AP. Hai tu mai fatto venire tuoni?
ST. Eh, bene spesso.
AP. Hai nociuto alle biade con la grandine?
ST. Più volte.
AP. Con che cerimonie?
ST. Facevamo il circolo, e di subito veniva quivi Lodovico, non in
forma d'uomo, ma di fuoco, e in un istante cadevano tuoni, saette e
grandini sopra quei campi particolarmente che io volevo guastare.
AP. A che fine facevi tu questa ruina?
ST. Per odio, non per benevolenza.
FR. Io ho letto già luoghi di poeti, dove pare che i demonj facciano
quasi strepito, nei versi stessi, come quando quella incantatrice,
ovvero l'ingegnoso poeta in persona di lei, gli chiamava sotto nome di
Dei, in questa guisa:
Con l'aiuto de' quai stupir le rive
Fo mentre i fiumi alle lor fonti invio,
Le cose fisse muovo, e fermo al mio
Canto le mosse, a cui null'altro arrive.
E 'l mar travaglio, e 'l cielo,
Or pien d'umido velo
Rendo, or le nubi scaccio,
Or i venti, or lo scaldo, ora l'agghiaccio.
Ma questa nostra Strega, più potente che Medea, ha provocata la
grandine, e spintala nelle biade. Tirano ancora le menti degli uomini
nella malia con quelle lusinghe che elle ingannano il senso.
Imperocchè disse quel poeta:
Arseno in fiamme illecite i severi
E duri vecchi, e non operan tanto
Le nocive bevande, e figli amati
Tolti al parto vicin, sugosi e pieni,
Quanto i chiusi veleni,
Negli animi impiagati
Sol per virtù d'incanto;
e questo l'abbiam visto in un certo modo rinovato nella terra nostra.
Quel sacerdote di settant'anni, che noi abbruciammo con le medesime
fascine, sopra le quali andava a trovare la succuba, lo faceva. Un
altro che n'avea passati settantacinque, e un altro ottanta, che si
trovavano otto volte il mese nel medesimo giuoco insieme. E così per
più testimoni si è trovato che non una strega, o due, o tre, ma molte,
nè tre, o quattro uomini, ma più, sono stati quelli che hanno avuto
affare con i demonj succubi. Riferiscono eglino stessi, che sono da
due mila uomini quelli che frequentano il giuoco.
AP. Gli antichi hanno solamente celebrate tre o quattro maghe famose:
la maggior parte poi furono dette Medee, e molte anco Canidie, e ai
tempi nostri non è stata una sola Erittona.
FR. Ti maravigli che siano state secento Medee, avendo tu pure per
cosa certa (senza maraviglia nissuna), ch'in una città sola si trovino
da dodici mila Circe; imperocchè si tenevano per sorelle.
AP. Io t'ho inteso, e non bisogna cercare il senso dello enigma per
luoghi occulti, o per ambage.
FR. Per questo penso che sia fatto con gran provvidenza a dì nostri,
ne' quali pare che ogni cosa vada di male in peggio, che il
grandissimo Dio abbia volsuto in più modi confermare la fede negli
animi de' fedeli, per allargare in tutti i versi la religione.
AP. Con che modi?
FR. Principalmente con tre: col successo delle cose dette, con i
miracoli fatti per virtù divina, e con lo scoprire la scelleranza di
così enorme errore. Però che noi troviamo essere venute guerre, fame,
pestilenza; appunto come erano state divinamente annunziate tanti anni
prima. Laonde quelli che fusseno stati senza fede, avesseno facilmente
a sospettare tal cose essere fatte, o per sorte, o per destino,
acciocchè fussino oppressi dalla grandezza della calamità, se per viva
forza la fede non si mantenesse, risvegliata di nuovo in questa terra
per tanti miracoli fatti dalla Vergine Madre di Dio, i quali siccome
per loro stessi confermano la fede cristiana, così per accidente la
corrobora ancora quello che confessano le streghe, per mezzo del quale
conosciamo (per il gran numero de' testimonj, così a uomini come di
donne) i demonj maligni essere nimici alla verità cristiana, la quale,
quanto più si sforzano disperdere e offuscare, tanto più si viene ad
innalzare e risplendere in tutti i modi.
AP. Tu hai ridotto benissimo ogni cosa, ma, o buona Strega, hai morti
ancora tu dei fanciulli?
ST. Assai.
AP. Col coltello, o col bastone?
ST. Con l'ago, e con le labbra.
AP. In che modo?
ST. Noi entravamo di notte in casa dei nostri nimici, e talvolta degli
amici, perchè ci si aprivano tutte le porte, e dormendo i padri e le
madri, noi toglievamo i bambini, portandogli al fuoco, e quivi gli
foravamo sotto l'ugnine con l'ago, e ponendovi le labbra a succhiare,
ci empievamo la bocca di sangue, e di quello, parte se ne inghiottiva,
e parte se ne votava in un bossolo per fare l'unguento da ungersi le
natiche prima che andassimo al giuoco.
DIC. E perchè voi non credeste che queste fussino bugie e finzioni, e
che andassino per le case, dove ammazzano i bambini con l'imaginazione
e sognandosi, si sono trovati in fatto i fanciullini piangere e con le
dita forate sotto l'ugna.
AP. Maravigliomi che non gridino quando si sentono pungere.
ST. S'addormentano in modo che non sentono; quando si destano poi
piangon forte, e ne stanno male, e talora se ne muoiono.
AP. Perchè non muoion tutti?
ST. Gli curiamo noi altre, che sappiamo i rimedj, onde ce ne viene il
guadagno.
AP. Chi v'ha insegnati i rimedj?
ST. I demonj.
AP. Non mi pare che abbia del verisimile.
FR. Al demonio non sono incognite le forze e le virtù delle erbe, le
quali hanno ancora conosciute gli uomini; ed hai da sapere che già nel
tempio di Esculapio erano scritte molte regole di medicina, le quali,
si dice, che Ippocrate prese, e scrissele ne' suoi libri. Dicono
similmente le storie molti rimedj, ed a' veleni ed alle ferite esser
stati ritrovati per i sogni; e parimente leggiamo che quelli che
desideravano fusse loro rivelato in sogno la medicina del lor male
(come abbiamo detto di sopra) solevan dormire nel tempio di Pasife, e
degli altri che erano tenuti per Dei.
AP. Che vi promettono questi vostri amadori, che speranze vi danno?
ST. Abbondanza di ricchezze e di piaceri, ne' quali continuamente ci
troviamo.
AP. Hatti egli mai dato danari?
ST. Me ne dette già una volta alquanti che sparirono, eccetto pochi
che mi rimaseno.
AP. O gran ricchezze! Che farebbeno eglino costoro se gli promettesse
la ricchezza di Creso, ovvero quella di Alessandro molto maggiore, che
fu portata da quaranta mila muli, se noi crediamo a Quinto Curzio,
ovvero a Plutarco, che disse: con dieci mila muli e cinque mila
cameli, basta che dia a questa feccia d'uomini tanti piaceri, quanti
non ebbe mai nè Sardanapalo, nè Sandiride, nè Stratone?
DIC. Quelle erano cose umane, ancorchè brutte, ma queste sono ridicule
e vane.
FR. Non le dire così vane, se ben tu l'hai chiamate finte e
immaginarie.
DIC. Io certo stimo che elle siano in parte vere, cioè che l'essere
loro sia qualcosa, ed in parte vane e senza fondamento nessuno; e
massimamente quelle che son dette da qualcuni, della trasformazione
de' buoi già mangiati, e poi risuscitati, distendendo la pelle
riservata sopra l'ossa. Ma che siano portate qualche volta per aria, e
che bene spesso mangino, bevano, prendano piaceri amorosi, questo non
si ha al tutto da sprezzare come cosa falsa, e che repugni al vero.
Potrei narrarvi molte cose affermate da testimoni d'autorità, s'io non
temessi che voi vi chiamaste ingannati, perchè io volessi torvi il
tempo concessovi d'udire la Strega.
AP. Serbalo di grazia a domane.
DIC. Il giorno di domane è già deputato per altre quistioni; ma se
vorrete desinare meco, ancorchè noi siamo in villa, non ci mancherà da
mangiare, ed aremo tempo di ragionare.
FR. Non è da ricusare il convito dell'amico, e tanto più degno, quanto
che ci sarà manco da mangiare e più da ragionare.
AP. L'uno e l'altro mi piace; con l'uno si pasce il corpo, e con
l'altro l'animo.
DIC. Domandate alla Strega di quello che più vi piace; io lascerò
costui qui in mio scambio tanto che io torni, perocchè in tanto farò
provvedere da mangiare.
AP. Avevi tu segno nessuno da chiamarlo quando tu eri nel circolo?
ST. Sì, uscendone, e chiamatolo due volte.
AP. Perchè non tre, o quattro?
ST. Non lo so, ma mi commetteva così: ed espressamente m'imponeva che
io non lo chiamassi tre volte.
AP. Che dici tu di questo, Fronimo?
FR. Queste son convenzioni intese dai medesimi demonj, come sono, non
pure queste che paiono chiare, ma quelle ancora che sono occulte,
delle quali ha parlato il nostro Agustino e gli altri; ma io non credo
già che sia alcuna cagione naturale in questo numero binario, nè penso
che per questo abbia volsuto dimostrare il misterio della Diade di
Mareta Caldeo, venuto ne' Platonici per mezzo di Pittagora, o fusse
quel tale chiamato Zarete, all'usanza di Origene nel libro chiamato
_Philosophumenon_, ovvero Zareta, il qual nome usa Plutarco Cheroneo
nel dimostrare il maestro di Pittagora, interpretando una particella
nel Timeo Dialogo, o veramente più tosto s'abbia a dire Zarada,
citando Teodorito teologo (nel libro delle leggi) queste parole, cioè,
leggi di Zarado; perchè a che proposito avea il demonio a filosofare
di tal cosa con questa bestia? Ma io credo ben piuttosto che sotto tal
numero ci fusse nascosto qualche inganno del falsissimo nimico; o
veramente per non consentire ancora nel parlare alla santissima
Trinità, che è Dio, ovvero per più discostarle dall'uso della nostra
religione, o veramente più presto per qualche inganno che noi non
sappiamo, insegnato a' Gentili sotto il numero pari, il quale volevano
che fusse dedicato agli dei infernali, così come il numero impari agli
dei del cielo.
AP. Questo mi piace. A te, Strega, parevati mai d'essere beffata dal
tuo amatore?
STR. Mai.
AP. Oh, quando tu trovavi i danari essere spariti?
ST. In qualunque modo si fusse, non l'avvertivo, perocchè egli stesso
ritornava, e mi rilegava di nuovo con molte carezze.
AP. Quando e' ti prometteva tante cose, e che fingeva essere guasto di
te; che ti domandava egli?
ST. Niente altro, se non che io non credessi alla fede cristiana, nè
vi avessi speranza nessuna; ma in quel cambio io onorassi lui, mio
amatore, a lui m'inginocchiassi, e tenessilo per mio Dio.
FR. O pessimo spirito, veramente Satana, detto dagli Ebrei,
avversario, da' Greci, diavolo, e dai Latini, calunniatore! Poteva
pensare maggiore calunnia verso di Dio, che ingegnarsi con le sue
parole, torgli la divinità; e attribuirla a sè stesso con tanta
arroganza, e con tanta insolenza falsissimamente? Onde forse per
questo amò il nome di demonio, o perchè dimostrasse scienza, ovvero
timore. Ma il proprio suo è sempre di ordinare calunnie e fraude, e
così ingannò il primo uomo sotto nome di Dei, onde si acquistò il nome
di calunniatore, come afferma Giustino filosofo e martire.
AP. Ma in che modo eri tu conosciuta dalle altre cristiane?
ST. Non ci era differenza alcuna: io andavo alla chiesa; la quaresima
mi confessavo dal sacerdote, e dicevogli tutti gli altri miei peccati,
eccetto questo; m'accostavo all'altare a vedere l'ostia sacra, nè ci
era differenza nessuna fra me e l'altre donne; nè questo mi vietava il
mio amatore, solamente voleva che io dicessi certe parole piano, e che
io facessi nascosamente certe cose, le quali facendo, non mi domandava
altro.
AP. Dicci ogni cosa.
ST. I giorni delle feste, essendo io in chiesa (come s'usa), e
cantando il sacerdote l'Evangelio, mi commetteva, che io dicessi da me
stessa: non è vero, tu ne menti; e quando il sacerdote s'alzava
l'ostia sacra sopra il capo, mi comandava che io non la guardassi, e
che, mettendomi sotto le mani drieto, gli facessi a questo modo le
fica (come io fo ora); di poi con istanza grandissima mi pregava, e
con ogni sforzo m'imponeva che io non dicessi al sacerdote cosa
nessuna de' nostri amori, e della nostra pratica, nè di quelle che
appartenevano al giuoco. L'altre cose poi, dicessile io o no, non gli
importava. Inoltre, quando io ero all'altare a farmi porre in bocca il
sacratissimo corpo di Cristo, voleva che a poco a poco me lo cavassi,
e mostrando di spurgarmi, lo convolgessi nel moccichino per portarlo
al giuoco, per poterlo quivi sbeffare e schernire in quei modi che tu
hai inteso. Portavo ancora due ostie meco cucite nella veste, mediante
le quali mi diceva che io non confesserei cosa nessuna al giudice di
quel che mi domandasse, dove che poi forzandomi il giudice, e
minacciando di tormentarmi, quel maligno me le fece gittare in un vaso
da fare mio agio postomi nella prigione, da quello che era sopra ciò.
AP. Ubbidistilo tu?
ST. Sì, che io l'ubbidii, misera me! e dirovvi una cosa molto orrenda,
che avendole spezzate con una mazza, io vidi uscirne sangue.
FR. Andiamo (se ti piace) incontro a Dicasto che ritorna a noi.
AP. Mi piace.