro
abitasse presso le scuole ovvero in prossimità della casa del dottore.
Nell'uno e nell'altro caso, dice il giureconsulto, il dottore ha sempre
diritto di farlo allontanare perchè anche in casa egli deve studiare e
prepararsi alle lezioni. Ma di questo privilegio però, esso soggiunge,
non possono godere quei dottori che non insegnano (non legentes)[313].
La stessa opinione è confermata da un altro valente giurista il quale
dice che tal diritto non spetta ai dottori di scarso sapere (doctoribus
indoctis)[314].
A dare maggiore dignità al titolo di dottore conferivano molti
segni esterni d'onore. Oltre all'avere un abito distinto dagli altri
cittadini, essi godevano di particolari diritti e privilegi propri del
loro grado. Gli statuti di Bologna concedevano il permesso d'indossare
vesti di colore scarlatto soltanto per accompagnare i funerali dei
cavalieri e dei dottori di diritto civile[315].
Il giureconsulto Bartolo ottenne per privilegio di aggiungere al suo
stemma quello dei re di Boemia cioè il leone rosso in piedi colle due
code in campo d'oro[316].
Le nuove leggi della Repubblica di Genova disposero che gli avvocati
e i medici potessero presentarsi col capo coperto a tutte le autorità
eccetto il governatore e discorrere restando seduti[317].
Tutti gli statuti italiani compresi quelli della città che non ebbero
una università propria, contengono speciali rubriche nelle quali
si riconoscono i privilegi delle persone dotte e degli esercenti
le professioni e le arti liberali; il che dimostra in quale onore
fosse tenuta la scienza e quanto si apprezzassero coloro che la
coltivavano[318].