INTERLOCUTORI

APISTIO, FRONIMO, STREGA e DICASTE.

APISTIO. Fronimo, dove corrono là tante persone per la piazza

dell'erbe?

FRONIMO. Accostiamoci un poco, che intendiamo la cagione di tanto

concorso; poca può essere la perdita di sì pochi passi.

AP. Non saranno pochi se andiamo insino alla chiesa che si è

cominciata alla Vergine madre di Dio, a cui si è dato il nome di santa

Maria de' miracoli; però che ci si fa più d'un miglio. Parmi di vedere

alcuni di quella compagnia che si hanno eletto la stanza a detta

chiesa; però m'imagino che tutti quelli che noi veggiamo vadano colà.

FR. Credo che tu dichi il vero, perchè, s'io non m'inganno, ho visto

fra la moltitudine de' fanciulli, i famigli che servono al vicario del

vescovo; ma che danno ce ne può egli mai avvenire d'andare in fin

colà? anzi più tosto credo io ci sarà utile, se non grande, almanco

tanto che, quando torneremo, aremo voglia di mangiare; ma forse che

porterà la spesa, che saria facil cosa intendessimo qualche novità,

perchè io penso che sia presa una strega, e che tanto popolo insieme

con i fanciulli corra a vederla.

AP. Oh, abitano streghe in questi luoghi? certo che per vederla non mi

sarebbe grave l'andar dieci miglia.

FR. Se dunque tu non n'hai mai viste, ora potresti vederne.

AP. O s'egli avvenisse che io potessi trovare uno uccello che già con

tanta diligenza ho cerco, nè mai ritrovato?

FR. Che uccel di' tu?

AP. La strega.

FR. Burli, Apistio?

AP. Credimi ch'io dico da vero e non burlo, che il vedere una volta

quello che non videro mai gli antichi, debbe esser caro ad ognuno, e

massimamente a chi è curioso.

FR. Adunque tu non sai quello che sa tutto uomo?

AP. Credi ch'io voglia attribuirmi d'aver notizia di quello che tanti

grandi uomini e dotti affermarono non aver mai potuto nè pigliare, nè

sapere quel ch'egli si fusse, se alcuni però mai ne presono?

FR. Che cosa?

AP. L'uccello Strega, perchè ancora che io abbia letto:

L'infami con la carne ali di Strega; [De lib. de trasf.]

Che il timido assiuol, che la notturna

Strega si lagna, e suona in mesti lai. [Da Lucano.]

e quell'altro:

E 'l tristo augurio d'infelice Strega

E 'l cor de l'assiuol mesto e doglioso. [Dalle tragedie di Seneca.]

e ancora:

Gl'interior cavati a viva Strega.

Avvenga ch'io sappia ancora solersi mandare anticamente per

maledizioni, nondimeno quel che sia, e che natura ell'abbia, non lo

so: e Plinio si pensa che sia favoloso quel che si trova scritto delle

streghe, che mettino le lor poppe in bocca a' bambini, e dice invero

non sapersi che uccello sia la strega.

FR. Maravigliomi, vedendoti pratico ne' poeti, che tu non abbi letto

come anticamente le streghe si solevano cacciare dagli usci con una

mazza di spina bianca, e che sono uccelli ingordi col corpo grosso e

gli occhi fissi, incavati, il becco torto, le penne macchiate di

bianco, e l'ugne adunche, e che si chiamano streghe dall'orribile

stridire che fanno di notte: vedi adunque che pur si trova scritto

come ella si chiami, e perchè, e qual natura, e qual forma sia la sua.

AP. Tutto intendo, ma queste streghe son forse d'un'altra sorte, e di

natura diversa, perchè si dice che queste bevono il sangue de'

bambini, e non che gli munghino le lor poppe in bocca; onde disse

colui, [Ovidio]

Volan' di notte, e i pargoletti figli

Guastano in culla a le nutrici assenti,

Gli ingordi petti empiendo e i crudi menti

Del sangue nostro tinti, e i fieri artigli.

E che queste cose siano state osservate in fino al tempo degli eroi,

mi muovono a crederlo quei versi:

Venner di Proca drento a l'ampio tetto,

Di poco nato il figlio ivi trovaro

Lasciato loro in preda, e 'l miser petto

Votar di sangue, empiendo il ventre avaro.

Gridando aiuto l'infelice astretto

Tra crude man, là corse al grido amaro

La nutrice smarrita, e 'l figlio vede

Guasto che tardi omai soccorso chiede. [Ovidio]

Non ti pare egli che quei versi, tanto diversi in fra di loro,

dimostrino ancora la natura diversa e contraria delle streghe? Quelli

si poteva giudicare che fussino uccelli amorevoli, facendo l'uffizio

della balia, e questi altri si può dire che siano molto nocevoli, che,

bevuto il sangue de' fanciulli, gli facciano morire.

FR. A me più tosto pare che sia fabuloso l'uno e l'altro, ovveramente

se alcuna verità è nascosta sotto la favola, credo che non manchino

tal sorta d'uccelli, nè mai sieno stati trovati, ma canzona, e baia

che

Trasfigura in uccel la sciocca vecchia.

Penso ben più tosto, che quelli stessi uccelli per opera di demonj

maligni apparischino in forma di balia che cerchi d'ingannare, e tanto

più che quel demonio falsamente creduto Iano insegnò il rimedio del

fascino, tre volte toccando gli usci, e altrettante segnando i sogli

con foglie d'arbatro, spargendo l'acqua su l'entrata, e l'altre cose

macchinando che non erano sacre, ma portenti esecrabili, avvenga che

anco i medici ne parlino, onde si legge quello:

In oltre se la Strega a notte oscura

Preme in bocca il veleno al picciol figlio

Mungendo l'empia a sè la mamma impura; [Da Quinto Sereno.]

e così usano di fare le streghe del nostro tempo; quando si dice che

son portate al giuoco di Diana, guastano i fanciullini nati di poco

che piangono nelle culle, di poi gli soccorrono col rimedio; le quali

cose mi pare che abbiano avuto origine da queste, e che eziandio il

nome loro sia derivato da quelle, conciossiachè le donne che fanno tal

eccesso, appresso di noi, e per tutto abbiano avuto il nome di strega.

AP. Parmi adunque, Fronimo, che tu sia ingannato dal medesimo errore

che sono aggirati la maggior parte de' nostri, credendo tu per vere le

cose che sono dette dal volgo: io non so che donnicciuole si siano

queste che volano a' conviti, e agli abbracciamenti delle fantasime

nella notte più oscura, dalle quali sian guasti i bambini.

FR. Non dir così, perocchè quello che hanno per cosa certa molti

uomini dotti, esperti e dotati di buoni costumi, e che apertamente lo

confessano, non debbe credersi che sia errore.

AP. Certo che io non sono mai stato fatto capace a credere queste

cose.

FR. Per che ragione?

AP. Perchè mi par cosa da ridere, che fatto un circolo, e untosi il

corpo con esso uno unguento, non so in che modo, e dette mormorando

non so che parole, si mescolino coi demonj e che quelle ribalde

cavalchino la notte sopra quel legno, col quale si concia il lino e la

canapa, sopra capre, sopra becchi, o sopra montoni, e che altre siano

portate per l'aria più veloci che il vento. E che si trovino nelle

congreghe di Diana e delle Erodiadi a scherzare, mangiare, bere, e a

pigliare disonesti piaceri. Ma avvertisci che come io ho inteso, non

vi vanno tutte ad un medesimo modo; imperocchè dicono alcune esser

portate per la più alta regione dell'aria, altre più presso a terra, e

altre affermano andarvi con l'animo e non col corpo, e essere posate

sopra il lago Benaco in monti altissimi: meravigliomi che non abbino

detto sopra il monte Micala a star con Talete, o sopra Mimante con

Anassagora. Alcune altre dicono esser portate all'arbore di Benevento,

oggi detta (se io non mi inganno) la noce di Benevento. [Da Cice. de.

le. de. le. II.] Ma quale è la causa che non son poste più tosto

nell'Arpinate, essendoci pur più vicino alla quercia di Mario? e se

non grava loro l'andar più lontano, perchè non vanno elleno alla

quercia d'Alessandro nel Cheronesso? In oltre si dice che abbiano a

fare coi demonj, li quali essendo (pur come io credo) senza corpo,

come possono esser tocchi? Che libidine, e in che modo possono le

donne di carne con una certa loro imagine vana pigliare diletto? Le

fantasime so io che sogliono scherzar coi morti, ma non già con vivi.

FR. Credo che se io manderò a terra i tuoi argomenti, che tu cederai.

AP. Certo sì.

FR. È cosa d'uomo ragionevole lasciarsi persuadere e fermarsi, per le

ragioni, per gli esempj, per l'autorità de' maggiori, confermata dal

comune parere. E questo tanto più si appartiene a chi ha ingegno, e

che ha dato opera alle lettere: se io adunque per i tuoi medesimi

fondamenti ti farò credere quello di che ti fai beffe, che dirai?

AP. Arrenderommi, e porgerotti le mani.

FR. Credo che mi doverai porgere anco i piedi.

AP. Non nelle pastoie.

FR. Cotesto non desidero già io, ma sì bene che tu venga nel parere

mio (come si suol dire) e con le mani e coi piedi. Questo arei caro

che facilmente mi succedesse.

AP. Ogni cosa potrebbe essere, se mi attenderai quello che ti presumi.

FR. Parmi vedere per i ragionamenti passati, che tu abbia molto bene

per le mani i poeti, e similmente la filosofia.

AP. Cotesto non mi attribuisco io d'avere i poeti su per le dita;

perciò che è tanto il fare professione di tal cosa, che chi non sa

niente non debba attribuirsela; perchè principalmente bisognerebbe

avere la lingua greca e la latina, dipoi sapere i profondi sensi della

più nascosta filosofia, delle quali cose è pieno il poeta, e

massimamente Omero, il quale intendo essere stato dichiarato con gran

comenti da Aristotile, e da alcuni altri filosofi stoici. Intendo

ancora Plutarco essersi sforzato di mostrare in un libro assai ben

grande, che quel cieco ebbe ogni scienza, ogni arte, e finalmente che

seppe tutte le cose umane e divine; per la qual cosa, così come io

nego d'aver quella tal cognizione, così ancora confesso che alle

volte, quando ho avuto tempo, mi sono esercitato fra loro, ma solo per

aver notizia delle lingue, per cavarne (sendo pur anco occupato in

altro) alcuni ammaestramenti accomodati a' costumi, per non parere

dipoi nel cerchio degli amici ignorante delle lettere, quando vien

occasione di parlare. Se io non ho avuta quella filosofia che è

nascosta in loro, l'ho almanco tocca, e (come si suol dire) l'ho

gustata con la sommità delle labbra.

FR. Non stimo che tu dica questo nè per arroganza, nè per ironia, ma

per la verità, la quale è posta da Aristotile nel mezzo di quei duoi

vizj: però che tu non fingi di non sapere nulla, nè anco ti vanti di

saper ogni cosa, e quel che dici della cognizione de' poeti non

repugna al vero; perchè Platone stesso, e Aristotile son pieni

d'autorità d'Omero, d'Esiodo, di Simonide, di Pindaro, d'Euripide, e

d'altri poeti; però dubito che tu finga non avere quella filosofia che

hai abbracciata: laonde io giudico che tu abbia molte più cose

riposte, che non mostri in apparenza.

AP. Abbiamo alle volte da natura, senza studio nissuno, o le virtù, o

le cose simiglianti a quelle.

FR. Per questa risposta mi hai dato maggior sospetto.

AP. Che sospetto?

FR. Che io dubito parlare con un filosofo; pur nondimeno io lo lascerò

da banda, dando principio al nostro ragionamento; se vuoi però

promettermi di rispondere a quello che ti domanderò circa la prima

disputa.

AP. Prometto risponderti.

FR. Hai tu mai letto appresso d'Omero, quando Ulisse andò a' popoli

cimmeri?

AP. Certo sì, a quella gente che abita nell'aria caliginosa e nera,

dove il sole mai non arriva coi raggi.

FR. Che vi fece?

AP. Molte cose.

FR. Non sono eglino questi i versi, a dirli nella nostra lingua?

Io dal fianco la spada trassi allora,

E una fossa cavar mi presi cura

Ivi sotterra un gomito a misura,

Spargendo i sacrifizj a l'ombre fuora. [Dell'xi dell'Odissea.]

Tu hai detto benissimo e 'l senso, e le parole.

FR. I giuochi, e i balli di Diana con le Ninfe sue compagne, credo che

tu gli abbia trovati scritti più d'una volta.

AP. Credi bene.

FR. Così anco che tu abbia letto l'abboccamento di Venere e di

Anchise; e come in quei tempi antichi dicevano molti eroi esser nati

dai lor bugiardi Dei.

AP. E cotesto anco ho visto più volte.

FR. Quelli che al tempo degli eroi, si dicevano essere stati in

pregio, ingannavano in vari modi gli uomini dati alla vita rustica, e

pastorale, come erano la maggior parte di loro;, in questa guisa

parimente avea quel demonio in forma di Tetide (creduta da quelle

genti dea marina) ingannato Peleo pastore, il quale come cantò quel

Poeta. [Ovidio.]

Poco lontan dalla cittade intento

Sol dietro a quella in una ombrosa valle

Lasciò il bel gregge suo, lasciò l'armento.

E acciocchè manco s'accorgesse dell'inganno gli fu insegnato da un

altro demonio che pigliava diverse effigie, chiamato Proteo, in che

modo avessi a fare a pigliare Tetide, che

La strega, ovvero, degli inganni de' demoni: dialogo · 第 14 / 67 题