hai abbattuto tutti gli iddii di sangue e di fango, alza dinanzi a
noi l'effigie del dio novo, che possiamo conoscerlo, che possiamo
adorarlo!» Sapevano essi ch'Egli soleva apparire ai discepoli. Non
era Egli apparso al Confessore? «Il suo volto è celato, il suo corpo è
velato.» Un'angoscia mortale serrava il petto di Sebastiano, illividiva
le sue labbra, fiaccava le sue giunture. Implacabili erano i súpplici,
inappagate le pupille della carne loro. Eglino volevano la presenza del
dio novo. «Non ha più corpo; sangue più non ha. Ha dato il suo corpo
e il suo sangue per le creature.» Ma i segreti leggitori dei rotoli
sapevano che col suo corpo e col suo sangue era apparso ai discepoli,
sapevano ch'Egli aveva lor mostro le mani e il costato, e ch'essi
avevan veduto le lividure, e che Didimo aveva posto il dito entro la
piaga, e che dopo Egli aveva rotto il pane e mangiatolo, aveva anche
mangiato un pezzo di pesce abbrustolito. «Come potresti amarlo di tanto
amore? Come potresti chiudere gli occhi, essere così smorto e in tutte
le vene tremare di tanto amore, se tu non avessi mai conosciuta la sua
faccia? Tu tremi.» Flutto vermiglio non mai sgorgò da gola recisa né
onda di lacrime da dolor colmo, come allora dal petto santo scoppiava
l'angoscia. «Tremo perché su l'anima mia porto peso d'obbrobrio. L'han
percosso coi pugni, l'hanno schiaffeggiato, gli hanno sputato addosso.
La sua faccia è contraffatta. Gli sputi e il sangue gli colano per
le gote. Tutti i denti gli tentennano nella bocca enfia. E le sue
palpebre, e i suoi occhi, ahimè!»
Credo che in quel punto la voce mi si spegnesse, perché mi si serrava
la gola. E allora un sentimento mai provato mi scrollò le radici
dell'essere, perché a un tratto udii il suono d'un pianto umano che
non avevo udito mai, tra quelle quattro mura deserte e lontanissime da
ogni rumor del secolo udii il profondo singhiozzo del «consumato Amore»
che cantò Jacopone, scorsi le medesime lacrime che avevano rigato il
viso di Francesco in ginocchio dinanzi al Crocifisso di San Damiano o
errante intorno alle mura della Porziuncola.
O secca anima mia,
che non puoi lacrimare!
Non mi mossi. Poteva quel pianto essere consolato o interrotto? E quale
parola poteva esser detta, che valesse in dolcezza una sola di quelle
lacrime? E, in verità, qual cosa avrei potuto trovare dentro di me più
bella di quella «nuditate d'amore» che mi si mostrava all'improvviso in
un vecchio già inchinato verso la tomba? E come potrei ora significare
la qualità di quel pianto «pieno di consolanza?» Il Beato ha espressa
la legge dell'ineffabile.
Quello ch'è non si può dire,
puossi dir quel che non è.
E un rammarico simile al rimorso m'assale, mentre ne scrivo. E avrei
serbato il dono nel mio segreto, se il mio amico elevato dalla sua
santa morte alla condizione di mistero glorioso non mi sorridesse oggi
a traverso quella visiera di cristallo. Ma potrà comprendere soltanto
colui che fra mille canti sa distinguere la melodia nata dal cuore
della Terra e tra le parole dei Vangeli la parola che per vero esci
dalle labbra di Gesù e resta in eterno piena del suo soffio vivente.
Fino a quell'ora io aveva udito gli uomini piangere in un altro modo,
e li avevo veduti confinati e fissi nel luogo delle loro lacrime come
il ferito giace nella pozza del suo sangue, e me medesimo dalla pietà
ristretto e quasi prigione di miseria. Il pianto di quel cristiano
pareva sonare su la malinconia del mondo; e il Volto illividito dalle
gotate, lordo di sputi e di sangue, pareva impresso nel pallido cielo
come nel pannolino della Veronica ma per me in non so che maniera
indefinita e futura. E, quando uscimmo, il silenzio dell'immensa Landa,
con le sue miriadi di tronchi dissanguati dal ferro del resiniere, con
le innumerevoli sue piaghe di continuo rinfrescate e allargate, con
il perpetuo suo gemito aulente, era come il silenzio d'una moltitudine
dolorosa che non si lagna perché accetta il suo cómpito e la sua pena.
E io compresi quella parola d'avvenire, che dice come la natura sia
per trasformarsi a poco a poco in cerchio spirituale e il tutto sia per
sublimarsi in anima.
Chi anche ha parlato di «membra mistiche dell'uomo»? In qualche ora
sembra che noi non riconosciamo taluno degli atti più consueti della
nostra vita corporale. Come camminavamo, l'uno a fianco dell'altro, sul
sordo sentiero coperto dagli aghi dei pini? Non v'era divario tra il
passo del vecchio e il mio, perché il nostro passo non era delle nostre
ossa, dei nostri muscoli, dei nostri tendini. Se bene andassimo davanti
a noi, io aveva in me il sentimento di volgere indietro quel che più
di me ferveva, come la face trasportata rovescia la cima della sua
fiamma. Gli occhi del mio amico erano appena rasciutti; e il luogo, ove
il «consumato Amore» aveva pianto, e l'evento avverato erano già come
avvolti in un velo di memoria, i cui lembi ondeggiavano verso la mia
più fresca infanzia. La commozione ancor mi teneva tutto, la realtà non
soltanto era recente ma presente ancóra; e pure una parte di me faceva
uno sforzo ansioso per ricordarsi di non so che altro, per raffigurarsi
non so che cosa di più profondo e di più dolce. Ma può l'attesa avere
la figura della rimembranza?
Non parlavamo. Di tratto in tratto io lo guardavo con l'angolo
dell'occhio; e mi stupivo che un viso di tanta vecchiaia, lavato dalle
lacrime, mi rammentasse per la sua espressione certi episodii patetici
della fanciullezza: uno tra gli altri. Un giorno avevo fatto piangere
la mia cara sorella Anna, per un capriccio crudele; e poi l'avevo
racconsolata, sbigottito, perché ella era tanto sensibile che quando le
accadeva di piangere, anche per una cosa lieve, pareva l'avesse colpita
una sciagura irreparabile ed ella fosse per stemprarsi nel suo dolore.
Vedendomi così pentito e afflitto, ella si sforzava di raffrenare il
singulto e di rasciugarsi le guance. E mi ricordo che io la presi per
mano e la condussi per una rèdola, tra due campi di lino; e avevamo con
noi il nostro cane paziente ch'era stato la causa del litigio. E di
tratto in tratto io la sogguardavo; ed ella, per non farmi più pena,
cercava di vincere il singulto ostinato che le scrollava il piccolo
petto, o, come per togliergli l'acredine, lo preveniva con un sorriso
che si rompeva sùbito. E allora mostrava d'esser contenta di tutto quel
cilestro del lino, come s'io gliel'avessi donato; e pareva che non io
volessi rientrare nella sua grazia ma sì volesse ella farsi perdonare.
E v'era nella sua attitudine tanta tenerezza e gentilezza che non potei
più sostenerla, e mi feci tutto lacrimoso anch'io, con suo sgomento.
Non so perché, questo ricordo mi rifiorì dal cuore mentre camminavo
a fianco del vecchio. E mi pareva di andare errando senza mèta per un
paese che io non conoscessi; ma egli sapeva la sua via. Ci ritrovammo
a piè della duna ove sorge la Cappella, e salimmo, tra i giovani pini,
sino al limitare. Egli non disse alcuna parola per invitarmi a entrare
nel suo rifugio. Mi tese la mano, e mi diede la sua amicizia come nella
Domenica delle Palme si dà il rametto d'ulivo su la porta della chiesa
azzurra d'incenso. Portando meco la cosa preziosa, discesi la china, mi
dilungai per la Landa.
Era prossima l'ora del vespro, ma l'aria pareva non rattenere della
luce se non le particelle d'argento. Di là dalla selva non scorgevo
i lidi, ma ricevevo la quiete della bassa marea; che è come quando la
febbre decade nel polso cui vien sottratta qualche oncia di sangue. Non
avevo mai sentito vivere gli alberi di tanta doglia. Taluno aveva un
sol taglio nel piede; altri l'aveva sino a mezzo il tronco scaglioso;
altri portava una ferita viva accanto a una rammarginata; altri era
svenato a morte, con solchi che incavavano l'intero fusto simili alle
scanalature nella colonna dorica. E il succo vitale stillava e colava
per tutto: i vaselli d'argilla n'erano colmi. Qualche resiniere ancóra
s'attardava a rinfrescare una piaga; e s'udiva risonare il ferro nel
vivo, senza lagno. Ciascun albero aveva il suo martirio, quasi che in
ciascuno abitasse uno spirito avido di soffrire e di sanguinare come
l'eroe divino da me eletto.
E in quella sera feci l'invenzione del Lauro ferito. Il corpo di
Sebastiano si distaccava lasciando tutte le frecce nel tronco del lauro
d'Apollo. Le asticciuole scomparivano nella carne miracolosa come
un vanire di raggi. «Rivivrai, rivivrai! Ritornerai!» gridavano gli
Adoniasti.
D'allora innanzi il mio novello amico mi visitò sovente. Come io faceva
di notte giorno, egli soleva venire su la fine del pomeriggio, quando
ero per accendere il mio fuoco. Mi ricordava il principio dell'inno di
Sant'Ambrogio _Ad completorium_:
_Te lucis ante terminum..._
Entrava in punta di piedi, parlando a voce bassa, come nell'oratorio.
Temeva di turbare il silenzio e di smuovere le cose invisibili che si
nutrivano d'esso. Restava seduto per breve tempo dinanzi al camino; e
io vedevo dalla mia tavola la sua testa d'antico Donatore inginocchiato
nell'angolo d'una pala d'altare inclinarsi di sotto alle statuette
dei Piagnoni funerarii. Egli pareva essere per me il messaggero e
l'interprete di quell'età da cui avevo raccolta una forma d'arte
caduta in dissuetudine per rinnovellarla. Ma forse egli era assai
più antico, e aveva partecipato a quel pellegrinaggio che si partì da
Bordeaux nell'anno 333 seguendo l'_Itinerarium Hierosolymitanum_, come
io gli dicevo per motteggio. Però nelle sue «stationes» e «mutationes»
a traverso i secoli egli doveva essersi attardato più lungamente in
quella immobile serenità che splende nella _Passione_ di Bourges come
nelle metope arcaiche d'un tempio greco. Egli ne portava tuttavia
l'illuminazione su la sua fronte.
E, se è vero che tutte le cose certe sono vive e tutte le incerte
sono morte, la sua meravigliosa certezza lo poneva di là dalla vita
come una creatura compiuta e immutabile. M'appariva dal suo discorso
ch'egli considerava la storia del mondo come la rappresentano le
cattedrali della terra di Francia. A simiglianza dei maestri marmorai
e vetrai, egli credeva che, dopo l'avvento di Gesù, non avesse il
mondo avuto altri grandi uomini, se non i confessori i dottori e
i martiri. Nel suo spirito come nel santuario, i conquistatori e i
vincitori avevano il luogo più basso. Così nelle vetriere essi sono
genuflessi ai piedi dei Santi, piccoli come fantolini, gracili come i
fili d'erba nelle commessure dei gradini sacri. Persisteva in lui la
coscienza di quegli che compose lo _Speculum historicum_ facendo la
minor parte agli imperatori e ai re, la massima agli abati, ai monaci,
ai pastori, ai mendicanti. Per lui, come per il domenicano protetto
da San Luigi, i più alti fatti non erano i trattati le incoronazioni
e le battaglie ma la translazione d'una reliquia, la fondazione d'un
monastero, la guarigione d'un ossesso, la beatificazione d'un eremita.
La tremenda lotta moderna, combattuta con i congegni più perigliosi
e con le volontà più crudeli, aveva per lui la medesima importanza
ch'ebbe per Vincent de Beauvais la grande giornata di Bouvines, posta
modestamente tra l'istoria di Santa Maria d'Oignies e l'istoria di
San Francesco poverello. Simile a quei pellegrini che traversavano
gli eserciti nemici avendo per solo salvacondotto in sul cappello
il piombo effigiato di San Michele del Periglio o di Sant'Egidio di
Linguadoca, egli passava immune a traverso il secolo d'acciaio. Anche
dinanzi ai traffici della sua città operosa e danaiosa egli doveva aver
di continuo negli occhi quella parete del Camposanto di Pisa ove un
nostro pittore — che fu, quanto lui, divoto di San Domenico — dipinse
la Tebaide degli anacoreti come un mondo verace in un mondo fallace. E
la Via lattea certo era pur sempre per lui il cammino di San Iacopo, e
i bagliori in cima agli alberi delle navi erano i fuochi di Sant'Elmo;
e San Medardo era ancóra il signore dell'utile pioggia.
E nulla d'angusto, nulla di meschino s'accompagnava in lui a questa
ingenua fede. La sua indulgenza era grande come la sua disciplina.
Egli era venuto verso me con abondanza di cuore non certo attratto da
odor di santità ma solo dal pregio di un'anima sempre vigile; perché
una povera serva gli aveva detto che io consumavo nelle mie notti
più olio d'oliva che non ne bisognasse alla lampada perpetua della
Cappella. E la finezza della sua mente corrispondeva alla delicatezza
del suo cuore. Un nobile ritegno governava ogni suo atto e ogni sua
parola, quando egli era per appressarsi all'intima vita dell'amico. Non
prodigava i consigli, anzi non ne dava quasi mai; ma la sua semplice
presenza era un soccorso coperto.
Vidi un giorno su la collina di Francavilla, in un sentiero selvaggio
che conduceva al Convento ove col mio grande e puro Francesco Paolo
Michetti mi credo aver vissuto i miei giorni migliori, vidi un giorno
a maraviglia per una proda il tronco tagliato d'un vecchio alloro
rimettere un gran numero di germogli che al lor nascere avevan l'aria
di sprizzare dal legno come faville verdi. Ogni volta che passavo, il
tronco pareva cangiare tutte quelle cimette vive in lingue loquaci per
dirmi: «Non disperare, non disperare». Non altrimenti risfavillava di
sempre fresca speranza il mio amico. Egli conosceva la sentenza e la
vignetta dell'_Ars moriendi_. «Havvi un sol fallo grave al mondo: il
fallo di chi dispera. Ben più colpevole fu Giuda in disperare che il
Giudeo in crocifiggere Gesù.» E, quando andava a visitare i poveri, gli
infermi, i prigionieri e ogni sorta di peccatori in angustia, soleva
dire che quattro Santi l'accompagnavano: San Pietro il qual rinnegò
tre volte il suo Maestro; Maria Maddalena a cui tanto pesò la sua carne
impura; il persecutore San Paolo che Iddio convertì con la folgore; il
buon ladrone che non si pentì se non nelle braccia della croce infame.
Come taluno dei nostri Beati italiani, egli conciliava in sé quei
doni che appartengono alla vita contemplativa con quei doni che
appartengono alla vita attiva «poiché tutti procedono da uno spirito
stesso». Per lunghi anni nella sua città natale egli governò le
corporazioni cattoliche più operose, ed esercitò la carità con tal
larghezza da meritare il soprannome d'Elemosinario. «Dispersit, dedit
pauperibus.» Donò grandemente, e senza contare, e sempre di nascosto.
Non so s'egli abbia mai ricoverato nel suo letto un mendicante, come
quel Blaise Pascal del quale ignorò sempre i tormenti le vertigini e
le febbri; ma più volte, come un servo umile e pronto, rigovernò la
casa de' suoi poveri e de' suoi malati. Quegli che aveva tanta luce
su la sua fronte, amava aver tanta ombra su le sue mani! Per lui non
era detto già: «Nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua», ma era
detto: «Non sappia la tua destra quel che la tua destra dà». Quando la
segreta elemosina ebbe di molto assottigliato il suo patrimonio, lo
punse carità dei figli, ch'ebbe numerosi e ben nati. Divise tra loro
il rimanente, avendo altrove conquistato una indivisibile signoria;
e si ritrasse nella Landa ad abitare seco. Che cosa debba fare colui
che seco abita, egli lo sapeva dall'Antico ma meglio dalla sua stessa
aspirazione. «Secum purgatur, orat, legit, et meditatur.»
Divotissimo era di San Domenico; e sotto il vocabolo del sublime amico
di San Francesco è posto il tetto ch'egli mi concesse. Per umiltà egli
volle andare ad abitare nell'antica infermeria dei Padri Domenicani,
che aveva ricomperata a causa d'amore. È una bruna casipola di legno,
tra l'ombra della Cappella e l'ombra della pineta. In quella scelse la
stanza più modesta, sapendo che «la cella di continuo abitata diventa
dolce». Quando la Landa rombava come l'Oceano, allo sforzo del vento,
egli credeva essere sopra un vascelletto in punto di salpare per
l'ultimo viaggio. Ma quando l'oro primaverile colava sul balcone giù
dal minuto crivello dei pini e gli uccelli facevano il lor concerto,
quella era la casa lieve ch'io m'avevo sognata più d'una volta, era «la
casa in sul ramo», lieve, sonora, pronta.
Aveva quivi trasportato un piccolo organo da mantici, perché amava
la musica sacra e sonava con grazia qualche mottetto. Come quel soave
domenicano Enrico Suso, egli si piaceva di chiamarsi «il servitore»;
e, come lui, doveva certo ogni mattina, svegliandosi all'ora della
Salutazione angelica, udire entro di sé una voce cantare nel modo
minore le parole: «Maria, la Stella del Mare, ecco, si leva».
Un giorno, entrando, lo trovai assopito davanti alle due tastiere; e
trattenni il piede e il respiro per non isvegliarlo, tanta beatitudine
mi apparì nel suo volto. Ripensai a quel ch'egli m'aveva narrato del
giovine Suso. Forse anch'egli sognava d'essere nel mezzo del concerto
celeste a cantare il Magnificat; e la Vergine gli veniva incontro e,
per segno d'aver gradito un'offerta di rose, gli comandava di cantare
il versetto: «O vernalis rosula!»
Fin dalla sua prima visita, fin dall'ora di quel pianto repentino
che rimase in fondo alla nostra amicizia come non so che misteriosa
freschezza, credo ch'egli sperasse di volgermi all'esercizio della
preghiera secondo il suo rito. Ma non mai, neppure per un attimo,
assunse aspetto e tono di convertitore. Aveva un suo modo gentilissimo
di farmi sentire che v'era fra noi un bel segreto, del quale non
conveniva ragionare. Talvolta, se qualche mia parola giusta lo
toccasse, mi guardava intento, sospeso, con uno sguardo singolare in
cui pareva quasi direi trasposta l'attenzione d'un'orecchia inclinata,
fattosi somigliante a tale che abbia udito un suono rivelatore e ne
segua le onde per ansia di riconoscerlo. Talvolta anche, in certe
pause, mi dava imagine di un uomo che, stando in una contrada al
principio della primavera quando i succhi cominciano a muovere, si
ponga in ascolto per desiderio di cogliere la melodia indistinta della
linfa che in breve trasfigurerà ogni creatura abbarbicata alla terra.
Così la sua illusione spiava in me l'opera interiore della Grazia.
Lo raggio della grazia in che s'accende
verace amore, e che poi cresce amando...
Gli parlavo di Dante; e mi commoveva la sete ch'egli aveva di quella
gran fonte. Un giorno gli raccontai come io avessi contemplata nella
cattedrale di Amiens la Speranza scolpita in quel modo che il Poeta la
canta nel _Paradiso_ quando Beatrice nell'ottavo cielo gli mostra il
barone
per cui laggiù si visita Galizia,
e San Iacopo lo esorta: «Di' quel che ell'è». Dante e l'ignoto
marmorario avevano fedelmente tradotto, l'uno nella terza rima, l'altro
nella materia dura, la diffinizione che della Speranza dà nel Libro
delle sentenze un teologo di Francia, Pierre Lombard vescovo di Parigi.
«Spes est certa expectatio futurae beatitudinis....»
«Spene» diss'io «è uno attender certo
della gloria futura...»
Il mio amico restò lungamente pensoso di quella rispondenza fra
la cattedrale di pietra e la cattedrale di parole, l'una sorta
nella sua terra e l'altra nella mia. Pareva che io gli avessi più
avvicinato Dante e gli avessi scoperto nell'ardua mole gotica un punto
misteriosamente sensibile in cui potessero i nostri spiriti convergere
e comunicare. Alla fine del nostro colloquio (il vento occidentale
squassava tutta la Landa e l'immenso fragore dell'Oceano faceva sembrar
fragili tutte le cose) egli mi posò le mani su l'uno e su l'altro
òmero, mi guardò con la sua anima nuda emersa a fiore del suo viso
diafano, e mi chiese: «Quando? Quando?» Era in me quella malinconia
potente in cui il cuore batte più robusto e più celere. Gli dissi,
con dolcezza figliale: «Io sono nato per vedere, per ricordarmi e per
presentire». Poi soggiunsi: «E forse attenderò me stesso fino alla
morte».
Rimanemmo qualche tempo senza visitarci, perché io ricominciai a
vegliare la notte e a dormire il giorno. Egli sapeva che la mia lampada
era accesa e che avevo in serbo molto olio nel mio orcio. «Lo sposo
dell'anima suole a mezza notte venire. Guarda che a dormire non ti
truovi.»
Una sera dello scorso febbraio, dopo compiuto l'anno dall'ora del
pianto e del legame, uno de' suoi figli mi giunse, inatteso; e mi
disse: «Mio padre vuole vedervi. Non ha che qualche settimana o qualche
giorno di vita. Esauditelo».
XV APRILE MCMXII
Quando entrai nella piccola infermeria domenicana, al primo sguardo
conobbi che l'uomo da bene aveva già abbracciata la nostra suora morte
corporale e se la teneva ben sensata contro il suo petto. Primamente,
non veduto, lo vidi in uno specchio. Una donna, dolce e severa, che
poteva essere Sant'Anna col suo mazzo di chiavi appeso al fianco,
m'aveva condotto sul verone di legno ove s'affacciava la camera
dell'infermo; e s'era ritratta, per lasciarmi solo con lui, per non
farsi testimone inopportuna del nostro turbamento. Nell'appressarmi
alla soglia, scorsi su la parete lo specchio e dentrovi, dentro quella
specie d'orrore inaccessibile e rischiarato, il vecchio che stava
seduto, intentissimo, tenendo ambe le mani premute su l'atroce ospite
carnale che gli rodeva la bocca dello stomaco. Mi soffermai, con
uno spaventoso tremito nel cuore, perché veramente dentro quel vano
la morte era _visibile_ come nelle Danze macabre, e tutta l'imagine
veramente era _di là dal velo_. Egli alzò le ciglia e sussultò
abbandonando le mani su le ginocchia, perché mi scoperse anch'egli
nella spera e mi vide venire a lui non dalla vita diurna, non dall'aria
e dalla luce, ma dal fondo di quel pallido sepolcro. E, com'entrai,
mi parve non di varcare una soglia comune ma di superare un limite
tremendo.
Non conosco, nella storia della santità, una preparazione al transito
più bella di questa. San Francesco, pur conversando con la sua suora
infermitade, lasciò che i medici tentassero di combatterla. Riconobbe
d'aver sempre trattato troppo duramente il suo corpo e mostrò di
pentirsene. «Giubila, frate corpo, e dammi perdonanza; che or mi
conviene satisfare a' tuoi disii.» I dottori pontificii, a Fonte
Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col
ferro rovente gli affocarono le tempie, mentr'egli pregava «frate focu»
che soffrire non lo facesse oltre sopportazione. Ad Assisi, nella casa
del Vescovo, di continuo lo curava il medico aretino. Di tratto in
tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi
frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s'impazientivano.
Alla Porziuncola Giacomina Settesoli gli apprestò quella vivanduzza
romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia
aveva spesso desiderato. Dopo, sentendo prossima la fine, si fece
spogliare d'ogni vestimento e colcare su la terra ignudo.
Il mio amico dedusse quest'ultimo esempio fin dal principio, non
pel suo corpo ma per l'anima sua. Spogliato di tutto egli era come
mi pareva non potesse mai uomo spogliarsi. E non gli restava se non
quella «nuditate d'Amore» oltre la quale, in paragone di purezza,
v'é soltanto la prima luce del mattino. Vidi presso di lui il volume
della _Imitazione_ chiuso. È certo quello il trattato del totale
spogliamento: riduce in un pugno di polvere la sostanza in cui
l'uomo più si compiace, e senza pietà separa l'uomo da ogni diletta
cosa che non sia il compiuto amore. Egli non aveva più nulla da
apprendere in quel libro: perciò era desso quivi chiuso, e senza
segnali. Ed egli l'aveva tanto praticato e meditato non soltanto come
il libro dell'eternità, ma come quello ch'era nato dalla disciplina
della sua stirpe «sotto l'ogiva di Francia», vera «conoscenza e
virtute d'Occidente.» Né gli restava alcun dubbio intorno a tale
origine; talché una volta ch'egli vide il mio esemplare col nome di
Tommaso Kempis, scosse il capo. Soleva dire, non senza finezza, che
l'_Imitazione_ franceseggia in latino. Vi riconosceva trasposti i modi
e le cadenze della prosa Francesca, e talvolta la levità d'un orecchio
che aveva ascoltato la voce dell'allodola paesana.