I doveri inerenti a questo ufficio, erano i seguenti:

_a_) Assistenza ai professori durante le lezioni e le dispute, in ogni

tempo e in qualunque luogo;

_b_) Vigilanza pel buon ordine e la nettezza delle scuole;

_c_) Cura di distribuire i banchi durante le lezioni, assegnando i

primi posti ai nobili e ai dignitari dello Studio;

_d_) Custodia dei libri che all'uscire dalle lezioni lasciavano gli

scolari[208];

_e_) Vigilanza segreta sulla condotta dei professori[209].

Una delle professioni assai lucrose nel medio evo era quella dei

copisti. Sebbene in quei tempi il commercio librario fosse quasi

esclusivamente ristretto nelle scuole, nondimeno la necessità di

fornire agli studiosi un numero rilevante di testi, e far circolare

le lezioni dei professori, impiegava l'opera di molte persone. Le

università ammettevano fra i membri della corporazione anche i copisti

concedendo loro parte dei privilegi goduti dagli altri. Il loro numero

era proporzionato a quello degli scolari che frequentavano lo Studio e

alle speranze di guadagno che offriva quell'arte. La quale non era così

semplice come oggidì; ma richiedeva uomini valenti e bene esercitati,

poichè allora il possedere un bel libro e a caro prezzo era fra i dotti

e i potenti un ambito onore.

I copisti dicevansi _scribae_ e molti di essi, erano anche esperti

miniatori. Talvolta un copista veniva destinato ad un solo genere

di lavori nell'arte sua. In Padova si ha memoria di un tale che era

addetto soltanto a copiare i diplomi di laurea, e ornarli di miniature.

E per assicurargli una conveniente retribuzione, l'università stabilì

un prezzo fisso per ogni lavoro che gli veniva affidato[210].

Si conoscevano nel medio evo diversi generi di scrittura. Vi era la

scrittura parigina (litera parisina), la bolognese (bononiensis),

la beneventana (beneventana), l'inglese (anglicana), la lombarda

(lombarda) e l'aretina (aretina). La scrittura distinguevasi anche in

vecchia e nuova (litera nova et antiqua). I libri copiati con caratteri

moderni erano di maggior valore.

Gli statuti, per evitare una dannosa concorrenza fra i copisti,

proibivano agli scolari di somministrare lavoro ad un copista che

avesse contratto un impegno precedente. Si faceva però eccezione per

il caso che il lavoro intrapreso non occupasse un termine superiore a

dieci giorni.

La dimensione di ogni manoscritto era determinata con due voci

distinte, cioè _Quaternus_ e _Pecia_ o _Petia_.

Il quaderno era ordinariamente composto di sedici pagine, ma poteva

variare secondo la grandezza della carta e del carattere.

La _pecia_ era la misura che serviva a valutare il prezzo del

manoscritto. Questa _pecia_ era composta di sedici colonne, ognuna

delle quali doveva contenere sessantadue linee, e ciascuna linea

trentadue lettere.

Nel catalogo degli Stazionari dell'università di Bologna il nolo di

ciascuna _pecia_ non supera i diciotto soldi. Troviamo, per esempio,

tassato a diciotto soldi l'Apparato delle Decretali, il Digesto antico,

i Decreti; diciassette soldi il testo del Codice e l'Inforziato, e

l'Apparatus Dig. veteris; quindici l'Apparatus Inforziati. Dopo i libri

di testo, diminuiva il prezzo del nolo fino a quattro denari. Fra le

opere che godevano maggior credito e diffusione, troviamo ricordate:

le Somme di Azone (soldi quindici); il libellus Rofredi in Jure civili

(soldi quattordici); le letture di Odofredo (soldi dieci)[211].

L'arte di copiare era esercitata anche dalle donne. Nell'università di

Bologna fra i copisti e miniatori si trovano ricordati molti toscani

specialmente aretini, i quali avevano acquistato molta rinomanza nel

colorire i libri e miniarli con fregi d'oro.

Ben presto divenne così generale e frequente l'uso di ornare i libri,

che in certe scuole dovendo i professori trasportare i loro volumi

avevano bisogno di un servo.

Odofredo parlando dei copisti del suo tempo dice che potevano esser

chiamati veri pittori[212]. E lo stesso scrittore parla anche di un

tale dei suoi tempi che mandato da suo padre a studiare a Parigi

coll'assegno di cento lire, le spendeva tutte pazzamente per fare

ornare e dipingere i suoi libri e nel comprarsi ciascun sabato una

nuova calzatura[213].

Essendo i libri rari e costosi erano tenuti nelle disposizioni

testamentarie fra gli oggetti di maggior valore, specialmente se erano

quelli appartenuti a qualche dottore famoso e sui quali aveva fatte le

sue lezioni.

Nel testamento del giureconsulto Francesco Accursio fra le altre

disposizioni si trova la seguente: «Lascia a Francesco figliuolo di

Dota sua figliuola e moglie di M. Diotalco da Lojano i suoi libri di

leggi, la somma di Azone e il libello di Rofredo, intendendo però i

libri di legge che erano a suo uso speciale, e eccettuando il Codice e

Digesto paterno sopra i quali ordinariamente leggeva esso testatore,

non volendo però che gli abbia se non quando comincerà a udire nelle

scuole; nel qual caso gli lascia ancora lire quaranta per sette anni

continui, per la spesa delle scuole, e in caso che detto Francesco sia

licenziato in legge e riceva i libri, gli lascia i vestimenti nuovi di

scarlatto con li varrj e lire quaranta per il banchetto[214].»

Le Università italiane nel Medio Evo · 第 14 / 38 题