CAPITOLO III.

_Il Re Ruggiero prosiegue la guerra con Innocenzio: morte d'Anacleto,

seguita poco da poi da quella di Lotario Imperadore, e di Rainulfo Duca

di Puglia: Ruggiero ricupera le città perdute; e tutte queste province

col Ducato napoletano al suo Imperio si sottomettono. Innocenzio

è fatto prigione, e pace indi seguita tra lui e 'l Re, al quale

finalmente concede l'investitura del Regno._

Espugnata da' Pisani Amalfi, e gli altri luoghi di quel contorno,

ordinò Lotario a' medesimi, che andassero ad oste a Salerno, alla

quale impresa fece anche venir da Napoli il Duca Sergio, e da Capua il

Principe Roberto, ed egli v'inviò il Duca Rainulfo con mille de' suoi

Alemanni; dalle quali genti insieme unite, fu strettamente Salerno

assediato.

Era questa città difesa da Roberto Cancelliero del Re Ruggiero, il

quale non teneva altra milizia per difender quest'importante Piazza,

che solo quattrocento soldati con alcuni Baroni de' circonvicini

castelli; ma al picciol presidio suppliva la fede e l'amor de'

Salernitani verso Ruggiero, i quali per essere stati lungo tempo

sotto il dominio di quel Re, gli erano come a loro antico Signore

fedelissimi. S'aggiungeva ancora la gratitudine per la quale erano

tanto obbligati a questo Principe, da cui sopra tutti gli altri erano

stimati, ed in gran pregio tenuti, avendo scelta tra tutte le città

di questo Regno, Salerno per fede della sua regal Corte; e siccome

nell'isola di Sicilia egli avea posta la sua residenza in Palermo,

così quando era obbligato per gli affari di queste province di passare

il Faro, non altrove, che in Salerno faceva dimora. Per le quali

cagioni con molto valore si difendevano dagli insulti degli assalitori;

tanto che i Pisani, sperimentata la loro fortezza, per vincer la loro

costanza fecero comporre una macchina per isforzar le mura della città,

della quale ebber tanto spavento i Salernitani, che cominciarono a

disperar della difesa; onde essendo sopraggiunti all'assediata città

il Pontefice e l'Imperadore, i Salernitani inviando a Cesare loro

messaggi si sottoposero a lui, con condizione, che i soldati stranieri

potessero girne ove lor meglio gradiva, onde alcuni d'essi partirono,

ed altri insieme co' Baroni e Capitani, che colà erano, si ritirarono

alla Rocca della città, valorosamente mantenendola sotto il dominio

del lor Signore. I Pisani avendo saputo essersi i Salernitani resi

all'Imperadore, ed essere stati da lui ricevuti senza dirne nulla

a loro, sdegnati fieramente di tal dispregio, arsero tantosto le

macchine, che avean composte per espugnar Salerno, ed apprestati lor

legni volevan ritornare a Pisa; e l'avrebber posto ad esecuzione se il

Pontefice, cui molto premea la loro alleanza, non gli avesse con molte

preghiere, e con larghe promesse trattenuti; ma sì fatta discordia

cagionò, che non s'espugnasse la Rocca, la quale perciò rimase alla

divozione di Ruggiero.

Maggiori furono le discordie, che nacquero per questa stessa cagione

tra l'Imperadore ed Innocenzio, pretendendo questi la città di Salerno

appartenersi alla romana Chiesa, e sebbene finora non si sappia per

qual particolar ragione, con tutto ciò si vede che Gregorio VII non

volle in conto alcuno investirne Ruggiero, siccome nè tampoco gli

altri suoi successori, per questo istesso che pretendevano quella città

alla Sede Appostolica appartenersi; ma Lotario opponendosi fortemente

a tal dimanda, fece che Innocenzio s'acchetasse[508], non volendo

quest'accorto Pontefice romper con lui in vantaggio di Ruggiero, il

quale da queste discordie avrebbe per se ritratto maggior profitto: non

fu però che Innocenzio non sentisse di ciò grave dispiacere, e che non

cominciassero perciò gli animi ad alienarsi da quella concordia, nella

quale prima erano uniti.

Partirono alla fine (credendo aver terminata la loro spedizione)

da queste nostre province Innocenzio e Lotario, il quale avendovi

lasciato Rainulfo suo Capitano con molti altri Ufficiali perchè

potesser opporsi a Ruggiero, e mantener gli acquisti fatti, se ne

andò col Pontefice in Roma, e di là per la via di Toscana prese il

cammino per Alemagna[509]. Ma Ruggiero, che infino ad ora cedendo

all'impeto di tante procelle, aspettava tempo migliore per riacquistar

in uno tratto il perduto, appena ebbe avviso, che Lotario erasi dalla

Campagna partito, che ragunò in Sicilia una grossa armata; e come

intese ch'egli era in Roma per passar in Alemagna, calò prestamente

in Salerno colla sua armata[510]. Tosto si rese questa città al suo

antico padrone, e di là gitone ad oste a Nocera, la ripose tantosto

sotto il suo dominio, ed il somigliante fece di tutte le terre colà

d'intorno, di cui era Signore il Duca Rainulfo. Indi andò sopra Capua,

e fieramente sdegnato col Principe Roberto per essere stato il primiero

istrumento della venuta di Lotario in Italia, quella prese a forza, e

vi fece dare uno spaventevole sacco. Andò poscia col vincitore esercito

in Avellino, e quello preso con tutti i circonvicini luoghi, verso

Benevento avanzossi. I Beneventani sgomentati anch'essi per la felicità

di Ruggiero mandarono parimente a sottoporsi a lui, e lasciando il

partito d'Innocenzio, al quale poco anzi aveano giurata fedeltà,

aderirono ad Anacleto per far cosa grata al Re, il quale venuto,

passò poi a Montesarchio, che tantosto se gli rese: indi entrato

nella Puglia cominciò con molto valore a sottoporsi molte città della

medesima. Il Duca Rainulfo, come vide Ruggiero entrato nella Puglia,

ragunò dalle città di Bari, Trani, Melfi, e da Troja 1500 valorosi

soldati, e s'avviò contro Ruggiero, disposto di voler piuttosto morire

combattendo, che cedere vilmente al nemico.

Intanto erano pervenuti a notizia d'Innocenzio i progressi di

Ruggiero, e vedendo lontano l'Imperadore, e che non vi era da fondar

molta speranza nè nel Duca Rainulfo, nè ne' Capitani di Cesare,

pensò di mandare al Re Bernardo Abate di Chiaravalle, al quale

diede in incombenza di trattar la pace, e di ridurre in concordia

il Re col Duca; ma riuscite vane le pratiche di Bernardo in que'

tempi molto riguardevole e per la sua dottrina, e molto più per la

santità della vita, vennero il Duca ed il Re alle mani, e pugnatosi

vigorosamente, restò in questo incontro Ruggiero perdente; ma niente

però importandogli tal perdita, ritirato in Salerno, rinvigorisce

le sue truppe per di nuovo invadere la Puglia. Non lasciava però

l'Abate di Chiaravalle di trattar continuamente col Re per ridurlo

in pace col Pontefice; e finalmente ottenne da lui, che venissero

tre Cardinali d'Innocenzio, e tre altri d'Anacleto innanzi a lui,

perchè udite le ragioni d'amendue, avrebbe poi deliberato quel che

gli fosse paruto più convenevole. In effetto Innocenzio gli mandò il

Cardinale Aimerico Cancelliere di S. Chiesa, ed il Cardinale Gherardo

uomini di molta autorità, insieme coll'Abate Bernardo; ed Anacleto

gli mandò similmente tre altri suoi Cardinali, quali furono Matteo

parimente suo Cancelliere, Gregorio, e Pietro Pisano uomo riputato

in questi tempi di molta eloquenza e dottrina, e molto versato nella

Sacra Scrittura[511]. Giunti in Salerno, volle il Re per più giorni

sentirgli; indi ragunato tutto il Clero salernitano, e buona parte

del suo Popolo coll'Arcivescovo Guglielmo, e gli Abati de' monasteri,

postasi la cosa in deliberazione ed in iscrutinio, non si venne mai

a conchiuder per opra di Ruggiero, il quale, secondo narra Falcone

beneventano, proccurava tirar in lungo queste ragunanze per trattenere

con questi trattati di pace Innocenzio ed il Duca Rainulfo, affinchè

intanto potesse egli rifarsi de' danni patiti, ed unir nuovo esercito.

L'Abate di Bonavalle ed il Cardinal Baronio narrano altrimenti il fatto

di ciò che ne scrisse Falcone Autor contemporaneo: dicono aver solo

Bernardo con Pietro Pisano trattato quest'accordo con Ruggiero, e che

sebbene Pietro restasse convinto dalle ragioni di Bernardo, il Re però

non volle unirsi mai con molta pertinacia ad Innocenzio, tanto che

obbligò l'Abate di Chiaravalle a partirsi di Salerno, e di ritornare

in Roma. Che che ne sia, Ruggiero senza conchiuder niente se ne partì

ancora, e salendo su la sua armata andò in Sicilia, per ritornare in

Puglia con eserciti più numerosi.

Ma ecco mentr'egli dimorava in Sicilia, in quest'anno 1138 a' 7 di

gennaro accadde in Roma purtroppo opportunamente la morte d'Anacleto,

la qual fece, che questo scisma, che per otto anni avea travagliata la

Chiesa si spegnesse. I figliuoli di Pier Lione, e gli altri seguaci

d'Anacleto tosto avvisarono al Re la morte del lor Pontefice, con

dimandargli se e' reputava espediente, che se gli creasse successore.

Ruggiero, a cui premeva di nudrire simili discordie, perchè il partito

d'Innocenzio, al suo contrario, non molto s'avanzasse, rispose che

tosto lo creassero: siccome in fatti i Cardinali del partito d'Anacleto

unitisi insieme, elessero per successore Gregorio Romano Cardinale

de' Santi Appostoli, a cui posero nome _Vittore IV_. Ma in questo

incontro fu tale l'opera dell'Abate Bernardo, che alle sue persuasioni

così Vittore, come i suoi Cardinali che l'elessero, si sottoposero ad

Innocenzio, ed avendo deposto Vittore tutte le insegne del Papato a'

suoi piedi, s'estinse del tutto lo scisma[512] laonde i Romani cotanto

si lodarono di Bernardo, che per onorarlo gli diedero perciò il nome di

Padre della lor patria; ma egli che faceva profession di Santo, avendo

a noja gli onori di questo Mondo, partendosi di Roma, in Francia, al

suo monastero di Chiaravalle, fece ritorno. Pietro Diacono[513] che

appunto qui termina la sua Giunta alla Cronaca di Lione Ostiense narra

in altra guisa il fatto: dice che Innocenzio per mezzo d'uno grosso

sborso di denari che diede a' figliuoli di Pier Lione, ed a coloro

che gli aderivano, gli trasse alla sua parte: onde i Cardinali, che

aveano eletto Vittore, destituti d'ogni ajuto, per dura necessità si

sottoposero ad Innocenzio. Vi è chi lo scusa, anche ammesso ciò per

vero, dalle colpe di simonia, allegando altri consimili esempli, come

fece l'Abate della Noce in questo luogo.

Innocenzio veduti racchetati gli affari di Roma, e libero da tali

discordie, rivolse tutti i suoi pensieri contro Ruggiero, ed alla

guerra della Puglia; onde gitone ad Albano ragunò grosso esercito per

unirsi col Duca Rainulfo: dall'altra parte il Re avendo parimente unite

le sue truppe, passò dalla Sicilia a' confini della Puglia per riporre

sotto il dominio le rimanenti città di quella provincia. Non mancò il

Duca Rainulfo d'opporsi, ma invano, onde il Re all'impresa di Melfi

voltò tutti i pensieri, ma non potendo espugnarla per la valida difesa,

prese tutti i castelli d'intorno, e dopo ciò tornato a Salerno quindi

partissi di nuovo per Sicilia.

Accadde in quest'istesso anno 1138 nella Valle di Trento la morte di

Lotario Imperadore: Principe oltre al valor delle armi, dotato di molte

virtù, e soprattutto amator delle lettere e del giusto: e merita esser

sopra tutti gli altri rinomato, per essersi a' suoi dì restituito

in Italia lo splendor delle leggi romane, e permesso che quelle si

insegnassero nell'Accademie d'Italia. Cagione, che da poi col correr

degli anni riacquistassero tanta autorità, e che si rendessero cotanto

chiare e luminose, che oscurate le altre leggi delle altre Nazioni oggi

sono la norma di tutte le Genti, e nell'Accademie meritamente tengono

il primo luogo e per le quali la più illuminata parte del Mondo si

governa. Ed è ben degno, che dagli amatori della legal disciplina sopra

tutti gli altri venga d'immense lodi commendato.

Fra gli Elettori dell'Imperio occorsero gravi contese per rifar il

successore. Aspiravano al soglio Corrado Duca di Suevia suo nepote, ed

Errico di Baviera suo genero; ma finalmente escluso Errico fu Corrado

innalzato a sì grande dignità, e fu salutato Imperadore da' Duchi,

Principi, Marchesi e da tutti i Grandi dell'Imperio, non essendosi

ancora ristretta quest'autorità a' soli sette, come si fece da

poi[514].

Dall'altra parte Innocenzio, cui non altra cura premeva, che di

abbattere il partito di Ruggiero, avendo nell'entrar dell'anno 1139

fatto convocare un Concilio in Roma, scomunicò ivi di nuovo Ruggiero,

e tutti coloro, che avean seguite le parti d'Anacleto[515]. Ma fulmine

assai più ruinoso sopravvenne ad Innocenzio non guari da poi; poichè

nell'ultimo giorno d'aprile il Conte d'Avellino e Duca di Puglia, che

con sì fiera e continua guerra avea travagliato il Re suo cognato,

ammalandosi d'una grave malattia morì in Troja di Puglia, e fu dal suo

Vescovo Guglielmo e da' suoi cittadini, dolorosissimi della sua morte

con molte lagrime nel Duomo sepolto.

Pervenuta in Sicilia la novella della sua morte, quanto contento

apportasse al Re Ruggiero non è da dimandare: egli allora tenne per

finita la guerra; onde uniti prestamente i suoi soldati passò in

Salerno[516]; ed ivi congregati tutti i Baroni, che seguivano la sua

parte, andò a Benevento, indi avendo soggiogati molti luoghi del Conte

d'Ariano, il quale fuggì a Troja, prese parimente in breve tempo tutte

le città e castelli di Capitanata. Ebbe il Re, come dicemmo, tra gli

altri suoi figliuoli natigli da Alberia sua prima moglie, Ruggiero

primogenito, il qual perciò fu da lui creato Duca di Puglia: questi

pareggiando il valor del suo padre, ch'era passato all'assedio di

Troja, soggiogò da poi tutti gli altri luoghi della Puglia, tanto que'

posti infra terra, quanto quegli ch'erano alla riviera del mare[517]:

la sola città di Bari, ch'era allor valorosamente difesa dal Principe

Giaquinto non potè avere in sua balìa; onde egli disperando della resa,

prese consiglio d'andarsene al Re suo padre, che stava campeggiando la

città di Troja. Era questa città difesa da Ruggieri Conte d'Ariano,

che colà con grosso numero di soldati erasi rifugiato, difendendola

egli con molta ostinazione, obbligò il Re a partirsi dall'assedio, il

quale unitosi col figliuolo volse i suoi eserciti verso Ariano, facendo

preparar molte macchine di legno per espugnarla.

Intanto Papa Innocenzio avendo intesa la rea novella della morte del

Duca Rainulfo, ed i felici progressi del Re in Puglia, non volendo

lasciar que' luoghi senza difesa, ragunate le sue truppe, e messosi

alla testa delle medesime, uscì da Roma, e venne a S. Germano.

Ruggiero che per questa spedizione di Innocenzio veniva frastornato

nel meglio de' suoi progressi tentò, prima di venir con lui alle

armi, se potesse riuscirgli di placarlo con dimandargli pace, inviò a

questo fine suoi Messi offrendosi pronto ad ogni suo volere. I Messi

furono ricevuti cortesemente da Innocenzio, il quale mandò altresì

a Ruggiero due Cardinali ad invitarlo, ch'egli venisse a S. Germano

per potere con effetto pacificarsi insieme. Il Re era allora tornato

di nuovo all'assedio di Troja, ed avendo ricevuti onorevolmente i

Cardinali, levatosi da quell'assedio insieme cui Duca suo figliuolo

s'avviò prestamente a S. Germano: fu per otto giorni[518] maneggiato

quest'affare; ma essendosi Innocenzio ostinato a pretendere la

restituzione del Principato di Capua al Principe Roberto, e non

volendo il Re a cotal fatto in modo alcuno consentire, fu disciolto

ogni trattato, ed avendo ragunati i suoi soldati partì da S. Germano.

Il Papa intesa la sua partita se ne andò colle sue genti al castello

di Galluccio, cingendolo di stretto assedio: la qual cosa venuta

incontanente a notizia del Re, ritornò velocemente indietro, e giunse

improviso a S. Germano; per la cui presta venuta il Pontefice, ed

il Principe Roberto ch'era con lui, fur percossi da subito spavento

in guisa tale, che senza alcuno indugio si tolsero dall'assedio del

castello di Galluccio per ritirarsi in luogo sicuro; ma il Re inviò

subito il Duca di Puglia suo figliuolo con ben mille valorosi soldati,

acciocchè tendendogli aguati assaltasse per lo cammino il Pontefice.

La qual cosa mandata felicemente ad effetto, andò la bisogna in modo,

che fur rotte e poste in fuga le genti papali, ed Innocenzio istesso

non senza ingiurie e dispregi fu condotto prigioniero al Re insieme

col Cancelliere Almerico, e con molti Cardinali, ed altri uomini di

conto, ponendosi anche i vittoriosi soldati a rubar i ricchi arnesi

del Pontefice, ove fu ritrovata grossa somma di moneta, salvandosi solo

colla fuga Roberto Principe di Capua.

Ecco a qual fine infelice han sempre terminate le spedizioni de'

Pontefici contro i nostri Principi, ed ecco il frutto che han sempre

ritratto, quando deposto il proprio mestiere, han voluto a guisa de'

Principi del Mondo alla testa d'eserciti armati coprirsi di elmo in

vece di tiara, e vestir di corazza in vece di stola e di dalmatica.

Questo memorando avvenimento succedette li ventuno di luglio di

quest'anno 1139[519] come ben pruova l'avvedutissimo Pellegrino[520]

contro quello che il Baronio, e D. Francesco Capecelatro scrissero,

i quali non intendendo il luogo di Falcone, scrissero la prigionia

d'Innocenzio esser succeduta a' dieci di questo mese. Nè lascerò qui di

dire, conforme molto a proposito avvertì il medesimo Capecelatro nella

sua Istoria de' Re normanni, ch'è tra le moderne la più accurata di

quante mai narrano i successi di questi Re, esser manifesto l'errore

di coloro, che questa rotta e prigionia d'Innocenzio scrissero esser

avvenuta nel principio del suo Pontificato e tutta altrimente di quel,

ch'ella avvenne, e che perciò si cagionasse lo scisma d'Anacleto;

poichè gli Autori contemporanei, e quei che poco da poi mandarono

alla memoria de' posteri questi successi, in quest'anno e nel modo

che s'è narrato la rapportano, come la cronaca di Falcone antichissimo

Scrittor beneventano, l'Anonimo Cassinense, le Istorie dell'Arcivescovo

Romualdo e di Ottone Frisingense, e le molte lettere scritte sopra

tal materia da S. Bernardo Abate di Chiaravalle: per l'autorità di sì

gravi e vecchi Scrittori il Cardinal Baronio, il riferito Capecelatro,

e l'incomparabile critico de' nostri fatti Camillo Pellegrino in tal

guisa rapportano questi avvenimenti.

Ma non meno per questa prigionia d'Innocenzio, che per quella di

Lione, rilusse la pietà de' Normanni verso la Sede Appostolica;

ancorchè Ruggiero, secondo ciò che dettavano le leggi della vittoria,

avesse potuto trattar Innocenzio come suo prigioniero, come si

sarebbe fatto ad ogni altro Principe del Mondo; nulladimanco non

sapendo egli distinguere differenti personaggi nel Pontefice, gli

rese tutti quegli onori, che sono dovuti al Vicario di Cristo: gli

mandò suoi Ambasciadori a chiedergli perdono, e a pregarlo che si

fosse pacificato con lui. Innocenzio vinto più da questa generosità

e grandezza d'animo di Ruggiero, che dalla sua forza, consentì

volentieri alle sue dimande: e ben presto dopo quattro giorni[521]

nel dì che si celebrava la festività di S. Giacomo fu presso Benevento

la pace conchiusa. Per parte del Papa si tolsero tutte le scomuniche

fulminate contro Ruggiero, e contro i suoi aderenti: onde il Re col suo

figliuolo Ruggiero andarono a mettersi a' suoi piedi e a riconoscerlo

per vero Pontefice; e gli giurarono perciò ambedue sopra i santi

Evangeli fedeltà così a lui, come a tutti i Pontefici suoi successori

legittimamente eletti, e gli si resero ligj, con promettergli il solito

censo di 600 schifati l'anno e di restituirgli Benevento. All'incontro

il Papa consegnandogli di sua mano lo stendardo, come allor si

costumava, l'investì del Reame di Sicilia, del Ducato di Puglia e del

Principato di Capua, riconoscendolo per Re, e confermandogli tutti

quegli onori e dignità che a' Re s'appartengono.

L'investitura spedita dal Pontefice sopra ciò, fu trasportata dai

registri della libreria di S. Pietro di Roma dal Cardinal Baronio, e

si legge ne' suoi annali[522]; nella quale occorrono più cose degne

d'essere osservate. Primieramente dice Innocenzio, ch'egli calcando

le medesime pedate de' suoi predecessori, ed avendo avanti gli occhi i

meriti di Roberto Guiscardo e di Ruggiero suo padre, i quali con tanti

sudori e travagli aveano estirpato dalla Sicilia, e da queste province

i Saraceni implacabili nemici del nome Cristiano, s'erano resi degni

d'immortal fama; gli confermava perciò il Regno di Sicilia a lui dal

suo antecessore Onorio investito, con la preminenza di Re, e con tutti

gli onori e dignità Regali; aggiungendo ancora il motivo e la ragione

per la quale doveasi Ruggiero possessore di quell'isola innalzare al

titolo di Re, e la Sicilia in Regno, che è quell'istessa che rapporta

l'Abate Telesino, perchè anticamente quell'isola ebbe le prerogative di

Regno, e' propri suoi Re che la dominarono: _Regnum Siciliae_ (sono le

sue parole) _quod utique, prout in antiquis refertur historiis, Regnum

fuisse, non dubium est, tibi ab eodem antecessore nostro concessum

cum integritate honoris Regii, et dignitate Regibus pertinente,

Excellentiae tuae concedimus, et Apostolica authoritate firmamus_;

reputando con ciò fra le altre potestà de' sommi Pontefici esser

quella d'ergere, o restituire i Reami, e' Regi, e tanto maggiormente

in quello di Sicilia, della quale i predecessori di Ruggiero dalla Sede

Appostolica ne furono investiti.

Gli conferma l'investitura del Ducato di Puglia, che dal suo

predecessore Onorio eragli stata data; e del Principato di Capua,

vivente ancora il Principe Roberto, che ne fu spogliato; e quando

prima avea usati tanti sforzi per farglielo restituire, ora ne dà

l'investitura a Ruggiero, soggiungendo: _Et insuper Principatum

Capuanum integre nihilominus nostri favoris robore communibus,

tibique concedimus: ut ad amorem, atque obsequium B. Petri

Apostolorum Principis, et nostrum, ac successorum nostrorum vehementer

adstringaris_: pretendendo in cotal guisa giustificare per legittimo

l'acquisto fatto di questo Principato da Ruggiero _Jure belli_; e

non per altro fine, affinchè siano Ruggiero, e' suoi successori più

riverenti ed ossequiosi alla Sede Appostolica, non altrimente di

quello, che si dichiarò Gregorio VII nella sua investitura.

I. _Il Ducato napoletano, Bari, Brindisi, e tutte le altre città del

Regno si sottomettono al Re RUGGIERO._

Merita ancora riflessione di non essersi in questa investitura

fatta menzione alcuna del Principato di Salerno; poichè i Pontefici

romani, ancorchè non si sapesse per qual particolar ragione, sempre

pretesero questo Principato appartenersi alla Sede Appostolica, non

altrimente, che Benevento. Non si vede nella medesima nè pur nominato

il Ducato napoletano, onde vanno di gran lunga errati coloro, che

scrissero Innocenzio avere investito Ruggiero anche di Napoli: nè

possiamo non maravigliarci quando nell'Istoria Napoletana ultimamente

data fuori dal P. Giannettasio[523] leggiamo, che da questo punto

Napoli da libera Repubblica passasse sotto la regia dominazione di

Ruggiero; e l'Autore quasi dolendosi di questo fatto pel sentimento

che mostra d'aver perduta la sua patria il pregio di essere libera,

accagiona Innocenzio, come 'l permetesse, quando quella città

apparteneva all'Imperio d'Oriente; quasi che anche se fosse stato

vero il fatto, fosse cosa nuova de' Pontefici romani investire de'

Stati, che loro non s'appartenevano; e se ciò parvegli novità, come

non sorprendersene, quando vide da' Papi investire i Normanni della

Puglia e della Calabria, province, che a' Greci s'involavano, e sopra

le quali vi aveano non minori ragioni, che sopra il Ducato napoletano.

Questo Ducato passò a' Normanni non già per investitura datagli da'

romani Pontefici, ma per ragion di conquista, e per sommessione de'

Napoletani, come qui a poco diremo. Solo nella Bolla d'Anacleto, dopo

l'investitura del Principato di Capua si soggiunse: _Honorem quoque

Neapolis, ejusque pertinentiarum_; che non denotava altro che l'onore

d'esserne Duca, con restare la città con l'istessa forma e politia;

e solamente Pietro Diacono[524] scrisse, che Anacleto, oltre al

Principato di Capua investisse anche Ruggiero del Ducato di Napoli;

ma ciò che fece Anacleto, non volle Ruggiero dopo la pace fatta con

Innocenzio, che gli giovasse; e del Ducato di Napoli, siccome di quello

d'Amalfi, di Gaeta, del Principato di Taranto e di Salerno, non volle

altri che ve n'avesse parte se non la ragion della conquista, e la

sommessione de' Popoli.

In effetto, ritornando là donde ci dipartimmo, avendo Ruggiero dopo

questa pace, liberamente lasciata al Papa la città di Benevento,

mentre quivi dimorava, vennero i Napoletani sgomentati anch'essi della

felicità di Ruggiero a sottomettere la loro città al suo dominio, come

già prima avea fatto Sergio lor Duca. Questo Duca, se dobbiamo prestar

fede ad Alessandro Abate Telesino, molti anni prima avea sottomessa

la città di Napoli a Ruggiero, ma da poi pentitosi del fatto s'unì col

Principe Roberto e col Conte Rainulfo di lui nemici, e lungamente gli

fece guerra: tornò poi al partito di Ruggiero, tanto che militando

sotto le di lui insegne, nella battaglia che perdè Ruggiero presso

Salerno, restò morto con altri Baroni dalle genti di Rainulfo.

In quest'anno adunque 1139 sperimentando i Napoletani il valor di

Ruggiero si sottoposero stabilmente al suo dominio: ed essendo rimasi

per la morte di Sergio senza Duca, elessero col consentimento del Re

in lor Duca Ruggiero suo figliuolo[525]. Inveges, pruova Ruggiero,

non Anfuso essere stato eletto Duca. Il Pellegrino vuole, che fosse

Anfuso. Che che ne sia, ancorchè questo Ducato passasse sotto la

regia dominazione di Ruggiero, non volle però egli che si alterasse la

forma del suo governo e la sua politia, furono i medesimi Magistrati,

e le medesime leggi ritenute, e confermò alla città tutte quelle

prerogative e privilegi che avea, quando sotto gli ultimi Duchi,

sottratta all'intutto dall'Imperio d'Oriente, avea presa forma di

libera Repubblica; e per questa ragione osserviamo, che anche dopo

Ruggiero insino all'anno 1190 come il Capaccio[526], o qual altro

si fosse l'Autore della latina istoria napoletana, rapporta, vi

siano stati altri Duchi di Napoli, come un altro _Sergio_, ed un tal

_Alierno_, in tempo del quale fu conceduto a' negozianti d'Amalfi,

dimoranti in Napoli, quel privilegio rapportato da Marino Freccia,

e di cui fassi anche menzione nella riferita istoria. Non è però,

come stimarono alcuni, che Ruggiero gli lasciasse l'intera libertà,

a guisa d'uno Stato libero ed indipendente. Credettero così, perchè

rapporta Falcone beneventano, che Ruggiero dopo la presa di Troja e

di Bari nel seguente anno 1140 fece ritorno in Napoli, dove narra,

che fu da' Napoletani lietamente e con molta festa accolto, e con

tanta pompa e celebrità, che niuno Re, nè Imperadore fu giammai in

essa con tanto onor ricevuto: che il seguente giorno cavalcando per la

città, salito in barca passò poscia al castel di S. Salvatore posto

sopra una isoletta dentro del mare non guari da Napoli lontana, che

diciamo oggi il castel dell'Uovo per la sua figura, ed ivi essendo,

avendo a se chiamati li cittadini napoletani, con quelli _de libertate

Civitatis_, _et utilitate tractavit_, come sono le parole di Falcone,

dalle quali ingannati credettero, che i Napoletani quivi trattassero

con Ruggiero della libertà della loro città, quando, come ben dimostra

l'avvedutissimo Pellegrino[527], di niente altro trattò il Re, se

non dell'immunità e franchigia che pretendevano da lui i Napoletani,

che fu loro tosto da Ruggiero accordata; ed avrebbe potuto togliersi

da quest'errore il Capaccio per quell'istesso privilegio, ch'egli

adduce, dove i Napoletani concedendo libertà a' Negozianti del Ducato

d'Amalfi commoranti in Napoli, per libertà non intendono altro, che

una tal sorte di franchigia ed immunità, come da quelle parole: _Ut

sicut ista Civitas Neapolis privilegio libertatis praefulget, ita et

vos negotiatores, campsores, sive apothecarii in perpetuum gaudeatis_;

ma di qual libertà parlasi nel privilegio? _ut nulla condictio_, come

siegue, _de personis, et rebus vestris, sive haeredum, et successorum

vestrorum negotiatorum in Neapoli habitantium requiratur; sicut non

requiritur de Civibus Neapolitanis_.

Non fu dunque che lasciò Ruggiero il Ducato napoletano all'intutto

libero ed indipendente: lo lasciò bensì colle medesime leggi e

Magistrati, e con quell'istessa forma di Repubblica; il che non

denotava altro, se non la Comunità, non la dignità delle pubbliche

cose, come nel primo libro di quest'Istoria fu notato; nell'istessa

guisa appunto, che lasciolla Teodorico, quando ordinò, che godesse di

quelle stesse prerogative, che avea; onde si ha che Ruggiero lasciasse

la giurisdizione intorno all'annona a' Nobili ed al Popolo, che

sotto nome d'Ordini di Eletti, o Decurioni, ovvero Consoli venivano

designati; e la giurisdizione intorno alle cose della giustizia, il Re

la volle per se, come appunto fece Teodorico, che mandava i _Comiti_

ad amministrarla, costituendovi ora Ruggiero il Capitanio col Giudice,

siccome nell'altre città e castelli del Regno si praticava.

Egli è però vero, che Ruggiero non usò tanta cortesia e gentilezza in

niuna altra città del suo Reame, quanto che in Napoli; poichè oltre di

lasciar intatti i suoi privilegi, a ciascun Cavaliere diede in Feudo

cinque moggia di terra con cinque coloni a quella ascritti, promettendo

ancora di maggiormente gratificargli, se serbando a lui quella fedeltà

che gli aveano giurato, mantenessero la città quieta ed in pace

sotto il suo dominio[528]. Nel che non possiamo non maravigliarci

del Fazzello[529], il quale, non bastandogli d'aver malamente confuso

intorno a questi fatti le cose, i tempi e le persone, aggiunge ancora

di suo cervello, che dopo essersi conchiusa la pace tra Innocenzio

e Ruggiero, fosse questi entrato in Napoli con gran plauso, e che

in quel giorno avesse creati cento cinquanta Cavalieri, e che quivi

per due mesi in feste e passatempi si fosse trattenuto, contro tutta

l'istoria, e contro ciò, che Falcone beneventano rapporta intorno a

questi successi.

Mostrò ancora Ruggiero un'altra particolare affezione verso i

Napoletani, perchè fece misurar di notte le mura della città per

saper la sua grandezza, e quella ritrovò essere di giro 2363 passi;

ed essendo nel seguente giorno innanzi a lui ragunato il Popolo

napoletano, domandò amorevolmente loro se sapevano quanto era il

cerchio delle lor mura, ed essendogli risposto di no, il Re loro

il disse: di che ebber maraviglia, e rimasero insiememente lieti

dell'affezione di lui[530].

E vedi intanto le vicende delle cose mondane, questa città, che in

tempo di Ruggiero a riguardo delle altre, che erano in queste province,

era di così brevi recinti, ora emula dell'istesse province, non solo

si è resa metropoli e capo di un sì vasto Reame; ma la sua grandezza è

tale, che agguaglia le città più insigni e maravigliose del Mondo.

Ma prima che Ruggiero entrasse in Napoli questa seconda volta con tanto

plauso e giubilo, avea già restituita tutta la provincia di Capitanata

sotto il suo dominio; avea presa Troia capo della medesima, nella

qual città non volle mai entrare, ancorchè il Vescovo Guglielmo ed i

cittadini per loro messi lo pregassero che v'entrasse; ma rispondendo

egli che finchè quel traditor di Rainulfo fra di loro dimorasse non

voleva vedergli, temendo i Troiani l'ira del Re, fecero prestamente

rompere il sepolcro di Rainulfo, e ne trassero il suo cadavere

già corrotto, e messogli una fune al collo lo strascinarono per le

pubbliche strade della città, e poscia il gettarono in un pantano di

brutture; il qual miserabil caso venuto in notizia del figliuolo Duca

di Puglia e di Napoli, andò a ritrovar suo padre, e tanto s'adoperò col

medesimo, che fu a Rainulfo data di nuovo sepultura[531].

Avea ancora dopo questa espedizione espugnata Bari e fatto miseramente

morire il Principe Giaquinto; e ritornato da poi in Salerno tolse tutti

gli Stati a coloro, ch'erano stati suoi nemici, dando loro bando da'

suoi Reami; ed inviò prigionieri in Sicilia Ruggiero Conte d'Ariano

insieme colla sua moglie. Scacciò anche affatto Tancredi Conte di

Conversano, e gli tolse Brindisi ed altre sue terre, tanto che fu

costretto d'andarsene oltremare in Gerusalemme. Ed essendosi in cotal

guisa, con presta e maravigliosa fortuna, restituite tutte queste

province sotto la sua dominazione, passò in Sicilia, donde mandò i

Giustizieri e Governadori in ciascheduna provincia, acciocchè i Popoli

soggetti godessero una tranquilla pace, stabilendo altresì nuove

leggi per lo ben del Reame, delle quali quindi a poco farem parola. Ed

entrato poscia l'anno 1140, avendo ragunato un nuovo esercito, inviò

quello sotto il comando del Principe Anfuso suo figliuolo, acciocchè

avesse soggiogata quella parte di Abruzzi posta di là del fiume

Pescara, che aspettava al Principato di Capua; ove tantosto che giunse

il Principe prese molti luoghi, distruggendone anche molti altri, che

gli avean fatta resistenza: nella qual provincia poco appresso il Re

inviò parimente il Duca Ruggiero con grosso numero di soldati, il quale

congiuntosi col fratello, soggiogarono interamente quei luoghi sino

a' confini dello Stato della Chiesa, assicurando il Pontefice, che

ne temeva, che non sarebbero per infestare in conto alcuno i confini

del suo Stato. Intanto il Re era colla sua armata tornato di nuovo

in Salerno, e di là passato in Capua, ed avendosi richiamati i suoi

figliuoli, per assicurar meglio Innocenzio, passò poscia ad Ariano, ove

tenne una Assemblea, che fu la prima che questo Re unisse in Puglia,

nella quale intervennero due Ordini, quello de' Baroni, e l'altro

ecclesiastico de' Vescovi e Prelati per mettere in migliore stato le

cose di quella provincia. Indi fece battere una nuova moneta d'argento

mescolata con molto rame, che fu chiamata _Ducato_; ed un'altra più

picciola, detta _Follare_, tutta di rame, la qual volle che valesse

la terza parte d'un _Romasino_, che valeva dodeci grana e mezzo della

comunale moneta di rame, che oggi corre; ed otto _Romasini_ facevano

il _Ducato_ da lui stampato, proibendo sotto gravi pene, che non si

spendesse ne' suoi Reami la moneta antica assai miglior della sua,

con grave danno, e de' Popoli soggetti, e di tutta Italia. Andò poi a

Napoli, ove trattò co' Napoletani con quella magnanimità e cortesia,

che si disse poc'anzi; ed indi tornato in Salerno, imbarcatosi su la

sua armata fece di nuovo ritorno in Palermo, lasciando al Governo di

Puglia il Duca Ruggiero, ed in Capua il Principe Anfuso, come narra

Falcone beneventano, il quale qui pon fine alla sua Istoria, siccome

poco prima finì la sua Alessandro Abate Telesino.

Ecco come Ruggiero, dopo avere col valore e virtù sua superati tanti e

sì potenti nemici, unì stabilmente tutte queste nostre province sotto

il Regno d'un solo. Si videro ora fuori d'ogni altro timore d'esser di

nuovo da stranieri nemici assalite, o da interne rivoluzioni sconvolte,

avendovi il suo valore introdotta una più sicura e più tranquilla pace;

tanto che cedendo i rumori delle battaglie e delle armi, gli fu dato

spazio di potere in miglior forma stabilire il suo Regno, e di nuove

leggi, e più salutari provedimenti fornirlo, in guisa che sopra tutti

gli altri Reami di Occidente n'andasse altiero e superbo.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 43 / 56 题