stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel
corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo
rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi
ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a
quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai
arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso
d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile.
L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di
continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita
fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse
connessa.
Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso,
quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra,
e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni
insostenibili aveva serbato nel profondo?
Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore
del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle
alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me
col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito
musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della
sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in
mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola
e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al
cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «_Voce
mea ad Dominum clamavi._» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque
alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro
miracoloso di allodole.
Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia
che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non
fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in
selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino
all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale
non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo
di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per
Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce.
Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano,
si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note
armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i
suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio:
risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di
cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano
e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come
se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane
sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile
a un grande arcangelo velato.
Giova ciò solo che non muore...
La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la
riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco
era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella
vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina.
E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del
secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella
Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per
dire con un'allegrezza imperiosa: «_Aperite mihi portas justiciæ.
Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei_». Non
mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella
giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando
saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia
trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della
cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile,
non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli
e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa?
Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre
salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione
sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo
il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente
e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità
futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della
mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur
v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire
nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la
mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso
un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di
me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre
nell'orazione.
«Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la
parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un
cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto
fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi
erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi
innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto
la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de'
suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero
di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di
me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non
mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito.
L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del
cuore.
Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora
taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale
era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo
violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio.
Giova ciò solo che non muore, e solo
per noi non muore, ciò che muor con noi.
Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il
vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio
fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un
tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia
intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava
l'usignuolo.
Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi
d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima
rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso
il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido.
M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati.
Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a
guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori
un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che
non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?»
chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza
d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi
un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella
testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente
e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella
tinozza i dodici piccoli cadaveri.
Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano
gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della
maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il
cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Contemplazione della morte, by Gabriele D'Annunzio