Da questa vicenda celeste apprendo come l'eclisse, nel mondo interiore,

possa essere rivelazione piuttosto che oscurazione. La luce della

nostra coscienza abituale non ci copre la nostra verità più profonda?

Se alcuna forza fin allora estranea s'interponga, ecco che dentro a

noi tutto si trasfigura e si manifesta. Il massimo degli eclissi è la

follìa. E che grandi e inopinate mutazioni e visioni da lei nacquero!

Ma vi sono anche meravigliosi eclissi prodotti da una certa specie

di pensieri dominanti che offuscano la coscienza fallace. Il comune

linguaggio però non ha modi per significarli.

Forse, laggiù, un pescatore perduto su l'Atlantico ha visto nel

prodigio meridiano splendere Espero.

Un sentimento di lontananza è rimasto in me; che mi seconda

mentre rivivo il giorno funebre. Mi sembra che l'istessa lampada

soprannaturale illuminasse quel Sabato Santo, quasi ritornato fantasma

di quell'eclisse

che in ciel fue

quando patì la suprema Possanza.

Era uno di quei mattini oceanici in cui l'aria e l'acqua, luna

nell'altra convertendosi a vicenda, sembrano formare un solo elemento

inane. Grandi velarii pallidi sorgevano, si dilatavano, si laceravano,

cadevano a brandelli, si rammendavano, si ritessevano senza fine. La

Landa pareva sollevarli e respingerli col suo fiato affannoso, perché

era travagliata dalla doglia della fecondità. A quando a quando, se

spirava il ponente, i lembi e le volute s'imbiutavano di fovilla,

s'ingiallivano del solfo arboreo. Talora una nuvola di polvere ferace

rimaneva sospesa su le chiome dei pini. ondeggiava, dileguava per

ispandersi altrove in piogge nuziali. Aerei entrambi, il pòlline e la

cenere si mescolavano, come se il vento rapinasse i fiori e gli avelli.

E colui che aveva contuso il pòlline e la cenere nell'émpito dei suoi

più alti canti e divinamente comunicato all'una la virtù dell'altro,

il poeta annunciatore e intercessore non anche era spirato in quel

mattino, se bene io lo credessi e vedessi già composto nella sua finale

santità. Ma, mentre erravo di duna in duna seguendo il mio dolore che

pareva sopravvanzarmi, mi punse il cuore un'improvvisa sollecitudine

dell'amico che ancora viveva lì presso; ed ebbi un desiderio

ansiosissimo di rivederlo perfetto.

Or il suo vóto non era adempiuto? Non aveva egli omai accompagnato

il Redentore sino all'ultima stazione della _Via Crucis_? Passata

era l'ora di nona, l'ora del grande grido; passato era l'antisabato;

Giuseppe e. Nicodemo avevano tolto dal legno il corpo, póstolo nel

monumento e rotolata all'apritura la pietra. Come poteva ancor durare

l'agonia del seguace? fino al Resurresso? e oltre, forse?

Dal giorno dell'Estrema Unzione non ero più stato a visitarlo.

Perseverava in me il turbamento, e non so che terrore indefinito. La

nostra amicizia terrena era chiusa tra quei due pianti, quasi terra

compresa da due riviere nate d'una sola sorgente come il Letè e

l'Eunoè.

Da questa parte, con virtù discende

che toglie altrui memoria del peccato;

dall'altra, d'ogni ben fatto la rende.

Ma, pur trovandomi in paese di sete e sitibondo, non m'attentavo

di bere. Tuttavia rimanevo tra quei due confini senza trascendere

né l'uno né l'altro (non per rientrare nella mia patria antica,

non per avanzarmi verso la mia patria futura) quasi in una sosta di

contemplazione e d'indagine. E quivi pensieri viventi, sin allora a me

estranei o da me ignorati, mi divenivano familiari come i colombi che

beccano il frumento nel cavo della mano. E talvolta il giovine dalla

sindone era meco; il qual serbava in fondo agli occhi notturni una

imagine del Maestro non veduta da alcuno. E mi lasciava egli scrutare

il fondo de' suoi occhi, talvolta.

Ricomparire dinanzi all'Unto di Dio, mentre gli stava ancóra in bocca

il respiro carnale, mi pareva intempestivo; né avrei voluto di nuovo

toccare la sua mano, assistere agli ultimi istanti, udire i suoi

rantoli, farmi testimone della sua fine. Piuttosto che commettere un

tal fallo, sopportavo il dubbio di sembrargli duro o richiuso. Ben so

come ornai, di quel ch'egli soleva chiamare «il nostro bel segreto» nel

tempo della reticenza, io non possa più parlare se non con me medesimo,

e sotto la specie del canto misurato.

Gli mandavo ogni sera i frutti italiani; ché qualche stilla di quel

succo fu sino all'estremo l'unico suo ristoro. Ma pregavo la sua

figliuola che non glie li mostrasse, non potendo ella recargli anche

la preghiera sconosciuta che l'accompagnava. Seguivo col pensiero

la fresca offerta che giungeva alla casa di legno verso l'ora della

salutazione angelica. Credevo udire la campanella della porta, il passo

di quella che andava ad aprire, le parole susurrate, e poi nell'ombra

lo scroscio dell'arancia sugosa premuta nel bicchiere che riluceva. E

quella imaginazione mi diveniva presenza quasi reale. Sentivo l'odore

spandersi; vedevo biancheggiare il morente sul guanciale, e il chiarore

della sera adunarsi nello specchio come negli stagni della Landa. E si

generava in me non so che dolcezza accorata e melodiosa, da cui sgorgò

una sera il canto alterno di Ugo e di Parisina presso il ceppo del

supplizio, in fondo alla Torre del Leone.

Diceva Parisina:

Udito hai tu,

udito hai tu sul muro

della torre crosciare

la piova? Tutto è fresco,

tutto è mondato.

Or mi ricreo

come il fil d'erba.

E so che nel ciel ride

già la stella diana.

E Ugo:

Passato è un tempo,

passato è un tempo,

ch'io non posso più dire;

e quel che innanzi avvenne

e quel che dopo ancóra,

io noi viddi, noi seppi.

Forse or ti nasco;

e la morte, ch'è sopra,

par sì lontana.

E l'amata:

Ah tu non sai,

non sai qual sia

nella tua bocca

la voce nova!

La volta cupa

ove risuona

sembra il segreto

antro d'un fonte.

E l'amato:

Vedi che occhi

s'apron ne' miei?

In me tu sali,

cresci qual mare

senza amarezza.

Il flutto è in sommo.

Non ho il tuo sguardo

sotto la fronte?

E la melodia sviluppandosi assumeva un che di vitreo e di verde, un che

d'acqua e d'erba, a imagine di quel giovinetto che un mattino vidi in

un sandalo falciare, con la falce mortuaria dal lungo manico, le piante

acquatiche nel fossato fosco intorno al Castello di Ferrara.

O mio fastello d'erbe,

dove t'ho da posare?

La nepote di Francesca rispondeva:

Pesami accanto al ceppo.

C'inginocchiammo

due volte. Anco due volte

bisogna, o bello

e dolce amico,

bisogna a noi due volte

i ginocchi piegare.

La prima nel peccato,

la seconda nell'onta,

la terza nella morte,

la quarta nell'eternità...

Quando, molto a notte, salivo alla mia stanza per coricarmi, strani

brividi attraversavano la mia stanchezza inquieta, e i miei occhi

sbarrati guardavano da per tutto; che m'attendevo una di quelle

apparizioni che annunziano il transito delle persone care. E lo

specchio era pieno d'orrore.

Certo, non cessavo dall'aver paura della morte, se bene per giorni e

giorni l'avessi veduta abitare un uomo e scavarlo di dentro. Ma sentivo

che alfine ero per vincere pur quella paura, e per ottenere dal morente

una tal vittoria. Declinava il meriggio, nei Sabato Santo, quando

l'angelo neutro per i sentieri sordi della foresta mi condusse nei

pressi della collina arenosa ove sorgeva la Cappella di Nostra Donna.

Scopersi in alto, di tra i rami dei pini carichi di fiori nuovi e di

pigne secche, l'infermeria domenicana col suo verone di legno e sul

verone la finestra che dava adito alla camera del morente. Così, non

veduto, rimasi all'agguato della morte.

La casa era tacita; l'adito era vacuo come quelle aperture senza vetri

e senza imposte, che sfondano all'infinito nelle case abbandonate di

Assisi. Una donna passò cautamente, s'inclinò su la soglia, si fece il

segno della croce, disparve nell'ombra. Un uomo ne uscì, s'incontrò

con una fanciulla dai capelli sciolti, si mise l'indice su le labbra

per ammutolirla, poi la trasse pel braccio nudo. Nessuno piangeva.

I lineamenti umani erano come raffermati dalla necessità. L'aspetto

della casa stessa era come Indurito. L'aria intorno vi pareva senza

mutamento. Qualcosa come un cristallo spesso la separava dalla

respirazione del borgo sparso per le sabbie, ov'era sonata l'ora del

pasto comune.

Stavo accosciato su le radici d'un pino. Giovanni era meco, o la

parte migliore di me era divenuta simile a lui; perché tutte le

cose fisse intorno, tutte le cose radicate, erano in me riunite

da movimenti d'amore come nel ritmo della sua poesia. Le formiche

salivano e discendevano per le vecchie cicatrici del fusto come per

le lor vie maestre, in traffico, mentre taluna di loro galleggiava

morta nel vasetto d'argilla colmo di résina e d'acqua piovana. Pei

nuovi intagli la ragia colava bianchiccia come la cera che si strugge

e goccia intorno ai torchietti dell'altare; ma qua e là vi brillavano

lacrime limpide come acini di cristallo. E dove erano infissi i pezzi

di bandone obliqui per condurre lo scolo, quivi la piaga pareva più

dolente. E, se volgevo gli occhi alla cima, sentivo ch'essa non era

toccata dal dolore ma era assorta in un pensiero d'altezza. _Redolet

non dolet._

Tutto si santificava in una luce di grazia, in una «bontà senza

figura.» Il più tenero fiore di cinque petali era schiuso entro una

povera scarpa accartocciata come una scorza. Un germoglio lanoso

spuntava dal fóro di una latta arrugginita; e tra gli spigoli della

lamiera storta brulicavano su per i fili della tela minuscoli ragni,

gialli come granelli di pòlline. E il minuto pigolìo dei pulcini

nascosti nel cespuglio era come se quel brulicame divenisse vocale.

E da ogni più piccola voce si partiva un'onda senza fine confusa

nell'immensa dissonanza del vento. E il vento era come il rammarico

di ciò che non è più, era come l'ansia delle geniture non formate

ancóra, carico di ricordi, gonfio di presagi, fatto d'anime lacere e

d'ali vane. E forse andava, laggiù, a sfogliare il libro aperto sopra

il leggìo di quercia, quel libro ch'era antico quando la quercia ancor

«viveva nella sua selva sonora». E forse l'ascoltava, laggiù, il cieco

che non sa donde venne, non sa dov'ei vada, né può cansar l'abisso che

si sente ai piedi... «di fronte? a tergo?»

Tanto era viva la presenza fraterna che mi volsi come se avessi

udito il mio nome. E Giovanni di San Mauro era là, sotto un gran rovo

intricato che soffocava una ginestra in fiore. Aveva la sua veste dei

campi, la sua veste di contadino: il capo scoperto, il collo nudo.

Sedeva sopra un ceppo tagliato. Col mento nella palma, mi guardava

dentro il cuore; e, nella fissità, la sua guardatura aveva a destra

una lieve loschezza come se quella fosse la pupilla sempre «intenta

ad altro». Era tutto bianco, incanutito; e la fronte era veramente un

luogo di luce per moltitudini, ma le ritrose dei capelli le davano un

che di selvaggio in sommo, un che d'indocile su tanta umiltà. Le sue

mani scarnendosi erano divenute belle. E il silenzio delle sue labbra

era fatto di quelle profonde pause che ne' suoi poemi contengono il suo

più umano amore o il suo più divino orrore.

In quel punto scoccò, dalla torre della Cappella, l'ora seconda dopo

mezzodì. Sul verone il vano dell'adito era come un gorgo d'ombra.

N'escì una donna che non piangeva, ed entrò nella porta accanto,

levando le braccia. E vennero alcune altre donne, alcuni uomini,

una fanciulla, tre giovinetti; e nessuno piangeva. Ma tutta quella

famiglia adunata sembrava assumere una forma atta a ricevere l'ignoto,

a ritenere in sé il peso dell'esanime. Il morto entrava nei vivi; e,

prima di trasformarsi in memoria, riviveva in loro con la sua canizie,

con le sue rughe, con le sue spalle curve, con i suoi occhi pallidi,

con la sua voce fievole, con le sue viscere ulcerate. Entrarono l'un

dopo l'altro nel gorgo d'ombra; s'inginocchiarono, s'accalcarono

intorno al letto, divennero una cosa compatta su cui il morto pesò come

su una bara di carne e d'ossa. Tutte le voci della Landa non valevano

contro il silenzio che serrava la carcassa di legname in quella guisa

che i ghiacci polari serrano la chiglia della nave prigioniera. La

casipola rossastra, dentro la sua siepe di biancospino e di giunco

marino, covava il più chiuso mistero del mondo: il corpo dell'uomo

santo, la spoglia inerte di colui che ha offerto l'anima a Dio e votato

sé stesso alla vita eterna.

Passai davanti alla porta, su pel sentiero di sabbia, senza arrestarmi.

A ogni passo, mi pareva di perdere qualcosa di me, di lasciarmi

sfuggire qualcosa di più fervido che il sangue, come se fossi premuto

dal rigore di due ombre. A ciascun fianco avevo la morte, come

chi cammina fra due compagni per favellare con l'uno e con l'altro

alternativamente. Vedevo il cadavere nell'aspetto più spaventoso,

quando non è ancóra immobile, quando non è ancóra in pace, quando il

rito funebre lo manomette, lo costringe a simulare il gesto, movendolo,

sollevandolo, nel purificarlo, nel vestirlo. Come giunsi al principio

della mia viottola, a poca distanza dal cancello, mi riscoppiò nello

spirito un lampo dell'allucinazione che mi aveva tormentato per tutto

l'autunno. L'uomo era là, ma senza rilievo.

Quando salii su la mia duna, la bassa marea aveva scoperto

nell'insenata il lungo banco mediano, simile nella forma sottile a un

ramo secco di palmizio. Era grande bonaccia, nell'aria e nell'acqua.

I velarii continuavano a svolgersi e a dissolversi. A tratti il sole

appariva tra lembo e lembo; e tutte le sabbie si schiarivano, con un

che di molle come il colore interno della banana. Si velava: e tutte

scurivano, si facevano brune come gli aghi aridi accumulati, come le

fascine delle palafitte.

Il corpo dell'annegato si riformò sul banco, intiero come quando

l'avvistai la prima volta.

Fu una mattina di settembre: un cielo candido, un mare quasi di latte.

La marea discendeva. Ero seduto su la loggia. Guardando, scorsi sul

banco non so che cosa solitaria e immobile, la cui tristezza mi gravò

il cuore prima che la vista la riconoscesse. Era un cadavere deposto

dalla corrente, era l'annegato del giorno innanzi: una povera cosa

nuda, più misera d'un rottame, più squallida d'un mucchio d'alghe; ma

ora pareva che tutti i lineamenti del paese e della marina, da levante

a ponente, da borea a mezzodì, convergessero in quel punto di miseria.

Scesi alla spiaggia, chiamai due rematori; e andammo con la barca

fino alla secca, per ricondurre l'uomo. Stava bocconi, con la testa

pendente in un cavo della sabbia, con le ginocchia profondate, con le

calcagna in alto, con le mani conserte presso l'ombelico. Il sangue

versato dalle orecchie e dalla bocca tingeva la poltiglia acquidosa, e

la rena scorreva lenta nel cavo e si mescolava al sangue. Un'orecchia

e i capelli intorno erano ingrommati; il braccio era scarnissimo,

bianchiccio, debole come un braccio di femmina; le unghie e le falangi

erano paonazze come quelle del tintore a zàffara; le gambe erano

pallide sotto i peli bestiali, i piedi erano chiazzati d'azzurro.

Lo guardavo con l'attenzione terribile dell'arte, come non l'avrebbe

guardato neppure la sua madre; me lo stampavo dietro le pupille. Tenevo

curvato su lui il mio ribrezzo angoscioso con le due branche della

mia volontà. Una vespa ci ronzava intorno insistente, e la sabbia era

lavorata come i bugni.

I rematori gli presero i malleoli in un nodo scorsoio, e lo trassero

in acqua con la gomenetta legata a poppa. Il sangue nero rimase nella

poltiglia, e lo lavò la marea più tardi. Ricevetti per sempre nel

cervello anche l'orrenda scìa. Poi i due, aiutati da un terzo, lo

sollevarono all'approdo. Ciascuno lo teneva sotto l'ascella, e il terzo

per i piedi cerulei. S'inarcava appena, essendo rigido; e la testa

pendeva giù come nel cavo, col naso pieno di coagulo rossiccio.

La sera me lo rividi ritto su la loggia, nell'ombra. Per gli occhi

sbarrati dallo spavento m'entrò anche più a dentro. M'era sconosciuto;

non sapevo nulla di lui, fuorché qualche notizia vaga del suo stato

modesto, della sua vita volgare. E l'avevo compagno implacabile.

Calando il sole, cominciavo a temerlo. M'aspettava presso il cancello,

quando rientravo. Nelle notti di lavoro, quando nella stanza attigua

la candela s'era strutta, appariva nel rettangolo buio dell'uscio.

Gli vedevo l'orecchia piena di grumi, la bocca e il naso carichi, il

braccio scarno. E non m'era più possibile dormire dalla parte del mare.

Poi fu meno assiduo, si mostrò a intervalli sempre più lunghi, si

scolorò, divenne una larva fievole, si disperse. Ma il pensiero della

morte restò in me gravato da quell'orrore.

Ed ecco che riappariva, ecco che si rimetteva bocconi su la sabbia ad

aspettare, come se io dovessi di nuovo imbarcarmi e andare a cercarlo!

Sì, la paura corporale della morte era in me, come se l'uno e l'altro

amico dipartendosi m'avessero curvato verso il sepolcro, verso la

putredine l'ossame e la cenere. Le dita invisibili della malattia mi

sfioravano la nuca, le reni, la gola, i precordii. Camminavo imaginando

le gambe appesantite da un piombo subitaneo o invase da una sorda

mollezza di bambagia. Vedevo chino su me il medico che ascolta e che

palpa. Un soffio, un fremito, un qualche romore di condanna m'esciva

del cuore; o da una molecola del cervello un offuscamento repentino si

spandeva su tutto, come il nero che schizza dalla borsa della seppia e

intorbida l'acqua.

Dominai l'angoscia. Tuttavia le cose mi si manifestavano come se io le

guardassi da non so che chiusa profondità. I suoni parevano impigliarsi

nel silenzio come in una sostanza tenace: il gemito fioco d'una sirena

all'imbocco, il rombo d'un'elica, il tonfo d'un remo, il richiamo d'un

pescatore, il grido d'un uccello. E le attitudini disperate dei pini,

davanti la mia loggia, in tanta inerzia dell'aria, mi toccavano per

un sentimento simile a quello ch'esprimono i gruppi scolpiti della

Deposizione, ove le Marie si piegano sul divino corpo investite da una

ráffica di dolore. Lo sforzo iroso del vento aveva torto per anni i

tronchi e i rami; e l'aspetto della tortura durava, mentre l'aria era

immobile.

Un fanciullo mi portò l'annunzio dall'infermeria domenicana. Uno dei

figli mi scriveva come il padre gli avesse raccomandato di annunziare

la sua fine a me prima che ad ogni altro e di comunicarmi che nel

Venerdì Santo «all'ora di nona» m'aveva benedetto e poi non aveva più

parlato in terra.

Mi disposi di visitare il beato, declinando il sole. Non so che

umida dolcezza s'era diffusa nel cielo: qualcosa di racconsolato e di

fidente, che mi ricordava il volto del vecchio quando uscimmo insieme

sul sentiero di paglia, la prima volta, dopo il pianto. I gradini

della mia scala esterna erano polverosi di pòlline, ove il piede lasciò

la traccia. Il medesimo solfo vivace ingialliva i margini del viale.

I miei cuccioli di otto mesi, che l'uomo del canile conduceva su la

spiaggia per l'esercizio del pomeriggio, mi corsero incontro facendomi

festa a gara. Alzati su le zampe nervute, mi coprivano della loro vita

pieghevole e trepidante. I loro denti erano più puri del gelsomino,

e i loro occhi vai o grigi o lionati parevano scintillare alla cima

della loro inquietudine. Una pena mi si svegliò nel cuore: pensai ai

miei cuccioli di cinque giorni, dagli occhi ancóra suggellati. Erano

nove; e, per non spossare la madre, bisognava risolversi alla scelta

crudele, al sacrifizio dei meno belli e dei meno forti! Avevo fatto

cercare da per tutto una nutrice, senza riuscire a trovarla. Entrai nel

canile, col cuore ammollito da una pietà quasi feminea. La levriera,

coricata sul fianco, teneva il muso nascosto tra le zampe incrociate,

con la grazia del cigno che caccia il becco sotto l'ala. I suoi belli

occhi d'un colore di dattero avevano una lucentezza quasi febrile, e un

lieve affanno sollevava le sue costole disegnate come i madieri d'una

carena. Cinque de' suoi piccoli poppavano, con un vigore già pugnace,

pontando contro il seno materno le due zampette per ispremere la

mammella, scotendo a tratti il capo per meglio trarre; e un'ondulazione

di godimento correva dalla grinzolina della collottola alla punta

della coda di sorcio, parendo quasi render palese il getto irrigante;

e un fievole fiottìo accompagnava il poppare, un fiottìo lontano che

faceva pensare a quello mattutino dei gabbiani sospeso su la bonaccia.

Gli altri quattro, sazii, dormivano sul dorso come bimbi, mostrando il

ventre roseo dove l'ombelico era appena chiuso, mostrando la pianta dei

peducci lucida e tenera come certe fogliette appena nate, che sembrano

di cera e di lanugine. A quando a quando sussultavano e gemevano come

se già sognassero. Uno seguitava a poppare in aria, con la bocca molle

modellata su la forma del capezzolo; e la lingua era concava come un

petalo carnicino; e la gola palpitava come se tuttora la irrigasse il

latte.

Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso.

La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta

a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta

premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per

rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e

metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco

pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e

uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre

vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli

altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità

dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze

misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire

a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole,

come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la

infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda

schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi

verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e

augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro.

Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque

ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle

creature viventi.

L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra

qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella

Landa».

Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra

la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano

quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli

lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso

il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto

intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! _O vernalis

rosula!»_

Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno

annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel

verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul

limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che

le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia

reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta

indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una

sola pace, una sola beatitudine.

Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in

certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di

questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere

il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti

i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva

cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio

e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto

l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento,

può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel

volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva

quella bellezza.

Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi

chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi

chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio

leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre

creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro.

Contemplazione della morte · 第 4 / 5 段