AP. Come può stare questo?
DIC. Può stare in cotal guisa: acciocchè la infinita bontà di Dio non
sia vinta dalla malizia umana. E questa sentenza dicono che rispose
San Piero Apostolo a Simon Mago, che gli domandava una simil
quistione, se gli è vero quello che ha lasciato scritto Clemente della
disputa avuta in fra di loro. Parrebbe veramente che l'opera della
infinita potenza avesse a mancare del benefizio di creare l'anima, per
questa cagione che l'uomo sia per male usare questo tal benefizio.
Aggiungi che se tu consideri a tutte le altre virtù mostrate da Dio al
mondo, la giustizia si scopre in coloro che hanno voluto più presto
fuggire, che seguitare i doni della bontà e della clemenza; nè per
questo o si ammorza, o si diminuisce la misericordia, ponendosi
secondo che ricerca il rigore della giustizia; e così di quella
sceleranza, e di quei mali, ne nasce qual cosa, che è cavata da Dio
stesso, predicato da Augustino per tanto buono, che non permetterebbe
il venire del male, se non volesse cavare da quello qualche maggior
bene; il che dagli uomini dotti spesse volte (se non sempre) è
conosciuto riuscirne; ma non è già visto dal volgo. Bastiti queste
poche cose per esempio. Il giusto Giosef fu venduto da' fratelli con
grandissimo loro peccato. L'indotta moltitudine non cerca più oltre
niente altro, ma gli uomini dotti e pieni d'animo pio, conoscono per
cagione di così empie mercanzie, Giosef fatto re dell'Egitto, avere
liberato dalla morte il padre, i fratelli; e tutta la famiglia; e di
qui poi essere venuti molti e gran misterj celebrati da noi. Risplende
la virtù e la gloria de' martiri per i tormenti e per le morti date
loro dai tiranni. E finalmente, chè più, per la morte di Cristo si
manifestò all'umana generazione l'eccessiva bontà di Dio, la
redenzione dall'eterna morte, e la porta alla pietade aperta, e alla
giustizia.
AP. Tu mi hai cavato quello scroparello che mi molestava: dichiara al
presente s'egli s'ha a mettere fra le cose vere quella che abbiamo
udito, seguitando quel che ne veniva, e mostrando questo giuoco essere
storia, e non cosa finta e fabulosa, come promettesti di fare.
FR. Sei tu per ricevere ogni cosa per istoria?
AP. No, perchè quella samosatena è mera fabula, e nondimeno ella va
attorno sotto nome di vera narrazione; ma sono anco molte cose così
incerte, così doppie e varie in voce degli uomini, che paiono essere
poco differenti dalla favola.
FR. Tu la discorri bene. Perchè siccome infra le tenebre delle favole,
qualche volta riluce qualcosa di vero, così fra le narrazioni delle
storie, che hanno infra di loro repugnanza, ne troverai forse una di
vera: l'altre vacillando con falsità, sono da essere poste fra le
favole. Imperocchè il vero non può contrastare al vero; dipoi,
Dicaste, mi pare d'intendere quel che vuol dire Apistio.