ma nota questa altra fraude, che lo ingannò anco maggiormente: non
volse usare seco sotto nome di stupro, o d'adulterio, ma finse di fare
matrimonio. La qual cosa da Esiodo fu scritta in versi, come si legge
nelle memorie greche, e di qui facciamo noi buona coniettura che lo
Epitalamio di Catullo, sia cavato da Esiodo; il che ci mostra anco la
qualità del verso, avendo in sè quella antica facilità. Mostralo
parimente lo studio di Catullo nell'imitare i Greci, di sorte che
abbia fatte latine l'elegie intere di Callimaco, ora pigliandone il
senso, ed ora le parole. Così facilmente ancora il demonio ingannò
Paride pastore sotto la forma delle tre dee, che come disse Coluto
Tebano nel libro della rapina d'Elena:
Non sol pascea le pecore, ma i tori,
e andava vestito che pareva rozzo guardiano di pecore e di buoi, [Da
Platone] come egli scrive a dilungo. Così l'anello rivoltato verso la
palma della mano fece invisibile quel pastor di Lidia che commise
l'adulterio con la regina: onde è manifesto che i demonj pigliavano
varie forme, ora di quelle che chiamavano Dee, ora di Ninfe terrestri,
ora di marittime [Da Catullo], le quali, perchè eran credute star per
lor natura ascose sotto l'acque, uscivano talora fuori dell'onda
biancheggiante infino alle poppe per essere vedute: e per più
infiammare altrui apparivano anco in forma di nuvola, come dicono le
favole che fece Giunone a Issione. Donde finsero essere uscito il
Centauro. Alcune altre apparecchiavano illusioni ed incanti per
ingannar con essi le genti, e per schernirle a doppio gli insegnavano
così a' dotti come agli ignoranti; nè si trovava alcuna imagine
falsamente stimata divina, che con le sue lascivie non accecasse quel
secolo rozzo, conciossiacosachè noi sappiamo che Diana stessa (il
giuoco della quale or noi scopriamo a onta e dispregio del demonio) fu
liberale della virginità che fingeva d'amare, forse per incitar quelli
ch'abborrivano la lussuria. Così anco sotto nome della luna, che senza
dubbio alcuno era Diana diceano Endimione essersi ghiaciuto seco.
Similmente accenna Firmico, Ippolito avere avuto a far seco sotto nome
di Diana, chè pensava aversi a referire a questo, così anco il nome di
Virbio. Il luogo dov'era stato sepolto, cercato con tanta diligenza, e
la cura di Esculapio con tutte quelle simili altre cose, tutto crede
doversi attribuire alla vanità del demonio, se però ne fu mai cosa
nessuna, ogni cosa si debbe riferire alla favola, e questo Esculapio
ben fu rimeritato secondo il premio che si dà a' magi, cioè d'una
morte orrenda; imperocchè tutti gli autori si accordano che fusse
percosso dal fulmine, ma son bene in contesa per quale errore commesso
contro agli dei ciò gli avvenisse.
AP. Virgilio disse per avere ritornato in vita Ippolito, e Plinio, i
figliuoli di Tindaro.
FR. Stesicoro, Paniasi, Polionto, Flilarco, Telisarco, e gli altri
dissero altrimenti, e che per altra cagione Esculapio fusse fulminato.
AP. Dillo per tua fè se l'hai a mente.
FR. Sono alcuni che vogliono che Esculapio fusse percosso per aver
reso la vita a Tindaro, non a' figliuoli. Stafilio disse che non
ritornò in vita nissuno, ma che sanò Ippolito che fuggiva da Trezene,
e per quello fu morto. Polianto volse che ciò gli avvenisse per avere
guarite della pazzia le figliuole di Preto; Filarco, per avere dato
aiuto a' figliuol di Fineo. Quelli che volseno lui avere atteso a
rendere la vita, la maggior parte di loro disse, per averla resa a
quelli che morirono nella guerra di Troia: altri a quella di Tebe.
Volse Telesarco, che ei fusse fulminato per essersi ingegnato di
risuscitare Orione, ma non però essergli successo. Ci è ancora
l'opinione di Pindaro replicata da Tertulliano, che diceva Esculapio
essere stato saettato dal cielo, perchè egli esercitava la medicina
per nuocere, e così troviamo la morte di costui essere più varia che
quella di Romulo; nondimeno l'uno e l'altro di loro fu fatto Dio dai
Gentili, quantunque l'uno fusse ladro, e l'altro mago. Laonde molto mi
maraviglio che quell'uomo eccellente (del qual si ricordan gli avoli
nostri, non si sapesse guardare da tal cosa) che con tante spese di
non so che principe, a cui aveva promisso di rappresentare tutta la
guerra Troiana, con l'assedio d'Ilio, mentre che disegnava il circolo
per mostrare dove alloggiava Achille, e dove Ulisse, fu rapito da'
demonj, nè mai più comparse. [Dell'xi. de l'Odissea.]
AP. Tu mi dici cose maravigliose.
FR. Sì, ma vere. Perciocchè quel principe mandò a cercare del detto
uomo in vari luoghi d'Italia, di Germania; e dove non mandò egli? E
poi che il maestro andò in malora, un suo scolare capitò in questa
terra, che ci lasciò il seme de' suoi malefizj, che infino al tempo
mio si sono mantenuti. Imperocchè chi fusse ito a lui per ritrovare un
furto, dipingeva l'imagine del ladro, e dette certe parole sacre sopra
una guastara d'acqua, vi mostrava drento la figura, il vestire di
colui, e tutto il modo che aveva tenuto nel rubare. Se noi andassimo
dieci giorni a dilungo insieme, non crederei che mi bastasseno a
raccontarti tutte le cose che io avvertii; e le insidie del demonio in
diversi modi; non senza giustissima cagione chiamato Satan, che sempre
vada macchinando contra l'umana generazione, così in tutte l'altre
cose, come ne' piaceri di Venere, dei quali dicevamo di sopra. Che chi
gli nega come ostinato, è contrario a tanti uomini, che dicono non
avergli già provati essi, ma bene fanno fede d'averlo inteso da chi
n'ha fatto l'esperienza, è chiamato sfacciato da Agustino (testimonio
famoso) al quindicesimo libro della città di Dio, dicendo che i
Silvani ed i Fauni (volgarmente detti Incubi) di molte volte sono
stati maligni verso le donne, e che le hanno desiderate, e finalmente
sono giaciuti con loro; e che alcuni demonj (chiamati da Franzesi
Dusi) del continuo vanno cercando tal disonestà, e mettonla ad
effetto.
AP. Seguita di grazia.
FR. Circa il volare per l'aria, credo che tu abbia ancora udito, e
forse letto, Abari sopra una saetta essere venuto in Italia, a
Pittagora dal tempio Iperboreo di Febo. [Da Iamblico. De lib. de la
setta Pittagorica.]
AP. E questo anco so che scrisse un certo filosofo platonico.
FR. Se ti ricordi così bene di queste cose, facilmente concederai il
resto, perciocchè dobbiamo credere tutta quella negromanzia d'Ulisse
avere avuto origine dal circolo; di modo che tu intenderai queste
finzioni di formare il circolo non essere cosa nuova, ma antiche
apparenze, o favole che vogliam dire, le quali cose cercano d'imitare
ancora i poeti latini, imperocchè Scipione similmente è introdotto a
cavare la terra mossa con la spada, e tutto quel che segue ad
imitazione di Ulisse [Da Silio Italico]. Ma chi ha visto i versi
d'Orfeo, dove parla de' ragionamenti dell'ombre, conosce benissimo
quella non essere stata invenzione d'Omero [Dall'xi dell'Odissea], ma
d'Orfeo molto più antico, il quale è certissimo che fu imitato da
Omero non solamente nel far venire Tiresia, ma ancora ne' versi stessi
con gran diligenza e con grande osservazione. Scrive Giustino martire
che il primo verso della Iliade fu fatto a similitudine del primo
d'Orfeo, che invocava Cerere; e benchè usassino varie cerimonie,
nondimeno tutti desideravano ragionare coi morti, acciocchè si dicesse
che fusseno discesi all'inferno, come dicevano essere avvenuto a
Pittagora un tempo dopo ad Orfeo, e ad Omero, ed avere viste l'anime
d'Esiodo e d'Omero, essere punite gravemente per le cose che avevano
dette degli Dei: onde egli era auto in gran venerazione appresso de'
Crotenesi, e massimamente dicendo che avea visto nell'inferno esser
martorizzati quelli che non volevano usare con le donne loro. Ora io
non so circa a che tu dubiti del volare per l'aria; non essendo egli
differenza nessuna, o vadasi sopra una saetta, o sopra un desco, o
veramente sopra una capra, pure che si vada come il vento; perciocchè
non si trova scritto in che modo e come fusseno portati Pittagora ed
Empedocle, o se dal carro di duoi cavalli, o di quattro, o dal cavallo
pegaseo, o da dragoni, o da cigni per imitare o Venere, o Medea, o
piuttosto Circe sopra il carro tirato da duoi serpenti, o a guisa di
Cibele condotta da leoni, o a simiglianza di Bacco tirato dai lupi
cerveri; o veramente piuttosto come Trittolemo volando or sopra
l'Europa, or sopra l'Asia seminare quegli la filosofia come questi le
biade, ognuno di loro ingannato da Pallade, cioè dalla astuzia del
demonio.
AP. Parmi ancora (se io non m'inganno) di ricordare di Simon Mago, che
con suo danno tentò l'andare per l'aria.
FR. Hai forse ancora inteso di non so che Etiopi, che solevano frenare
dragoni, e sopra di quelli a cavallo venire in Europa. E questo si
dice averlo detto Roggiero Bacone, ma il crederlo sia rimesso
nell'arbitrio di chi legge, acciocchè non pensassi che io ti voglia
porre innanzi il volare di Dedalo, il quale, se non è cosa finta, si
può riferire pure agli inganni del demonio, per non dirti come
Appollonio detto Tianeo sparisse dalla presenza di Domiziano. Ma se tu
concedi essere stati appresso degli antichi gli spiriti succubi, ed
incubi, perchè non vuoi tu concedere che siano anco a tempi nostri?
provandosi con tante autorità e tanti testimonj, che se vuoi gli
racconterò. Dell'unguento ancora penso che tu sappia, quello che ne
scrisseno sì Luciano Siro, come anco Apuleio Africano, questi in
lingua latina e quelli in greca. Onde ei disse, e la cassetta, e molti
bossoli, e l'olio.
AP. A che adoperava quella donna la cassetta, tanti bossoli, e l'olio,
rivoltandosi di quà, e di là?
FR. Dichiarilo lo stesso autore, il quale dice queste parole: avendo
tolto di questi, tutta si unse, essendosi cominciata dall'ugne de'
piedi: e subito le nacque l'ali. Dice adunque che, unta dal capo al
piede, subito si trasformò in uccello volatile: ed aggiugne poco di
sotto che non era altro che corvo notturno. Così a tutti quelli che lo
guardavano, o che mostravano di guardarlo, pareva che fusse un corvo
notturno; perciocchè io non credo che con unguenti nè con incanti,
cosa nessuna si possa dalla sua forma trasformare in un'altra. Ma
quelle streghe s'ungevano con certe unzioni per parere o a loro
medesime o ad altri essersi tramutate, nè avere più la forma che
avevano prima. E benchè questo retorico falso ed astuto fingesse
d'essere mutato, nondimeno non disse essere trasmutato in uccello, ma
in asino, ancor che egli avesse usato il medesimo unguento: onde
quella donna si doleva d'aver mutato in asino il suo Lucio: per aver
preso errore nel cambiare la bossola, per la qual cosa dimostrò
variarsi l'imagine, e non lo essere, della cosa. Confermollo ancora
più chiaramente dicendo d'aver ritenuto sotto la forma d'asino la
mente, e lo ingegno di Lucio: e non è da credere che gli fusse venuto
per la fantasia una tale imaginazione di trasmutare la forma, se non
fusse stato publichissimo grido tal cosa essere propria delle donne di
Tessaglia. Affermò dipoi questo medesimo ancora quel Platonico che
imitò Luciano, dicendo essere andato in Tessaglia, dove che innanzi
che lassasse la prima forma finse averne presa un'altra, tolto (s'io
mi ricordo bene delle sue parole) un poco più unto che non dovea, e
fatto molte altre cose. Delle quali fa menzione, tal che dimostra
d'avere voluto seguitare Luciano nelle parole ed in ogni cosa, avendo
egli fatto menzione del mormore di Tessaglia, dell'olio magico che
trasforma, e del rimedio delle rose che rende la prima forma.
AP. Perchè credi tu che abbiano detto le rose essere buon rimedio?
FR. Se fondamento nissuno ci è, penso che sia stato cavato dal grande
Aristotile, appresso del quale io ho letto essere fra le cose grandi e
maravigliose, che l'asino facilmente soglia morire per lo odore delle
rose. Il che sapendo e Luciano e Lucio, l'asino in cui si erano
trasfigurati sparì per le rose, o veramente che pure sotto questo
velamento ci è ancora nascosto qualche altro secreto diabolico, ovvero
magico. Perchè in verità comunemente le donne di Tessaglia e di Tracia
anticamente avevano nome d'usare gli incanti, coi quali favolosamente
dicevano fare discendere la luna e le stelle fisse dal cielo, il che
(come ancor disse colui) avevano insegnato ancora alle Sabine. In
oltre dicevano essere spirate da Bacco, ed indi si chiamarono
Mimallone ed Edonide. Correvano velocissimamente infuriate con serpi
ravvolti attorno a bastoni, chiamati poi Tirsi, dicendo certe parole
magiche e furno aute in tanto grandissima venerazione, che Olimpiade,
madre del grande Alessandro, magno imperadore, volse sacrificare con
le loro medesime cerimonie; onde quelle cose che paiono bugie, credo
che sia più ragionevole che le favole abbino avuto origine e principio
e augumento da questi prodigi de' demonj (non senza qualche poco di
adombramento di vero mescolatovi insieme di molte vanità) piuttosto
che da' sogni (come dicea Sinesio); perciocchè a colui che gli fusse
parso di vedere qualche cosa maravigliosa in sogno, non sarebbe corso
così tosto a divolgarla, come se l'avesse vista fuora non dormendo.
Crediamo noi che tanti incanti, che sono celebrati dai Greci e dai
Latini siano stati fondati in su niente? e tante sorti di malie, di
che è pieno ogni libro e ogni autore, fascinazioni, dare mal d'occhio,
incantesimi, fatture, e inganni del nostro antico avversario. Di qui
viene quella sacerdotessa della gente Massilia che prometteva con gli
incantesimi cavare altrui di mente:
Fermar le acque, e mutar corso alle stelle,
Chiamare l'ombre notturne.
Di qui sono le bevande di Circe, di Medea e di Canidia, tutte quelle
cose amatorie di Simeta, narrate da Teocrito Siculo, seguitato da
Marone. Io mi ricordo d'aver letto appresso di Plutarco la favola
d'incantare la luna essere stata trovata con astuzia da Aganice
Tessala, la quale sapendo che l'eclisse della luna procedeva
dall'interposizione dell'ombra della terra, dette ad intendere
all'altre donne di Tessalia, che non lo sapevano, che quando la luna
si scurava era fatta venire in terra da lei. Si può ancora raccontare
delle altre favole, che hanno avuto cominciamento da qualche cosa
fatta, o da qualche astuzia. Fu appresso de' Greci uno (se io mi
ricordo bene) chiamato Palefato il quale giudicò essere cosa degna e
di grandissimo pregio mostrare in che modo la maggior parte delle
favole avesseno principio e fondamento in sul saldo di qualche storia:
tirata poi dalla opinione e falsa credenza del volgo a cose più grandi
e maravigliose, come sempre suol fare, il che come io penso accennò
Virgilio, dicendo:
Mostralo il dotto Palefato in carte.
Ecci ancora quello che è notissimo ad ognuno, solere farsi per incanti
che gli uomini o siano diversi da lor medesimi, come cicalavano
alcuni, o che paresseno: che ragionevolmente non pare che alcuno possa
negarlo, perchè senza vergogna potevano dire che almanco gli paresse
che fusse così. Non ti ricordi essere stato scritto:
Le figliuole di Preto il piano e 'l monte
Di falsi mugghi aver ripieno e 'l giogo,
Temuto, e corni in van cercati in fronte.
Le quali (di poi dicono diverse storie) che sì come quelli con la
rosa, così queste furno sanate da Melampo col purgarle il cervello, o
(come volleno alcuni altri) da Esculapio con l'arte della medicina. Ma
o fusseno infuriate per sdegni di demonj, ovvero per qualche
infermità, gli antichi le dettero diversi rimedj: perocchè i demonj in
quel tempo, che avevano l'imperio del mondo, tennero continuamente
diversi e vari modi d'ingannare, non solo per mezzo de' sacerdoti de'
tempj, e per gli oracoli, ma ancora per via delle donnicciuole
infuriate dalla spirazione d'Apollo; imperocchè facendo maravigliare
gli uomini di loro, gli aggiravano sotto specie di religione,
precipitandogli nelle scelleranze, e per indurli a questo, pigliarono
i demonj varie forme, come si può vedere di Proteo appresso di tutti i
poeti, il quale si mostrava con diverse apparenze; e di quelli eroi
che morirono a Troia, i quali Filostrato dette a credere (ne' Dialogi
dedicati a' posteri) che fusseno stati visti dal vignaiuolo. Così anco
si dice essere apparsa l'imagine di Empusa Lammia (che è una fantasima
con un piè solo, e di rame) ad Apollonio Tianeo, mutandosi in diverse
foggie, e talora in un subito togliendosigli di vista: e il medesimo
avvenne a Menippo cinico (non quello che imitò Varrone nelle satire,
imperocchè quello, a comparazione di questo Menippo Licio, è tenuto
antichissimo) tenendosi una fantasima, ovvero una Lammia, come che gli
fusse moglie. Paionti elleno queste cose simili a quelle che si dicono
delle streghe a tempi nostri?
AP. Sì bene, perchè pure ora mi sovvengono quelle parole: Laura,
Lammia, Incubo, favole antiche; e quel verso:
A culle di fanciulli, strega nota,
Scelleranza del sesso feminile.
FR. Orsù andiamo al resto, acciocchè possiamo farne giudizio
simigliante. Delle malie ne sono state scritte infinite cose,
beveraggi, incantesimi, mesture, voci fabulose, e lusinghe di Marsi,
perchè quantunque i naviganti d'Ulisse si dicesseno per metafora
grugnire con i porci, trattenuti dalle lascivie delle donne, Ercole
avere amato fuor di misura, bagnato dal sangue di Nesso Centauro, e
gli amori indotti per i veleni di Colco, e che si sappia che per
queste cose si mostrano le sfrenate voglie della brutta libidine,
nondimeno le lusinghe non son bastanti per loro stesse, ma insieme con
gli incanti, da' quali non è preso se non chi vuole; e però, dice
Omero, che Ulisse andò incontro a Circe, non col bacio, ma con la
spada, il quale siccome non era preso dall'amore, così anco non fu
ritenuto dagli incanti, i quali non nuocono senza la maligna industria
de' demonj. E così tiene quelli che vogliono essere tenuti, e usa
grande arte per indurgli a volere, piglia i volgari con le lascivie,
con le ricchezze quelli che son dati alla vita civile, e con la gloria
quei pochi che si danno agli studj della filosofia. Così anco, se noi
diremo quei conviti parte essere veri, e parte imaginari, non ci
discosteremo dagli scrittori antichi; però che una simil cosa era
quella mensa del sole descritta da Erodoto, stimata da Solino più
divina, nella vita di Tianeo [Filostrato nel iiii. lib. al cap.
viii.], il convito di quella sposa, la quale era una della compagnia,
o delle Lammie, o delle Larve, ovvero de' Lemuri; dove si dice che le
tazze e i vasi, che parevano d'argento e d'oro, sparirono.
I demonj adunque sotto varie forme si accompagnano con gli uomini, e
Filostrato li chiama apparizioni e Lammie terribili, e appresso di
Esaia profeta, dove si fa menzione delle apparizioni de' demonj, e di
vari modi d'ingannare, dicendo, abbiamo visto il letto della Lammia,
alcuni interpretano che voglia intendere de' demonj incubi, e credono
che le Lammie dal mezzo in su abbino effigie umana, dal mezzo in già
di bestia. Alcuni ebrei vogliono intendere per le Lammie le furie
infernali: ancor che ne' treni di Ieremia si faccia menzione delle
poppe della Lammia, e pensino qualcheduni quel nome derivarsi da
laniare, cioè lacerare. Altri vogliono che si derivi da Lamma, che
vuol dire voragine e precipizio. E per questo pensano che Orazio
dicesse:
Nel fanciul divorato traggia vivo
A la Lammia del ventre.
Scrisse ancora Probo Cesare, che molte Lammie furno spettacolo al
popolo. In che modo fusse quella che schernì Menippo non si può di
leggiero sapere da altri che da Filostrato, il qual mostra in che modo
il detto cinico fu ingannato, mentre che ella fingeva con matrimonio
volersi congiungere seco. Io stimo che Apollonio ancora fusse
ingannato, quando lo pregava che non volesse tormentarla, già
ingannato in questo, credendo che le Lammie fusseno inclinate
all'amore lascivo, e che si pascesseno di carne umana. Però che i
demonj son mossi non da lascivo desiderio, ma da invidia, per
disperdere l'umana generazione; nè appetiscono il sangue e le carni
per bersele, o divorarle, ma per condurre l'anima e 'l corpo in
perpetui tormenti. Pigliano i demonj con occulta fiamma, ma non son
già presi da quella. Il che ben seppe quello eccellente poeta quando
disse:
Spiragli occulto fuoco.
Ricordandomi io che disse già una strega, che quando si le mostrava il
demonio sotto varie forme, soleva conoscerlo, che si sentiva un certo
calore intorno al petto, e parimente affermava, che quando coceva la
carne l'era all'improvviso porto non so che d'aiuto. Il che penso più
chiaramente intenderai quando udirai Dicaste, che mi pare già vederlo
alle mani con la strega, se l'occhio non m'inganna per la distanza.
AP. Io m'imaginavo per la veste civile e per la spada che hai accanto
di parlare con un soldato; ma ora veggo che tu hai per le mani, non
pur gli storici e i poeti famosi, ma ancora i filosofi e i segreti
della nostra religione. Il perchè voglio che quella via, che ci resta,
la consumiamo nel ragionamento cominciato, toccando brevemente quel
che vi rimane, e che più particolarmente mi dica quelle cose, di che
leggiermente passando m'hai accennate: se nessune però ce ne sono,
acciocchè io possa raccorre il tutto di quelle che noi disputiamo,
quasi come se io avessi mangiate le cose ben digerite.
FR. A questo bisognerebbe un uomo più dotto che non sono io, e
richiederebbesi non un breve andare a spasso, ma un lungo sedere;
nondimeno in qualunque modo io potrò non ti son per mancare;
perciocchè, come sarebbe egli mai possibile che io non ubbidissi ad
uno che di già per il suo ragionare ho conosciuto essere curioso di
ritrovare la verità? Seguiterò adunque la disputa cominciata, e
narrerotti, per quanto ne concederà il poco viaggio, quello che mi
parrà al proposito nostro.
E in quanto che le streghe non si trovino in un dire, quando parlano
del giuoco di Diana, questo può accascare o dal timore, o dalla poca
memoria, perchè tutte le più sono donne inesperte e rozze. Si può dire
ancora che nasca dall'inganno del demonio, il quale non tutte le beffa
ad un medesimo modo, e questo si può vedere negli incanti antichi:
imperocchè quelli che s'usavano nell'Eusino, nella regione Taurica, e
nella Italia, tutti erano diversi in fra di loro. Nè la Farmaceutria
di Virgilio è simile in tutto a quella di Teocrito. Il medesimo si può
vedere negli oracoli, che alcuni ne avevano dalle donne spirate,
alcuni dall'apertura della terra, e alcuni altri da' sogni fatti da
uomini ne' tempj, e per questo dormivano nel tempio di Pasife. Abbiamo
letto ancora, che i medici calavresi e dauri, soleano dormire intorno
al sepolcro di Podalirio. E così molti ancora solevano giacere nel
tempio di Esculapio, il che non solo si fece al tempo degli eroi, ma
seguitò tale usanza infino al tempo d'Antonino, il quale, come dice
Erodiano, per questo solo andò a Pergamo. Leggiamo similmente che gli
oracoli si solevano dare per statue intere, dimezzate, e parimente per
colombe, o uccelli, o donne che le fusseno, che per quella via desseno
risposte: e per alberi e piante, e nella selva Dodona, e nell'India,
erano alcuni presi da un subito furore, e altre cose tali così varie
come si fussino anco gli augurj e 'l modo di sacrificare de'
sacerdoti; imperocchè s'usavano appresso degli antichi diversi modi di
cerimonie nefande, e di sacrifizj abominevoli, e diverse incantazioni,
così anco a' tempi nostri quelle cose ch'hanno avuta origine dalle
cose profane, si fanno con altre cerimonie che non usavano i Romani.
Catone, il più vecchio, narra certe cose ne' libri della villa, tanto
sciocche che appena si trova chi possa leggerle senza riso: e pur son
dette da uomo che fu senatore e censore, e che trionfò. Circa il
movimento e dove siano portate dal demonio, e circa il luogo dove elle
siano posate, non dovea parerti cosa maravigliosa, però che quel che
per sua natura suole ingannare, è doppio, è vario, e quello ch'è
verace si fonda in sulla simplicità, e questo si può vedere nelle
finzioni de' poeti, varie e ripugnanti tra loro, e bene spesso nelle
storie: quando dicono la cosa in più modi: e parimente nell'opinioni
de' filosofi, e nelle risposte de' iureconsulti; ma non avviene già
così nelle scritture de' teologi, perchè nelle cose lor proprie non
hanno discrepanza nessuna, cioè in quei precetti ch'appartengon alla
fede, e al viver necessario per la salute, sono in tutto e per tutto
consonanti, e concordi in fra di loro; e però il demonio maligno e
fallace, bugiardo, e amico della discordia, così vario, e muta
mantelli, per dir così, che è un vocabulo tratto dagli studiosi della
lingua latina, da quelle favole di che abbiamo già parlato: le quali
scherzando dicevano, che gli uomini si trasformavano in lupi: di poi
così, come il demonio ingannava quegli antichi filosofi sotto specie
di dottrina, cioè Pittagora, Empedocle, Apollonio e altri simili
(usando lacci a quelli che facilmente gli parea di potere ritenere)
così tirava già le donnicciuole con lascivia, e con lo sbevazzare, e
similmente oggidì tira gli uomini, dalle qual cose molti filosofi
abborrirono. Il demonio adunque in più modi gl'indusse a farsi adorare
sotto ombra di sapienza, e sotto velame di falsa religione;
conciossiacosachè eglino andasseno per gradi di dottrina alle
preghiere, agli inni, agli oracoli, dove parea lor d'acquistarne il
pronosticare le cose future, e l'essere portate per aria a diversi
luoghi, e facevasi quello per opera di demonj che essi attribuivano
alla divinità degli uomini. Imperocchè, come arebbono gli scolari di
Pittagora, vedutolo disputare ora nel Taurominio di Sicilia, e ora
poco di poi nel Metaponto? In che modo sarebbe egli andato Empedocle
per aria, e come vi sarebbe ito Abari, donde fu chiamato cavalcatore
di pertiche? Chi crede che Apollonio prevedesse molte cose, e che
comandasse insieme a' demonj, grandemente si inganna. Fingeva il
demonio maligno essere astretto da lui, acciocchè avendolo allettato
sotto specie di falsa divinità, per suo mezzo potesse più
gagliardamente ingannare gli altri, il che puoi conoscere per il fine.
Prima volle fare perire Pittagora con il tumulto del popolo, di poi
col fuoco, e finalmente s'ingegnò di farlo morire col ferro. Disperse
Empedocle con una morte infame, avendolo condotto a tale che si
credeva d'essere fatto divino, e usava di cantare: State di buona
voglia, che io per lo avvenire vi farò Dio immortale, non più mortale;
per mostrare a' compagni di rallegrarsi non essere più uomo mortale,
ma divino. Del qual così disse colui:
Mentre ch'esser gli pare immortal Dio,
Empedocle saltò nel fuoco d'Etna.
Ma, o se egli uscisse di vita con questa morte, o con quella che
scrisse Democrito Trevenio, cioè che s'era appiccato ad un corniuolo,
s'ha da tenere che il demonio l'inducesse ad ammazzarsi da sè, nè gli
bastò d'averlo schernito ch'ei credesse l'anima sua essere passata in
diversi corpi: onde disse in quel suo verso:
Di già fanciullo e fanciulla fu io,
ma ancora con voci diaboliche, e con splendori di fiaccole l'allettò a
morire. Rapì forse ancora Apollonio insieme con l'anima, conducendolo
a dannazione eterna, la qual morte pare indegna de' Magici, perocchè è
dubbio dove egli morisse. Alcuni dicono essere morto in Efeso, alcuni
in Creta, e altri in Rodi. Il sepolcro, ovvero il deposito, insino al
tempo di Filostrato non si trovava, avvenga che da certi sciocchi
fusse adorato per Dio: il qual culto mancò in poco tempo, come fanno
anco gli altri inganni del demonio, e così cessorono gli oracoli dopo
l'avvenimento di Cristo, de' quali quasi tutto l'universo era
infettato, pure con i medesimi inganni. Ma quello che già palesemente
spargeva gli oracoli, ora si rode in oscuri laberinti, appetendo i
lascivi congiungimenti, oggi tenuti vituperosi dalle genti, dove già
erano orrevoli, donde è quel verso:
Degnando Anchise al suo coniugio altero
Venere Dea,
e questo non pure al tempo degli eroi, ma al tempo d'Alessandro e di
Scipione, a' quali accrebbe la gloria l'essere tenuti figliuoli di
Giove, sendo così noto per l'istorie che non faccia mestiero il
raccontarlo, che Giove demone, il qual credevano essere Dio, si
ghiacesse con la madre di Scipione in forma di serpente, e con Olimpia
moglie di Filippo. Così il Demonio induceva a fare male quelli che
erano pieni di lussuria mescolandoci anco il veleno della
superstizione. E di sorte invescava color che erano cupidi della
gloria, che avendo pronosticato, mentre che viveano, le cose future
per mezzo della sua pratica, dopo morte ancora predicevano ciò che
avea da essere. In questo modo dicevano, Orfeo il quale fu tenuto
profeta mentre che visse, aver date le risposte e gli oracoli; dopo
morte, e 'l suo capo tagliato dalle donne di Tracia, essersene andato
in Lesbo ad abitare in una spelonca, e che prendeva i vaticini, per
l'aperture della terra. Portavano ancora i demonj in volta gli oracoli
d'Anfiarao e d'Anfiloco indovini, e mentre che visseno e poi che
furono morti, il che forse desiderò Empedocle quando volse essere
tenuto Dio. E parimente fingevano che i re dopo morte esercitasseno
l'arte militare, come favoleggiavano di Reso, il quale dicevano
armeggiare nel monte Rodope, e attendere alle caccie ed al cavalcare:
in oltre dicevano che l'anime di questi apparivano, non pure per mezzo
di quei circoli e di quei sacrifizj di Omero, ma che si mostravano
ancora spontaneamente, e per certe convenzioni che facevano (come dice
Filostrato, che si mostrava Achille ad Apollonio, e Protesilao con gli
altri capitani, che avevan fatta guerra a Priamo, al vignaiuolo) ma
per essere i visi, i costumi, e le cose fatte da costoro diverse da
quelle che scrive Omero, nè punto consonanti a quelle che disseno o
Darete Frigio, ovvero Dizio Creteo istorico, puoi conoscere quante
bugie siano aggiunte alla felicità de' demonj ed alla cognizione delle
cose, e quanti aggiramenti siano posti sopra i modi del vivere. Laonde
se il demonio si pose già con quelli che si reputavano savi, e
schernivagli di sorte che desse loro a credere cose contrarie,
repugnanti e lontane in tutto dal vero, quale è la cagione che tu con
tanta istanzia ti maravigli che nelle streghe del nostro tempo si
trovino molti aggiramenti, e la più parte contrari fra di loro?
Maravigliati piuttosto della potenza e sapienza di Cristo, che quello
che innanzi al suo avvenimento, il demonio maligno persuadeva ai re,
agli oratori, ed a' filosofi, come cosa grande, maravigliosa e degna
d'ogni sapienza, ora a pena lo può persuadere agli uomiciatti ed alle
donnicciuole, cioè che adorino lui, e che faccino quello che egli
comanda, e che quello che già palesemente si faceva in tutto
l'universo, per tutte le nazioni, come cosa onorevole e degna di lode,
ora si faccia appresso di pochi, di nascosto, ed in luoghi remoti e
solitari, come cosa brutta e piena di vituperio. E considera (quello
sopra tutto degno della gloria divina) il fondamento della fede
Cristiana esser tanto fermo e saldo, che il demonio maligno non vuole
che le streghe abbino affare seco, se prima non rineghino la fede
nostra, non sprezzino i sacramenti, e non calpestino l'Ostia
salutifera. In questa guisa il nimico di Dio e degli uomini vuole che
quelli che lassano la nostra religione piglino i principj de' suoi
sacrilegj. E questo perchè non possono stare insieme il vero e 'l
falso, la luce e le tenebre, e la religione e la superstizione. Ma
parmi che ora mai ti potrai chiarire di quello che abbiamo ragionato
per la via. Eccoti la Strega alle scale della chiesa, che parla con
Dicaste.
AP. Dio vi salvi.