Importanza degli studii relativi alle università — Gli storici
delle università antiche — Opinione nostra sulla vera origine
delle università — Il risorgimento della civiltà moderna —
Influenza del Cristianesimo — Profonda ignoranza nei primi secoli
del medio evo — La Chiesa e la civiltà — I monasteri conservano
le tradizioni della cultura antica — Scuole ecclesiastiche —
Primi segni dell'insegnamento laico — Le tradizioni giuridiche in
Italia — La scuola di diritto fondata in Pavia dai re Longobardi
— Capitolare di Lotario — Diffusione delle scuole laiche — La
scuola medica di Salerno — Risorgimento del diritto romano —
Irnerio e la sua scuola — Origini dell'università di Bologna
— Fondazione delle altre università italiane — Federigo II e
l'università di Napoli.
Nella storia del medio evo, tanto ricca di vicende e d'istituzioni,
meritano di essere particolarmente studiate nelle loro origini e
nei singolari ordinamenti, quelle grandi e potenti associazioni
scientifiche che si chiamarono _università_, nelle quali si svolse e si
formò la cultura moderna.
La grande importanza che ebbero le università nel medio evo non solo
come istituti di pubblico insegnamento, ma anche come corporazioni
autonome e privilegiate, non può adeguatamente comprendersi ed
apprezzarsi se non si ritorna colla mente a quei tempi, evocando
memorie, tradizioni ed usi sociali, che male si potrebbero giudicare
coi criterii della civiltà moderna.
Nel medio evo l'istinto di difesa dette grande sviluppo allo spirito
d'associazione, e come si costituirono e si moltiplicarono i vincoli di
solidarietà in tutti gli ordini sociali; così anche la scienza trovò il
mezzo di vincere gli ostacoli di inveterati pregiudizii e diffondersi
lentamente nel mondo per opera dei primi suoi cultori, che riunitisi
in un comune intento, fondarono numerose scuole senza l'ingerenza di
nessuna autorità e per solo e spontaneo impulso della loro privata
iniziativa.
Le nostre università nate in tempi di profonda agitazione sociale,
ebbero un sentimento così profondo e tenace della loro indipendenza,
che a stento si sottoponevano nell'atto della loro fondazione al
riconoscimento delle due supreme autorità di quell'epoca, cioè il Papa
e l'Imperatore, sebbene invocando questa pubblica sanzione per la loro
legale esistenza, non vedessero per niente menomata la propria libertà,
nè minacciata l'integrità dei loro Statuti e privilegi.
Le antiche università italiane per la forma della loro organica
costituzione e per l'indole speciale delle leggi da cui erano
governate, potevano dirsi tante piccole repubbliche in cui il potere
supremo emanava dagli scolari i quali compilavano gli statuti,
eleggevano gl'insegnanti, e amministravano per mezzo dei loro
consiglieri gl'interessi della corporazione. Lo stesso Rettore che era
il primo magistrato dell'università, dipendeva dagli scolari i quali lo
investivano del grado e della giurisdizione accademica.
Questa costituzione essenzialmente democratica e fondata sulla base del
sistema rappresentativo, era tutta propria delle università italiane,
le quali risentivano necessariamente delle condizioni politiche di quel
tempo.
Essendo allora l'Italia divisa in piccoli Stati indipendenti, mancava
un potere supremo che potesse imprimere unità d'indirizzo e far
risentire la sua influenza negli ordinamenti scolastici, come avvenne
in Francia, in Inghilterra, in Spagna e in generale in tutti quei
paesi dove le tradizioni monarchiche furono più tenacemente conservate
nell'indole e nelle abitudini nazionali.
In Francia, sebbene le università imitassero le italiane nelle basi
fondamentali dei loro ordinamenti e della legislazione, gli scolari
non ebbero mai l'esercizio della giurisdizione accademica, che fu
esclusivamente affidata al Rettore ed ai Professori. Così pure deve
dirsi dell'Inghilterra, della Spagna, e più tardi della Germania,
le cui università presero a modello della loro costituzione quelle
italiane.
Per svolgere degnamente il tema che noi abbiamo preso a trattare,
sarebbe necessario consultare i nostri Archivi, e con pazienti indagini
andare ricercando tutte le tradizioni e le memorie delle antiche
università dall'epoca in cui ebbero origine fino ai tempi a noi
recenti.
Chi con sapienza di storico, e diligente cura di erudito potesse
raccogliere gli sparsi documenti di cui è tanto ricca l'Italia, e
riordinarli pazientemente allo scopo di rintracciare in essi le intime
vicende e il progressivo sviluppo delle università, si renderebbe
benemerito della scienza illustrando un periodo di storia civile
generalmente ignorato.
Fra le molte istituzioni che la civiltà moderna deve al medio evo, le
università meritano un particolare studio non solo come istituti di
scienza, ma ben anche come corporazioni; duplice qualità che per molto
tempo hanno conservato, e che fu il segreto e principale elemento della
loro potenza.
La storia delle università è ricca di singolari vicende e racchiude in
sè un periodo di civiltà e un complesso di istituzioni, di leggi, di
costumanze sociali, che eccitano la curiosità e l'interesse anche dei
profani ai gravi studii dell'erudizione.
È questo un argomento che offre allo scrittore, il quale sappia
svolgerlo con ampiezza di dottrina e con vivacità di stile, molti
lati dilettevoli ed episodii attraenti, e mentre serve ad illustrare
le vicende di istituzioni che ebbero tanta parte nella storia del
risorgimento scientifico, richiama alla mente memorie ed usi in gran
parte dimenticati.
La vita scolastica rappresenta uno dei lati più pittoreschi della
società medioevale composta di elementi tanto svariati e multiformi, e
ispirata da entusiasmi e da passioni tanto diverse da quelle dei tempi
nostri.
Riportiamoci colla fantasia all'epoca in cui nelle città italiane
accorrevano da tutte le parti d'Europa individui d'ogni età e d'ogni
grado sociale, spesso accompagnati dalle loro famiglie, di nazionalità,
di lingua e di abitudini differenti e uniti fra loro da un vincolo
comune, che era il culto della scienza; sottoposti ad una speciale
giurisdizione, favoriti d'innumerevoli immunità e privilegi, vaganti
or qua or là, senza freno nè legge; fieri di un sentimento illimitato
e profondo d'indipendenza, spesso turbolenti e rissosi; e avremo una
vaga e lontana idea di ciò che fosse la vita scolastica nelle antiche
università.
Fra quelle libere e nomadi colonie che popolavano allora le nostre
città, venendo da lontani paesi e affrontando gravi pericoli per amore
della scienza, e le moderne scolaresche, non vi è nulla di comune; ed
è ciò appunto che rende più interessante e singolare lo studio di quel
ceto di persone e dei loro usi e costumi.
Le università italiane, sia per la loro remota origine, sia per
avere compilato prima di tutte le altre di Europa una completa e bene
ordinata legislazione scolastica, tengono innegabilmente il primato
nella storia dei moderni ordinamenti accademici.
L'esatta conoscenza della interna costituzione e delle leggi
fondamentali delle antiche università è utile tanto agli studiosi di
erudizione storica, che a tutti coloro i quali intendono risolvere
con acume di critica e di dottrina, il grave problema della riforma
universitaria che oggidì tiene occupati i legislatori di tutti i paesi
civili. Infatti, se è vero come a suo luogo dimostreremo, che non
si può studiare seriamente la questione scolastica senza procedere
a confronti ed a ricerche comparative fra gli ordinamenti in vigore
presso le diverse nazioni, bisogna concludere che la storia delle
antiche università è il punto di partenza e la base necessaria di
tali studii perchè i principii generali che tuttora sono in vigore
nelle leggi relative all'insegnamento superiore, in gran parte dei
paesi d'Europa, si trovano consacrati negli antichi statuti e nelle
consuetudini delle università medioevali.
Salvo la differenza nei costumi e nel genere di vita, cambiato oggi
affatto per le diverse condizioni politiche e sociali, la sostanza e
lo spirito della legislazione scolastica, e le forme dell'organismo
universitario medioevale sono tuttora conservati religiosamente presso
quelle nazioni che hanno saputo con felice armonia contemperare il
buono degli ordinamenti antichi, coi bisogni e le tendenze della
moderna civiltà[7].
La storia delle università può essere svolta sotto due diversi
aspetti, cioè: o come semplice racconto delle vicende subìte da quei
grandi centri di cultura dalle origini loro fino ad oggi, ovvero come
esposizione descrittiva dei principali ordinamenti e delle leggi che
formavano la base della loro costituzione, e delle costumanze e dei
sistemi d'insegnamento che furono in vigore nel medio evo.
Di questi due diversi modi di scrivere sulle antiche università, noi
abbiamo preferito il secondo, sembrandoci assai difficile anche il
tentare di riassumere in breve racconto l'intera storia di tutte le
università italiane. Oltre a ciò pensammo, che almeno parzialmente,
scrissero molti autori, in specie italiani, delle vicende delle nostre
università in relazione coi fatti politici e le condizioni sociali del
tempo; mentre ben pochi hanno svolto tale argomento sotto un punto
di vista generale, riassumendo cioè i principali caratteri degli
antichi ordinamenti universitarii e i criterii fondamentali a cui si
ispirarono.
Abbiamo svolto con qualche ampiezza il punto relativo alle origini
delle università, perchè crediamo che questo periodo storico sia
il più oscuro e il più degno di attenzione, mancandoci documenti
che direttamente vi si riferiscano; mentre questi abbondano nelle
epoche successive, quando l'esistenza delle università come istituti
d'insegnamento e corporazioni privilegiate, era già assicurata.
Consultando gran parte degli autori antichi e moderni che anche
indirettamente scrissero delle università, abbiamo dovuto convincerci
che relativamente all'origine e alla forma primitiva della loro
costituzione, non si è peranco stabilita un'opinione storica sicura e
ragionata[8].
Da ciò nasce la diversità e spesso la fallacia dei giudizii emessi
dagli scrittori a proposito delle origini e della forma costitutiva
delle antiche università.
I più antichi scrittori che abbiano trattato la storia generale delle
università sono assai discordi nelle opinioni e non hanno gran merito
scientifico, essendo le loro opere assai scarse di dottrina e di buona
critica.
Può dirsi, adunque, che fino al secolo nostro la letteratura storica
sia rimasta sprovvista di buoni lavori sulle università.
Il primo che abbia trattato fra i moderni questo argomento con vero
acume di critica e profondità di erudizione, fu il Savigny che dedicò
alle nostre università uno dei più dotti capitoli della sua classica
opera del Diritto Romano nel medio evo.
Altri scrittori hanno parlato nelle loro opere, ma però
incidentalmente, delle università; e in questi ultimi tempi sono stati
pubblicati alcuni documenti inediti molto utili per la cognizione degli
antichi ordinamenti scolastici in Italia e fuori.
È certo che l'Italia è molto ricca di storici che trattano a lungo e
con abbondanza di erudizione delle sue università, anzi può dirsi che
non vi è università la quale, per piccola ed oscura che sia, non abbia
avuto il suo storico ed annalista che ne ha preso a narrare le vicende.
Ma il soverchio numero dei lavori storici nelle nostre università, e
l'esser quelli circoscritti dentro limiti determinati che impediscono
allo scrittore di elevarsi a considerazioni generali sull'argomento,
sono state forse le cause che hanno contribuito a ritardare il
progresso di tali studii.
Chi prende a considerare a fondo il tema che ci occupa, si accorge
che molte di quelle differenze che si riscontrano negli ordinamenti
scolastici delle nostre università non sono che apparenti; perchè in
fondo la loro costituzione organica è identica, come pure identiche
sono le cause che hanno concorso al loro sviluppo. Ma chi esamina
superficialmente tale argomento e prende a consultare gli storici senza
procedere agli opportuni confronti, potrà in sulle prime trovarsi in
grande imbarazzo, perchè le svariate vicende a cui sono andate soggette
le nostre università, inducono a credere che siano diversi anche i
principii e i criterii del loro ordinamento.
Invece non è così. Se si eccettua l'università di Napoli, che fu
fondata da Federigo II con sistemi in gran parte differenti da quelli
delle altre d'Italia, tutte le rimanenti erano regolate da comuni
principii di legislazione.
Per conoscere adunque i criterii che dominavano nella costituzione
delle antiche nostre università, bisogna procedere con un diligente
studio comparativo per rilevare i punti di affinità e le sostanziali
differenze del loro ordinamento.
Basta consultare gli storici nostri per convincerci che rimane
ancora molto da illustrare su questo argomento; e che lo studioso
deve supplire col proprio criterio e col buon senso alle frequenti
inesattezze e alle esagerazioni che non reggono al rigore della critica
moderna.
Vi sono alcuni, più apologisti che storici, nei quali prevalendo al
sentimento del vero, l'amor di patria, vanno cercando le origini di una
università, in tempi remotissimi; come il Ghirardacci che fa risalire
l'atto di fondazione dello Studio bolognese fino all'imperatore
Teodosio.
Altri attribuiscono a Carlomagno l'origine delle università; altri alla
contessa Matilde o a qualche altro principe che si mostrò protettore
dei letterati, degli artisti, e diè qualche impulso alla diffusione del
sapere.
Quanto siano erronee tali opinioni, non occorre dimostrarlo. Come può
chiamarsi Carlomagno fondatore di grandi istituti scientifici, quando
ai suoi tempi i dotti erano sì scarsi di numero, che gli fu necessario,
per favorire l'incremento del sapere e dar vita a nuove scuole, venire
in Italia e condurre seco alcuni grammatici che passavano nella comune
ignoranza per miracoli di dottrina?
Carlomagno fu certamente un gran principe che amò la scienza e i
suoi cultori, e mostrò fra tutti i sovrani del suo tempo di conoscere
l'importanza e l'efficacia della istruzione, alla quale dedicò gran
parte della sua vita. Ma attribuire a lui la prima idea di quelle vaste
corporazioni scientifiche, che ai suoi tempi non potevano concepirsi
nonchè effettuarsi; fare risalire a lui l'origine di quei grandi
istituti che furono una delle più splendide manifestazioni della
civiltà che rifulse dopo il mille, quando già si erano propagate le
scuole laiche, e il sapere si era diffuso in tutte le classi sociali;
parmi induzione così infondata, che meriti appena il conto di essere
confutata.
Lo storico imparziale non può negare a Carlomagno il merito di
avere introdotto nella società del suo tempo i germi di un risveglio
intellettuale, nè alla contessa Matilde il vanto di aver protetto
le scienze e di aver chiamato Irnerio alle scuole di Bologna; ma dal
riconoscere l'influenza loro come pure quella di altri principi nello
incremento del sapere, al dichiarare senz'altro che ad essi spetta
l'onore di aver dato origine alle università, corre un abisso.
Anche Federigo I, quando colla concessione dei suoi privilegi conferì
alle prime ed oscure associazioni scolastiche la personalità giuridica
e l'uso di leggi proprie, se affrettò lo svolgimento di quei nascenti
istituti scientifici che poi si chiamarono università, e ne consolidò
l'ordinamento, non per questo può dirsi che esso ne fosse il fondatore,
poichè egli non fece che riconoscere quello che già esisteva e
sanzionare l'esistenza legale dei corpi già formati e che tacitamente
si propagavano nella società col risorgimento della scienza.
L'opinione adunque che noi professiamo sulle origini delle università e
che dimostreremo nel corso di questo primo capitolo, è la seguente: che
cioè, le università, come tutte le più grandi istituzioni sociali, sono
il frutto dell'opera lenta del tempo, che si formarono colla spontanea
aggregazione delle prime scuole laiche che si erano moltiplicate,
specialmente in Italia, dopo il mille, e che l'istinto di difesa e
l'amore della scienza spinsero ad associarsi.
È necessario adunque, poichè lo svolgimento della università è
simultaneo a quello della civiltà che ebbe origine col medio evo, che
noi accenniamo brevemente quali fossero le cause che influirono a far
progredire la scienza, e come dalle oscure scuole ecclesiastiche le
tradizioni classiche si tramandassero di generazione in generazione,
finchè la società civile, rivendicando la sua indipendenza
intellettuale, si sottrasse al secolare dominio della Chiesa.
All'irrompere dei barbari nelle provincie italiane, al confondersi
dei popoli nativi con genti nuove per origine, per religione, lingua
e consuetudini di vita, gli ultimi vincoli dell'affralita e corrotta
società romana s'infransero e con essi andarono dispersi gli avanzi
della civiltà antica.
A mitigare i rapporti fra i barbari invasori e il popol vinto, venne il
Cristianesimo che svolse nell'uomo le più belle e feconde virtù morali
affatto ignote agli antichi. La nuova fede, che parlava in nome di un
Dio di pace, rivelò all'individuo la dignità di sè stesso e gli diè la
coscienza delle proprie forze che costituisce il sentimento della umana
personalità.
Il Cristianesimo aprì un largo campo allo sviluppo delle facoltà
morali e intellettive, sostituendo ad una credenza che non si ispirava
a nessun sentimento elevato, il concetto di un ente perfetto e
soprannaturale.
Nell'ordine morale pose i principii dell'umana convivenza; proclamò
la fratellanza e la carità; modificò il rigore primitivo dell'antico
diritto e creò il gius delle genti, affatto sconosciuto ai popoli
pagani.
Chi studia attentamente le vicende del Cristianesimo nei primi tempi
della sua fondazione, vede che rappresenta una grande reazione dello
spirito antico contro la vita sensuale pagana: è il misticismo più
esaltato della nuova fede che fa guerra alle dottrine materialistiche
professate nell'antica società. Il sentimento cristiano assorbiva tutte
le facoltà dell'uomo e le rivolgeva ad un fine unico; cioè Dio. Fuori
della vita contemplativa, per i seguaci del dogma cristiano non v'era
nulla che fosse degno di rispetto e di attenzione. Tutti i sentimenti,
gli affetti, le passioni che nel mondo antico servivano alle svariate
applicazioni della vita e alle produzioni della cultura, appena il
Cristianesimo dominò le coscienze, furono rivolte esclusivamente a
procacciarsi l'acquisto della pace eterna e del regno dei cieli.
Chi si faceva seguace della fede novella non poteva più guardare senza
orrore gli avanzi della civiltà antica che ricordavano il culto del
politeismo. Un tempio, una statua, un'opera d'arte, un libro, erano
dai primi cristiani guardati con orrore e si stimava opera meritoria il
distruggerli.
In questo primo periodo della storia del Cristianesimo si trova la più
grande e profonda ignoranza in tutti gli ordini sociali; e fu ventura
che non si disperdesse affatto ogni tradizione del sapere, poichè gli
stessi ecclesiastici, tolte rarissime eccezioni, non sapevano leggere
gli uffici divini; e, si racconta, che in alcuni concilii i vescovi e i
prelati che v'intervennero, non poterono fare la propria firma per non
sapere scrivere[9].
I contratti si stipulavano verbalmente, non trovandosi notari capaci di
redigerli senza gravi errori.
Quasi tutti i principi adopravano un suggello per fare la propria
firma, non sapendo adoperare la penna; e tutti i nobili non sapevano nè
leggere nè scrivere, (dicono le cronache) perchè Baroni.
La conoscenza del canto fermo era tenuta in conto di merito letterario,
e non si leggevano nelle poche scuole, che erano rimaste accanto alle
chiese, che le leggende dei santi e i salmi.
Un miracolo di sapere fu riputato in quel tempo il monaco Gerberto che
fu precettore di Ottone III e poi divenne papa Silvestro II, il quale
dai suoi contemporanei fu accusato per la sua grande dottrina, di aver
tenute misteriose relazioni cogli spiriti infernali, onde alla sua
morte si divulgò il detto «Homagium diabulo fecit et male finivit.»
Gli studii profani non solo erano considerati come inutile ornamento,
ma tenuti in sospetto come pericolosi per la salute dell'anima; e se
rimase qualche traccia di cultura, si deve ai padri della Chiesa, i
quali disprezzando il volgare pregiudizio, conservarono il culto delle
tradizioni classiche e spiegarono nelle scuole taluno dei più famosi
autori antichi[10].
Ma questa totale separazione fra il dogma cristiano e la civiltà antica
non poteva durare a lungo. Per vivere, anche rispettando in tutta la
loro purezza i precetti della nuova fede, bisognava pure addattarsi ai
bisogni e alle mutate condizioni dei tempi e rispettare le tradizioni
ormai radicate da tanti secoli nella società romana.
Quando la Chiesa ebbe bisogno di diffondere gli insegnamenti del
suo fondatore nelle moltitudini, non potè rinunziare totalmente ai
benefizii degli studii profani. L'indole stessa del dogma richiede
non poca cultura storica e molta acutezza di dialettica negli
ecclesiastici, e i molti scismi e le frequenti eresie che allora
combattevano i precetti della religione di Cristo, mettevano i papi
nella necessità di istigare i vescovi ed i preti a confutare i sofismi
e gli errori con altrettanto zelo e dottrina.
L'uso costante e universale della lingua latina adottata nel rito dalla
Chiesa cattolica, agevolò ai chierici l'acquisto delle cognizioni e
rese loro famigliari gli autori antichi che, nella società civile, per
il formarsi delle lingue moderne, ormai non erano più intesi.
La stessa persecuzione, che la Chiesa, o meglio il fanatismo dei
primi proseliti della nuova fede, inaugurò contro la civiltà pagana,
contribuì a perpetuarne le tradizioni nella società. Infatti per
combattere gli autori antichi come nemici del dogma, bisognava almeno
grossolanamente studiarli e per preservarne le timorate coscienze dei
fedeli, dovevano i preti prenderli sovente ad argomento delle loro
invettive.
La vita monastica poi fu un'altra causa che contribuì a mantenere le
tradizioni della cultura antica, e ad impedire la totale dispersione
degli scrittori romani e greci.
In mezzo al disordine e alle turbolente agitazioni della società, non
vi era altro scampo che indossare le vesti ecclesiastiche, nè asilo più
inviolabile delle chiese e dei monasteri.
Fra il quinto ed il decimo secolo si propagarono in tutti i paesi
d'Europa gli ordini monastici, e fu questo un grande benefizio per la
società.
In Italia ebbero origine in quest'epoca i celebri monasteri di Monte
Cassino, di Nonantola, di S. Colombano, di Robbio ed altri, la cui
regola imponeva a precetto il lavoro.
Sparsi quei religiosi per le campagne, fatte sterili e deserte dalle
frequenti scorrerie delle orde barbariche, coltivavano colle proprie
mani la terra, risvegliando nei popoli l'amore per l'agricoltura. Gli
statuti dei Benedettini sono ispirati al più elevato sentimento di
carità; prescrivendo ai monaci di sollevare gli infelici, venire in
aiuto degli oppressi e dare asilo ai poveri e agli infermi. Accanto
alle chiese ed ai conventi si fondarono spedali, case di rifugio,
ospizii per gli orfani ed altri istituti di carità, nei quali i
religiosi erano ad un tempo educatori e medici e passavano la loro vita
fra le pratiche devote e gli uffici di pietà.
Fra gli obblighi della loro regola, i monaci avevano pur quello di
copiare i libri sacri. Coll'andare del tempo s'introdusse l'uso nei
monasteri di trascrivere gli autori profani, e così a poco a poco
tutti quei preziosi avanzi dell'antica cultura, che giacevano ammassati
senz'ordine nelle biblioteche dei conventi, furono coll'opera paziente
di quei religiosi preservati dalle ingiurie del tempo e restituiti alla
posterità.
Il monastero di Monte Cassino fu il più ricco di codici antichi
specialmente di medicina e di filosofia[11].
Quando i conventi e le chiese edificarono gli ospedali e le case di
rifugio per gli infermi, i monaci per necessità furono costretti ad
acquistare qualche cognizione di medicina.
Nei primi secoli del medio evo questa scienza poteva dirsi affatto
spenta nella società, poichè il fervore religioso, da cui erano animate
le moltitudini, aveva infusa negli animi di tutti la persuasione che a
niente giovasse l'arte umana senza l'aiuto del cielo.
Il monastero di Monte Cassino fu il primo asilo della medicina che
risorgeva in Occidente. Quei religiosi, non solo in ossequio alla loro
regola professavano la medicina praticamente, ma cercavano eziandio
di acquistare nozioni scientifiche; e la posterità deve alla loro
diligenza se molte opere famose non sono andate disperse.
La medicina faceva parte degli studii ecclesiastici e vi furono molti
monaci che scrissero anche dei libri su tale scienza[12].
Numerose scuole furono fondate accanto alle cattedrali e ai monasteri
fra il quinto e il decimo secolo. In Roma nel secolo VI si trova fatta
menzione di una scuola assai rinomata di scienze sacre[13].
Le scuole laiche se non cessarono affatto, come fra breve vedremo,
rimasero scarse ed oscure. Minacciata la società da continue invasioni
e stragi, al culto del sapere dovè preferirsi quello della forza, e
i laici, che dovevano temere sempre per la vita e gli averi, lasciato
ogni esercizio intellettuale, si dedicarono esclusivamente al maneggio
delle armi, alle spedizioni di guerra e all'educazione cavalleresca.
Le scuole si diffondevano per opera dei vescovi anche nelle campagne.
Ottone, vescovo di Vercelli, ordinando che nei villaggi si istruissero
gratuitamente i fanciulli, mostrava di apprezzare i benefizii del
sapere e l'efficacia dell'insegnamento, dicendo: _Ignorantia mater
cunctorum errorum maxime a sacerdotibus Dei vitanda est qui docendi
officium in populi susceperunt_. Gesone, vescovo di Modena, dando
nell'anno 796 all'arciprete Vettore la chiesa di S. Pietro in Siculo,
gli ordinava di essere diligente _in clericis congregandis, in Schola
habenda, et pueris educandis_[14].
I capitoli delle cattedrali avevano l'obbligo di mantenere una scuola.
Il maestro si chiamava _Primicerio_, ovvero _Scolasticus_, _Magister
Scholarum_ o _Gimnasta_[15].
Da un passo di Giovanni Diacono (Vita Gregorii Magni) riferito dal
Muratori, si rileva che i parroci, secondo un'antica consuetudine
italiana, solevano istruire privatamente nelle loro case i giovani
nelle cose ecclesiastiche[16].
Fra i papi più benemeriti dell'istruzione, deve ricordarsi Silvestro
II, il quale ebbe cura di crescere il numero delle scuole e di
raccogliere i codici antichi sparsi nelle diverse parti d'Italia,
nonchè nei paesi stranieri[17].
S. Pier Damiano (Epist. XVII, lib. II) ricorda la scuola di Monte
Cassino fra le più famose d'Italia ai suoi tempi.
Si citano nei documenti di quest'epoca anche le scuole di Arezzo e di
Lucca[18].
Mentre l'insegnamento ecclesiastico, largamente alimentato dai fedeli e
dotato dai pii fondatori, fioriva nei monasteri e accanto alle chiese,
richiamando la maggior parte della gioventù, non era affatto spento il
sapere nel ceto dei laici. È questo uno dei più importanti argomenti
della storia civile e letteraria prima del mille, perchè si tratta
di vedere se la tradizione della cultura laica continuasse anche nei
secoli della più fitta barbarie in Italia, ovvero rimanesse interrotta.
Esaminando attentamente tutti i lati della questione, ci pare di potere
concludere in senso affermativo coll'autorità di molteplici fatti ed
esempi, i quali dimostrano che non solo continuarono fra noi alcune
traccie di sapere anche al di fuori della chiesa, ma che l'insegnamento
laico non cessò giammai, sebbene osteggiato dalla concorrenza di quello
ecclesiastico, gagliardamente organizzato dai canoni e dalle regole
monastiche.
Se esaminiamo i documenti, che il benemerito Muratori e più tardi
il Brunetti hanno pubblicato nelle loro opere, bisogna convincerci
dell'esistenza di un insegnamento affatto laico in molte città d'Italia
nel secolo VII ed VIII[19]. Certamente le scuole, dove si perpetuò
la tradizione della cultura civile, non erano da paragonarsi a quelle
mantenute dalle pingui congregazioni di Monte Cassino, della Novalesa,
di Monte Soratte, di Casauria e di altri famosi monasteri: erano povere
ed oscure associazioni, in cui un maestro privato, colla retribuzione
di volontari stipendii, accoglieva intorno a sè un certo numero di
giovani e li istruiva negli elementi delle lettere, della grammatica e
della giurisprudenza.
Sebbene questo non fosse che un debole barlume di quello splendido
risorgimento della civiltà che doveva manifestarsi diversi secoli dopo,
pure è certo che, per intendere come procedesse la cultura laica quando
ogni traccia del sapere sembrava affatto spenta al di fuori della
Chiesa, è mestieri insistere ancora sull'argomento.
Uno scrittore francese, assai autorevole, ha illustrato questo periodo
di storia con alcuni pregevoli documenti, i quali stanno a confermare
sempre più la esistenza di classi dotte prima del mille all'infuori del
clero[20].
La continuità delle tradizioni romane si rivela nella società laica
costantemente in tutte le manifestazioni della vita.
I primi verseggiatori si ispirano alla memoria della civiltà pagana
e ai fasti di Roma e di Grecia; i cronisti parlano delle antiche
vicende favoleggiando sulla prima origine delle città e facendo
risalire all'epoca romana le cause degli avvenimenti contemporanei; le
consuetudini mantengono il culto del diritto; e l'aspirazione politica
di tutti gl'italiani è la restaurazione dell'impero di Occidente.
Le prime ed oscure scuole di grammatica, di cui si trova fatto parola
nei documenti del secolo VIII e IX, non erano tali per certo da
diffondere il gusto delle buone lettere. Gli autori classici allora
si studiavano non per comprenderne il lato estetico, ma come testo
grammaticale; e il sentimento del bello era così poco sviluppato
in quei primi maestri, che non sapevano neppure fare una scelta dei
migliori scrittori da proporli allo studio della gioventù[21].
Ma se queste rozze scuole poco giovarono al progresso della
cultura, furono però grandemente utili per conservare le tradizioni
dell'insegnamento laico.
L'esistenza di persone erudite nella società laica è dimostrata da
molti fatti.
Quando Carlomagno per spargere in Francia i primi germi del sapere,
venne in Italia, scelse fra i dotti laici di quel tempo Paolo Diacono,
lo storico dei longobardi, e Pietro da Pisa[22].
Verso il secolo X fu agli stipendii della chiesa di Novara un certo
Gunzone, grammatico, il quale fu condotto da Ottone III in Germania
per insegnare i primi elementi delle lettere, allora ignorate da quel
popolo. Anche uno Stefano di Novara fu assai famoso grammatico per i
suoi tempi, e andò egli pure in Germania ad istruire la gioventù.
Ambedue questi maestri, sebbene per titolo di onore fossero iscritti
in patria nell'ordine del clero, furono laici e tennero per lungo tempo
una scuola privata[23].
Oltre gli studii delle lettere e della grammatica, contribuì assai a
conservare le tradizioni della cultura romana nella società laica la
scienza giuridica e l'uso delle leggi antiche giammai interrotto in
Italia, come ormai è stato dimostrato ad evidenza dai più autorevoli
scrittori della storia del diritto. E se altro argomento non vi fosse
a spiegare, la continuità delle tradizioni giuridiche nel popolo
italiano e la grande influenza delle leggi romane nella vita nazionale,
basterebbe quel gran fatto di avere il vinto imposto al vincitore l'uso
delle leggi e costrettolo a rinunziare alle sue consuetudini giuridiche
per accettare quelle che avevano vigore in Italia.
Un'altra prova ancora della continuazione degli studii giuridici a
traverso i secoli delle invasioni barbariche, ci viene offerta da
una giusta riflessione del Quinet, il quale osserva che la profonda
penetrazione dell'autorità che ebbero i nostri glossatori del secolo
XI e XII, non si può attribuire che alla coscienza che essi ebbero
di continuatori ed eredi delle tradizioni giuridiche romane, che
tanto potè su di loro da farli seguaci del partito ghibellino, non
per omaggio servile, ma per devozione ad un passato che non sapevano
persuadersi estinto[24].
L'uso del diritto romano fu favorito da tutti quei principi che
nutrirono idee di dominio universale, non solo perchè coerente alle
loro mire di assoluto impero, ma anche perchè disponeva in favore
di essi l'animo del popolo italiano, che era sempre trascinato dalla
seducente speranza di vedere restaurato l'antico impero e ripristinata
la civiltà romana.
Infatti Carlomagno, abolita l'esclusività della legislazione
longobarda, riconobbe pubblicamente e sanzionò il diritto romano in
Italia; Federigo I ricorse ai giureconsulti bolognesi per giustificare
le sue ambiziose mire; e Federigo II di Svevia, nella lotta col
papato, estese l'uso delle leggi romane per contrapporle alle Decretali
pontificie.
Ma anche indipendentemente dal favore che incontrò il diritto romano
negli imperatori, lo studio di quello non fu mai interrotto. Ispirato
ai principii di equità, il diritto fu il solo elemento della civiltà
pagana che non trovò nemica la Chiesa. Il clero stesso, durante
le invasioni dei barbari, si governava colle leggi del Digesto, e
l'imperatore Lodovico Pio in una sua costituzione sanzionò questa
consuetudine.
Nei documenti anteriori al secolo X, troviamo frequentemente ricordati
i cultori del diritto sotto varii nomi (come magistri, jurisconsulti,
legislatores, judices); il che dimostra che in Italia il numero dei
giurisperiti non fu mai scarso.
Il re Lotario nell'anno 825 promulgò alcuni regolamenti sui feudi
col consiglio dei giureconsulti di Milano, di Pavia, di Cremona, di
Mantova, Verona, Treviso, Padova, Vicenza, Parma, Lucca e Pisa[25].
Nelle consuetudini delle repubbliche marittime si conservò l'uso del
diritto romano come a Pisa, Genova, Venezia ed Amalfi[26], perchè quivi
rimase più inalterato il sangue latino, e il commercio e la navigazione
affrettarono l'indipendenza di quei popoli.
In molte città italiane i giureconsulti, che già incominciavano ad
esercitare molta influenza nella società, si riunirono in Collegi
nei quali, in mancanza di tribunali ordinarii si amministrava la
giustizia. I cultori del diritto, quando i rapporti fra vincitori e
vinti si strinsero colla lunga convivenza e i legami di intimità e di
parentela fra i barbari ed i romani, erano chiamati spesso a fare da
arbitri nelle quistioni private e le sentenze da essi pronunziate erano
inappellabili e si dicevano Lodi (lauda)[27].
Sotto il dominio dei longobardi le tradizioni giuridiche romane non
si dispersero; anzi, a cagione dei frequenti contatti che la comune
religione aveva stabilito fra essi e gl'italiani, dovevano in molti
casi ricorrere alle leggi dei vinti e prendere da essi ad imprestito
molti principii di giurisprudenza che nelle loro consuetudini nazionali
erano del tutto sconosciuti.
La frequenza dei rapporti, formatisi fra il popolo longobardo e
l'italiano durante i secoli della loro convivenza, influì certamente
a dare impulso agli studii del diritto; e infatti i moderni storici
attribuiscono ai re longobardi la fondazione della prima scuola
giuridica nel medio evo.
Il Merkel, che fu il primo[28] a dimostrare l'esistenza di questa
antichissima scuola in Pavia, esagerandone per un eccessivo orgoglio
nazionale l'efficacia e i resultati scientifici, pretese sostenere che
il risorgimento del diritto moderno deve attribuirsi esclusivamente
alle opere dello spirito germanico. Il dotto prof. Capei[29],
annunziando lo scritto del giureconsulto alemanno, ne correggeva
con sana critica le conclusioni; e più recentemente alcuni insigni
scrittori connazionali del Merkel lo confutavano. Il Boretius[30]
parlando della scuola giuridica di Pavia si ferma a dimostrare quanta
parte di diritto romano si contenga nel commentario (Exposito)
che riguarda quella scuola; il che basta per convincerci che la
restaurazione degli studii giuridici non può essere attribuita ai
longobardi. Il Ficker, che ha scritto una erudita opera sulla storia
del diritto italiano, parlando di quel commentario dice che le
cognizioni che vi si contengono di diritto romano gli sembrano troppo
estese per poter sostenere che l'opera sia nata in una scuola giuridica
longobarda.
Senza attribuire adunque nè ai longobardi nè ai romani il merito
esclusivo della fondazione di questa scuola legale, che ebbe origine
cento cinquanta anni prima di quella di Bologna, diremo che gli uni e
gli altri concorsero a formarla.
La moltiplicità dei rapporti, che la lunga convivenza e la religione
comune stabilì fra i due popoli, rese necessario, come abbiamo detto
testè, la diffusione delle idee giuridiche e l'applicazione di buoni
principii legislativi. I longobardi non potevano supplire col loro
diritto imperfetto, e più consuetudinario che scritto, alle nuove
esigenze sociali; e perciò invocarono in quest'opera di riforma
legislativa il soccorso della giurisprudenza romana e crederono utile,
per mantenerne le tradizioni, di fondare una scuola nella capitale del
Regno.
Ma se ai longobardi si deve accordare il merito della fondazione di
questo primo centro di studii giuridici che ebbe origine in Italia nel
medio evo, non può negarsi che gl'italiani non portassero alla nascente
scuola il concorso dei loro studii e delle cognizioni del diritto
romano che coltivarono, senza interruzione, con amore indefesso, come
unica eredità dell'antica loro grandezza.
Quanto più ci avviciniamo al secolo decimo, si nota un maggiore
risveglio intellettuale nella società laica.
Nell'anno 817 Lotario promulgava un suo capitolare che faceva precedere
da alcune generali considerazioni sopra l'utilità di diffondere
l'istruzione nei popoli, e a quest'uopo incaricava un certo Dungallo,
di origine scozzese, di fondare scuole in molte città d'Italia[31].
Questo capitolare di Lotario fu il primo atto legislativo che sanzionò
l'esistenza dell'insegnamento laico nel medio evo.
Lungi dall'attribuire alle scuole fondate da Lotario l'origine
delle università, come taluno ha fatto[32], osserviamo però che il
provvedimento di quel sovrano dimostra che egli non seguiva soltanto
un suo desiderio e una sua opinione personale nell'ordinare che si
stabilissero molti centri d'istruzione laica in Italia; ma che aveva
interpretato un bisogno sociale che ormai cominciava a manifestarsi,
cioè l'indipendenza intellettuale dei popoli dall'influenza
ecclesiastica.
L'Italia ha preceduto tutti gli altri paesi in quest'opera di civiltà,
e ciò facilmente si spiega quando si pensi quante tradizioni siano
rimaste dell'antica cultura a perpetuare l'insegnamento laico anche nei
secoli della più fitta barbarie[33].
L'aumento rapido di scuole laiche che si riscontra quanto più ci
avviciniamo al secolo decimo, fu prodotto in gran parte da una riforma
nella disciplina ecclesiastica, che si operò verso quest'epoca,
per reprimere gli abusi del clero nell'esercizio delle professioni
liberali, alle quali si era dedicato da lungo tempo e con soverchio
zelo, più per avidità di guadagno che per compiere un ufficio di pietà.
Fino dal 1139 il Concilio Lateranense interdisse ai monaci ed ai preti
di applicarsi agli studii medici e legali, e tal divieto fu rinnovato
da papa Alessandro III nel 1163 e venne confermato da Onorio III in una
sua costituzione inserita nelle Decretali.
Non potendo togliere affatto questo abuso, gli altri papi si
contentarono di porre alcuni limiti all'esercizio delle professioni
liberali, come Innocenzo III, che permise agli ecclesiastici di
dedicarsi all'arte medica ed anche alla chirurgia purchè non facessero
le operazioni che richiedono il taglio ed il fuoco[34].
Verso il mille l'insegnamento laico aveva già preso un grande
sviluppo in Italia. Nei documenti del tempo si trovano ricordati molti
giureconsulti che insegnavano privatamente, e altri maestri di scienza,
che avevano sostituito nelle scuole gli ecclesiastici.
Il cronista Landolfo attesta che verso il 1085 fiorivano già molte
scuole in Roma, Parma, Pavia, Vercelli, Firenze, Ravenna e Milano,
dove i buoni studii si erano conservati sempre, egli dice «per ottimi
precettori di filosofia e d'altre arti e per lo zelo degli arcivescovi,
sicchè in divine ed umane lettere vi erano dotti preclari[35].»
Fra i centri più famosi d'istruzione laica che si formarono col
concorso di svariati elementi e coll'opera lenta del tempo, deve
ricordarsi la scuola medica di Salerno che, sorta da umili origini, ben
presto acquistò gran fama scientifica in tutta Europa.
L'importanza di questa scuola è tale, che le sue vicende non
interessano soltanto la storia della medicina, ma hanno anche un'intima
relazione coll'andamento e coi progressi della cultura generale di
quell'epoca.
Sebbene la medicina, come è noto, fosse nei primi secoli del medio evo
esercitata esclusivamente dagli ecclesiastici, tuttavia si trova fatto
cenno in questi tempi di qualche medico laico. In Pistoia nell'anno
716 viveva un certo Guidoaldo, medico di molta fama e tenuto dai suoi
contemporanei quasi in concetto di santo per le molte sue opere di
pietà, impiegando, secondo quello che narra di lui la tradizione, tutti
i suoi guadagni nella fondazione di chiese ed ospedali[36].
Tolto però qualche raro esempio, la medicina, fino all'epoca in cui
ebbe origine la scuola di Salerno, fu esercitata dai religiosi ai
quali era ordinato lo studio e l'esercizio di quell'arte come precetto
monastico.
Se in questi secoli si trova qualche traccia di operosità scientifica
nella medicina, devesi esclusivamente attribuire all'opra indefessa
degli ecclesiastici che conservarono le tradizioni delle antiche
scuole, preservando con amoroso zelo le opere della cultura che senza
di loro sarebbero andate irremissibilmente disperse.
Gli storici della medicina si diffondono a parlare dell'origine della
scuola di Salerno, cercando se devesi attribuire il merito di aver
contribuito al risorgimento della medicina in questo primo centro di
studii agli Arabi, ovvero se bastassero le tradizioni greche e latine
per conservare in Occidente le traccie della scienza medica durante il
medio evo[37].
Gli argomenti addotti a dimostrare l'origine nazionale della scuola
salernitana ci sembrano inconfutabili.
A conservare in Salerno le dottrine latine, e forse ancora a far
sorgere la stessa scuola medica, contribuirono quegli antichi centri di
studii grammaticali che perpetuarono tra noi le tradizioni dell'antica
cultura e lo studio perenne dei classici. Da ciò sorge chiara la
conseguenza, dice uno storico, che per l'Italia in generale e per
la scuola di Salerno in particolare, sia un errore quello di andare
a cercare nell'Oriente e nei libri degli Arabi, i fondamenti dei
progressi scientifici, ma debbansi questi riguardare come autonomi e
nazionali.
Gli arabi ebbero tutto quello che bisognava pel progresso delle
scienze: materiali trasmessi dagli antichi, incoraggiamenti efficaci,
cinque secoli di prosperità nelle armi e nel potere, giovinezza di vita
politica e civile; eppure essi riconsegnarono ai cristiani la medicina
men bella e men ricca di quello che l'avevano ricevuta.
Il Puccinotti, nella sua storia della medicina, sostiene l'opinione
che la scuola di Salerno fosse una diramazione del monastero di Monte
Cassino, dove le tradizioni mediche ebbero maggior diffusione che
negli altri centri di studii ecclesiastici. Altri storici a questa
opinione ne oppongono un'altra assai più verosimile; che cioè la scuola
salernitana abbia avuto origine autonoma, da una spontanea aggregazione
colà formatasi dei primi cultori laici della scienza medica.
Ad emancipare gli studii e la pratica della medicina dal dominio degli
ecclesiastici, contribuirono assai quegli ordini laicali di cavalieri
Gerosolimitani, Ospitalieri e Templarii che, animati da uno spirito
ardente di carità, dedicarono la loro vita ad opere pietose fondando
numerosi cenobii ed ospedali nei quali le classi povere della società
trovarono larga protezione e rifugio.
In queste benemerite associazioni insieme alla pratica dell'arte
medica, esercitata per dovere della regola dai cavalieri collegiati,
cominciarono a svilupparsi i primi germi di un progresso scientifico.
La prima notizia relativa a medici famosi in Salerno, risale, secondo
l'attestazione di storici autorevoli, all'anno 984. Dopo il mille la
fama della scuola salernitana era già assicurata e diffusa in tutta
Europa, dalla quale vennero a studiarvi in gran numero, giovani di
tutte le nazioni.
Nei primi tempi della sua esistenza, la scuola salernitana dovè
risentire qualche danno dalla concorrenza dell'insegnamento degli
ecclesiastici, i quali vedendosi sfuggire il primato che per tanti
secoli avevano esercitato nella pratica e negli studii della medicina
come in tutti gli altri rami di scienza, si sforzavano di arrestare i
progressi delle scuole laiche.
Ma ormai, l'emancipazione intellettuale dei laici era assicurata, e
dopo poco tempo questi nuovi centri di cultura ottennero una assoluta
prevalenza nelle antiche scuole ecclesiastiche, le quali se pure
erano state benemerite del sapere per lo innanzi, conservando il
culto delle tradizioni, ormai avevano fatto il loro tempo, e dovevano
necessariamente cedere il campo delle ricerche scientifiche ai maestri
laici.
Ad affrettare la completa emancipazione delle scuole laiche
dall'influenza ecclesiastica, contribuì assai il divieto imposto dai
papi e dai concilii ai ministri del culto di esercitare la medicina
e la chirurgia; il che avvenne poco dopo il mille, come già vedemmo
altrove.
Nei primi tempi della sua esistenza la scuola salernitana, rimase
affatto estranea ad ogni influenza governativa.
Il primo atto sovrano relativo all'insegnamento ed all'esercizio della
medicina risale all'anno 1140, in cui Ruggero I promulgò una legge
speciale nella quale ordinò a tutti coloro che volessero dedicarsi alla
pratica dell'arte medica di sottoporsi ad un esame alla presenza degli
uffiziali della Corona.
Nella scuola di Salerno fu per la prima volta introdotto l'uso del
conferimento dei gradi accademici che venne più tardi imitato anche
dalle scuole giuridiche e dalle università.
Dai brevi cenni che abbiamo dati sulla scuola salernitana, si rileva
come per antichità d'origine e per importanza scientifica essa possa
dirsi il primo centro di cultura nazionale.
La prima forma di associazione scolastica avanti delle università
fu dunque, la _Schola_[38]. Questo nome corrisponde perfettamente
all'indole speciale di questi primi istituti scientifici che
contribuirono al risorgimento della cultura moderna, nei quali si
riunirono per spontaneo moto i cultori del sapere, formandosi fra
maestri e discepoli un durevole consorzio creato da uno scopo e da un
vincolo comune che era l'amore della scienza.
Poco dopo il risorgimento della medicina in Salerno, cominciarono a
manifestarsi nelle prime scuole giuridiche italiane i certi segni di un
grande progresso negli studii del diritto.
Dopo il mille troviamo fatta menzione negli scrittori di una scuola di
giurisprudenza in Ravenna ed in Bologna.
È certo che in quasi tutte le principali città d'Italia vivevano
in quel tempo molti cultori del diritto, i quali si trovano assai
di frequente ricordati nelle cronache e nei documenti dove si
sottoscrivono coi nomi di _jurisperiti_, _juriconsulti_, _causidici_,
_legislatores_, ecc.
Ciò dimostra che fino da quel tempo i rapporti giuridici si erano fatti
più frequenti, e incominciava già quel segreto ed intimo svolgimento
sociale che preparò il risorgimento dei Comuni.
Questi antichi cultori del diritto pare che esercitassero
cumulativamente l'ufficio della pratica legale e dell'insegnamento.
Questo periodo di storia è oscurissimo; e lo stesso Savigny, che ha
saputo con tanta cura rintracciare le memorie di quel tempo, non ha
potuto dare che cenni generici sulle condizioni delle scuole giuridiche
prima di Irnerio.
Nell'opera di S. Pier Damiano, ricordata dal Savigny come unico
documento in cui si fa parola della scuola di Ravenna, si trovano
notizie assai importanti su questo primo centro di cultura
giuridica[39].
Questo scrittore (n. 1006, m. 1072) parlando di Ravenna e dei
giureconsulti che vivevano al suo tempo in quella città, dimostra con
assai evidenza quali fossero le condizioni degli studii giuridici colà
e come vi si trovasse già stabilito un centro d'insegnamento assai
fiorente.
Questa scuola, stando alle stesse parole di Damiano, era costituita
come quelle di grammatica, e però, dice il Savigny, assai lontana da
quella indipendenza che gli scolari ebbero poscia in Bologna.
L'esistenza di una scuola giuridica a Ravenna verso il mille, sta
a confermare quella antidottissima tradizione che si trova riferita
anche dal giureconsulto Odofredo, per la quale si credeva che la prima
sede dell'insegnamento giuridico fosse stata a Roma; di qui poi fosse
passata a Ravenna, e da Ravenna a Bologna.
Senza entrare a discutere il valore storico di questa tradizione,
che pure ha tutte le apparenze di verità, diremo soltanto che questo
passaggio, che secondo gli scrittori del tempo avrebbe avuto luogo
nelle scuole di legge da una città ad un'altra, deve essere invece
interpretato come un progresso scientifico negli studii e nella pratica
del diritto, non come un materiale trasferimento dei primi insegnanti
in diversi luoghi. Perciò non è affatto inverosimile il ritenere che in
Roma si conservassero più profonde le tradizioni giuridiche, quando si
rifletta che in quella città furono da Giustiniano fondate le scuole
legali di Occidente[40], e che sotto il dominio dei longobardi e dei
franchi, essendo stato lasciato al clero l'uso della legge romana,
le traccie dell'antico diritto e qualche barlume di cultura legale,
dovevano ben rimanere nella sede della religione cattolica anche nei
tempi in cui nel rimanente d'Italia ogni tradizione scientifica del
diritto sembrava dispersa.
Quanto alla scuola di Ravenna, le memorie raccolte dal Savigny forse
non sono le sole che ci rimangono ad attestare dell'esistenza di
quell'antico centro di studii che ebbe certamente, per i tempi in cui
fioriva, una importanza scientifica assai rilevante.
Anche per l'attestazione di Damiano, di cui il Savigny ha parlato assai
diffusamente, resulta che in Ravenna, ai suoi tempi, i giureconsulti
dimostravano molta pratica dei testi e una singolare perizia nell'arte
del perorare; il che accenna ad un progresso notevole nella cultura
legale.
Le ragioni storiche che spiegano l'importanza che ebbe la scuola
ravennate verso il mille, si rintracciano facilmente quando si pensi
come Ravenna fosse la sede dell'Esarcato sotto i greci e più tardi il
centro della Pentapoli. In questi due diversi periodi, le tradizioni
del diritto romano si dovevano risvegliare e l'uso delle leggi
diffondersi assai in quella città; prima per opera dei greci, nella cui
lingua furono tradotte, com'è noto, le compilazioni di Giustiniano per
l'uso dei popoli di Oriente, e poi per lo stabilirsi della Pentapoli,
dove si svolsero i primi germi delle libertà politiche in Italia[41].
Della scuola bolognese prima d'Irnerio ben poco rimane che meriti lo
studio degli eruditi. Nei passi degli scrittori citati dal Savigny e
in molti altri che ci siamo dati cura di consultare, non esiste alcuna
traccia di un insegnamento scientifico del diritto molto diffuso. Fra i
primi maestri di quel tempo si ricorda Pepo o Pepone, il quale però non
fece buona prova, essendo nella sua scienza di merito assai scarso come
dice Odofredo (_de scientia sua nullius nominis fuit_)[42].
È certo che prima d'Irnerio, la scuola bolognese non ebbe gran numero
di buoni insegnanti, e che in questo tempo Ravenna fu la sede e il
centro più importante della cultura giuridica. Ciò rilevasi (anche
se facessero difetto altre prove più concludenti), da diversi passi
delle opere giuridiche e storiche di quel tempo, in cui si ricorda
frequentemente la scuola ravennate, mentre di rado si fa parola di
quella bolognese.
In fatto di precedenza nell'insegnamento del diritto fra le città
italiane, gli storici dovrebbero investigare quali fossero le
condizioni degli studii giuridici anche in altre parti d'Italia; perchè
è un fatto ormai provato, che il risorgimento della cultura legale si
manifestò contemporaneamente, essendo conformi le condizioni sociali
che lo promossero, come a suo luogo vedremo.
Forse nelle città marittime, che furono le prime ad acquistare
indipendenza dedicandosi alle imprese commerciali e acquistando immense
ricchezze nel trasporto dei crociati in Oriente, si risvegliò prima che
altrove il culto dei buoni studii giuridici e l'uso delle leggi romane.
In Pisa, si trovano ricordati fino da tempi assai remoti, giureconsulti
e giudici di molta fama, e in assai maggior numero che nelle altre
città d'Italia.
Quando Lotario promulgò nell'825 la Costituzione sui Feudi, dice nel
prologo che ciò fece «_per laudamentum Sapientium Pisæ_[43].»
Prima del mille trovasi ricordato un collegio legale pisano dove si
professava la legge romana[44].
Quel che ci induce a credere che in questo antico collegio non solo
si studiasse la pratica della giurisprudenza, ma che vi fosse anche
un insegnamento teorico, è il fatto che per la prima volta si trovano
ricordati gli antichi giureconsulti pisani col titolo di _dottori_. Se
infatti teniamo conto del significato speciale che ebbe nel medio evo
questo titolo, attribuito esclusivamente nel linguaggio scolastico agli
insegnanti, non è inverosimile il ritenere che trovandosi per la prima
volta ricordati con questo nome i giureconsulti pisani, fossero questi
i primi, fra gli antichi cultori del diritto, che si dedicassero allo
insegnamento teorico[45].
Un recente scritto di un professore pisano, contiene su questo
argomento riflessioni assai ingegnose[46].
I primi professori di diritto che insegnarono in Bologna furono pisani,
come Bulgaro, Uguccione e Bandino; il che sta a provare che in Pisa,
dove essi avevano attinto il sapere, gli studii giuridici erano fin da'
tempi remoti molto diffusi.
In Pisa, come nelle altre città marittime, dove il sangue latino
si mantenne inalterato, non avendo potuto i barbari estendervi il
loro dominio, la legge romana fu sempre professata, e non è quindi
improbabile che colla pratica del diritto si conservasse anche nelle
scuole qualche tradizione scientifica.
La famosa leggenda che riferiva il possesso del primo manoscritto delle
Pandette ad una conquista fatta dai pisani nel secolo duodecimo, sta
forse a confermare l'anteriorità delle scuole pisane nell'insegnamento
del diritto. Ripetendo qui, ciò che testè dicemmo della scuola di
Ravenna, noi crediamo che anche le tradizioni abbiano il loro valore
storico e che da queste gli eruditi ne possano trarre profitto quando
ne sappiano cogliere l'intimo significato.
Il possesso nei pisani del manoscritto delle Pandette, che la leggenda
attribuisce alla conquista di Amalfi o alla donazione dell'imperatore
Lotario, è di molto anteriore, a senso nostro, a quest'epoca; e
probabilmente quell'antico manoscritto è l'opera di quei primi
giureconsulti che raccolte pazientemente le sparse traccie dei testi
romani, le riordinarono in un sol corpo di leggi.
Molti argomenti stanno a confermare l'antico uso del diritto romano in
Pisa.
Nel prologo del Costituto dell'uso, contenuto nella compilazione
degli statuti pisani dell'illustre prof. Bonaini, si trova chiaramente
espresso che la città di Pisa viveva già da molto tempo colla legge
romana, e le antiche consuetudini non erano state mai dimenticate[47].
Anche nelle altre città marittime si trova conservato l'uso della legge
romana e si fa menzione di giureconsulti in tutti i secoli[48].
Tutto quanto abbiamo detto fin qui, serve di preliminare per avviarci a
discorrere con qualche maggiore diffusione di quel famoso giureconsulto
che per comune attestazione de' suoi contemporanei e anche degli
storici moderni, fu il primo restauratore degli studii giuridici nel
medio evo; vogliam dire d'Irnerio.
Come cercheremo di dimostrare in seguito, questo giureconsulto ebbe
certamente grandi meriti scientifici che gli procacciarono quella
meritata celebrità che non gli è mai venuta meno col tempo, avendo
saputo ridestare nella scuola bolognese, che prese nome da lui, lo
spirito giuridico nazionale, richiamando gli studii del diritto alle
fonti originali dei testi romani.
Però, per non cadere in esagerazioni che sono sempre dannose alla
verità storica, bisogna premettere che quando Irnerio cominciò ad
insegnare il diritto in Bologna, la cultura giuridica era già assai
progredita in Italia per l'influenza delle tradizioni conservate in
quelli antichi collegi legali dove si formavano i giureconsulti che
erano chiamati ad applicare le leggi come giudici od avvocati.
Non vi è nulla di più infondato e contrario all'esattezza storica, che
l'attribuire all'opera di un uomo soltanto il progresso della civiltà e
il risorgimento di una scienza.
Irnerio trovò i tempi favorevoli alle riforme da lui introdotte
nello studio del diritto e le menti già disposte ad accogliere
le dottrine da lui insegnate nella scuola di Bologna. Egli seppe
comprendere lo spirito e le tendenze dell'epoca in cui visse, e in
ciò ebbe comune il merito e lusinghiera la sorte come tutti i grandi
riformatori di cui parla la storia. Parlando d'Irnerio, gli storici si
fermano di preferenza sul nome di lui e ne vanno cercando l'origine
e le trasformazioni che subì nel linguaggio comune, per stabilire
specialmente se egli fosse italiano o tedesco.
Dopo gli studii più recenti sopra tale argomento del Savigny, del
Grimm e di altri, la questione della nazionalità d'Irnerio pare
definitivamente risoluta. Questo giureconsulto è ormai accertato che fu
italiano e bolognese di nascita[49].
Il nome d'Irnerio scritto in tanti modi svariati, è certo d'origine
longobarda[50]. Il nome straniero nulla prova però in favore di coloro
che ritengono questo famoso legista di nazionalità tedesca, perchè
è noto che in quel tempo, assai recente alla lunga dominazione dei
longobardi, molti italiani che rivestirono pubbliche cariche presero
nome da loro, secondo le testimonianze del cronista Landolfo e dei
documenti riferiti dal Muratori.
Irnerio dalle testimonianze del tempo si trova ricordato coi titoli
di _magister_, _dominus_, _causidicus_, _judex_[51]; più spesso però
con quest'ultimo nome; il che dimostra che l'opera sua era richiesta
per l'interpretazione delle leggi, prima che egli si dedicasse
all'insegnamento.
Dagli anni 1116 al 1118 i biografi d'Irnerio perdono affatto ogni
memoria di lui come maestro di diritto. Il Savigny[52] è d'opinione che
in questo periodo egli si trovasse al servizio di Enrico V in qualità
di giudice, come vien ricordato nel documento relativo al placito
tenuto nel 6 marzo 1116 in _loco gubernulae_ dal suddetto imperatore,
e nei placiti successivi (an. 1116 e 11 giugno 1118). Altri pensano
invece che Irnerio non interrompesse mai l'insegnamento per dedicarsi
esclusivamente ai pubblici uffici.
I placiti che teneva l'imperatore Enrico V, secondo la consuetudine
dei re franchi, solevano adunarsi in diverse epoche dell'anno e
ordinariamente al cominciare d'ogni stagione. Non è dunque inverosimile
l'opinione, da qualche scrittore sostenuta, che Irnerio quando prestava
i suoi servigi in qualità di giudice in questi _placiti_ imperiali,
non abbandonasse l'insegnamento. A confermare questa supposizione,
sta il fatto che i placiti ricordati nei documenti a cui ebbe parte
Irnerio, furono tenuti tutti in primavera; il che dimostra che l'opera
di questo giureconsulto era dall'imperatore Enrico richiesta in epoche
determinate e ad intervalli separati.
Accettando tale opinione, si spiegherebbe (anche senza accusare
d'incoerenza l'abate di Usperg come ha fatto il Savigny) perchè il nome
d'Irnerio si trovi ricordato nel quadro generale che questo cronista fa
del regno di Lotario (1125-1138).
È un punto assai oscuro nella vita d'Irnerio anche quello che si
riferisce ai rapporti che esso ebbe con la contessa Matilde[53].
Molti storici seguendo una falsa tradizione, hanno ritenuto che esso
intraprendesse l'insegnamento del diritto per incarico avuto da quella
potente signora.
La critica moderna ha smentito con fondati argomenti tale opinione.
La contessa Matilde si valse dell'opera d'Irnerio come giudice nei
_placiti_ da lei adunati e lo consultò nei privati suoi interessi.
Da ciò nacque fra loro una certa rispettosa intimità, dalla quale il
giureconsulto potè forse ottenere eccitamenti ed aiuti, di che profittò
nei suoi studii e nell'insegnamento alle scuole di Ravenna e di
Bologna[54].
Dopo il Savigny, che ha raccolto nella sua storia del diritto romano
nel medio evo, quel poco che è rimasto negli scrittori contemporanei
riguardo ad Irnerio ed alla sua scuola, sarebbe temerità tornare
a trattare un tale argomento, molto più che dall'epoca in cui quel
celebre giureconsulto scrisse la sua opera, ad oggi, non sono state
trovate dagli eruditi nè carte, nè documenti che parlino del fondatore
della scuola giuridica bolognese[55].
Piuttosto, dopo aver detto d'Irnerio quanto basta per illustrare
alquanto i punti più oscuri della sua vita, porteremo le nostre
ricerche sopra un argomento non meno interessante. Di quanti scrissero
d'Irnerio, nessuno, ch'io sappia, si è fermato a parlare con qualche
diffusione dell'importanza scientifica della scuola da lui fondata
in Bologna e delle vere cagioni per le quali il nome di questo
giureconsulto divenne famoso presso i suoi contemporanei ed i posteri.
Generalmente si attribuisce ad Irnerio il merito di essere stato
il capo scuola dei glossatori; e per tal titolo, esclusivamente
scientifico, si crede che esso abbia acquistato tanta reputazione nella
storia.
Non è certamente da attribuirsi al solo caso se il nome d'Irnerio è
rimasto tanto famoso fino ad oggi, e se la tradizione parla di lui
come di un grande restauratore degli studii giuridici. A buon conto
di quel _Pepo_ o _Pepone_ che visse e insegnò in Bologna qualch'anno
prima di lui, la fama suona assai mediocre e pare che nè per ingegno,
nè per cognizioni superasse di gran lunga la schiera divenuta
allora abbastanza numerosa, dei maestri e cultori di diritto suoi
contemporanei.
L'influenza esercitata da Irnerio nello studio allora nascente delle
leggi, non si limita soltanto all'essere egli stato il primo a fare
colle _glosse_ l'illustrazione ai testi sui quali cominciò ad insegnare
nella scuola bolognese, dando allo studio del diritto il carattere e
l'importanza di scienza indipendentemente dagli altri rami del sapere
e applicando un sistema nuovo e bene ordinato di ricerche sui testi
romani.
Irnerio fondando la scuola bolognese, ovvero illustrando col proprio
nome quella che già esisteva, contribuì assai ad imprimere agli studii
del diritto un nuovo e fecondo indirizzo e sopra tutto a dare un
carattere esclusivamente nazionale all'insegnamento da lui inaugurato.
Perciò noi crediamo che per volere apprezzare adeguatamente
l'importanza della scuola che prese nome da Irnerio, sia necessario
vedere l'influenza da essa esercitata nella nascente cultura giuridica,
sotto un duplice aspetto.
Irnerio coll'introdurre l'uso delle glosse nell'insegnamento del
diritto, non fu soltanto il fondatore di un nuovo sistema scientifico;
ma fu anche il vero restauratore dello spirito giuridico romano,
dedicando le sue ricerche alla divulgazione dell'antico diritto e
spogliandolo delle influenze lasciate dalle consuetudini e dalle leggi
introdotte in Italia dai popoli conquistatori.
Parleremo prima dell'influenza scientifica della scuola d'Irnerio nello
svolgimento del diritto, per venire poi a trattare del secondo punto
cui abbiamo rivolto le nostre ricerche per illustrare questo periodo
della storia del nostro risorgimento giuridico, che ha un intimo nesso
colle origini dell'università di Bologna di cui dovremo fra breve
parlare.
La parte che ebbe Irnerio nel risorgimento della scienza giuridica non
si può apprezzare convenientemente, se non si esaminano le condizioni
del diritto in epoca anche di poco anteriore a quella in cui esso
promosse in Bologna la riforma dei buoni studii.
Prima che Irnerio inaugurasse l'insegnamento delle leggi nella
scuola bolognese, i giureconsulti che erano sparsi per l'Italia e
che incominciavano già ad acquistare qualche importanza nella vita
pubblica, o si erano istruiti da sè o avevano frequentato quelle
prime ed oscure scuole laiche dove si spiegavano le nozioni della
giurisprudenza insieme alla grammatica, alla rettorica e agli altri
rami dello scibile assai limitato di quei tempi e compendiato in rozzi
formulari.
Il diritto romano era allora conosciuto più per tradizione che per
uso dei testi, poco diffusi ed oscuri per l'intelligenza comune.
L'applicazione delle leggi promulgate dai popoli che si erano divisi
il dominio d'Italia, era stata estesa pel corso di molti secoli alle
provincie conquistate, e sebbene ai popoli nativi fosse permesso
di vivere colla legge romana, tuttavia alle tradizioni dell'antico
diritto, per quanto gelosamente conservate, si erano mescolati
molti principii delle legislazioni barbariche a cagione della lunga
convivenza e della lenta fusione che si era operata fra le genti che
avevano occupato il nostro paese.
I giureconsulti anteriori alla scuola d'Irnerio avevano fatto i loro
studii e acquistata la pratica dei giudizii nei quali erano chiamati
a far parte anche ai tempi più remoti, piuttosto in quelle rozze
compilazioni promulgate dai popoli conquistatori, che alle vive fonti
dei testi romani. Infatti Irnerio e poi i suoi successori, furono
costretti a raccogliere pazientemente le traccie confuse dei testi e a
riordinarle a profitto degli studiosi.
Irnerio coll'insegnamento giuridico da lui inaugurato nella scuola
bolognese, dette allo studio del diritto il carattere e l'importanza
di scienza indipendente, separandolo dagli altri rami del sapere
confusamente riuniti nel _Trivio_ e nel _Quadrivio_; rozzi sistemi
enciclopedici che erano in uso in quei tempi.
Col sistema delle glosse, Irnerio richiamò lo studio del diritto alle
sue fonti originali, spogliandolo delle influenze portatevi dalle
consuetudini e dalle leggi barbariche che per molti secoli avevano
avuto vigore in Italia.
L'uso delle glosse contribuì efficacemente al pronto riordinamento dei
testi, confusamente sparsi, e a diffonderne lo studio nelle scuole,
dove, prima d'Irnerio, non circolavano che pochi frammenti scorretti e
mescolati colle rozze compilazioni dei popoli che fino allora si erano
diviso il dominio d'Italia.
Soltanto quando si stabilisce un confronto fra le condizioni
scientifiche dei tempi anche di poco anteriori a quelli in cui visse
e fiorì Irnerio, con l'epoca nella quale venne fondata la scuola
bolognese, si può conoscere quanto abbia contribuito quel grande
restauratore dei buoni studii a far progredire le cognizioni giuridiche
nel popolo italiano e ad affrettare il risorgimento del diritto.
Nondimeno vi sono alcuni storici che, male apprezzando i grandi meriti
della scuola d'Irnerio, e dimenticando in quali condizioni di civiltà
egli fosse vissuto, lo vanno accusando di molti difetti e giudicano
quell'antico giureconsulto e la numerosa schiera dei glossatori suoi
seguaci, coi criterii della critica moderna.
«I glossatori un tempo inalzati a cielo (dice uno scrittore
contemporaneo) sono stati poi sottoposti ad una critica poco imparziale
e disonesta, e addebitati d'ignoranza supina nella istoria, di poca
perizia filologica, di stranezza nelle etimologie. A vero dire, alcuni
di questi rimproveri hanno un certo fondamento di verità: ma prima di
correre a condannare questi vetusti cultori della scienza giuridica
risorta, bisogna far ragione dei tempi nei quali essi vivevano. E
valga il vero, quando essi composero le loro opere, appena erano stati
ripresi gli studii storici o letterari, e non potevano ancora dirsi
dileguate le folte tenebre, che da secoli occupavano le menti. Dalle
quali cose si raccoglie, che con sottilissimi sussidii di storia e di
filologia, privi di tutte quelle fonti di ragioni scoperte in seguito,
con la sola forza del loro ingegno, per i primi ed in brevissimo
tempo interpretarono e conciliarono le migliaia di frammenti e di
leggi sparsi nelle vaste compilazioni giustinianee, ne impararono
meravigliosamente il disposto, tanto che non sfuggì loro neppure una
fra le molte disposizioni, concordi comunque lontane le une dalle
altre, ed emesse in occasioni disparatissime; ne rivelarono lo spirito
e le adattarono ai nuovi bisogni. Oggi sarebbe senza dubbio argomento
di riso, il far derivare, come da alcuni di essi fu fatto, la voce
_lapis_ dalle due _laedens pedem_ o la voce _argumentum_ da _argute
inventum_, o il sostenere che la _lex Caninia_ derivasse il suo nome
da _canis_ (cane) e la _lex Falcidia_ da _falx_ (falce), o l'asserire
che Ulpiano e Giustiniano, l'uno posteriore di due, l'altro di cinque
secoli a Gesù Cristo, lo precedessero» (BERRIOT SAINT-PRIX, _Istoria
del diritto romano_, sez. II, cap. VI, art. 2)[56].
Però, dove meglio si conosce e si apprezza la grande influenza
che esercitò Irnerio nel risorgimento del diritto moderno, è nel
considerare come esso abbia saputo bene interpretare i bisogni
intellettuali e le tendenze della cultura dei tempi in cui visse,
inaugurando la completa emancipazione e assicurando il trionfo dello
spirito giuridico romano sopra quello dei popoli conquistatori. Il
che ci spiega la cagione per cui il nome d'Irnerio acquistò tanta fama
presso i contemporanei e la sua scuola ben presto ottenne il primato
sopra tutte le altre d'Italia.
La nuova scuola che sorgeva in Bologna fondata da Irnerio, come alcuni
credono, ovvero illustrata dal suo nome e accresciuta col concorso
della sua dottrina e del sistema scientifico da lui inaugurato nello
studio del diritto romano, è indubitato che ebbe grande influenza
nell'affrettare il risorgimento giuridico italiano assicurandone
l'assoluta prevalenza sulle leggi e le consuetudini lasciate dalle
diverse generazioni di barbari che si contrastarono per molti secoli il
dominio dell'Italia.
Questa scuola d'Irnerio, che ben tosto primeggiò su tutte le altre
italiane attirando colla sua fama un gran numero di studiosi da
tutte le parti d'Europa, rappresenta non solo un centro nuovo di
studii giuridici ispirati alle fonti originali dei testi romani; ma
è la vera espressione di un alto concetto politico, che nel fervore
della incipiente rivoluzione dei comuni, dominava allora le menti
degl'italiani che si risvegliavano ad una nuova vita.
Irnerio richiamando gli studiosi del diritto alle fonti originali,
secondava mirabilmente lo spirito dominante in quell'epoca nella
coscienza del popolo italiano, affermando il principio d'indipendenza
anche nella cultura giuridica.
Ebbe Irnerio, certamente come tutti i grandi riformatori, i tempi
favorevoli che agevolarono assai la pronta diffusione dei suoi metodi
scientifici e le innovazioni da esso portate nello studio rinascente
del diritto romano.
I grandi avvenimenti politici, che allora cominciavano a svolgersi in
Italia, e soprattutto quella lenta trasformazione sociale operata dal
risorgimento dei comuni, secondavano il rinnuovamento dello spirito
giuridico nazionale, che affrettavasi colla fondazione della scuola
bolognese, dove i testi romani formavano la base del nuovo insegnamento
scientifico introdotto da Irnerio e propagato dai suoi seguaci.
La grande innovazione, che la scuola bolognese portò nella cultura
giuridica moderna, era stata affrettata dai voti degl'italiani che
per molti secoli, memori dell'antica grandezza, avevano conservato con
religioso culto tutte le tradizioni romane e soprattutto l'uso della
loro legge.
Lo spirito dell'antico diritto, dominò sempre nella coscienza
degl'italiani, e quando i re conquistatori furono costretti per
regolare i nuovi rapporti di convivenza col popolo vinto, a promulgare
leggi scritte, doverono prestare un involontario omaggio alla sapienza
giuridica romana, facendo quelle rozze compilazioni che ebbero nome
_Breviarii_ o _Capitolari_ sulle traccie delle tradizioni e dei
monumenti legislativi che rimanevano ad attestare l'antica grandezza
italiana.
Chi esamina però attentamente il segreto svolgimento della cultura
giuridica in questo periodo oscurissimo delle dominazioni barbariche,
si accorge con quanta cura i popoli conquistatori cercassero di
sottrarsi all'influenza del diritto romano nella compilazione delle
loro leggi e nei modi di applicarle. In quelle rozze compilazioni fatte
dai re legislatori longobardi e franchi, si avvertono molti indizi,
che rivelano quell'indomito senso di orgoglio e di superiorità del
vincitore sul vinto, che è di tutti i tempi e molto più comune presso
quei popoli che vennero in Italia privi di cultura e di ogni civil
costumanza.
Quelle poderose schiere di nazioni armate quando posero le loro sedi
fra noi, lasciarono ai vinti l'uso della legge romana non per atto
di benigna concessione, ma perchè realmente avevano ripugnanza ad
appropriarsi quei monumenti legislativi degni per loro di disprezzo,
come ogni cosa che veniva dai romani, e forse anche per la ragione che
non erano provvisti di sufficiente cultura per conoscerne il senso e
valersene per regolare i loro rapporti giuridici.
Quando però più tardi ebbero occasione di compilare nuovi codici per
l'uso delle loro nazioni, si accorsero i re conquistatori che non era
possibile di fare a meno del diritto romano per desumere da quello i
criterii giuridici e l'ordine legislativo, nonchè l'uso della lingua
latina per essere intesi anche dai sudditi italiani.
Così le tradizioni romane cominciarono a far parte del patrimonio
giuridico dei popoli conquistatori e ad informare le loro legislazioni.
Quella scuola di Pavia che abbiamo veduto sorgere fondata o almeno
favorita dai re longobardi, ha un significato nella storia del diritto
moderno che non è stato avvertito neppure dal Merkel, che fu il primo
a dimostrarne l'esistenza e a scoprirne le traccie nei documenti del
tempo[57].
L'avere favorito lo sviluppo di un centro di cultura giuridica nella
sede del regno, dimostra nei longobardi l'intento segreto di riunire le
sparse tradizioni e gli elementi del loro spirito giuridico nazionale
per contrapporlo alla sempre crescente influenza del diritto romano.
La scuola di Pavia rappresenta già un primo notevole progresso del
diritto romano, ed è il principio di quel segreto svolgimento giuridico
che un secolo dopo doveva compiersi e perfezionarsi col nuovo sistema
scientifico introdotto da Irnerio nello studio delle leggi[58].
I longobardi nella scuola di Pavia dovendo spargere i germi della
scienza giuridica, furono costretti a cercare gl'insegnanti fra i
romani, poichè ad essi soltanto erano confidate le scarse traccie del
sapere in quell'epoca di generale ignoranza. Però, benchè dai documenti
del tempo relativi a quella antica scuola, non si possa rilevare qual
fosse la natura e la estensione delle nozioni giuridiche che venivano
propagate da quei vetusti cultori del diritto, non è inverosimile il
supporre che le tradizioni romane esercitassero molta influenza, nella
sostanza dell'insegnamento, quantunque la scuola dovesse assumere il
carattere nazionale dei fondatori longobardi.
Il vedere fondato da quei longobardi, sprezzatori perfino del nome
romano, un centro di studii giuridici in cui necessariamente l'antico
diritto professato per tradizione dal popolo vinto, doveva aver
molta parte, ci dimostra quanto progresso avesse già fatto nella
società medioevale la cultura giuridica. Compilando i barbari le loro
prime leggi sull'esempio di quelle romane, avevano già confessata
la superiorità degl'italiani; col fondare poi la scuola di Pavia
riconoscendo il bisogno di dare ordine e forma di scienza alle
loro scarse cognizioni di diritto, facevano un solenne omaggio alla
civiltà del popolo conquistato e ne affrettavano involontariamente il
risorgimento.
La scuola di Pavia, quantunque favorita dai re longobardi, non poteva
però ridestare l'amore dei buoni studii, nè dare un notevole sviluppo
alla cultura giuridica, perchè nel popolo che l'aveva fondata non vi
erano gli elementi necessari per assicurarle durevole prosperità ed
influenza scientifica; e negl'italiani non poteva certamente incontrare
molto favore perchè tuttora oppressi sotto il peso della servitù,
sarebbero stati incapaci di far trionfare palesemente il diritto
romano, come avvenne più tardi, quando incominciò a ridestarsi potente
il loro sentimento nazionale.