Nelle lunghe settimane di patimento, dal giorno in cui l'insonne

cancro incominciò a morderlo per finirlo, sino all'ora in cui perse la

parola terrena per un altro linguaggio, non dimandò d'essere medicato

né alleviato, non volle intercessore tra l'infermità e la carne, non

chiese che le sofferenze gli fossero attutite ma soltanto che con

esse gli fosse accresciuta la forza di sostenerle. «Courage, courage,

mon âme!» diceva nello spasimo. «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi

souffrir encore un peu, mais donnez-moi la force de supporter la

souffrance.» Quando il morso diveniva meno atroce, egli si faceva gaio

e arguto; non soltanto sorrideva ma anche rideva d'un riso schietto.

Come dalla città i suoi molti figliuoli e i suoi nipoti numerosissimi

e i famigliari suoi devoti venivano a visitarlo, ciascuno adduceva,

per giustificare la visita insolita, un pretesto più o men verisimile,

credendosi di illuderlo. Egli ben sapeva che quelle erano visite di

funebre commiato; e un giorno ch'io ero là, tra quegli affettuosi

dissimulatori, l'udii motteggiare con sì vivace grazia che veramente le

più celebri delle parole stoiche mi sembrarono cosa ruvida e grossa.

Una notte di marzo la figliuola maggiore, ch'era venuta a trattenersi

nella casa per assisterlo, dal suo letto udì nella camera del padre un

gran ridere. Attonita e un poco sbigottita, si levò e andò a origliare.

L'ottimo abate Eugène de Vivié, rettore della parrocchia, consolatore

intrepido, aveva voluto vegliar l'infermo nel martirio notturno.

Aiutandolo egli a sollevarsi dal guanciale per l'orribile rigurgito

che lo travagliava, una inattesa facezia del sofferente aveva suscitata

quella ilarità concorde. Ripensai quel rimbrotto di Frate Elia, quando

San Francesco giaceva al Vescovado in custodia e voleva che Frate

Agnolo e Frate Leone gli cantassero ogni ora le laudi di nostra suora

morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno

vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e

sonare nella tua cella.»

Finché la volontà potè comandare le membra affievolite, si trascinò

ogni mattina alla Cappella per ricevere il pane eucaristico; del quale

solo sembrava nutrirsi, non prendendo nella giornata se non qualche

sorso di latte o il succo di qualche frutto. Súbito dopo la comunione,

si ritraeva, non avendo più la forza di assistere alla messa. L'ultima

volta ch'egli varcò la soglia santa, non ebbe neppure la lena per

appressarsi alla mensa di Cristo. Sfinito, fu costretto di sedersi; e

il prete scese dall'altare e andò a portargli l'ostia vivente. Come

da quel punto nessuno sforzo di volontà più valse, si comunicò per

viatico, sino al Venerdì Santo.

Comprendemmo qual fosse la sua segreta e inebriante speranza quando

ripeteva: «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu!»

Egli sperava di poter vivere sino alla Settimana di Passione, sperava

di poter congiungere la sua agonia e la sua morte all'agonia e alla

morte del Salvatore. Fu esaudito.

Il giorno che ricevette il sacramento della Estrema Unzione, mandò per

me. Egli aveva preso ad amarmi più che s'io gli fossi stato figliuolo

unico. I suoi prossimi si stupivano nel vederlo tanto illuminarsi

quando gli apparivo. I suoi occhi si volgevano a me interrogandomi,

così pallidi che parevano aver perduto quel poco di cilestro a forza

di fisare chi sa qual bianchezza abbagliante. Sempre i famigliari, se

erano presenti, escivano l'un dopo l'altro perché rimanessimo soli. Per

non affaticarlo, non lo lasciavo parlare né gli parlavo con le labbra.

Stando al suo fianco, seduto, in silenzio, non mi peritavo di guardarlo

intentamente, tanto m'attraeva la bellezza del suo mistero. Lo sentivo

morire e vivere. Il suo viso nella macie era come un teschio palese,

ricoperto d'un tenue velo di fuoco bianco. Non so dov'egli fosse per

trapassare e per ricominciare; ma è certo che, tacendo, simile a un

tessitore in sogno, tesseva con la sua morte una vita che non era come

la mia vita. La mia vita, che è la mia passione e il mio orrore, la mia

vita, che mi rapisce e mi ripugna, si moltiplicava con un'abondanza

vorticosa come quando ascolto tra la folla le sinfonie dei grandi

maestri. L'amore il dolore e la morte rimescolavano l'oceano della mia

musica con braccia titaniche indistinguibili. Talvolta il morituro

prendeva il mio polso e lo teneva nella sua mano sul sostegno della

seggiola. Allora soffrivo d'avere tuttavia tanto sangue, e così rapido.

Mi ritornava il senso del mio corpo, accompagnato da un'angoscia che

doveva essere simile allo sforzo vano del generare, quando ne stilla un

sudore quasi di tramortimento. E non m'ero mai sentito tanto potente e

tanto miserabile.

«Amico», gli parlavo in silenzio «ho avuto molte primavere travagliate,

ma non una come questa. So quel che mi significa la dimanda dei vostri

occhi buoni, ma non so che rispondere. Le parole che talvolta mi

salgono alle labbra, non oso proferirle; anzi oppongo al loro impeto i

denti serrati, perché temo di perdermi e di non potermi più ritrovare.

Nondimeno mai, da che vivo, non ebbi un istinto e un bisogno di

mutazione tanto profondi e agitati. Un giorno, ahimè, molto lontano,

nel Camposanto di Pisa, che sembra illuminato dal crepuscolo di quella

luce verso cui siete vòlto, meditai su me medesimo

tra i due neri

cipressi nati dal seno

della morte;

e mi parve che, se avessi dovuto cominciare la mia vita nuova,

avrei scelto per luogo del cominciamento quel divino chiostro alzato

dall'arte della mia razza non tanto per serbare la terra del Calvario

quanto per contenere tra i quattro portici una larva dell'albore

immobile ch'era intorno alla Croce.

Forse avverrà che quivi un giorno io rechi

il mio spirito, fuor della tempesta,

a mutar d'ale.

E da quel giorno un'alta creatura «eletta da me, per me perduta», a

lunghi intervalli, a traverso le vicende e le lontananze, mi manda il

messaggio di quelle tre parole: «Mutar d'ale». Il mio presentimento

è dunque divenuto un comandamento di ferro e di diamante? è divenuto

alfine la raggiante e lacerante necessità? E la sorte mi mandò fuor

della mia terra, verso questo paese occidentale di sabbia e di sete,

che non è se non un deserto imboschito, perché la vecchia spoglia mi

fosse tratta dalla mano d'un vecchio morente «in verità di santità»?

Come la spogliazione dei beni vani fu agevole e quasi senza ombra di

rammarico! Si vide che la magnificenza del mio vivere non era nei miei

velluti e nei miei cavalli. Un branco di scimmie calpestò e distrusse

non senza tardità quel che forse, o prima o poi, avrei distrutto io

medesimo in un'ora, per far largo intorno al mio pensiero impaziente.

Mi parve che il modo mi offendesse, e m'accorsi che non ero offeso

in alcun modo. Avendo perduto qualche bel legno tarlato, qualche bel

vetro incrinato, qualche bel ferro arrugginito, entrai nel possesso

di questa più bella verità: esser necessario bruciare o smantellare i

vecchi tetti, sotto i quali abitammo in carne o in ispirito. Soltanto

mi furono tolti il giubilo e l'orgoglio della volontaria arsione.

Or, quando c'incontrammo, io non aveva se non gli strumenti del mio

lavoro, la mia lampada fornita, e una vecchia serva che nel servire

era più nobile dell'antica regina dal piè d'oca. Ahi, non questo era

l'essenziale. «Dopo aver tutto ottenuto per ingegno, per amore o per

violenza, bisogna che tu ceda tutto, che tu ti annienti.» Ma che cosa

è _tutto_ per me? e quale la condizione dell'annientamento? So che,

per farmi nuovo, io non debbo obbedire a una parola già detta ma a

una parola non ancor detta. So che la povertà e l'amore della povertà

non hanno alcuna efficacia spirituale nella conquista ch'io son per

intraprendere. Ma il Cristo ha veramente detto tutte le sue parole?

Mai Gesù mi fu più vicino, e mai n'ebbi un senso tanto tragico. In un

libro disegnato or è quindici anni, sacro e sacrilego, io imaginavo

che il «bellissimo nemico» discendendo dal Golgota dopo il supplizio

entrasse nella casa della Veronica e quivi s'intrattenesse con la pia

donna a parlare misteriosamente del Re crocifisso mentre nell'ombra la

Faccia divina e dolorosa splendeva di sudore e di sangue nel sudario

spiegato. Dal giorno del vostro pianto, agli interni miei colloquii col

mio nascosto nemico assiste nell'ombra il sudario della Veronica. Ora

sento continua sopra il mondo la presenza del sacrifizio di Cristo;

e sento per ciò in confuso la mia voce e le mie azioni diversamente

ripercuotersi, come quando taluno con gli occhi bendati entra sotto

una ignota cupola sonora. Ma chi troverà il luogo dell'eco perfetta

e l'accento giusto per la grande ripercussione? Da Ferrara, in un

giorno di novembre, mi mossi per cercare un'eco famosa. Camminai

per un viale di platani, lungo un argine verde e molle tutto sparso

di foglie lionate. Avevo in me l'inquietudine della divinazione; e

di tratto in tratto, credendomi di riconoscere il punto, gettavo un

richiamo; e ogni richiamo rimaneva senza risposta; e ogni volta più mi

cresceva una sorta di tristezza fastidiosa e inutile, perché cercavo un

che di divino e il grido era meccanico, la parola di prova era quasi

risibile. Allora giunsi a un piccolo poggio verde che ha il nome di

Montagnola; e quivi era a diporto una compagnia di giovani cappuccini,

condotta da un frate barbuto, e le tonache dei novizii avevano lo

stesso colore delle foglie sparse per l'erba. Mi rivolsi al frate

per dimandargli novelle dell'eco; ed egli n'aveva una memoria vaga,

come di cosa scomparsa. Solo sapeva di certo che laggiù un muro era

crollato in una casa visitata dall'incendio. I novizii tonduti rimasero

pensosi. La luce su la campagna infinita era come quella che passa a

traverso gli alabastri. Vagai ancóra intorno al poggio e per gli argini

chiamando, provando; e il tono della mia voce mi faceva soffrire,

tanto era lontano da quello della mia anima ed estraneo al mistero

che perseguivo. Nondimeno la qualità del mio scontento era nuova e

mirabile. Tornai su le mie orme, pei viali molli d'acqua piovana. La

pianura era senza fine come il cielo. Una campana sonava alla Certosa.

Rividi sotto il poggio le foglie e le tonache fulve. M'appressai. I

novizii erano assorti e taciturni; e qualcuno aveva in bocca qualche

filo d'erba e, tenendo gli occhi bassi, mi pareva che sentisse con le

palpebre la freschezza della sua anima. Io dissi: «Non c'è più! Forse

è morta. Era la più bella del mondo». I novizii erano pieni d'ansia,

e forse di miracolo; e mi pareva che inclinassero verso la terra un

orecchio musicale. Ma il frate mi disse, placido: «A San Francesco

ve n'è una sotto la cupola, che ripete Ave tre volte.» Certi ricordi

chiedono di essere interpretati come le visioni; ma dov'è il mio

interprete? E, se voi ora per me sollevaste il velo, che scoprireste se

non la vostra certezza?

Certo, da una limitazione può nascere la più vasta vita; e una

mutilazione può moltiplicare la potenza, come sa il potatore. Certo,

qualche parte di me dorme ancora un profondissimo sonno; e me la

rivelano in certi mattini i sogni non interpretati. È necessario che

io faccia luogo in me a ciò che sorgerà da quel risveglio. Ho talvolta

il sentimento delle interne mie lontananze come l'ha di queste Lande

lo svenatore di pini. Preparo l'arme acconcia perché anch'io, entrato

nel folto, possa aprire nuove ferite onde sgorghi l'aroma e _possa

mantenerle sempre aperte_. Tale è l'insegnamento della Landa.

Ora a ciascun mio pensiero è aderente un altro pensiero, oscuro. Così

nella cattedrale notturna le colonne sono illuminate da una sola banda,

perché la lampada arde in una sola navata. Bisogna che io accenda

all'altra banda un'altra lampada, ma senza spegnere la prima. Ho paura

di spegnerla. Debbo vincere questa paura? E chi m'afferma che diverrò

più forte? Se mi ritrovassi ottenebrato o diminuito?

Lo so. Gli uomini non edificheranno nuovi templi per nuovi culti. Il

prodigio unanime della cattedrale non si rinnoverà. Ma il dio medesimo,

che l'ha rempiuta, può un giorno apparirvi con un aspetto per la

seconda volta trasfigurato, affacciandosi alla grande Rosa nell'ora in

cui dietro lei suole coricarsi l'astro come al confino d'una foresta.

Simile alla foresta, la cattedrale d'Occidente può essere penetrata in

tutte le sue fibre secolari dalla forza d'una primavera inaudita. Quale

avvenire osservano i Profeti protesi dì e notte come vedette e scolte

dai contrafforti del Duomo picardo ove riconoscemmo scolpita la Spene

di Dante? La pietra commessa e alzata, come quella, al suono degli

inni, ha in sé l'infinito del canto: non può contenere una fatalità

compiuta e immota ma sì l'aspirazione a una bellezza di continuo

perfettibile.

Non vi fu, di là dal torrente di Chedron, nell'Orto degli Ulivi, un

apostolo ignoto che si unì agli Undici per ricompire il numero, e non

dormì né la prima né la seconda né la terza volta? Tra tutte le persone

della tragedia di Cristo due m'attrassero sempre più d'ogni altra, le

più misteriose: Lazaro di Betania tornato del buio e il giovine dalla

sindone. Non avete mai pensato chi potesse mai essere quel giovine

«amictus sindone super nudo», del quale parla il Vangelo di Marco? «E

tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. E un certo giovine lo seguitava,

involto d'un panno lino sopra la carne ignuda, e i fanti lo presero.

Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo». Chi era quel

tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giuda nell'ora dello

spavento e della grande angoscia? Solo egli vide il sudore cadere a

terra «simile a grumoli di sangue».

Era minore di Giovanni figlio di Salome. Era vestito d'un vestimento

leggero. Si fuggì ignudo «reiecta sindone, nudus profugit ab eis».

Nulla più si seppe di lui nel mondo. Forse un giorno dirò una

imaginazione che di lui mi giunse.»

In tali erramenti divagava il mio spirito, per una specie di

dormiveglia intimo ove le imagini più rilevate si avvicendavano con

ombre fluttuanti e il ritmo precedeva i pensieri, come quando il

sonatore cieco improvvisa su l'organo. E la perplessità si avvicendava

con la paura. E smisurate masse d'anima erano smosse da taluna

interrogazione appena distinta, come quando la forza d'un tema entra

nella sinfonia. «Che avverrà di me se io mi rendo interamente al vostro

Salvatore?» E poi tutto si abbandonava a una fuga dirotta, come quando

s'ode rintronare il lastrico sotto la carica dei cavalieri.

E gli uomini cadevano

intorno a me guardandomi

negli occhi, come in sogno

quando uno solo è come moltitudine

e un viso è come mille

e il cor supino è pieno di memoria

vertiginosa.

Ciascun percosso

parca gridarmi:

Per chi m'uccidi?

Ah, ben io so!

Era la materia della mia arte, che si mescolava a quella della mia

vita. Una voce della mia tragedia d'amore e di morte, dell'opera che

componevo nelle mie notti, diveniva oscuramente la voce d'uno di quegli

esseri incogniti da me contenuti.

L'andito è nero

per ove ci viene

tastando con le mani,

come il cieco mendico;

ma posta ho in terra

la lampada perché sotto la porta

segni il segnale di luce. Or qualcuno

è tra la lampada e la notte.

Con l'anima mia foggiavo due corpi pieni di nero sangue, e vivevo tutto

in loro, per comprendere il peccato; poiché è detto che non si possa

veramente comprendere la bellezza del Cristo «senza comprendere il

peccato». Ugo da Este e Parisina Malatesta m'erano due esploratori di

tenebre.

Col peso della carne del mio cuore

pesava il mio peccato. E disse: «Io so.

Ma che paventi?»

Camminavamo verso il barlume di levante con la medesima ambascia. Anche

per la nipote di Francesca l'attesa aveva il volto della rimembranza.

Questa pena

di sudore Ei sostenne,

perché da noi

si spiccasse la febbre del peccato...

Dici che sogno? Non so quando io chiusi

gli occhi, non so da qual mai lungo sonno

io mi svegli; non so,

non so di quale vita

io viva, in verità. Tutto ritorna

dal profondo. Commessa

fu la mia colpa,

patito il mio dolore,

sofferto il mio spavento;

sospesa fu la mia sciagura, inflitta

la mia morte. Non sogno,

o meschina, non sogno: mi rimemoro.

Non vivo: di mia vita mi sovviene,

mi sovviene di me come discesa

nel mondo io sia pe' rami

d'un nero sangue...

D'un tratto, se bene la mano del morente avvolgesse il mio polso, se

bene io ne sentissi il gelo nella mia midolla, un turbine mi separava

da lui, un turbine sorto dall'assito di quella camera quieta. E

bisognava che io mi levassi a seguitare una virtù che s'era partita da

me e aveva superata la soglia. Erano ancóra su la tavola i fiori che

avevo recati, e i frutti d'Italia. Erano le spesse arance siciliane,

del cui solo succo omai si nutriva il mio amico, a stilla a stilla.

«Non più ho bisogno dei vostri fiori e dei vostri frutti ma delle

vostre preghiere». Allora discendevo nella Landa carica di polline

sulfureo, lasciando dietro di me l'interlocutore silenzioso dei miei

dialoghi affrontato col muro ove s'apriva il vano dello specchio

inesorabile. E, come tutto in me era disposto al canto, facevo le mie

preghiere.

Adunque il giorno che ricevette il sacramento dell'Estrema Unzione,

mi mandò a chiamare. Come indugiai un'ora, mandò di nuovo. Pareva

ch'egli fosse in grande ansietà. Salendo su per la duna, mi soffermavo

per contenere il battito e per guadagnare qualche istante. Intorno

alla Cappella era l'odore di quelle lacrime di ragia che sovente

sostituiscono l'incenso e il belzuino nei turiboli delle Lande. Quando

fui sul verone di legno, incontrai nello specchio il suo sguardo

d'attesa. Mi spiava nel fondo del cristallo lugubre ove egli voleva

essere testimone continuo del suo perire. Non stava già nel suo letto

ma tuttora seduto su la sua seggiola. La sua santità era cresciuta

di lume. Non soltanto egli era stato unto del crisma ma aveva anche

ricevuto per messaggio la benedizione del Pontefice di Roma. E una

reliquia preziosissima era su la tavola, presso di lui.

Soltanto allora seppi ch'egli possedeva nel suo oratorio una scheggia

della vera Croce, e che da anni le aveva consacrato una lampada

perpetua.

Non osai di sedermi, se bene invitato. Qualcosa di lontano e

d'inviolabile era in lui, quasi che il vetro d'un tabernacolo lo

proteggesse. Ma, quando mi fisò, il più umano tremito scompose le linee

del suo viso spiritale, così ch'io tutto mi contrassi come a ricevere

una percossa.

Egli ritrovò in sé il soffio bastante a formare la parola e il

discorso, perché credeva di obbedire a un comandamento. Non poteva

più tacere, non poteva più attenersi alla muta interrogazione dello

sguardo e all'allusione timorosa. Già unto dell'olio santificato, stava

per entrare con Dio in quel colloquio che non più consente di volgersi

verso l'uomo. Egli non aveva se non quell'ora, sul limite del sepolcro,

per indirizzare in via di salute l'anima confidatagli dalla divina

providenza. Questo diceva il suo tremito.

Rare volte le mie radici ebbero uno scrollo tanto doloroso. Egli parlò.

Io volgevo le spalle alla luce, e l'ascoltavo inclinato. Dietro di me

la Landa stormiva al vento di ponente, e io era come ciascun albero

e come la moltitudine. Potrei ottenere dalla mia anima la confessione

di ciò che per l'uomo è inconfessabile, ma non otterrò mai ch'ella mi

ridica quel che udimmo quivi.

Allora il pianto fu più forte della favella. Una creatura che pareva

non aver più sangue, aveva ancor tante lacrime! Le mie mani erano

tutte molli; e il rombo di una catastrofe terrestre non m'avrebbe

dato lo sgomento che mi dava quel singhiozzo senile, lacerante come

l'implorazione d'un fanciullo. Quel che v'è di più profondo in me

pareva toccato, e pure conobbi una nuova oltranza; perché mi sentii

baciar le mani!

Così l'umiltà chiedeva l'umiltà, l'amore chiamava l'amore. Non so

quale atto altrui, nella mia vita, abbia potuto pesare su me come

pesò quello. Per lunghe ore fui oppresso da una sofferenza quasi

corporale, come quando l'equilibrio della vita è sconvolto dal germe

d'una malattia ignota, che somiglia al presentimento d'una sciagura

senza nome. E talvolta era come un rimorso confuso; e talvolta era come

un'atroce durezza che si formasse di tutta la mia sostanza fluida, a

quel modo che una corrente si congela; e talvolta mi pareva che tutto

me medesimo non fosse se non un impedimento enorme a me medesimo,

insuperabile, contro cui non avessi potenza ma soltanto ira.

La sera, sedato in parte il tumulto, accesi la lampada con l'animo

di sottopormi alla disciplina consueta. Avevo bisogno delle mie mani

per continuare la mia opera. Le posai su le carte, nel cerchio del

chiarore, per considerarle. Un gran sussulto mi scosse, al ricordo

recente. E mi parve, assai più che altre volte, vivessero d'una lor

vita propria e quasi non mi appartenessero. Le sollevai e le guardai

contro il lume: un poco tremavano, e tra le dita chiuse ardeva

una linea rossa. N'ebbi pietà; poi n'ebbi orgoglio. Nel pollice,

nell'indice e nel medio l'ultima fatica aveva approfondito il segno

della penna. Pensai ai giovani pallidi e smarriti che me le avevano

baciate d'improvviso, me repugnante, nell'ombra. Ma che cosa le mie

mani _dovevano_ a quell'atto del morente immacolato? Forse riposarsi, e

attendere il novel tempo.

Non si riposarono. Lavorarono fino all'alba.

E in quella notte Ugo disse:

Non v'era in me più forza né coraggio

né soffio. Avviluppato in una nube

d'angoscia, profondato

ero in un'onda amara

e calda, con l'orrore

della sorte premuto

su tutto me. Parole

udivo escite

da non so qual potenza, nella notte

senza vie. La salvezza e il perdimento

eran senz'occhi entrambi.

E tutto inevitabile

era. E non combattevo

se non per te

anche una volta, se non pel mio vóto,

non più nel sangue

ma nelle lacrime.

E disse Parisina:

O mia vita, o mia morte,

dove sei? dove siamo?

Siamo nel luogo profondo, e la lampada

dell'attesa arde in terra; e suggellata

è la pietra su noi,

cementata, afforzata

con ispranghe di ferro...

Ma di nuovo l'usignuolo cantò, con una melodia ancor più alta dopo la

pausa. E l'amato implorava:

O voce forte e pura nella notte

senza vie, nel tremore

spaventoso degli astri,

oh dimmi la parola

ch'è in me, dimmi la muta

parola che si sforza

di separarsi dal mio cuore, in vano,

con sì crudel travaglio!

Vivere, vivere, o morire? Dimmi!

Morire o vivere?

E Parisina allora disse:

La notte ha la sua via.

XXIV APRILE MCMXII

È mezzogiorno. Un'oscurazione di catastrofe si stende su la terra. Ogni

cosa ha un aspetto notturno, e sembra rivelar di sé quel che non fu

mai veduto per innanzi. È una notte non illuminata dalla luna, né dalle

stelle, né dal primo fiato dell'alba, ma da una lampada soprannaturale

che spande un egual chiarore e non segna le ombre. Non so perché, penso

a quel che provai una volta entrando nella camera buia di un dormente,

con una lanterna cieca, per osservare il segreto del suo viso nel

sonno.

Vedo nelle cose quella stessa impronta di verità interiore, quello

stesso segreto palesato. Non è, pel mio spirito, un giorno interrotto

ma una notte scrutata a fondo. L'anima della terra è notturna, ma

la luce del sole la nasconde più che non la nasconda la tenebra.

Soltanto può rivelarla la divinazione dei poeti, che portano nel loro

cuore un sole velato come quello d'oggi. È l'ora del meriggio, e non

v'è luce e non v'è tenebra; ma le cose, a questo lume di miracolo,

mostrano l'aspetto che debbono avere quando nessuno può guardarle né

riconoscerle. Milioni d'uomini in quest'ora volgono gli occhi verso

il cielo e per passatempo, a traverso il vetro affumato che simula Io

smeraldo neroniano, spiano il contrasto del sole e della luna, il disco

violetto che sormonta la raggiera d'oro, l'estrema falce solare che

imita il novilunio. Ma il vero miracolo è in terra. Se io guardo gli

uomini, li vedo smorti come i trapassati; e i loro corpi non gettano

su la sabbia più ombra che non ne facciano i peccatori nella landa

sabbiosa del Terzo Girone, laddove scorrono le lacrime che il Veglio

goccia da tutte le fessure ond'è vulnerato. Così per questo silenzio,

lungo la sorda riva, vedo venire la larva del Poeta che sa l'«asfòdelo

prato» e «i freschi mai». E vorrei, come il suo Odisseo nella dimora

del Buio, scavare nella sabbia una fossa ed empirla di sangue, sicché

egli potesse come Tiresia abbeverarsi dello squallido sangue e dirmi

«infallibili cose».

Sol dopo ciò mi parlava il profeta incolpabile, e disse:

— Tu mi ricerchi il ritorno di miele....

Ma il meriggio dell'anima si trasmuta, a poco a poco perde di mistero

e d'orrore, vanisce come un sogno divino che al risveglio s'impigli e

si stempri nel torbidume dei nostri sensi. Il disco violetto trascorre,

e l'astro diurno sembra riardere fumigando dall'uno all'altro corno.

La tenzone del sole e della luna ha termine. Ancóra una volta la luce

nasconde la vera faccia della terra, e la cieca vita fa ingombro alla

morte perspicace.

Contemplazione della morte · 第 3 / 5 段