Perciò questo primo centro di studii giuridici ebbe poca importanza

scientifica e lasciò assai deboli traccie della sua esistenza nella

storia del diritto moderno; talchè, se un illustre erudito non ne

avesse scoperte le prove dai documenti del tempo, nessuno avrebbe

oggidì saputo che durante la dominazione dei longobardi ebbe origine

una scuola teorica e pratica di giurisprudenza.

Ma se mancarono ai longobardi gli elementi necessari per creare

un centro di cultura giuridica nel quale dominasse il loro spirito

nazionale, come certamente n'ebbero l'intenzione quando fondarono o

favorirono lo sviluppo della scuola di Pavia, non cessò per questo in

Italia dall'epoca accennata in poi, quel lento progresso negli studii

del diritto che fu già da noi avvertito anche nei secoli precedenti.

Il numero delle persone che si sottoscrivono nei pubblici atti col

titolo di giudici (_judices_), giureconsulti (_jurisconsulti_) e

legislatori (_legislatores_) cresce a dismisura dal mille in poi ed

anche nelle poche traccie che rimangono degli studii di quei primi

cultori del diritto, si avvertono manifesti segni di progresso,

quantunque prevalesse allora la pratica delle leggi alla parte

esclusivamente teorica che forma la base della scienza.

Dai frequenti giudicati che quei primi giureconsulti pronunziarono,

e da qualche passo già a suo luogo riferito degli scrittori

contemporanei, si rileva come le cognizioni giuridiche andassero

gradatamente accrescendosi e incominciasse eziandio nei tribunali e

nei collegi detti dei giudici e degli avvocati (_collegia judicum et

advocatorum_) a farsi comune l'uso dei testi.

In questi antichi collegi dei primi cultori del diritto, si trova

il germe da cui in seguito prese più ampio sviluppo l'insegnamento

giuridico nelle scuole d'Italia.

Seguendo le dotte ricerche del Savigny, vedemmo quali traccie siano

rimaste nella storia ad attestare della certa esistenza delle scuole

di Ravenna, di Bologna, e anche di Pisa, secondo alcuni documenti

recentemente scoperti.

Fino ad Irnerio però, pare assicurato che l'insegnamento del diritto

fosse riunito nei collegi dei giureconsulti agli studii pratici delle

leggi, in cui essi si addestravano per divenire giudici ed avvocati.

La pratica del giudicare e l'uso delle dispute nei tribunali, contribuì

assai a mantener vive le tradizioni giuridiche in Italia, anche nei

tempi in cui non si aveva nessuna cognizione teorica ben fondata del

diritto. Forse fra quei giureconsulti, giudici ed avvocati, vi fu

chi spontaneamente o per incarico avutone dal collegio, si dedicò

all'insegnamento; e non è inverosimile neppure che nel seno dello

stesso collegio si trovassero anche scuole speciali, per addestrare i

più giovani agli studii teorici e pratici come nella scuola di Pavia a

tempo dei longobardi.

Comunque sia di ciò, è ormai accertato che prima di Irnerio non vi

fu un insegnamento giuridico indipendente ed esclusivamente ispirato

ai testi romani, e quelle scarse cognizioni che si avevano allora

del diritto, erano confuse colle traccie lasciate dalle leggi dei

longobardi e di altri conquistatori; e nelle scuole, allora, la

giurisprudenza faceva parte del Trivio e del Quadrivio, in cui

compendiavasi tutto il sapere di quel tempo; e lo stesso Irnerio,

prima d'insegnare le leggi a Bologna, era stato maestro di grammatica a

Ravenna.

Ci siamo adunque apposti al vero, quando abbiam detto che per conoscere

ed apprezzare convenientemente la grande influenza esercitata da

Irnerio nella scuola di Bologna, era necessario risalire ai tempi a

lui anteriori, per vedere qual fosse lo stato della scienza e quale la

dottrina dei giureconsulti suoi predecessori.

Venuto in Bologna Irnerio, già preceduto da molta fama come valente nel

giudicare, e adoperato spesso in pubblici uffici, di che fanno fede le

testimonianze contemporanee riferite dal Savigny, cominciò a tenere

scuola di diritto ed insegnare pubblicamente, dedicando le sue cure

soltanto a questo ramo di scienza.

Era la prima volta che gli studii della giurisprudenza si emancipavano

dagli altri rami dello scibile, e Irnerio soltanto colla grande

autorità, da lui acquistata nelle faccende di Stato, poteva effettuare

una sì ardita innovazione nei sistemi didattici di quel tempo.

Irnerio, secondo che narra Odofredo, ritenuto anche dal Savigny come

testimonianza autorevole, perchè vissuto nei tempi in cui la fama del

primo restauratore degli studii giuridici era assai recente, conosceva

tutte le parti dei libri giustinianei, eccettone alcune che studiò più

tardi. Questa perfetta conoscenza dei testi romani gli assicurava un

incontrastata superiorità scientifica sopra tutti i suoi contemporanei,

i quali ben presto gli fecero omaggio, e lo ritennero il vero fondatore

della scuola bolognese, essendo stato il primo ad inaugurare un ben

ordinato sistema d'insegnamento.

Chi legge attentamente il passo di Odofredo relativo ad Irnerio, vede

con quanto rispetto e riverenza parli di lui quel giureconsulto e

suo successore nell'università di Bologna, e come in poche parole,

rivolgendosi familiarmente ai suoi scolari, riassuma le vicende della

vita scientifica del suo famoso antenato.

Coll'insegnamento inaugurato a Bologna da Irnerio, lo studio del

diritto non solo si emancipava dagli altri rami dello scibile,

assumendo il carattere di scienza indipendente, ma togliendo la base

delle sue dottrine dalle vive fonti dei testi romani, per la prima

volta ordinati ad uso delle scuole da quel giureconsulto, ridestava

con legittimo senso d'orgoglio dei contemporanei, l'antico spirito

giuridico nazionale che per tanti secoli era stato conservato

dagl'italiani con religioso culto.

Il risorgimento del diritto romano che ebbe luogo nella scuola

d'Irnerio, rappresenta non solo un progresso nello studio delle

leggi, ma è una completa rinnovazione d'idee giuridiche; un trionfo

della civiltà antica e una splendida affermazione del sentimento

di nazionalità e del principio d'indipendenza del popolo italiano,

che cominciava allora ad affrancarsi da una lunga ed opprimente

dominazione.

Non si può adunque contrastare ad Irnerio che fu il primo a dar forma

scientifica allo studio del diritto ed a creare un gran centro di

cultura giuridica nazionale, quella fama che meritamente gli spetta.

Dopo quanto abbiamo detto fin qui, è superfluo il discutere l'opinione

sostenuta da diversi scrittori anche moderni di storia del diritto[59],

che attribuisce il merito della fondazione della scuola bolognese alla

contessa Matilde, la quale, secondo ciò che narra un'antica tradizione,

avrebbe chiamato Irnerio in Bologna ad insegnare il diritto.

La contessa Matilde adoperò Irnerio come pure fecero altri principi di

quel tempo, nei pubblici affari, essendo egli salito in molta fama fra

i giureconsulti suoi contemporanei anche prima di venire da Ravenna a

Bologna.

Nei documenti riportati dal Savigny, si trova ricordato il nome

d'Irnerio bolognese (_Warnerius de Bononia_) fra quelli dei

giurisperiti (_causidici_) intervenuti ad un placito (_placitum_) della

contessa Matilde (_in loco baviana_)[60].

Il Muratori dice che Irnerio fu incaricato da quella potente signora

di rivedere i testi di legge[61]. L'abate di Usperg nella sua cronaca

attesta che Irnerio alle richieste della contessa Matilde rinnuovò lo

studio dei libri delle leggi da lungo tempo negletti[62].

Tale opinione venne già confutata anche dal Sarti, il quale assai

acutamente dimostrò che Matilde non poteva aver fondato una scuola in

Bologna, non avendo mai avuto la signoria di quella città.

Però la protezione che trovò Irnerio nei sovrani e in alcuni dei

più potenti signori d'Italia, i quali si valsero della sua dottrina

per consultarlo nei più gravi affari di Stato, se non gli giovò

direttamente per creare una scuola famosa di giurisprudenza, qual

fu quella di Bologna, è certo che gli agevolò assai la via per

acquistare in poco tempo tanta autorità e reputazione scientifica fra i

giureconsulti suoi contemporanei.

Invitato spesso a dare il suo consiglio nei privati e pubblici uffici,

ebbe agio di addestrarsi nella pratica del diritto e di consultare i

testi delle leggi romane, che poteva coll'influenza dei suoi potenti

protettori, più facilmente di ogni altro rintracciare fra quei pochi

codici, che erano scampati per caso alla generale dispersione di tutti

gli avanzi delle opere dell'antica cultura.

Colla scuola fondata da Irnerio, può dirsi che avesse principio quella

libertà d'insegnamento, che alla pari di tutte le grandi innovazioni

sociali, fu l'effetto di un concorso simultaneo di fatti svariati che

agirono potentemente a modificare le condizioni scientifiche di quel

tempo e a preparare uno splendido risorgimento della cultura, senza

l'intervento del potere politico, e per opera esclusiva di un moto

spontaneo dell'operosità privata.

Lo spirito di associazione tanto sviluppato nel medio evo, aiutò la

scienza a risorgere, additando ai suoi cultori i mezzi per acquistare

autorità e potenza nella società di quel tempo per virtù propria e

senza nessuno estraneo aiuto.

Al modo stesso che si ordinarono e presero forza coll'associarsi

degli operai le corporazioni delle arti, e il comune si formò

coll'aggregazione di tutti gli elementi dell'antica civiltà e colla

partecipazione delle classi popolari al governo, così quei primi

centri, dove si elaborarono i germi della cultura moderna, trovarono

il segreto del loro rapido sviluppo nello spontaneo concorso di tutti i

cultori del sapere alla formazione della scienza.

Queste tre grandi forme di associazione che prosperarono nel

medio evo (cioè le arti, il comune e le università), aiutarono con

svariate manifestazioni lo svolgimento della libertà moderna. Le arti

consacrarono la libertà del lavoro, i comuni la libertà politica, le

università la libertà d'insegnamento.

Dal momento che la cultura emancipata dal dominio della Chiesa,

cominciò a diffondersi nelle scuole laiche, che in Italia divennero

assai numerose intorno al mille, l'insegnamento pubblico fu

esclusivamente professato da maestri privati i quali, raccolti intorno

a sè alcuni studiosi, cominciarono a comunicar loro quelle scarse

cognizioni che avevano acquistate coltivando qualche ramo di scienza.

Chi era divenuto dotto (per quanto ciò potesse avverarsi nelle infelici

condizioni intellettuali di quell'epoca) cominciò a non appagarsi più

delle segrete ed intime soddisfazioni di solitarie ricerche, ma sentì

vivamente il bisogno di manifestare ad altri ciò che aveva imparato;

di fondare un centro di attività scientifica che prendesse nome da

lui e propagasse la fama delle sue dottrine fra i contemporanei e gli

assicurasse la riconoscenza dei posteri.

Così si formarono con lento progresso le prime scuole laiche;

aggregazioni spontanee di più individui mossi gli uni dal desiderio

disegnare, gli altri d'imparare; e dove la scienza che comunicavasi

dal maestro al discepolo, non era un formulario di teoriche imposte

e regolate dall'arbitrio di un potere qualsiasi, ma un ricambio

fecondo d'idee e di cognizioni liberamente trasmesse e spontaneamente

accettate.

La libertà d'insegnamento, adunque, come tutte le grandi manifestazioni

della civiltà, ebbe origine dalle condizioni politiche e intellettuali

in cui trovavasi la società di quel tempo, e da quel lento ma

progressivo e costante sviluppo della cultura che incominciò ad

introdurre il gusto del sapere e l'amore degli studii anche nel ceto

dei laici, i quali avevano disconosciuto fino a quell'epoca i benefizii

della scienza.

Dal secolo decimo in poi si videro sorgere per spontaneo moto e

senza l'intervento e il soccorso di nessuna autorità nè politica nè

ecclesiastica, le scuole dove, i rapporti di convivenza, i metodi

d'insegnamento, le retribuzioni, le consuetudini di vita, erano

regolati dal principio della più assoluta libertà e senza nessuna

estranea influenza.

Quando un di quei primi cultori del sapere aveva raccolto intorno a

sè un numero sufficiente di studiosi che gli potessero assicurare un

compenso adeguato all'opera che si era offerto di prestare in loro

vantaggio, stabiliva con essi le condizioni fondamentali per assicurare

l'esistenza dell'associazione scolastica che voleva fondare, e così

per convenzione privata e senza alcuna solennità, si formava la nuova

scuola che prosperava in breve o veniva a cessare, a seconda della fama

che avevano saputo acquistarsi i maestri che v'insegnavano.

In questo modo, per spontaneo sviluppo della cultura diffusa in tutti

gli ordini sociali per opera dell'iniziativa privata, l'Italia vide

in poco tempo un rapido incremento nell'importanza scientifica e nel

numero delle sue scuole, che si sparsero in quasi tutti i principali

centri di popolazione, dove manifestavasi più vivo il bisogno

d'istruirsi, essendo già penetrato nelle classi popolari il sentimento

di libertà che doveva in breve trionfare colla rivoluzione dei comuni.

La libertà d'insegnamento non ebbe limite in questo primo periodo del

risorgimento della nostra civiltà.

Per attestazione del giureconsulto Odofredo, che nelle sue opere si

mostra assai bene informato delle condizioni scientifiche dei suoi

tempi nelle scuole bolognesi, quando incominciò ad insegnarvi Irnerio,

si facevano le lezioni pubblicamente senza l'ingerenza di nessuna

autorità. Soltanto per le scienze sacre, sembra che i papi volessero

fare eccezione, per evitare il pericolo che penetrasse nelle scuole

l'eresia. Infatti si trovano ricordate dal mille in poi alcune leggi

di disciplina ecclesiastica che furono promulgate in varii concilii,

dove si trattò di esercitare un'ingerenza nell'insegnamento. Nessuna

speciale limitazione però si trova introdotta per l'istruzione laica.

Essendo stata la scuola di Salerno, come già abbiamo osservato,

il primo centro autonomo e nazionale di studii laici, non è esatta

l'asserzione di alcuni storici, i quali vorrebbero attribuire alle

scuole giuridiche bolognesi il vanto di avere introdotto prima d'ogni

altra, il principio della libertà nel pubblico insegnamento.

Anche prima d'Irnerio (cioè all'epoca che le scuole bolognesi non

avevano ancora acquistata l'importanza scientifica che le rese dipoi

tanto famose in Europa), vi erano in Salerno medici di molto merito che

avevano raccolto intorno a sè un gran numero di scolari ed insegnavano

pubblicamente e liberamente, senza l'intervento governativo.

Per il corso di circa due secoli (cioè dal 984 in cui trovansi

ricordate le prime scuole mediche, al 1140, in cui Ruggiero I promulgò

una legge per obbligare tutti coloro che si fossero dedicati alla

medicina a sottoporsi prima ad un esame), la città di Salerno fu

un centro autonomo di studii medici, estraneo a qualsiasi ingerenza

ufficiale, e già provvisto di leggi proprie e di speciali ordinamenti.

La storia del libero insegnamento ha dunque origini assai più remote

di quello che generalmente si creda, poichè è certo che quel sistema

fu largamente applicato nella scuola di Salerno prima che in quella di

Bologna[63].

Chi volesse poi indagare le svariatissime cause che concorsero alla

diffusione della completa libertà d'insegnamento nelle scuole italiane,

dovrebbe riassumere tutta la storia della nostra cultura, dai primi

tempi in cui si operò l'emancipazione intellettuale della società

civile, fino alla fondazione di quei grandi centri di studii dai quali

poi ebbero origine le università.

La scienza si propagò per spontaneo impulso di quel prodigioso

risorgimento intellettuale che fu la natural conseguenza della libertà

proclamata dai comuni, e le prime scuole dove si andò svolgendo la

cultura moderna, non poterono assumere forme e ordinamenti diversi da

quelli che avevano preso a base della loro esistenza le altre libere

associazioni di quel tempo.

L'elemento prevalente del risorgimento della cultura italiana fu lo

studio del diritto.

Dall'epoca che Irnerio cominciò ad insegnare in Bologna in poi,

la cultura giuridica fece maravigliosi progressi, favorita dalle

condizioni sociali in cui trovavasi allora l'Italia.

Quel risveglio intellettuale, di cui aveva dato segni manifesti il

nostro paese fin da quando cominciò a diffondersi la cultura nelle

prime scuole laiche, si propagò ben presto in tutte le classi sociali

che avevano ormai col sentimento di libertà acquistata anche la

coscienza del proprio valore intellettuale.

In questo splendido periodo del rinascimento, gl'italiani manifestarono

singolari attitudini scientifiche e un ingegno così versatile che non

vi fu ramo dello scibile ad essi ignoto; e l'ardore d'imparare divenne

tanto comune a tutte le classi sociali, che le numerose scuole allora

fondate, non bastarono ad appagare i desiderii degli studiosi e la

maravigliosa operosità intellettuale.

Sopra tutte le scienze però, lo studio del diritto ebbe il primato per

la grande diffusione e l'importanza sociale che gli venne per comune

consenso attribuita.

Dopo che Irnerio dette un nuovo indirizzo scientifico alla cultura

giuridica e appagò i voti di tanti secoli del popolo italiano,

richiamando a base dell'insegnamento i testi romani, gli studii

del diritto divennero più che un esercizio intellettivo e un lavoro

scientifico, una vera necessità sociale.

Le nuove libertà consacrate col risorgere dei comuni, cambiarono

affatto le condizioni politiche, morali e intellettuali della società

di quel tempo.

Se al tempo della dominazione feudale bastavano le consuetudini e poche

leggi scritte a regolare i rapporti fra signore e vassallo, tenendo

luogo del diritto l'arbitrio e la violenza, allorchè sopraggiunse

la libertà comunale ad affrancare le classi popolari dall'antico

servaggio, si modificarono profondamente le condizioni sociali, e

con esse divenne necessario l'uso più esteso delle leggi e la maggior

diffusione della cultura giuridica.

Il nuovo diritto che sorgeva con i comuni, risentì l'influenza del

contrasto di svariati elementi che cooperarono in diversa misura a

formare la nuova società.

La vita giuridica italiana, le cui tradizioni si collegano alle più

remote epoche dell'antichità, ebbe forza di rivelarsi ed esercitare

qualche autorità anche quando sembrava spento ogni germe di esistenza

politica. Più tardi, e in tempi assai vicini a quelli della libertà

comunale, si vedono raccolte le consuetudini feudali dai consoli

milanesi. Quest'opera di legislazione relativa ad un regime politico

contrario affatto all'indole nazionale, ci dimostra quanto grande fosse

allora il bisogno negl'italiani di dare sviluppo alla loro attività

giuridica, assoggettando ad ordinata azione i principii feudali,

mentre in altri paesi sola ragione riconosciuta era la forza. Così,

quel regime fondato sull'arbitrio e la violenza e che sembrava il

più ribelle di tutti gli ordinamenti politici ad essere governato dai

principii di diritto, ebbe dall'Italia il primo ed unico monumento di

sua legislazione.

Il primo lavoro della giurisprudenza nel medio evo, fu la formazione

di un diritto composto di molteplici elementi, parte ereditati dalle

tradizioni antiche e parte creati dai nuovi bisogni. Questo grande

rinnovamento giuridico si compì più sotto l'ispirazione della società

vivente, che per sicura intelligenza dello nuove condizioni sociali

dalle quali principalmente era prodotto.

La scuola d'Irnerio inaugurando un nuovo sistema scientifico, ispirato

alle fonti originali del diritto romano, secondava mirabilmente

i bisogni e le aspirazioni dei tempi. Le tradizioni giuridiche, i

breviarii, le consuetudini, non bastavano più alla nuova cultura. Il

grande mutamento sociale che era avvenuto principalmente in Italia

verso il secolo undecimo, doveva per necessità promuovere gli studii

del diritto ad eccitare l'attività legislativa della nazione.

Le città marittime che avevano attinto dal commercio prosperità e

indipendenza, furono le prime a compilare leggi proprie ispirate ai

nuovi bisogni, e adatte a regolare i rapporti e gli usi mercantili dei

diversi paesi coi quali si erano messe in comunicazione.

Più tardi quando cominciarono le associazioni delle arti a proteggere

il lavoro e ad alimentare le nascenti industrie, assicurando agli

operai tutti i benefizii di una vita indipendente, e chiamandoli

all'esercizio dei diritti civili e politici, si diffuse sempre più

l'agiatezza in tutte le classi sociali, e colla cresciuta prosperità

economica aumentarono anche i rapporti giuridici e quindi più frequente

divenne anche l'uso delle leggi.

Questo rinnovamento sociale, sebbene con più lentezza, si manifestò

anche nelle campagne, dove; abbattute le ultime traccie del feudalismo

nei suoi centri più formidabili, che erano i castelli baronali, il

nuovo popolo dei comuni fattosi sempre più ardito ed implacabile nei

suoi antichi odii contro i signori, mosse loro guerra e li costrinse

a viver vita comune nelle città, e ad iscrivere il loro nome nelle

corporazioni delle arti: splendido trionfo riportato dall'operosa

democrazia sulla superba schiatta dei suoi dominatori!

Distrutto il regime feudale, la proprietà delle terre cominciò a

frazionarsi e l'agricoltura, che fino allora era stata un'arte abietta

e servile, affidata agli infimi vassalli, divenne industria operosa

e feconda nelle mani dei liberi coloni che parteciparono ai frutti

nati dal suolo da essi coltivato, e così ebbe origine il sistema della

mezzadria. Dal frazionamento delle terre, e dai rapidi passaggi di

proprietà crebbero assai i rapporti giuridici, e il diritto ricevè

frequentissime applicazioni negl'interessi privati.

La nuova costituzione comunale poi, rendeva necessario lo studio della

giurisprudenza in tutti gli ordini dei cittadini, essendo conferito il

potere politico in egual misura nelle classi sociali.

Coloro che partecipavano al governo dovevano essere ad un tempo

legislatori e giudici, e in tal qualità amministrare le cose del comune

nei privati consigli, e difendere il loro operato nelle pubbliche

assemblee. Quando poi si fosse presentato il bisogno, e l'utile della

patria lo avesse richiesto, avevano l'obbligo di dedicarsi ad altri

svariatissimi uffici nei quali era necessaria grande acutezza di mente

e profonda esperienza degli affari.

Le nuove condizioni sociali risvegliavano naturalmente l'ambizione

di prevalere nelle assemblee popolari e nei consigli delle corti, in

tutti coloro che per svegliatezza d'ingegno e per speciali attitudini

credevano di potere salire in rinomanza dedicandosi agli studii.

E poichè la giurisprudenza era allora il principale elemento della

pubblica educazione e lo studio necessario per esercitare qualunque

ufficio nella vita politica, così avveniva che tutti vi si dedicassero

con ardore, e non appena era fondata una scuola, ben presto vi

concorressero in gran numero studiosi di ogni età e di ogni condizione

da tutte le parti d'Europa.

Per conoscere le cause che propagarono così rapidamente la fama

della scuola bolognese, è necessario vedere brevemente in quale stato

fosse la cultura giuridica negli altri paesi. Questo rapido cenno di

confronto spiegherà ad evidenza la ragione di quel primato che esercitò

per molto tempo l'Italia nello studio del diritto e l'importanza

scientifica delle sue università.

Nel secolo undecimo il risveglio della vita comunale divenne generale

in tutti i paesi d'Europa, ricorrendo dovunque le stesse cause

promotrici di questa gagliarda insurrezione contro il feudalismo.

Dopo l'Italia, che fu la prima a dare il segno della riscossa, essendo

le sue città divenute libere e potenti quando il regime feudale e

l'organismo della vecchia società era ancora nel vigore della sua

esistenza in tutta Europa, il movimento d'insurrezione dei comuni si

propagò rapidamente dai paesi del nord a quelli del sud, e nel secolo

XII la completa emancipazione delle classi popolari era assicurata.

Quelle stesse cause che ravvivarono lo studio del diritto in Italia,

fecero sentire anche agli altri popoli l'urgente necessità di

iniziare un riordinamento legislativo e promuovere l'incremento della

cultura giuridica per regolare i nuovi rapporti creati dalle mutate

condizioni sociali. Ma se in Italia vi erano già tutti gli elementi per

facilitare il risorgimento degli studii del diritto, non poteva dirsi

altrettanto degli altri paesi che si erano sempre governati colle leggi

consuetudinarie, e mancavano affatto delle qualità e delle condizioni

di civiltà, necessarie per una generale riforma nella loro cultura

giuridica e nel sistema legislativo.

Qualche traccia di diritto romano venne conservata per tutto il medio

evo, specialmente in Francia, e si ha memoria anche di alcune opere

scritte verso la metà del secolo undecimo, che provano la continuità

degli studii giuridici e la cognizione degli antichi testi di

legislazione romana[64].

In Inghilterra ancora trovansi alcune traccie di opere scientifiche

sul diritto romano, come pure nei Paesi Bassi, in Spagna e in

Portogallo. È da avvertire però che nelle scuole di diritto che

ebbero origine all'estero contemporaneamente, o poco dopo a quella

di Bologna, insegnarono giureconsulti italiani. In questo tempo si

ricorda il legislatore _Placentinus_ della scuola dei glossatori, il

quale insegnava il diritto romano a Montpellier, e il giureconsulto

_Vacarius_ che fondava un centro di studii giuridici verso il 1149

ad Oxford in Inghilterra, scrivendo anche sul diritto romano un

libro intitolato: _Liber ex universo enucleato jure exceptus et

pauperibus præsertim destinatus_[65]. Gli studenti di teologia mossero

aspra guerra al giureconsulto italiano, forse perchè ne temevano la

concorrenza per la nascente università di Oxford, e fu perciò costretto

a sospendere le sue lezioni[66].

Dopo _Vacarius_, in Inghilterra si insegnò il diritto romano unitamente

al diritto canonico, e fu coltivato specialmente dal clero, essendo

ritenuto necessario quello studio per formare buoni canonisti.

Nelle Corti di giurisdizione ecclesiastica quando mancava l'autorità di

Gregorio o di Clemente, si citava quella di Giustiniano[67].

In Germania non si ricorda nel medio evo alcuna opera scientifica.

Il diritto allora non contava nessuna scuola e si acquistavano

le cognizioni sulle leggi necessarie esclusivamente alla pratica.

All'infuori dei Formularii e di alcune altre rozze compilazioni di

diritto consuetudinarie, non si trova nei paesi della Germania nessuna

traccia di cultura giuridica, nè verun centro autorevole di studii

neppure ai tempi che sorgeva in Italia la scuola famosa d'Irnerio[68].

Da questi pochi cenni si rileva chiaramente che all'infuori

dell'Italia, in nessun altro paese d'Europa il diritto romano poteva

acquistare importanza di scienza e autorità di legge. Le condizioni

necessarie allo sviluppo degli studii giuridici mancavano altrove, e

fu quindi per effetto del naturale andamento delle leggi di civiltà che

ebbe origine in Italia la prima scuola di diritto, dove si ravvivarono

le tradizioni antiche e si riordinò la cultura.

Se i tedeschi però scarseggiarono di attività scientifica nei tempi

che precedevano il risorgimento giuridico in Italia, non appena si

diffuse la fama della scuola bolognese, accorsero in gran numero colà e

frequentarono con ardore gli studii del diritto.

Già abbiamo dimostrato come per le mutate condizioni sociali fosse

divenuto indispensabile l'acquisto di una buona cultura giuridica a

tutti quei paesi in cui era subentrato all'odioso regime feudale la

vita agiata e feconda dei comuni.

Il diritto romano se era utile a ricostituire sulle basi dell'antica

legislazione una nuova giurisprudenza, svariata nei suoi principii e

nelle sue applicazioni e conforme ai bisogni ed alle tendenze della

vita comunale, non era meno necessario ai principi di quel tempo per

sostenere le idee di assoluto dominio e giustificare coi precetti

di una antica legislazione e coi responsi di famosi giureconsulti la

legittimità del potere da essi esercitato.

Federigo I, imperatore di Germania, che ebbe necessità più di tutti i

suoi antecessori di consolidare il principio di sovranità, minacciato

gravemente dai frequenti moti di ribellione che erano i segni

precursori della prossima rivoluzione comunale, volle legittimare le

sue ambiziose mire di dominio universale, ricorrendo all'autorità di

quei primi giureconsulti italiani che in quel tempo avevano levato

tanta fama di sè nella scuola di Bologna.

Il diritto romano col quale tornavano a rivivere le tradizioni

dell'antico impero, secondava le ambiziose aspirazioni di quel

sovrano il quale, disconoscendo lo spirito dei suoi tempi e le mutate

condizioni sociali, si ostinava a considerare come audaci insurrezioni

di vassalli quei primi moti di libertà che iniziavano l'epoca di una

grande trasformazione politica in tutta Europa.

Federigo si era accorto che il prestigio della sovranità andava

scemando per l'insubordinazione dei signori feudali, che di mala voglia

si assoggettavano a riconoscere la suprema autorità dell'impero, e per

l'insolita audacia delle plebi che troppo spesso si levavano in armi

e imponevano col numero la loro volontà alle sue soldatesche, già rese

impotenti a frenare le frequenti insurrezioni.

Non potendo reprimere colla forza tali abusi, l'imperatore tedesco vide

di buon'occhio propagarsi le cognizioni giuridiche per opera della

scuola bolognese, ed esercitò tutta la sua autorità ed influenza ad

incremento di questo primo centro di studii, dove l'antico diritto

romano tornava a risorgere ed a consolidare il principio monarchico.

I continuatori della scuola d'Irnerio trovarono in Federigo larga

protezione e manifesti segni di benevolenza, essendo rimessa ad essi

per volontà dell'imperatore la decisione delle più gravi quistioni, e

attribuita alla loro opinione in tutte le vertenze di Stato, una grande

autorità.

È celebre il parere domandato da Federigo al collegio dei legisti

bolognesi sulla legittimità dei diritti da lui vantati, come

continuatore delle tradizioni dell'impero romano, sopra il governo

delle città italiane. Furono chiamati a sostenitori di questa disputa

i due più famosi giureconsulti di quel tempo, cioè Bulgaro e Martino,

fra i quali nacque un aperto antagonismo di opinioni nella soluzione di

tale quesito[69].

Martino sostenne i diritti dell'impero, ma Bulgaro offrendo un

bell'esempio di indipendenza e di virtù civile, contrastò a Federigo

l'autorità che egli voleva esercitare nel governo delle città italiane,

e fu il primo a discutere giuridicamente la libertà delle nascenti

repubbliche; il che gli acquistò grande reputazione nel popolo e

accrebbe la sua fama presso i contemporanei.

I giureconsulti però sostennero sempre il principio dell'autorità e il

sistema della monarchia universale, più per intimo convincimento e per

rispetto alle tradizioni del diritto romano, nello studio del quale era

assorta la loro vita, che per fare omaggio a danno della libertà dei

comuni colle idee dispotiche dell'imperatore Federigo.

Dedicatisi allo studio delle leggi e al riordinamento dei testi romani,

quei primi cultori del diritto non seppero penetrare nello spirito

dei tempi nè dividere le tendenze politiche dei loro contemporanei. Le

cure assidue dell'insegnamento, i gravi ufficii che erano chiamati ad

esercitare nelle corti, le speculazioni scientifiche, assorbivano tutta

la loro attività. Il diritto romano era per essi oggetto di religiosa

devozione; e avrebbero creduto di profanarlo se non avessero accettato

le sue dottrine nella loro integrità, anche se contrastavano colle

tendenze politiche e sociali dell'epoca e favorivano le mire dispotiche

degli imperatori.

Al tempo in cui sorgevano le repubbliche, il principio monarchico

non era del tutto spento nelle tradizioni del popolo e nella cultura

nascente. Non debbono dunque rimproverarsi quei primi giureconsulti

come fautori di dispotismo e avversarii delle libertà comunali,

perchè non si può ad essi attribuire, parlando con storica esattezza,

mancanza di patriottismo e di sentimento nazionale, quando queste virtù

politiche potevano dirsi ancora sconosciute.

Nella storia della scuola bolognese debbono distinguersi due periodi.

Il primo è quello relativo alla sua origine ed esistenza di centro di

attività scientifica, di cui abbiamo già detto abbastanza dimostrando

che il progresso della cultura giuridica che ebbe in quella scuola

la sua prima sede, fu l'effetto spontaneo delle condizioni della

società di quel tempo, e che non deve altrimenti a nessuna influenza

governativa.

Il secondo periodo relativo all'ordinarsi della scuola a forma di

corporazione privilegiata e indipendente, incomincia coll'imperatore

Federigo, il quale accordò la sua protezione ai giureconsulti bolognesi

e spesso li chiamò alla sua corte chiedendo i loro consigli nelle cose

di Stato.

Fino ai tempi di Federigo la scuola bolognese ebbe un'esistenza

esclusivamente scientifica; e la sua storia si confonde colle vicende

del diritto romano, che trovò in essa un centro favorevole al suo

risorgimento.

Ma quando quell'imperatore promulgò una autentica che sanzionò i

privilegi degli scolari e accordò loro una speciale giurisdizione,

allora la scuola bolognese, che fu la prima a risentire i vantaggi

concessi dalla legge di Federigo, oltre il carattere d'istituto

scientifico assunse la forma di corporazione legalmente riconosciuta

e, secondo il linguaggio giuridico, prese nome di università

(_universitas_)[70].

Il documento legislativo che sanzionò e riconobbe l'esistenza legale

della scuola bolognese come corporazione, è ricordato nella storia col

nome di _Autentica Habita_ e fu promulgato da Federigo nel novembre del

1158 alla Dieta di Roncaglia.

L'importanza di questa autentica, che trasformò l'interna costituzione

della scuola bolognese, è generalmente riconosciuta dagli storici.

Questo atto legislativo può dirsi il più antico dei documenti che si

riferiscono all'ordinamento scolastico del medio evo, se si eccettuano

alcune decisioni dei concilii aventi per scopo qualche riforma

scientifica, che sono di data anteriore[71].

L'università di Bologna fu la prima a promulgare i suoi statuti,

prendendo a base della costituzione scolastica e della giurisdizione

privilegiata che accordò agli scolari ed ai professori, l'autentica

imperiale.

Non trovandosi detto nel documento legislativo, promulgato

dall'imperatore Federigo, che i privilegi ivi sanzionati venivano

specialmente conferiti alla scuola di Bologna, alcuni storici hanno

sollevato il dubbio che tale concessione fosse estesa anche a tutte le

altre scuole allora esistenti.

Tale opinione però viene smentita dal fatto che Federigo promulgò

l'autentica, non in qualità d'imperatore tedesco, ma di re di

Lombardia. Il che dimostra, che egli intendeva di attribuire i

privilegi ad una scuola italiana e specialmente a quella di Bologna

che era la più famosa in quel tempo e la più frequentata da scolari

stranieri.

Aggiungasi, inoltre, che Federigo avendo speciali motivi di gratitudine

verso i giureconsulti bolognesi, intese certamente colla concessione

dei privilegi di favorire la loro scuola e non altre.

Nell'università di Parigi non vi era un centro di studii giuridici, e

tanto meno in Germania si trovavano allora giureconsulti, che per la

fama acquistata coll'insegnare, meritassero la concessione di speciali

privilegi.

Rimane adunque evidentemente dimostrato che l'autentica di Federigo si

riferisce esclusivamente alla scuola di Bologna[72].

I giureconsulti bolognesi conservarono gelosamente questa concessione

imperiale, che rimase inalterata nelle sue consuetudini e posta come

base fondamentale della nuova costituzione scolastica.

Il testo dell'autentica, inserito per espressa volontà dell'imperatore

Federigo nelle compilazioni del diritto romano, dette luogo a numerosi

commenti dei giureconsulti, i quali ne spiegarono il significato e ne

facilitarono l'applicazione nella legislazione scolastica medioevale.

Sopra tutto, l'attenzione dei commentatori si fermò a determinare i

limiti della giurisdizione attribuita ai professori ed ai vescovi della

ricordata autentica.

Può dirsi adunque che per opera dei glossatori più autorevoli, come

Odofredo, Azone, Accursio ed altri, si formasse una giurisprudenza

interpretativa dell'autentica di Federigo; talchè, quando le

università compilarono i loro statuti, trovarono già preordinate le

basi fondamentali e discussi i punti più oscuri della legislazione

scolastica.

L'imperatore Federigo nel promulgare l'autentica, ebbe certo in mente

la costituzione di Giustiniano, colla quale molti secoli prima era

stato accordato al preside della provincia, ai vescovi ed ai professori

della scuola di Berite il diritto di esercitare una certa sorveglianza

disciplinare sopra gli scolari.

Ciò sta a confermare quel che dicemmo altrove, parlando delle scuole

di giurisprudenza fondate da Giustiniano; che cioè le tradizioni

scientifiche e legislative di questi primi collegi di studii legali

furono conservate negli ordinamenti scolastici del medio evo, e forse

l'unica traccia di cultura giuridica che rimase in Italia all'epoca

delle dominazioni barbariche, fu una continuazione delle scuole fondate

da Giustiniano in Roma, in Costantinopoli e in Berite.

Anche i glossatori commentando il passo della costituzione di

Giustiniano relativo alla sorveglianza accademica concessa agli antichi

cultori del diritto ed ai vescovi sugli scolari, e confrontandolo

coll'autentica di Federigo, riconobbero che fra quei due documenti

di legislazione scolastica esiste un nesso di tradizioni e un intimo

rapporto di analogia.

Fu lungamente disputato, in base all'autentica di Federigo se la

concessione dei privilegi scolastici potesse estendersi a tutte le

università che ebbero origine in Italia dopo quella di Bologna; e venne

concordemente sostenuta l'opinione negativa.

I giureconsulti bolognesi guidati da un sentimento egoistico, non

riconobbero giammai alle altre università il diritto di esercitare le

franchigie e le immunità elargite dalla autentica imperiale, sostenendo

indefessamente il principio di un assoluto esclusivismo, al quale non

rinunziarono neppur quando i privilegi scolastici furono riconosciuti e

sanzionati nelle altre università italiane, per espressa adesione della

suprema autorità politica ed ecclesiastica.

Nelle opere di Odofredo, di Accursio e degli altri principali

glossatori che insegnarono in Bologna, si trova dichiarato che il

diritto di una speciale giurisdizione non poteva essere esercitato

legalmente che nella loro università, e gli statuti promulgati, altrove

dovevano annullarsi, perchè contenevano un indebita usurpazione dei

privilegi scolastici ad essi soltanto attribuiti.

Nel primo periodo della costituzione delle università, la città di

Bologna temendo una dannosa concorrenza, e andando contro allo spirito

dei tempi favorevoli al massimo sviluppo della libertà d'insegnamento,

pose in opera tutti i mezzi per impedire che sorgessero altri centri di

studii in Italia. Questa tendenza egoistica spinta fino all'eccesso,

invece di dare incremento all'università bolognese, le arrecò

gravissimi danni come fra breve vedremo.

Il comune di Bologna, non solo riconobbe e sanzionò nei suoi statuti

i privilegi che l'università aveva a sè esclusivamente attribuiti,

interpretando in modo restrittivo il tenore dell'autentica imperiale;

ma volle imporre eziandio ai professori ed agli scolari la condizione

di non recarsi altrove, sottoponendoli a giuramento e minacciando gravi

pene ai trasgressori[73].

La ragione di tale divieto, era, come è facile comprendere, di limitare

a Bologna i benefizi dell'insegnamento universitario, mettendo in opera

ogni mezzo per impedire alle altre città italiane il modo di fondare

nuove università, che facessero dannosa concorrenza a quella bolognese.

Quando però colla cresciuta diffusione del sapere, i cultori della

scienza aumentarono in gran numero in tutta Italia, non bastarono

le proibizioni del comune di Bologna a trattenere i professori e gli

scolari in quella università, per recarsi in altre, dove erano chiamati

con promessa di maggiori privilegi ed immunità.

Insistendo il comune nelle condizioni imposte ai professori ed agli

studenti, questi ritennero lesi i loro diritti e l'integrità degli

statuti universitarii, e dopo molte inutili rimostranze, riunitisi,

fecero un generale accordo che se il comune non avesse abrogato quelle

leggi violatrici della loro libertà, consacrata dalle consuetudini e

sancita dall'autentica imperiale, avrebbero emigrato da Bologna.

Interpostosi il papa, che era allora Onorio III, dopo inutili tentativi

di conciliazione, valendosi dell'autorità che gli concedeva il

suo grado, dichiarò solennemente doversi considerare come nulle ed

inefficaci le leggi promulgate dal comune di Bologna a danno della

libertà individuale degli scolari e dei professori, e sciolse questi

dal vincolo del giuramento prestato[74].

Il nome di Onorio III si trova spesso ricordato dagli storici in questo

primo periodo della storia dell'università di Bologna, e sembra che

egli fosse il primo ad esercitare i diritti di alta sorveglianza sugli

ordinamenti scolastici, e una giurisdizione disciplinare sugli scolari

ed i professori.

Questo papa ed i suoi successori, dettero manifesti segni della loro

protezione all'università di Bologna, e interponendo la loro suprema

autorità nei frequenti contrasti che nascevano fra gli scolari ed il

comune, impedirono che le discordie recassero grave detrimento alla

prosperità delle scuole.

L'università, per quanto gelosamente custodisse le prerogative della

sua indipendenza, accettò di buon grado che il papa esercitasse un'alta

sorveglianza sugli studii, perchè la protezione del capo della Chiesa

le arrecò sempre grandi vantaggi.

Infatti, dalle Decretali di Onorio III si rilevano molti esempi a

conferma della speciale predilezione che quel pontefice aveva per

l'università di Bologna. Nel 1200 proibiva l'insegnamento del diritto

romano nell'università di Parigi, che era allora l'emula in fama

scientifica di quella di Bologna, sotto il pretesto che quel diritto

non era in vigore nella Francia; ma realmente allo scopo di evitare

alle scuole giuridiche bolognesi, dalle quali dipendeva la grande

rinomanza di quella università, una dannosa concorrenza[75].

Un altro atto d'ingerenza del papa, nella disciplina scolastica

della università bolognese, fu quello di proibire con la bolla dal

28 giugno 1219 l'esercizio del pubblico insegnamento a chi non avesse

dato saggio della sua dottrina con un esame, ed ottenuto l'opportuna

autorizzazione[76].

Anche nel secolo successivo a quello di Onorio III, i papi ebbero una

speciale predilezione per l'università di Bologna.

Nel 1328 avendo il comune di Perugia domandato a Giovanni XII il

privilegio di Studio generale, quel papa prima di accondiscendere a

tale richiesta, scrisse al legato di Lombardia perchè lo informasse, se

dando la sua approvazione per fondare l'università di Perugia, quella

di Bologna ne potesse risentire grave danno[77].

Un lato caratteristico della costituzione universitaria di Bologna era

quello relativo alla nomina dei professori o _dottori_, come allora

dicevasi.

Per espressa disposizione degli statuti, le primarie cattedre

nell'università di Bologna erano riserbate ai cittadini, che fossero

tali almeno da due generazioni. Così all'egoismo municipale si univa

l'egoismo di facoltà, per cui i dottori si obbligavano con giuramento a

non promuovere altri bolognesi tranne i loro figli, fratelli e nipoti.

Da ciò ebbero origine quelle continue controversie e i frequenti

conflitti che nel secolo XIII avvennero in Bologna tra l'università, le

facoltà e il comune[78].

Alle altre cagioni d'interne discordie dell'università di Bologna,

più tardi se ne aggiunse una nuova, cioè: la creazione dell'università

delle arti (_Universitas Artium_).

Fino dal secolo XIII la scuola bolognese fu esclusivamente giuridica,

sia per la grande importanza scientifica che ebbe in essa lo studio del

diritto, dal quale trasse origine tutta la sua rinomanza in Italia ed

all'estero, sia per la speciale costituzione colla quale si formò.

I giureconsulti orgogliosi di aver dato vita a quel gran centro di

studii al quale accorrevano gli scolari di tutte le nazioni, non

potevano tollerare il contatto dei cultori delle altre scienze che per

contrapposto ai _giuristi_, erano allora conosciuti col nome generico

di _artisti_. Perciò fu a questi ultimi contrastato per lungo tempo il

diritto di insegnare, come pure l'esercizio dei privilegi scolastici;

e anche quando la nuova corporazione (_universitas_) fu legalmente

riconosciuta, non potè acquistare mai un'influenza pari a quella dei

giureconsulti.

Da tutto ciò che abbiamo detto fin qui, si comprende quanto lungamente

dominasse nell'università di Bologna quello spirito egoistico che

può dirsi il peccato d'origine della sua costituzione, e la causa

principale della sua decadenza, come giustamente avverte il Savigny.

I gravi disordini che erano la conseguenza dei conflitti che turbavano

il regolare andamento degli studii nell'università di Bologna, e il

sorgere di altri centri non meno importanti di pubblico insegnamento,

eccitarono frequenti emigrazioni di professori e scolari, che

ordinatisi in colonie libere e nomadi, andarono cercando nelle nascenti

università d'Italia, una più quieta dimora per i loro studii, e il

godimento di più larghi privilegi ed immunità.

Queste emigrazioni dall'università di Bologna, se non dettero origine

assolutamente, come alcuni storici ritengono, a molte università

italiane, furono certo la causa diretta del loro rapido sviluppo ed

accrescimento, verso la fine del secolo XIII.

Nell'anno 1222, gran parte degli scolari di Bologna si recarono

insieme ai loro professori a Padova, per attendere più tranquillamente

agli studii. Allora in Padova vi erano come in tutte le altre città

principali d'Italia scuole in gran numero; ma di poca fama in confronto

a quelle di Bologna.

Appena giunse la colonia degli scolari e dei dottori bolognesi, si

formò la corporazione legalmente riconosciuta (_universitas_) e Padova

da quel tempo ebbe la sua università[79].

Così pure nel 1321 un'altra emigrazione dall'università di Bologna,

accrebbe lo _Studio_ di Siena, che secondo recenti ricerche ebbe la sua

origine nella seconda metà del secolo XIII[80].

Nell'anno 1204 alcuni professori accompagnati da un gran numero di

scolari, lasciarono Bologna e si recarono a Vicenza dove fondarono

uno studio che ebbe qualche rinomanza; ma non durò che cinque anni

(1204-1209)[81].

Molte altre emigrazioni parziali ebbero luogo nel secolo XIII e

nei successivi dall'università di Bologna; e può dirsi che questa

contribuisse efficacemente alla diffusione ed all'incremento di tutte

le altre università italiane.

Abolite le leggi, che in onta alla libertà dei corpi scolastici

imponevano ai professori ed agli studenti di Bologna la residenza fissa

in questa città, e accresciuti i centri di studii in tutta l'Italia,

cominciò a stabilirsi fra questi una vivace concorrenza che contribuì

assai al progresso della cultura e alla diffusione del sapere.

Tutte le città, comprese le più piccole, fecero a gara nel fondare

la loro università sottoponendosi volontariamente a gravissime spese,

pure di non restare prive di un centro di studii nel quale i cittadini

potessero imparare, senza recarsi altrove ad acquistare i benefizi

della scienza.

In questo generale movimento di libera concorrenza, i professori e

gli scolari potevano agevolmente imporre leggi e dettare condizioni,

trovando dovunque si recassero larghe concessioni di privilegi e

d'immunità.

Le condizioni sociali di quel tempo erano favorevoli alla fondazione

di nuovi centri di studii, perchè i più elevati uffici e i gradi

più insigni erano riserbati ai cultori del sapere. Vi sono ben pochi

periodi nella storia della civiltà che eguaglino il secolo decimoterzo

nell'amore per la scienza e nel generale convincimento della sua

utilità ed importanza sociale.

In quel tempo le città italiane ordinatesi a forma repubblicana,

richiedevano negli uomini chiamati al governo speciali attitudini

d'ingegno e un largo corredo di dottrina. E poichè la costituzione

dei comuni era essenzialmente fondata sul principio della libera

partecipazione di tutte le classi sociali al governo della cosa

pubblica, era conseguenza necessaria dei nuovi ordinamenti politici, la

pronta e universale diffusione del sapere, e specialmente della cultura

giuridica e della pratica legislativa.

Chi volesse enumerare tutte le opere di legislazione che furono

compilate in Italia al tempo delle repubbliche medioevali, si

accingerebbe ad opera di grave difficoltà perchè non vi fu nessun borgo

o paesello, per quanto piccolo ed oscuro, che non volesse formare i

suoi _statuti_[82].

Si dissero nel medio evo _Statuti_, con parola generica, tutte le

compilazioni legislative, tanto riguardanti la costituzione politica

dei comuni, come l'ordinamento delle associazioni delle arti e delle

università.

È facile immaginarsi quanto studio e ampio corredo di cultura e di

esperienza legislativa si richiedesse a quei primi compilatori di

statuti, i quali sulle traccie del diritto romano dovevano creare un

sistema di legislazione e di giurisprudenza adatta ai nuovi bisogni

sociali e ai mutati ordinamenti politici.

In poco più di un secolo, l'Italia trasformò i principii del diritto

romano in quel sistema che fu detto di _diritto comune_, in base al

quale furono regolati i rapporti giuridici della nuova società.

I dottori che insegnarono nelle università italiane ebbero la parte

principale in questa riforma scientifica e legislativa, dalla quale le

nascenti repubbliche trassero i principii e le norme direttive della

loro organica costituzione[83].

In queste speciali condizioni politiche in cui trovavasi allora

l'Italia, sta la ragione principale di quel glorioso primato nello

studio del diritto, che essa ebbe in tutto il medio evo.

Nella storia delle origini delle università, bisogna distinguere il

periodo della loro primitiva costituzione da quello del riconoscimento

legale.

Come già abbiamo detto dell'università bolognese, questi grandi corpi

scientifici erano già sorti prima che i papi e i sovrani riconoscendo

la loro grande importanza, ne assicurassero la esistenza legale.

Il riconoscimento, o l'atto di fondazione, non può dirsi adunque,

parlando con storica esattezza, che stabilisca la vera origine

delle università; perchè queste nacquero dallo spontaneo concorso

dell'operosità privata, e non per volontà di un papa o di un

imperatore, tolta qualche eccezione, come fra breve vedremo.

Quando alcuni storici adunque, vogliono cercare i documenti che

attestino dell'origine delle università, fanno opera inutile e

infruttuosa; perchè di questi primi corpi scientifici deve dirsi come

dei Comuni e di tutte le altre grandi associazioni che sorsero nel

medio evo; che cioè può assegnarsi con qualche fondamento l'epoca

approssimativa in cui favorite da speciali condizioni di civiltà

cominciarono a svolgersi e formarsi; ma non è possibile trovar nessun

documento che dichiari con esattezza di data, il tempo preciso della

loro fondazione.

A provare che il riconoscimento sovrano non ebbe nessun rapporto

con l'origine e l'esistenza delle università, basta ricordare, che

molte di queste non ebbero mai la sanzione del papa e dell'imperatore

(supreme autorità di quel tempo), e nondimeno divennero famose

come istituti di scienza e potenti come corporazioni. Fra le altre

citeremo le principali che sono: Bologna e Padova in Italia, e Parigi

all'estero[84].

Se il pubblico riconoscimento non contribuì direttamente a dare origine

alle università, ebbe nondimeno molta influenza per consolidare i loro

ordinamenti e accrescerne la prosperità scientifica. E ciò è tanto

vero, che quasi tutte le università, riconoscendo il vantaggio della

sanzione legale, chiesero in favore al papa o all'imperatore tale

concessione che veniva agevolmente consentita in quanto rappresentava

un omaggio spontaneo fatto dai corpi scolastici all'autorità politica

ed ecclesiastica.

Tale riconoscimento legale, mentre non scemava affatto l'indipendenza

delle università, nè ledeva i privilegi e le franchigie inerenti alla

loro costituzione; conferiva assai a garantire l'integrità dei corpi

scolatici ponendoli sotto la protezione delle supreme autorità che li

difendevano contro le turbolenze e le agitazioni che frequentemente

minacciavano la loro esistenza.

Colla sanzione legale, ogni università acquistava il privilegio di

chiamarsi Studio (_Studium_), col quale titolo si trovano sempre

indicati nel linguaggio scolastico medioevale questi corpi scientifici.

Quando l'università comprendeva l'insegnamento di tutti i rami di

scienza, si chiamava Studio generale (_Studium generale_).

Consultando le storie e gli statuti del tempo, si trova fatto cenno di

molte università che per la loro breve esistenza, non lasciarono nelle

vicende della civiltà, tradizioni e memorie che meritino una speciale

considerazione per gli studiosi.

Quasi tutte le città italiane, spinte dall'emulazione, tentarono di

fondare uno Studio. Questi centri d'insegnamento minori, non poterono

lungamente sostenere la concorrenza delle principali università, e

molti ebbero una vita brevissima.

Si ricordano fra le università minori, che ebbero origine fra il secolo

XIII e XIV, le seguenti:

(_Nell'Italia Settentrionale_)

(VERCELLI), la cui origine si fa risalire all'anno 1220[85]. Il più

antico documento relativo a questa università è lo statuto del 1224.

La _Carta vercellese_, che è una delle più complete costituzioni

legislative delle università[86] non è dunque l'atto di fondazione

dello Studio vercellese come molti storici hanno creduto, perchè è di

quattro anni posteriore allo statuto di cui abbiamo testè parlato.

Nel 1228 l'università di Vercelli si accrebbe di molti professori e

scolari che erano emigrati da Padova a cagione delle discordie che

tenevano agitata quella città. In tale occasione si recarono in Padova

due inviati che stabilirono coi rettori dei francesi, degl'inglesi, dei

normanni, dei provenzali, degli spagnuoli e catalani le condizioni del

trasferimento dei dottori e degli scolari in Vercelli.

Lo Studio di Vercelli durò oltre a centoquattordici anni

(1224-1338)[87].

(CHIERI) Nel 1419 i professori dell'università di Torino per timore

della peste che allora infieriva in quella città, chiesero al Duca di

Savoia di trasferire lo Studio a Chieri. Essendo stato loro negato

questo trasferimento, alcuni dottori non tollerando un divieto che

riconoscevano come lesivo della loro indipendenza, lasciaron Torino, e

si portarono ad insegnare a Chieri.

Nel 1429 il duca Amedeo, riconobbe l'esistenza legale del nuovo Studio.

(SAVIGLIANO) Nel 1434 i chieresi fecero domanda al duca Amedeo

perchè fosse trasferito altrove il loro Studio. Le ragioni di questa

risoluzione, nuova affatto nella storia delle università, sono

ignote e lo stesso Vallauri, diligente ricercatore delle memorie che

hanno relazione cogli Studii del Piemonte, non ha saputo darne una

ragionevole spiegazione.

Il papa Eugenio IV con sua bolla del 9 febbraio 1434 concesse al nuovo

Studio di Savigliano i consueti privilegi.

Lo Studio di Savigliano durò appena due anni (1434-1436).

(MONDOVÌ) Questo Studio deve la sua origine ad Emanuele Filiberto che

ne ordinò la fondazione, con suo diploma del 1560. Nel 1561 il comune

di Mondovì mandò a Roma un ambasciatore per ottenere l'approvazione

del nuovo Studio dal papa Pio IV, che lo riconobbe con sua bolla del 22

settembre di quello stesso anno. Nel 1566 cessato in Torino l'assedio,

a cagione del quale principalmente molti professori e scolari avevano

emigrato a Chieri, questo Studio cessò e non rimasero in quella città

che i collegi di giurisprudenza e di teologia.

(MILANO) Nel 1447 il Senato di Milano decretò in questa città la

fondazione di uno Studio. La causa di tale determinazione fu questa.

Essendo morto senza prole legittima il duca Filippo Maria Visconti, il

Senato milanese assunse il governo chiedendo l'alleanza di Pavia.

Essendosi i pavesi rifiutati, il Senato temendo che gli scolari di

Milano che si trovavano in Pavia fossero molestati, credè utile di

richiamarli in patria e di fondare uno Studio.

Pare però che questa università avesse una brevissima esistenza, perchè

se ne trova appena qualche cenno nei cronisti del tempo[88].

(NOVARA) Gli statuti novaresi ricordano l'esistenza di uno Studio in

quella città verso il 1400. Dopo quest'epoca però se ne perde ogni

memoria.[89]

(PAVIA) Lo Studio di Pavia fu fondato da Galeazzo II, duca di Milano,

il quale ne chiese all'imperatore Carlo IV il privilegio, e l'ottenne

con Decreto del 13 aprile 1361. Sembra (stando a ciò che narrano

gli storici) che Galeazzo si decidesse a fondare quello Studio, per

aumentare il numero degli abitanti di Pavia che a quel tempo era

divenuto assai scarso[90].

(PIACENZA) Questo Studio ebbe origine nel secolo XIII. Nel 1398

lo stesso duca Gian Galeazzo che aveva fondato lo Studio di Pavia,

accrebbe con grave danno di questa, di nuove cattedre l'università

di Piacenza, e vi chiamò molti professori e scolari con promessa di

immunità e privilegi[91].

(MODENA) L'origine di questa università risale alla metà del secolo

XII. I modenesi furono spinti a fondare uno Studio dall'esempio della

vicina Bologna. Al principio del secolo XIII questa università per

cagione delle guerre, rimase abbandonata.

Nel 1225 il papa Onorio III con un suo breve al Vescovo di Modena, gli

concedeva autorità di assolvere gli scolari che si fossero leggermente

feriti tra loro[92].

Questo documento dimostra che fino da quel tempo esisteva uno Studio in

Modena.

Nell'anno 1226 l'imperatore Federigo II concesse ai modenesi amplissimi

privilegi[93].

Dopo svariate vicende, l'università modenese non potendo sostenere la

concorrenza di Bologna e di Ferrara cessò affatto; talchè nel secolo XV

non se ne trova fatta più parola.

(REGGIO) Il più antico documento che ricordi l'esistenza di scuole

pubbliche in Reggio, risale al 1188[94]. Verso la metà del secolo XIII

si trovavano nella città di Reggio molte scuole di giurisprudenza,

che eccitarono la gelosia dei bolognesi; i quali decisero di propria

autorità che l'insegnamento del diritto doveva spettare esclusivamente

ad essi e conseguentemente dichiararono i dottori di Reggio usurpatori

dei loro diritti e privilegi.

Si conserva il documento della prima laurea conferita nello Studio di

Reggio, che è certo una delle più antiche[95].

Anche lo Studio di Reggio, dopo svariate vicende nel secolo XV cessò

affatto.

(PARMA) In questa città troviamo ricordate scuole famose fino dal

secolo XII; non può dirsi però che quell'università avesse origine

prima del secolo XIV.

Nell'anno 1328 fu domandato dai parmensi a papa Giovanni XII il

privilegio di Studio generale. Tal concessione non venne accordata a

tutela dell'integrità dello Studio bolognese, dal quale emigravano

sempre molti scolari e dottori ogni qualvolta si fondava una nuova

università[96].

Fatto signore di Parma Niccolò d'Este, marchese di Ferrara, il comune

si rivolse a lui pregandolo che intercedesse per la fondazione di uno

Studio, che era stata sempre impedita per opera dei bolognesi protetti

dal Papa.

Nel 1414 si costituì l'università di Parma che compilò i propri

statuti, ma ebbe breve esistenza, perchè tornato signore di quella

città il duca Filippo Maria Visconti, fu da questi ordinato che tutti i

giovani parmensi dovessero recarsi allo Studio di Pavia.

Dopo inutili sforzi del comune di Parma per restaurare il suo Studio,

venne finalmente a cessare per opera delle vicine università, che ne

ottennero dal papa Sisto IV la definitiva soppressione.

(PERUGIA) Dello Studio di Perugia si trovano memorie e documenti fino

dal secolo XIII. La più antica menzione di un professore di diritto e

di alcuni maestri delle arti in Perugia è del 1276. Questa università

venne elevata a Studio generale nel 1307 con bolla di Clemente V e nel

1318 Giovanni XXII le accordò il privilegio di conferire i gradi nel

diritto civile ed economico. Nel 1355 l'imperatore Carlo IV ad istanza

dei magistrati perugini, accordò a quello Studio tutti i privilegi

delle università imperiali[97].

(FERRARA) Fino dal secolo XIII si ha memoria di uno Studio ferrarese.

Gli statuti dell'anno 1264 ricordano l'esistenza dell'università degli

scolari (_universitas scholarium_).

Nell'anno 1391 il papa Bonifazio VIII concesse allo Studio di Ferrara

i consueti privilegi e la facoltà di conferire i gradi accademici in

tutte le scienze nominando cancelliere il vescovo della città.

L'università ferrarese acquistò nel secolo XIV e nei successivi molta

importanza scientifica e fu popolata da scolari di ogni nazione, come:

greci, fiamminghi, tedeschi, francesi, inglesi, spagnuoli, portoghesi.

Ferrara possedeva ancora i collegi dei giudici, degli avvocati,

dei procuratori e dei notari, molto anteriori alla fondazione dello

Studio. Aveva poi, come Bologna, Padova, Pisa e le altre città, dove

risiedevano le principali università italiane, i collegi destinati al

mantenimento degli scolari.

Nel secolo XV lo Studio ferrarese si accrebbe di molti scolari. Quando

il giureconsulto Giovanni Nicoletti da Imola si recò a Ferrara, lo

seguirono trecento studenti dell'università di Padova, e da Bologna ne

vennero altri seicento per udire le sue lezioni[98].

(CREMONA) Negli statuti di questa città si parla di scolari e

professori. Il comune si obbligò di pagare i rettori scelti dagli

studenti.

Pare dunque certo che all'epoca in cui furono compilati i detti

statuti, esistesse in Cremona uno Studio (Secolo XV)[99].

Oltre le surricordate, si trova ancora qualche memoria di università

fondate fra il secolo XIV e XV in Macerata, Cividal del Friuli[100],

Fermo[101], Genova[102] e Sassari[103].

Le quali come gli altri centri minori d'insegnamento ebbero una

esistenza molto incerta e contrastata, essendo continuamente soggette a

subire la concorrenza delle principali università.

(_In Toscana_)

(FIRENZE) Lo Studio fiorentino ebbe origine nel secolo XIV. La

Repubblica ne deliberò la fondazione nel 1321, ma fu costituito

regolarmente solo nel 1348[104]. Con bolla pontificia del 31 maggio

1349 lo Studio fiorentino ebbe il privilegio di conferire i gradi.

L'imperatore Carlo IV con diploma del 2 gennaio 1364 lo dichiarò

_università imperiale_ coi privilegi annessi confermati poi da Leone X

nel 1516[105].

Lo Studio fiorentino ebbe svariate vicende ora prospere, ora avverse,

secondo lo stato della Repubblica che lo manteneva. La vicinanza

dell'università pisana gli nocque assai.

Cosimo I ponendo ogni studio nel favorire l'incremento dell'università

di Pisa, per affezionarsi questa provincia di recente annessa al

granducato di Toscana, influì molto alla totale estinzione dello Studio

di Firenze.

(SIENA) Questa università ebbe origini assai antiche. Gli storici

attestano che nel 1203 si trovavano in Siena molti dottori e scolari

favoriti da privilegi; il che fa supporre che fino da quel tempo

esistesse in Siena uno Studio. Nel 1249 fu iniziato un catalogo dei

professori che insegnarono in quella città. Da questo documento si

rileva che allorquando venne compilato, l'università senese esisteva

già; ma le sue scuole non avevano in quel tempo maggiore importanza di

quella delle altre città italiane. Lo Studio di Siena, acquistò molta

importanza all'epoca dell'emigrazione dei dottori e degli scolari

bolognesi avvenuta nell'anno 1321.

Nel 1357, l'imperatore Carlo IV, concesse all'università senese il

privilegio di Studio generale, posto sotto la sorveglianza del vescovo.

Nel 1590 gli scolari chiesero ed ottennero di emanciparsi dall'autorità

ecclesiastica eleggendo un rettore del loro ceto. Questa elezione

facevasi col concorso di tutte le autorità politiche della Repubblica e

di una commissione composta di quarantatrè scolari[106].

(LUCCA) Nel secolo XIV anche la città di Lucca volle fondare uno Studio.

L'imperatore Carlo IV concesse l'autorizzazione alla Repubblica di

aprire lo Studio generale con scuole di diritto civile e canonico,

di logica, filosofia, medicina, astrologia e arte notarile. Nel 1387

Urbano IV concesse i consueti privilegi[107].

Anche lo Studio lucchese ebbe breve esistenza, non potendo lungamente

prosperare a causa della vicinanza di quello di Pisa, che fu il maggior

centro degli studii universitarii di Toscana.

(AREZZO) Anche questa città ebbe il suo Studio, secondo i documenti da

noi consultati, che ne provano chiaramente l'esistenza.

Al principio del secolo XIII fioriva in Arezzo una scuola legale assai

famosa.

Nel 1215, fra i dottori che insegnarono in questa scuola, si trova

ricordato il celebre giureconsulto Rofredo di Benevento[108].

Gli statuti aretini contengono i privilegi che il Comune concedeva

secondo gli usi del tempo ai dottori e agli scolari[109].

Nell'anno 1456 l'imperatore Federigo III accordò ad Arezzo il

privilegio di Studio generale e investì i gonfalonieri del diritto di

promuovere in suo nome ai gradi accademici[110].

(PISTOIA) Da alcune memorie riferite dagli storici, e da qualche passo

delle opere degli scrittori, si rileva che anche in Pistoia venne

fondato per opera del Comune uno Studio.

Non si può precisare l'epoca in cui ebbe origine questa università

pistoiese, la cui esistenza fu assai breve e precaria[111].

Il giureconsulto Dino di Mugello, che nel 1284 insegnava in Bologna,

venne poco appresso chiamato a Pistoia a leggere il diritto civile per

cinque anni. Il Comune gli assegnò un buono stipendio, _et unam domum

decentem et convenientem ad habitandam hinc ad dictum terminem_[112].

Tolta questa notizia che proverebbe l'esistenza in Pistoia di una

scuola legale assai fiorente nel secolo XIII, non abbiamo di questo

Studio nessun'altra memoria degna di nota.

Oltre le città, che abbiamo ricordate, molte altre ancora promossero

fra il secolo decimoterzo e il successivo la fondazione di nuove

università. Consultando le cronache e le altre memorie del tempo, molte

delle quali rimangono tuttora inedite e ignorate nei nostri archivi, si

potrebbero riscontrare documenti importantissimi relativi alle antiche

università.

In quel meraviglioso e fecondo risorgimento della cultura che ebbe

luogo nel periodo surricordato, la fondazione di nuovi centri di studii

fu alacremente promossa dalle repubbliche e favorita dalle condizioni

sociali del tempo.

Per quanto numerosi fossero i cultori della scienza, pure, di fronte

all'operosità intellettuale e al vivo desiderio d'imparare che era

comune a tutte le classi della società, essi non potevano supplire

alle molteplici richieste e alle cure svariate dell'insegnamento e dei

pubblici uffici a cui erano chiamati.

Ben presto però, i maggiori centri universitarii assorbirono la

vitalità scientifica delle università secondarie, molte delle quali

dopo una breve e precaria esistenza vennero ad estinguersi.

Fino dal secolo XV il primato di alcune università fu assicurato nelle

diverse provincie d'Italia, e da quel tempo in quei principali centri

di attività intellettuale insegnarono gli uomini più illustri in tutti

i rami di scienza.

Nell'Italia settentrionale primeggiarono Torino e Padova; in Toscana,

Pisa; nell'Italia meridionale, Roma e Napoli.

Sull'origine dell'università di Napoli dovremo intrattenerci alcun poco

perchè avendo essa avuto principio per volontà di un principe e non

per spontaneo impulso d'iniziativa privata come tutte le altre; e di

più essendo stata ordinata sulle basi di una costituzione differente da

quella di Bologna, merita una speciale attenzione.

L'imperatore Federigo II fu, come è noto, un principe molto dotto

e assiduo cultore e promotore dei buoni studii. Ebbe la fortuna di

avere avuto alla sua corte un consigliere al pari di lui amante della

scienza e protettore degli studiosi, che fu il famoso Pier delle Vigne.

Dalle opere che di lui tuttora rimangono, si rileva come alla corte

di Federigo si partecipasse con fervore al risorgimento intellettuale

che in quel secolo dava principio ad una nuova civiltà[113]. Anzi

in Sicilia, prima che altrove, per opera principalmente di quel gran

principe, i dotti trovarono protezione e stima, e la sua corte divenne

un centro attivo di cultura nazionale.

Presso Federigo (che per intimo convincimento e per odio contro i

papi, dei quali fu sempre implacabile nemico, professava il principio

dell'assoluta tolleranza in materia di religione) convenivano tutte

le persone di sentimenti liberali e fra questi molti arabi, ed ebrei

che furono dall'imperatore incaricati di tradurre le opere di scienza

orientale[114].

Ebbe Federigo il gran merito di aver protetto e favorito il progresso

di tutte le scienze senza distinzione: sicchè mentre nel rimanente

d'Italia era in tutte le scuole quasi esclusivamente coltivata la

giurisprudenza, alla corte dell'imperatore svevo, si promuoveva

eziandio con efficaci incoraggiamenti e con leggi savie la diffusione

della medicina accrescendo di nuovi insegnamenti la già famosa

scuola di Salerno; della filosofia traducendo i libri di Aristotile;

delle matematiche proteggendo il primo algebrista cristiano Leonardo

Fibonacci[115].

Pare anche che debba attribuirsi a Federigo la fondazione della prima

accademia di scienze e lettere che abbia avuto origine in Europa[116].

Durante il regno di Federigo, l'università di Bologna era nel massimo

suo splendore, ed essendo sotto la protezione dei papi, eccitava forse

la gelosia dell'imperatore che concepì l'ardito pensiero di abolirla.

A tal'uopo intimò ai dottori e agli scolari di Bologna di recarsi a

Napoli dove egli avrebbe accordato loro maggiori privilegi e più estese

immunità[117].

Tale intimazione imperiale non ebbe però nessuno effetto, com'era

da prevedersi, perchè l'università bolognese, fiera della sua

indipendenza, e memore delle sue libere tradizioni, non aveva a

temere nulla dalle minaccie di un sovrano per quanto potente come

Federigo[118].

Riuscito infruttuoso questo tentativo, che forse fu l'effetto più d'un

moto d'impeto inconsiderato, che di matura deliberazione, Federigo

pensò che coi larghi mezzi di cui poteva disporre e coll'aiuto dei

dotti che aveva alla sua corte, avrebbe potuto creare un centro di

studii universitarii che riuscisse famoso per illustri insegnanti e per

numeroso concorso di scolari al pari di Bologna.

Quale elevato concetto avesse l'imperatore Federigo della scienza e

della sua utilità intellettuale e morale, si desume dalle stesse sue

parole[119].

«Vogliamo, egli dice, che nel nostro Stato sieno molti e diligenti

uomini istruiti da _una miniera di scienza e da un seminario di

dottrina_, i quali educati all'amore della rettitudine, obbediscano a

Dio, che ogni cosa serve, e sieno cari a noi nell'adempimento dei loro

doveri, e nell'ubbidire a quanto li comandi. Il perchè ordiniamo che

nell'amenissima città di Napoli, s'insegni ogni arte e professione,

e sieno in vigore gli studii, perchè coloro che hanno sete e fame

di sapere trovino nel regno di che satollarsi, e non debbano cercare

scienze presso straniere nazioni, nè accattarle pe' territorii altrui.»

Federigo chiamò all'università da lui fondata (1224) i professori più

celebri con promessa di larga retribuzione e concesse agli scolari

estesi privilegi perchè venissero in gran numero ad imparare[120].

Ordinò poi con liberale munificenza che fossero mantenuti a spese

dello stato gli studenti poveri, affinchè, com'egli lasciò scritto con

sapiente intendimento, _le cognizioni non fossero riserbate a pochi, ma

nelle differenti classi della società si diffondessero_[121].

L'università di Napoli come ebbe diverse origini da tutte le altre

d'Italia, così si ordinò sulle basi di una speciale costituzione,

nella quale pur rispettandosi le forme comuni a tutte le associazioni

scolastiche di quel tempo, dominava la volontà e l'arbitrio del

principe che ne aveva decretata la fondazione.

L'alta sorveglianza dello Studio di Napoli venne da Federigo affidata

al _Gran Cancelliere_ dello Stato escludendo il vescovo da qualunque

ingerenza nel pubblico insegnamento; come era naturale avvenisse in un

paese apertamente nemico della Corte di Roma.

L'esercizio della giurisdizione criminale venne conferito ad un altro

magistrato detto _Iustitiarius_. La giurisdizione civile poteva essere

cumulativamente esercitata dal suddetto ufficiale regio, dai professori

e dal vescovo a scelta degli scolari[122].

Spettava al Gran Cancelliere il diritto di nominare i professori,

di sorvegliare la disciplina scolastica e regolare i sistemi

d'insegnamento, e la facoltà di promuovere e di conferire i gradi[123].

Al principio del secolo XIV il Gran Cancelliere ebbe facoltà di

scegliere un luogotenente nella persona di un Rettore il cui ufficio

era permanente e poteva anche insegnare.

Il Rettore scelto dagli studenti, come nelle altre università, non fu

eletto in Napoli che nel secolo XVII, e ne troviamo il primo esempio

negli statuti del 1610.

L'università di Napoli avendo avuto origini e ordinamenti diversi da

quelli di tutte le altre d'Italia, non ebbe mai con queste nessuna

comunicazione scientifica, e tanto il suo fondatore, Federigo II, che

i successori di lui, favorirono questo spirito d'isolamento, ordinando

con minaccia di gravi pene agli scolari del regno di non andare in

altre università (_presso straniere nazioni_), come diceva lo stesso

Federigo.

Quanto alla nomina dei professori, il consiglio universitario di Napoli

provvedeva sempre per esame, essendo richiesto dagli ordinamenti che

nessun dottore potesse insegnare senza aver dato pubblico saggio di

sè. Le altre università per diritto di rappresaglia non riconoscevano

le lauree ed i gradi accademici concessi a Napoli, e alla loro

volta obbligavano quei dottori a sostenere un nuovo esperimento per

acquistare il diritto d'insegnare nelle loro scuole.

Sebbene l'università di Napoli fosse protetta dal suo fondatore e dai

successori Manfredi, Carlo I e Carlo II, e sostenuta colle finanze

dello stato, non ebbe mai una grande influenza scientifica, nè una fama

esclusivamente dovuta alla celebrità e alla dottrina dei professori che

v'insegnarono, come Bologna, Padova, Pisa e gli altri principali centri

di cultura nazionale che fiorirono dal secolo XIII in poi, nelle altre

provincie d'Italia.

La causa di questa evidente inferiorità dello Studio di Napoli, in

confronto agli altri che avevano avuto origine per lo spontaneo

concorso dell'iniziativa privata, deve certamente attribuirsi al

difetto d'indipendenza scientifica nella sua costituzione fondamentale,

come saggiamente avverte il Savigny.

Le Università italiane nel Medio Evo · 第 8 / 38 题