torbido ed inquieto: professava altamente l'amore della libertà e cadde
in sospetto di nutrire secretamente il desiderio di distruggerla
(_Strab. l. 13._) Prese il partito de' malcontenti per sollevarsi contro
Pittaco re giusto e pacifico di quella capitale. Abilissimo che egli era
nel canto instrumentale, armandosi della lira, andava attorno le case
dei principali di Mitilene, cantando delle villanie e delle sanguinose
satire contro questo principe. Li cittadini resero giustizia al savio
loro re, e bandirono Alceo dalla patria. Vi ritornò quindi alla testa
de' fuorusciti, e cadde in mano dell'oltraggiato principe, che si prese
di lui una luminosa vendetta col perdonargli (_Arist. de repub, l. 3, c.
14; Laert. ib §.76._) La poesia, la musica e l'amor del vino gli
servirono di conforto nelle disgrazie; egli è inventore del ritmo, dal
suo nome detto _Alcaico_: cantò i suoi amori, le sue militari fatiche, i
suoi viaggi e le calamità del suo esilio (_Orazio l. 2 od. 13_).
Divenuto egli amante dell'illustre Saffo, e ritenuto dal rispetto, che
ispiravagli la modestia di quella saggia donna, di palesarle di presenza
il suo amore, così le scrisse. _Vorrei spiegarmi, ma vergogna me
l'impedisce._ Quella gli ripose: _Non c'è vergogna senza delitto;
essendo voi ardito per tutto il resto._ Leggonsi in Ateneo i versi di
Alceo, in cui descrive come era ornato l'atrio della sua casa di
usberghi, lance, magli, scudi, pugnali: il suo stile si piega ad ogni
sorta di argomenti, e le sue composizioni che formano l'ammirazione
della posterità, sono figlie d'una spezie d'ubbriachezza (_Dionys.
Alicarnassensis t. 5._) Egli era nello scrivere come nell'agire _rebus
et ordine dispar_, secondo il giudizio di Orazio. Un certo Callia fece
delle annotazioni ai versi di Alceo (_Strab. loc. cit._): fiorì questo
Poeta-Musico sette secoli innanti l'era cristiana nell'olimpiade 44.
Ateneo lo chiama _Musices scientissimus_ (_libro 14_).
ALCIDAMAS di Elea; filosofo ed oratore, era discepolo di Gorgia di
Lentini, nell'Olimpiade 88 cinque secoli innanzi G. C. Suida dice che
egli aveva scritto alcuni libri molto eleganti sulla musica,
_elegantissimos de musicâ libros_.
ALCMANE di Sardi musico e poeta greco, dotto nella musica stromentale
fioriva sette secoli innanzi l'era cristiana. Nel bollore delle passioni
della sua fresca età fu egli de' primi a far declinare il canto,
istituito per i più gravi e serj argomenti, al brio de' conviti e delle
allegre adunanze. Moltiplicò i fori nella tibia, facendo servire la
maggior vaghezza del canto tibiale ad usi lascivi e profani, e
prostituendo il sacro mestiere de' cantori e de' vati alla mollezza,
all'adulazione ed alla scostumatezza. Alcmane girava i palazzi dei
ricchi cittadini, e suonava e cantava alle loro tavole quasi ogni
giorno: a tal fine aveva egli composte e notate in musica canzonette di
argomenti, che ben si confacevano a persone riscaldate dal vino e dalla
lussuria. Il plauso, che a' suoi osceni canti facevasi, ben dimostrava
la licenza e la depravazione de' costumi, che già si era introdotta fra
i Greci liberi. Alcmane co' regali, e co' nobili allegri pranzi e
compagnie si era corrotto al segno, che ad altro non pensava che agli
amori ed alla ghiottoneria; ma, come spesso avvenir suole a' giovani
sconsigliati, un'ignominiosa ed affliggente malattia lo assalì, che
facevagli scaturire da tutto il corpo infiniti schifosissimi insetti, e
tosto il condusse ad una immatura morte, frutto de' suoi stravizzi, e
dei suoi smodati piaceri. Nell'_Antologia greca_ trovansi due epigrammi
per la morte di questo suonatore, de' quali uno manda l'anima di
Alcmane qual favorito delle muse a godere nel Parnasso, e l'altro a
pagare il fio degli infami suoi vizj con le furie nel tartaro.
ALDOBRANDINI (Tommaso) Romano, illustre letterato del secolo
decimosesto. Ad un genio profondo unì egli delle vaste cognizioni in
letteratura: era fratello di Papa Clemente VIII, e secretario dei Brevi
nel 1568. Oltre a più opere lasciò un _dotto comentario sul trattato
dell'udito, ossia dell'acustica di Aristotile_, lodato molto da Veltori,
Buonamici e Casaubono.
ALDOBRANDINI (Giuseppe) musico di Bologna, apprese i principj della sua
arte da Giacomo Perti, che fu anche il maestro del cel. P. Martini, e
divenne nel 1695 membro dell'accademia dei Filarmonici, a cui per lungo
tempo presedette. In tutte le sue composizioni seppe unire la natura e
l'arte, e con una invenzione tanto facile quanto felice, seppe dare a
tutte le sue produzioni una piccante originalità. Il duca di Mantova lo
fece maestro di musica della sua cappella. Negli anni 1701, 1703, e 1706
pubblicò egli diverse _Opere di Musica_, che sono state raccolte ed
incise in Amsterdam. Fantuzzi parla di questo musico nella sua _notizia
degli Scrittori di Bologna_ ivi pubblicata nel 1781.
ALEMBERT (Jean le Rond d') dell'accademia francese, delle accademie di
scienze e belle lettere di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo, della
società reale di Londra ec; era figliuolo naturale di Destouches-Canon,
e di madama Tencin, e nacque in Parigi li 17 novembre del 1717. Egli è
veramente somma gloria per la musica italiana, che questo grand'uomo,
eloquente filosofo e profondo geometra abbia intrapreso a valorosamente
difenderla dai pregiudizj de' suoi nazionali, e dagli attacchi dei
partigiani della musica francese. Ciò egli fece nel lepidissimo discorso
_De la liberté de la Musique_; Paris 1759, in 12º, e che si trova
ancora nel quarto tomo _des Mélanges de littérature, d'histoire et
philosophie_. Nel 1750 intraprese egli l'_Enciclopedia_, ossia il gran
Dizionario delle scienze, quell'opera di cui si è detto tanto bene e
tanto male, insieme con Diderot suo amico, ed un gran numero di alcuni
altri dotti uomini. In essa oltre più articoli di musica dottissimamente
da lui trattati, vi ha al primo volume un suo _Discorso preliminare_ che
fecelo riguardare in Francia come uno dei primi scrittori della nazione.
In vece di ammassare de' luoghi comuni, di cui gli autori mediocri
adornano le loro prefazioni, egli fece un discorso eloquente, ove unì
insieme la forza e l'eleganza, il sapere ed il gusto, il dono di pensar
bene ed il talento di ben scrivere. Nella genealogia, che fa l'A. delle
umane cognizioni, che consistono nell'imitazione, in ultimo luogo vi
mette la musica; non già perchè la sua imitazione sia meno perfetta
negli oggetti, che essa si propone di rappresentare; ma perchè pare fino
adesso limitata ad uno più piccol numero d'immagini; il che deesi meno
attribuire alla sua natura, anzichè al troppo poco d'invenzione e di
mezzi, di cui si serve la più parte di coloro che la coltivano. Su di
ciò fa egli alcune filosofiche riflessioni, alle quali rimettiamo gli
amatori dell'arte per trarne profitto. Non si è applaudito meno agli
articoli delle matematiche, e ad alcuni altri di storia, di belle
lettere, e di musica, de' quali arricchì egli l'Enciclopedia: se tutta
l'opera fosse stata composta su questo gusto, quel dizionario non
avrebbe provate tante critiche e tante opposizioni. Un'altra opera non
meno interessante per la Musica dobbiamo a Mr. d'Alembert, essa ha per
titolo: _Elémens de Musique théorique et pratique suivant les principes
de M. Rameau_: cioè “Elementi di musica teoretica e pratica secondo i
principj del Signor Rameau”, in 8º, a Lione 1779. Gli elementi d'ogni
scienza debbono essere esposti con un ordine preciso e metodico;
imperocchè non è che per mezzo del metodo che noi possiamo renderci
padroni del nesso delle idee, e del rapporto delle parti. L'A. avendo
seguito in questo libro i principj di Rameau, gliene attribuisce tutta
la gloria. Egli dice, “che di lui altro non v'ha fuorchè l'ordine e gli
errori, che vi si possono trovare”: questa espressione è troppo modesta;
poichè in questo trattato tutto il mondo ha veduto quel che non vede
negli scritti del celebre musico, cioè un'uomo che intende se stesso, e
che sa farsi intendere. Tutta via questo libro, comechè contenga molte
cose utili, e delle viste veramente filosofiche, non va esente degli
errori che sono inerenti al sistema stesso del Rameau: il primo a
rilevarli in Italia fu il dotto spagnuolo Eximeno, che non ostante la
celebrità del musico, non che del filosofo, ne ha fatta una dottissima
confutazione. Ecco il giudizio, che egli reca del libro del Signor
d'Alembert. “Questo gran filosofo e matematico, egli dice, ripurgando la
teoria del Signor Rameau da' supposti falsi e contraddizioni palpabili
dell'autore, la riduce ad una serie di proposizioni chiare e concise,
che hanno fatto la teoria di musica di Rameau degna di paragonarsi colla
teoria di fisica del Newton: benchè mi fossi avveduto alla fine, che le
ultime proposizioni di quella distruggono le prime, e che tra il
fenomeno fisico, che le serve di fondamento, e le regole di armonia non
v'interviene che un concorso casuale, simile a tanti altri, co' quali si
abbagliano spesse volte i filosofi, facendo di due cose, che concorrono
casualmente insieme, l'una causa dell'altra” (_Origine e Regole della
mus., nella pref. pag. 6._). Il nostro illustre geometra era ancora
nella forza del suo genio, allorchè morì in Parigi li 29 di ottobre del
1783, di sua età 66. La sua influenza nell'Accademia delle scienze, e
principalmente nell'Accademia francese, di cui fu secretario perpetuo,
le sue relazioni col Re di Prussia, coll'Imperatrice delle Russie, che
lo aveva proposto per precettore del gran Duca suo figliuolo, (onore
ch'egli ricusò malgrado l'offerta di cento mila lire di rendita), e con
più altre persone assai distinte per il loro rango, e principalmente co'
forastieri, fecero di Alembert un personaggio importante. Un'esatta
probità, un nobile disinteresse ma senza fasto, una luminosa beneficenza
furono le sue principali virtù.
ALESSANDRIDE, musico dell'antica Grecia, secondo Ateneo (_lib. 14_) fu
il primo che giunse a formare su lo stromento a vento de' tuoni acuti e
bassi per mezzo di buchi: pare che prima di lui non si conoscesse in
questo genere che il flauto di Pan.
AL-FARABI, filosofo musulmano del X secolo, ed uno di quei dotti arabi,
i quali più che i latini illustrarono in quel tempo co' loro scritti la
Musica, e vi apportarono l'ajuto delle matematiche cognizioni. Da un
codice manoscritto di Al-Farabi intitolalo _Elementi di Musica_, che si
conserva nella biblioteca dell'Escuriale, si vede, che gli arabi, benchè
seguaci della dottrina de' Greci, non l'abbracciarono senza esame;
ch'ebbero forse più giuste cognizioni della parte meccanica de' suoni
che gli stessi loro maestri, e che in varj punti ne corressero gli
errori, ed empirono il vuoto della loro dottrina. L'eruditissimo Casiri
autore della _Biblioteca Arabico-Ispanica_ pregato dall'illustre Andres
ne diede il seguente estratto. “Al-Farabi, egli dice, nel libro secondo
di quest'opera espone i sentimenti de' teorici, e, come dice egli
stesso, empie il vuoto della loro dottrina a profitto de' censori di
quegli autori. Diretto da' lumi della fisica deride la vanità
dell'immaginazione de' pitagorici su i suoni de' pianeti, e su l'armonia
dei cieli. Spiega fisicamente come per le vibrazioni dell'aria si
producano i suoni più o meno acuti degli stromenti, e quali riguardi
debbano aversi nella figura e nella costruzione di essi per avere i
suoni, che si richieggono. L'uso frequentissimo, ch'egli fa delle parole
greche scritte in arabo, mostra quanto fosse greca la dottrina arabica
della musica, e la figura d'una scala, o dell'armonia di quindici tuoni,
che ci presenta, mentre prova, che non aveva abbracciata la setta de'
Tolemaici, non facendo consonanti le terze, prova altresì, che non era
tampoco della pitagorica, poichè faceva consonanti l'undecima, e la
duodecima, ossia le ottave di quarta e di quinta.” (_Presso Andres
dell'Orig. ec. tom. 4, c. 8._) Al-Farabi fu ucciso da' ladri in un bosco
della Siria nell'anno 954 di G. C. Questo filosofo era un genio felice,
e uno di quegli uomini universali, che con eguale facilità penetrano in
tutte le scienze, sopra le quali aveva composte più opere; e dicesi che
una gran parte delle medesime si conservi tuttora nella biblioteca di
Leyde, e in quella dell'Escuriale. In riguardo alla musica, egli non era
solo perito nella teoria, ma eziandio nella pratica. Un giorno trovato
avendo il sultano circondato da più dotti uomini, che si erano resi al
suo palagio per ragionare su le scienze, il nostro filosofo vi disputò
d'una maniera così eloquente ed energica, che ridusse tutti i dotti al
silenzio. Il sultano per divertire l'adunanza fece venire de' musici:
allora Al-Farabi si unì a costoro, e toccò il suo liuto con tale
delicatezza, che attrasse su di se gli sguardi e l'ammirazione di tutti
gli astanti. Il sultano avendolo pregato di far sentire qualche cosa
del suo, trasse di tasca un pezzo allegro, fecelo cantare, e lo
accompagnò con tale forza, che fece ridere all'eccesso tutti coloro che
erano presenti: ne produsse un altro sì toccante, e sì tenero, che
strappò loro le lacrime, e finì con un terzo, che giunse ad
addormentarli tutti.
ALFREDO detto il filosofo dotto inglese, nel secolo 13 fu celebre in
Francia, in Italia, in Inghilterra, e dimorò lungamente in Roma. Nel
1268, tornò in compagnia del legato del Papa in Brettagna, e quivi poco
tempo dopo morì. Tra le sue opere trovasene una _de Musicâ_.
ALGAROTTI (Conte Francesco): nacque egli in Venezia nel 1712 da un ricco
negoziante. Dopo aver fatti i suoi primi studj in Roma e nella sua
patria, fu mandato dai suoi parenti in Bologna, dove studiò per sei anni
sotto a' migliori maestri di quella università, la filosofia, la
geometria, l'astronomia, la fisica sperimentale e l'anatomia. Egli
viaggiò ben presto sì per curiosità, come per brama di perfezionare i
suoi talenti. Egli era ancora assai giovane allorchè venne a Parigi nel
1733, e quivi compose in italiano la più gran parte del suo
_Neutonianismo per le Dame_: dopo un lungo soggiorno in Francia passò in
Inghilterra e quindi in Germania. I Sovrani di Prussia e di Polonia
cercarono di attaccarselo con onori e beneficenze. Federico il fece
cavaliere dell'ordine del Merito, gli diè il titolo di Conte, e fecelo
suo ciambellano. Il Re di Polonia, presso del quale erasi stabilito,
l'onorò col titolo di Consigliere intimo per gli affari di guerra.
Avendo lasciata la corte di questo principe per rivedere la sua patria,
la morte il raggiunse a Pisa li 23 di maggio del 1774 all'età di 52
anni. Egli la ricevette con coraggio: alcune ore prima della sua morte
fecesi condurre al teatro, perchè si distraesse alcun poco dai tristi e
melanconici pensieri, ne' quali trovavasi immerso. Meglio dell'Algarotti
l'Imperatore Leopoldo conciliar seppe benissimo i doveri del cristiano
col suo gusto per la musica: egli amava talmente l'armonia, che presso a
morire, dopo aver fatto l'ultime preghiere col Confessore, fece venire i
suoi sonatori, e morì alla metà del concerto. Il Conte Algarotti era uno
de' più grandi conoscitori dell'Europa in pittura, in scultura, in
architettura ed in musica. Abbiamo tra le altre sue opere un _Saggio
sopra l'Opera in Musica_, dove vi ha delle eccellenti osservazioni sul
canto ed il suono. “Il celebre Algarotti, dice l'ab. Arteaga, col solito
suo spirito, e leggiadria di stile olezzante de' più bei fiori della
propria e della peregrina favella, schizzò un breve saggio sopra l'opera
in musica, nel quale si trovano scritte riflessioni assai belle, che lo
fanno vedere quell'uomo di gusto ch'egli era in così fatte materie. Ma
limitato unicamente alla pratica non volle, o non seppe risalire fino a'
principj, come forse avrebbe dovuto fare per meritar l'onore d'essere
annoverato fra i critici di prima sfera.” (_Disc. prelimin. p. 39._) Mr.
Bordes ha fatta una traduzione in francese di questo _Saggio_
dell'Algarotti, a cui aggiunse delle giudiziose osservazioni. V'ha
un'altra traduzione in francese del marchese di Chastellux, ed una
tedesca di Hiller.
ALIPIO uno dei Greci scrittori di musica, la di cui opera intitolata
_Introductio Musica_ si trova in greco ed in latino nella collezione del
Meibomio. Gli autori del _Dizionario universale storico critico e
bibliografico_ stampato in Parigi nel 1810 (_IX. edit._) il dicono
filosofo di Alessandria in Egitto, e contemporaneo di Jamblico, e
riferiscono assai particolarità sulla sua vita: ma essi si sono
certamente ingannati, e bisogna a questo proposito consultar più tosto
il dotto spagnuolo Requeno, che più d'ogni altro ha fatto uno studio
particolare su i Greci Armonici. “Chi è quest'Alipio? (egli dice), da
chi nacque? quando visse? ove soggiornò? Meibomio può dire quanto a lui
piace, ma il vero si è, che non si sanno nè i genitori, nè la patria, nè
l'epoca in cui fiorì. In tali casi, io son uso ad esaminare lo scritto
per iscoprire l'età, in cui pubblicò lo scrittore la sua opera. Meibomio
lo fa anteriore a Nicomaco, a Gaudenzio ec., ma dallo scritto della sua
_Introduzione_ io conchiudo, che questo Alipio è un greco sciolo,
posteriore assai a Nicomaco.” Potranno vedersene le sue ragioni nel tomo
primo de' _Saggi_ pag. 332. Alipio è uno di quegli abbreviatori
ignoranti delle opere degli Antichi che nella sua _Introduzione_ ossia
libro elementare della musica tralascia moltissime cose necessarie, ed
il mancamento ne è così enorme, che Meibomio crede, ci manchi la maggior
parte del libro di costui. “Io però, soggiunge il Requeno, che non ho
concepita grande idea di Alipio, lo credo affatto terminato: convenendo
benissimo simile componimento ad una testa picciola d'uno sciolo del
secolo, in cui si scrisse, qual era il secolo delle eruzioni de' barbari
nell'impero: nel qual tempo ciascuno intitolava libri di musica le opere
in cui non si trattava che d'una sola picciola parte, come si vede ne'
sei libri di musica di S. Agostino.”
ALLEGRI (Gregorio) nato in Roma, era della famiglia del Correggio. Nel
1629, fu ricevuto nella cappella del papa, come cantante e
principalmente come compositore. Egli era stato scolare di Nanini, e
morì li 18 febbrajo 1640. Il suo famoso _Miserere_ si eseguiva nella
cappella sistina, nella settimana santa, ed era vietato sotto pena di
scomunica il farne delle copie. Il dottor Burney ne ottenne una dal
card. Albani prefetto della cappella pontificia, e lo fece stampare in
Londra nel 1771. M. Choron l'ha inserito nella sua _Collezione de'
classici_ nel 1810. Lo stesso Burney nel primo vol. de' suoi _Viaggi
musicali_, rapporta il seguente aneddoto, che gli era stato comunicato
dal cav. Santarelli. “L'Imperadore Leopoldo I, che era non solo gran
dilettante e protettore della musica, ma buon compositore ancora, aveva
ordinato al suo ambasciadore a Roma di pregare il Papa, che gli
permettesse di fare prendere una copia del cel. _Miserere_ di Allegri,
per uso dell'imperiale cappella a Vienna, il che gli fu concesso. Il
maestro della cappella pontificia fu dunque incaricato di far questa
copia, che fu mandata all'Imperadore, il quale aveva allora in suo
servigio alcuni de' più gran cantanti del secolo. Ma non ostante il
valor degli esecutori; cotesta composizione fu sì lontana dal
corrispondere nell'esecuzione all'espettativa dell'imperatore e della
sua corte, che si conchiuse che il maestro della cappella del papa per
guardare il _Miserere_ come un mistero, aveva eluso l'ordine, ed inviata
un'altra composizione. L'imperatore spedì un espresso in Roma per
lagnarsi del maestro di cappella, il che cagionò di poi la sua
disgrazia, e la sua licenza. Questo pover'uomo ottenne non per tanto per
mezzo d'uno dei cardinali, di difendere la sua causa, e spiegare a sua
Santità che la maniera di cantare nella sua cappella e di eseguire
questo _Miserere_ non poteva esprimersi con le note, nè impararsi o
trasmettersi altrimenti, che per l'esempio e che questa era la ragione
per cui cotale pezzo, sebbene fedelmente trascritto, aveva dovuto
mancare di effetto, allorchè eseguito si era in Vienna. L'imperatore
vedendo non esservi altro mezzo di soddisfare alle sue brame per
rapporto a quella composizione, pregò che gli s'inviassero alcuni dei
musici di Roma, per istruire quegli della sua cappella su la musica con
cui dovevano eseguire il _Miserere_ di Allegri, ed insegnar loro la
maniera così espressiva nella quale veniva cantato nella cappella
sistina in Roma, il che gli fu accordato. Ma prima che fossero costoro
arrivati, scoppiò la guerra co' Turchi, l'imperatore lasciò Vienna e 'l
_Miserere_ non è stato mai più forse altrove eseguito che nella cappella
del papa.” Si sa ancora che _Mozart_ avendolo sentito cantare due sole
volte, se lo impresse così ben nella mente, che presentonne una copia
perfettamente conforme al manoscritto originale.
ALSTED (Giov. Arrigo) professore di teologia a Veissemburgo nella
Transilvania ove morì nel 1638, egli pubblicò a Herborn la sua opera
intitolata: _Admiranda mathematica_, il di cui ottavo capitolo tratta
_della musica_. In un'altra sua opera _Elementale mathematicum_ stampata
a Francfort nel 1611 i suoi _elementi musicali_ occupano trenta fogli.
_V. Walt._
AMADORI (Giuseppe) uno dei fondatori della celebre scuola di musica in
Roma nel secolo 17º dove la particolar esecuzione della musica sacra
avea da lungo tempo introdotta la necessità degli studj e de' maestri.
Amadori e Fedi insieme, altro celebre musico di que' tempi, colla loro
industria, e co' loro talenti stabilirono allora una specie di
Accademia: eglino con esempio non troppo comune ai letterati, uniti in
fratellevole amicizia cogli altri valentuomini nell'arte del suono e
della composizione, comunicavansi a vicenda i loro sentimenti, e le
osservazioni loro esponevano al comune giudizio, onde poi copiosi lumi
ritraeva ciascheduno per correggere i proprj difetti, per migliorare il
piano d'educazion musicale, e per dilatare i confini dell'arte. Serve di
argomento a provar la diligenza di questi eccellenti maestri, il costume
che aveano, siccome riferisce il Bontempi (_Stor. della music._),
illustre allievo della scuola romana, di condurre a spasso i loro
discepoli fuori delle mura di Roma, colà dove si ritruova un sasso
famoso per l'eco, che ripete più volte le stesse parole. Ivi ad
imitazione di Demostene, di cui si dice, che andasse ogni giorno al lido
del mare, a fine di emendare la balbuzie della sua lingua col suono de'
ripercossi flutti, li esercitavano essi facendoli cantare dirimpetto al
sasso, il quale, replicando distintamente le modulazioni, li ammoniva
con evidenza de' loro difetti, e li disponeva a correggersi più
facilmente.
AMATO (Vincenzo) nato a Ciminna in Sicilia, li 6 gennaro 1629, maestro
di cappella della cattedrale di Palermo, pubblicò quivi nel 1656 de'
_Sacri concerti_ a due, tre, quattro, e cinque voci, con una messa a tre
e quattro voci, _opera prima_, e nel medesimo anno, _opera seconda_,
contenente messa, vespri e compieta a quattro e cinque voci. Egli pose
ancora in note sotto una specie di recitativo la passione di N. S.
secondo S. Matteo e S. Giovanni, che si canta tuttora nelle chiese di
Palermo: lo stile ne è semplice e assai divoto, allorchè non vi si
eseguisce altro che quello che vi ha notato l'autore. Pochi anni prima
della funesta rivoluzione della Francia mi ricorda di essermi stata
richiesta da Mayenne la musica di _Amato_ del vangelo della Passione
della Domenicha, dall'exgesuita l'ab. Zerilli palermitano quivi
stabilito, e che eseguita colla di lui direzione dai preti francesi
piacque in chiesa moltissimo, come egli stesso me ne diede avviso con
sue lettere. Amato morì in Palermo alli 29 di luglio del 1670.
AMATO (Andrea) da Cremona, il più famoso di tutti per la costruzione de'
violini e altri stromenti ad arco, fioriva sulla fine del secolo 16º.
Ebbe due figli Antonio, e Geronimo, che succedettero al suo stato, e
alla sua riputazione. Niccola Amato, figliuolo di Girolamo, quivi viveva
verso il 1682.