DIC. De' buoi pare che siano cose da beffe.

FR. Sono simili a quelle favole di colui.

AP. A quale?

FR. Cioè, le pelli e le carni de' buoi, che vanno serpendo e

mugghiano.

AP. Simili certo; imperocchè, che differenza è a dire che la pelle de'

buoi vada, e le carni mezze cotte mugghino, da quest'altra illusione

che la pelle ravvolta del bue già mangiato si rizzi in piedi?

FR. Con una tal maraviglia credetteno gli Argivi che la nave di faggio

degli Argonauti avesse parlato, e 'l cavallo d'Achille indovinato;

perciocchè crediam noi che chi concede che Xanto, cavallo d'Achille,

parlasse, non sia per concedere ancora, il cavallo Pegaseo, o Dedalo,

o veramente quello,

Che riportando a' suoi la spoglia opima

Del fier libico mostro ad ali tese

Per l'aere già schernendo ogni alta cima.

AP. Se tu concedi queste cose, perchè ti fai beffe del volare delle

streghe? Leggendo tu pure anco quell'altro,

Perseo tirar le penne di Parrasio.

FR. Io non me ne fo beffe, se tu pensi che tal cose sian fatte per

arte de' demonj, ma sì bene, se tu credessi che si facesseno o per

aiuto, o per ingegno umano, ne penso io che sia cosa mostruosa e 'l

fingere le penne da volare all'uomo, o al cavallo, e la lingua insieme

accomodatagli da parlare; conciossiachè, esprimendo molti uccelli

senza maraviglia nessuna distintamente le parole che hanno imparate,

quanto più facilmente si potrà sciorre la lingua d'un cavallo a

parlare per virtù di spirito, o cattivo o buono che sia?

AP. Tu dici che cotesto si può fare?

FR. Perchè no? Essendo la natura uguale.

AP. Puoilo tu provare per esempio?

FR. Sì, con uno posto delle sacre lettere. Dicendo l'asina d'Ariobalaa

avere parlato, che secondo i Teologi fu fatto con aiuto dell'Angelo, e

conciossiachè non sapesse ella quello che si dicesse, nondimeno la

lingua era fatta dire quello che era utile allo esercito degli Ebrei,

ed a ciò gli era guida lo spirito buono. Nondimeno dirò quello che

raccontino le storie de' Gentili dell'avere parlato i buoi.

AP. Noi sappiamo che i demonj non hanno nè ossa nè carne: come

mangiano, e come usano con le donne?

ST. Sono simili alla carne ed all'ossa quelle parti ripiene da loro, e

sono più grosse che quelle degli uomini.

AP. Potrestile tu rassimigliare a qualche cosa, che noi intendessimo

come son fatti quei membri?

ST. Io non so, eccetto che son più grossi di quegli degli uomini, e

più morvidi che non è una brancata di stoppa: e quasi sono simili alla

bambace.

AP. La stoppa, intendo, Fronimo, ma la bambace no.

FR. Credo che voglia intendere della lanugine xilina, cioè della

bambace nostra.

ST. Io voglio intendere di quella materia, della quale si sogliono

empiere le coperte da letto.

AP. Io ho inteso: seguita.

ST. Come s'era sfogata bene la lussuria, noi eravamo riportate a casa.

AP. E quivi venivati egli mai a vedere?

ST. Spesso, e qualche volta ancora m'accompagnava quando io andavo, o

tornavo dal mercato, e ricordomi che essendo una sera uscita della

città a buio per andarmene a casa, tre volte usammo insieme inanzi che

noi vi fussimo.

AP. La tua casa quanto è ella discosto dalla città?

ST. Intorno a un miglio.

AP. E perciò ha preso l'immagine d'una passera; ma io non mi posso

imaginare quel che voglia dire questi abbracciamenti.

FR. Per contentare queste lupe, se si contentano però, dicendosi che

elle si straccano, ma non già si saziano.

AP. Nè mi posso anco arrecare nella fantasia donde costoro possino

pigliare piacere.

DIC. Dicono avercene tanto, che affermano non essere in terra un altro

simile; e questo penso io che possa avvenire per più cagioni, e prima

per la grandissima bellezza e grazia del viso che pigliano quelli

spiriti maligni, di poi per la grandezza straordinaria de' membri,

perchè con quella allettano gli occhi, e con questa gli riempiono le

parti più occulte; inoltre fingono d'essere molto innamorati di loro,

il che è carissimo sopra tutte l'altre cose alle misere donnicciuole.

Possono ancora muovere drento qualche cosa, onde elle piglino più

diletto che non fanno con gli uomini. Il simile credo che avvenga a

quegli uomini, che usano i demonj per donne: conciossiachè quello

sceleratissimo sacerdote (di cui dicevo poco fa) disse che pigliava

molto maggior piacere del dormire con quel demone che si faceva

chiamare Armellina, che con quante altre donne egli avesse mai avuto a

fare. E perchè voi non pensassi che avesse avuta la pratica di poche,

egli ebbe a fare insin con la propria sorella, e dicevasi, che n'aveva

avuto un figliuolo. Come si fusse, questo so io che era in sul

processo. Ed era tanto accecato quel povero uomo nell'amore

d'Armellina, che bene spesso, andando in piazza, ella gli faceva

compagnia, non la vedendo nissun altro, e per comandamento di lei, i

bambini che gli erano portati alla chiesa per battezzare, ne gli

rimandava a casa come erano venuti, ed alzava l'ostia non consacrata

al popolo, fingendo coi gesti, e con le parole di sacrarla, per

nascondere la sua iniquità; e se talora la consacrava, rivolti per

dispregio i piedi all'insù, di quella figura immaculata, che vi si

suol fare drento, l'alzava in alto, e riponevala per dare alle

streghe, che la portasseno al giuoco. Quello amore demoniaco, era

causa di tante sceleranze. Un altro pure in quel medesimo furore così

bestialmente ama Florina (che così dice chiamarsi), che mi ha detto

più volte (mentre che io l'esaminavo), volere innanzi morire, che

lassare quella bellissima donna, di cui ha già tenuto la pratica

quarant'anni. Ed è di modo impazzato, che non crede che sia altro Dio.

Questo tale si serba ancora in prigione, se volesse per sorte

pentirsi; ma perchè non crediate che costoro, che sono presi da tale

amore, faccino solamente contro alla religione, sprezzino Dio,

negandolo, ed abbandonando la fede, della quale avevan fatto

professione insino allora, sappiate che fanno ancora contro alla

repubblica, tolgono la roba d'altrui, macchiano ed infettano ogni

cosa, e con i loro malefizj s'immergono al tutto, e si tuffano negli

adulterj e negli stupri, ammazzano i bambini, e beonsi il sangue loro,

provocano tempeste crudelissime, guastano i campi con tanta ruina di

grandine, che quegli, che anticamente incantavano le biade, paiono

essere stati manco nocivi; contra i quali fu fatta la legge, e posta

poi nelle dodici tavole.

AP. Adunque ci fanno danno, non pure ne' beni di fuora che partorisce

la terra, ma in quelli ancora che vengono dal cielo, e dall'aria che

abbiamo intorno?

La strega, ovvero, degli inganni de' demoni: dialogo · 第 30 / 67 题