CAPITOLO II.

_Ritrovamento delle Pandette in Amalfi; e rinovellamento della

giurisprudenza romana, e de' libri di Giustiniano nell'Accademie

d'Italia._

Fu in quest'incontro, che la città d'Amalfi ancorchè espugnata, si

rese luminosa e chiara ne' secoli seguenti sopra tutte le altre città

d'Europa: poichè alla sua gloria d'aver un suo cittadino trovata

la bussola, s'accoppiò quella d'essersi con tal occasione trovato

in questa città il volume delle Pandette di Giustiniano Imperadore

da taluni creduto che fosse propriamente quello istesso, che questo

Imperadore fece compilare. Gli esemplari di questo volume erano quasi

che sepolti, per le molte Compilazioni seguite appresso de' Basilici,

e per le molte altre cagioni, che si dissero nel settimo libro di

quest'Istoria: solo per la Francia, come fu altrove notato, ne girava

attorno qualcheduno, poichè osserviamo che Ivone Carnotense, che

fiorì a' tempi di Pascale II verso l'anno 1099 nelle sue epistole

allega sovente le leggi delle Pandette[482]. Ma in Italia n'era

affatto perduta ogni memoria: solamente, come si disse, il Codice,

le Istituzioni, e le sue Novelle erano conosciute, più per diligenza

de' romani Pontefici, e per li Monaci, appresso i quali era allora la

letteratura, che per altro.

In fatti molte leggi del _Codice_ vediamo noi da' Pontefici romani

rapportate nelle loro decretali, come in quelle di Gregorio III

e d'altri Pontefici[483]: delle _Istituzioni_, e delle _Novelle_

non era così rara la notizia, poichè abbiam veduto che il celebre

Abate Desiderio nella sua Biblioteca Cassinense ne conservava gli

esemplari; ma la più bella parte, ch'era quella delle Pandette, ed

ove racchiudesi il candore e la pulitezza delle leggi Romane, era

a noi molto più nascosta, e rara la notizia. In Ravenna non è ancor

deciso il dubbio, se veramente se ne conservasse qualche parte. Guido

Pancirolo[484] rapporta l'opinione di alcuni, che credevano nell'anno

1128 in Ravenna in un'antica Biblioteca essere state ritrovate le

Pandette, le quali offerte a Lotario, avendole riconosciute per

legittimo parto dell'Imperador Giustiniano, avesse ordinato, che

pubblicamente si spiegassero nelle Scuole. Ma l'istesso Pancirolo

riputa più vera l'opinione di coloro, che scrissero in Ravenna il

_Codice_ di Giustiniano essersi ritrovato, non già le _Pandette_, le

quali in Amalfi in quest'anno 1137 per l'occasione già detta furono

scoverte. Alla città dunque di Amalfi non molto da Napoli lontana si

dee questa Gloria; non già a Melfi di Puglia, come alcuni Oltramontani

scrissero i quali non ben intesi de' luoghi particolari, e delle città

di queste nostre Province, hanno sovente preso abbaglio in confonder

l'una coll'altra città; siccome per contrario il Concilio celebrato

in Puglia a Melfi nell'anno 1059 sotto Niccolò II, dissero che si

fosse celebrato ad Amalfi. Alcuni altri, forse tratti dall'amore della

gloria della loro patria, non si ritennero di dire che non in Amalfi,

ma che in Napoli i Pisani mentre entrarono a soccorrerla, l'avessero

trovate, e che toltele a' Napoletani in Pisa le trasportassero; della

qual credenza ancorchè vana, e che non ha alcun appoggio, e ripugnante

a tutta l'istoria, è gran maraviglia che avesse trovato chi ne restasse

preso come fu il Summonte e Francesco de' Pietri, il quale fra gli

altri suoi deliri, onde tessè la sua istoria, non tralasciò inserirvi

anche questo. E novellamente un moderno Scrittore pugliese pur sognò

che nè in Amalfi, nè in Napoli si fossero trovate le Pandette, ma in

Molfetta, e non per altra ragione, se non per la somiglianza del nome,

e se non perchè Molfetta era la patria dello Scrittore: così oggi (non

altramente, che della patria d'Omero e del Tasso) contrastano molte

città per appropriarsi la gloria di questo ritrovamento.

Ma oltre agli antichi Annali, non deve ciò parer cosa strana a

coloro, i quali dal corso di quest'Istoria avranno appreso quanto

gli Amalfitani fossero stati per le navigazioni celebri, e quanta

fosse la frequenza de' traffichi e del commercio, che avean nelle

parti d'Oriente e nella Grecia, ciocchè non l'ebbero quelle città,

le quali ancor esse aspirano a questa gloria; onde fu cosa molto

propria, che gli Amalfitani fra le altre cose che da Levante portarono

nella loro città, v'avessero anche portate le Pandette, volume così

raro, e nel quale era riposto il candore delle leggi romane; ed in

fatti comunemente si narra[485], che per opera d'un Mercante paesano,

navigando in Levante, l'avesse quivi comprate, e nel suo ritorno

ne avesse fatto un dono alla patria. Nè può recarsi in dubbio, che

i Pisani fra le altre prede, che fecero in Amalfi, fu questa delle

Pandette, e questa sola, in premio delle loro fatiche sofferte in

quell'impresa, cercarono ardentemente a Lotario Imperadore, il quale

gliele concedette di buona voglia; onde trasportate da loro in Pisa,

acquistarono perciò il nome di Pandette Pisane, che lo ritennero poco

men di tre secoli insino all'anno 1416, nel quale surta guerra fra i

Pisani e' Fiorentini, Guido Caponio Capitano de' Fiorentini avendo

espugnata e presa la città di Pisa, come una gran parte del suo

trionfo, trovate in quella le Pandette, le trasferì in Fiorenza, ove

oggi giorno con venerazione, e come cosa di gran pregio si conservano

nella Biblioteca de' Medici in due tomi divise: onde quando prima erano

appellate _Pisane_ si dissero da poi _Fiorentine_, come oggi giorno

ritengono il nome. Gli antichi Annali di Pisa appresso Plozio Grifo,

Rainero Grachia Pisano antichissimo Istorico, che scrisse sono più di

300 anni _de Bello Tusco_ in cotal guisa narrano questo ritrovamento

insieme e trasportamento da Pisa in Firenze, e Plozio presso Taurello

afferma, aver tenuto egli in casa un antico istromento di questa

donazione che Lotario fece a' Pisani delle Pandette Amalfitane. Così

ancora lo rapportano il Sigonio[486], Raffael Volaterrano, Angelo

Poliziano[487], Antonio Gatto[488], Francesco Taurello[489], Arturo

Duck[490], e tutti gli altri Scrittori, insino a Burcardo Struvio[491],

ch'è l'ultimo fra i moderni a confermarlo.

(Dopo tutti costoro, ultimamente _Errico Brenemanno nella_ sua

_Historia Pandectarum_, impressa ad Utrecht l'anno 1722, esaminando

questo punto d'istoria, tolse ogni dubbio, con far imprimere pag.

410 le parole della Cronica antica o siano Annali Pisani, che egli

trascrisse da un antico Codice manuscritto, che si conserva nella

Biblioteca de' Domenicani di Bologna: dove parlandosi della guerra, che

Papa _Innocenzio_, e _Lotario_ coll'aiuto de' Pisani, mossero contro il

Re _Ruggiero_ di Sicilia, si leggono queste parole: _Li Pisani pridie

nonas Augusti armorono 46 Galee, et forono a la costa de' Malfi, et

quello dì per forzia lo presero con septe Galee et doe Nave; in la

quali ritrovarono le Pandette composte dalla Regia Maestà di Justiniano

Imperatore, e dopoi quella brusorono etc_.)

Lotario se bene avesse a' Pisani conceduta una cosa di tanto pregio,

essendo egli un Principe dotto, e sopra a tutto riputato saggio facitor

di leggi, non trascurò di osservarle, e scorto che in esse v'era il

candor delle leggi romane, pensò non doversi trascurare 1'utile che

poteva da quelle ritrarsi, e che non doveano, siccome prima, rimaner

così tra le tenebre nascoste e sepolte. Evvi gran contrasto tra i

Bolognesi e gli altri Scrittori, se Lotario avesse con suo editto

stabilito che le Pandette pubblicamente si leggessero in Bologna,

ovvero per privato studio d'Irnerio si fossero ivi insegnate insieme

con gli altri libri di Giustiniano. Li Dottori bolognesi narrano, che

Lotario diede ordine ad Irnerio, il quale in Bologna leggeva filosofia,

che pubblicamente le dichiarasse, il che egli cominciò a fare nell'anno

1128 ciò che sarebbe accaduto prima, che le Pandette si fossero trovate

in Amalfi. Corrado Uspergense dopo aver narrata l'istoria di Lotario,

dice che Irnerio lo facesse a petizione della Contessa Matilda; e negli

Argomenti dell'Istoria di Bologna, che s'attribuiscono a Carlo Sigonio,

nell'anno 1102 si legge che la Contessa Matilda ad Irnerio che ivi

leggeva filosofia, avesse imposto spiegarle, e che vi facesse le prime

chiose. Ma Burcardo Struvio[492] stima favoloso ciò che Corrado narra

della Contessa Matilda, che mentre imperava Lotario avesse ciò imposto

ad Irnerio, essendo indubitato, che Matilda morì nell'anno 1115 prima

dell'Imperio di Lotario, e l'istesso Sigonio riprova ancora ciò che

Corrado dice, per questa istessa ragione[493]. Quindi Struvio crede,

che quegli Argomenti, che si leggono dopo l'istoria di Bologna non han

potuto esser mai opera del Sigonio, il quale manifestamente nella sua

Istoria del Regno d'Italia dice il contrario, e riprende Corrado che

l'avea scritto.

I più gravi Autori perciò condannano per favoloso questo racconto,

e rapportano che Irnerio, nè per autorità della Contessa Matilda, nè

per comando di Lotario avesse nella Scuola di Bologna interpretati i

libri di Giustiniano, ma per privato studio, e per soddisfare la sua

ambizione.

Irnerio a questi tempi, ne' quali la Giurisprudenza insieme colle altre

discipline cominciavano a risorgere, fu riputato uno de' migliori

Giureconsulti. Della sua patria contendono i Germani ed i Milanesi,

ed i Fiorentini pur ne vogliono la lor parte: egli prima fu dato

a' studj di Filosofia e delle Lettere umane secondo che comportava

l'uso di que' tempi, e si crede che navigasse in Levante, ed in

Costantinopoli le avesse apprese; indi a Ravenna tornato, avessele

quivi insegnate, ed acquistasse gran fama d'uomo di lettere. Ma

dismesso poi lo studio di Ravenna, fu da' Bolognesi chiamato nella loro

città, dove si pose a leggere Filosofia. Erasi in Bologna stabilita

una Scuola, ove s'insegnava anche giurisprudenza, ed eravi _Pepone_

che la professava; ed essendo tra' Professori insorta disputa sopra la

parola _AS_ denotante le dodici oncie, Irnerio con tal occasione si

diede a studiare i libri di Giustiniano, e divenne famoso Giurista,

tal che oscurò la fama di Pepone. Fece sommo studio sopra il Codice,

e sopra le Instituzioni e le Novelle di Giustiniano, accorciandole,

ed adattandole poi alle leggi del Codice, perchè si conoscesse in che

le Novelle discordavan da quelle; fece ancora le prime sue chiose a

questi libri; ed egli fu il primo che nell'anno 1128 commentasse le

leggi romane. Coloro che scrissero in Ravenna in quest'anno essersi

trovato un altro esemplare de' Digesti, oltre di quello, che correva

per la Francia, dicono che Irnerio prima che fossero in Amalfi trovate

le Pandette (che Angelo Poliziano[494] credette essere quelle istesse

che pubblicò Giustiniano, nel che discordano Andrea Alciato[495], ed

Antonio Augustino[496], e dalle quali egli è almen certo, per essere

antichissime, che furon tratti gli altri esemplari[497]) impiegasse i

suoi talenti anche sopra i Digesti, e che insieme con gli altri libri

di Giustiniano le insegnasse in Bologna, e vi facesse le prime sue

chiose. Ma gli altri, che ciò niegano, e dicono che i primi esemplari

delle Pandette fossero usciti in Italia da quelle d'Amalfi, sostengono

che Irnerio spiegasse in quella Accademia i Digesti da poi che furono

ritrovate in Amalfi, ma non già per autorità e comandamento che ne

avesse avuto dall'Imperador Lotario: ma per privato suo studio, siccome

prima in Bologna faceva sopra gli altri libri di Giustiniano, e sopra

l'altre discipline, senza ordine dell'Imperadore. Nè quell'Accademia

in questi tempi fu istituita da Lotario, nè per suo editto si legge,

che avesse comandato, che quivi si dovessero spiegare, ed insegnare

per sua autorità i libri di Giustiniano, siccome sostiene Federico

Lindenbrogio[498]; soggiungendo Ermanno Conringio[499], che se Lotario

avesse ciò ordinato, e gli fosse stato tanto a cuore la Scuola di

Bologna, trovate che furono in Amalfi le Pandette, non a' Pisani, ma a'

Professori bolognesi ne avrebbe fatto dono.

Ma quantunque sopra ciò non si leggesse particolar editto di Lotario,

non è però, che questo Principe non favorisse questi studj, e che a'

suoi tempi la Scuola di Bologna non fiorisse molto più che ne' passati,

avendovi Irnerio sopra le leggi romane fatti progressi maravigliosi;

onde avvenne che questi studj furon coltivati e promossi, e molti vi

s'applicarono in guisa, che dalla Scuola d'Irnerio ne uscirono poi

valenti Dottori, i quali o in voce, e per mezzo delle loro chiose in

iscritto, illustrarono le leggi di Giustiniano, e diffusero il loro

studio, non pure in Bologna, ma per tutte le Accademie d'Italia.

Sursero quindi _Martino_ da Cremona: _Bulgaro_, che a' tempi di

Federico Barbarossa fiorì cotanto in Bologna: _Ugone_, e Giacomo

_Ugolino_, _Ruggieri_, _Ottone_ e _Placentino_, che si resero cotanto

celebri nell'Accademia di Montpellier in Francia. Pileo discepolo

di Bulgaro, che in Bologna ed in Modena si rese illustre per le sue

_Quistioni Sabbetine_. _Alberico_ della Porta di Ravenna: ed il di lui

discepolo Azone, il quale fra i Giureconsulti della sua età tenne il

primo luogo, maestro del nostro _Roffredo Beneventano_, di _Balduino_

e di tanti altri.

Da questo risorgimento de' libri di Giustiniano nell'Accademie

d'Italia, e dalla Scuola d'Irnerio comunemente si crede, che

avessero origine le solennità da poi praticate in creare i Dottori,

attribuendosi ad Irnerio, che per autorità di Lotario concedesse a'

Professori di legge il grado del Dottorato, leggendosi, che avesse

dichiarati Dottori Bulgaro, Ugolino, Martino e Pileo[500]. E narra

Acerbo Morena[501], ch'essendo Irnerio nell'ultimo di sua vita, se gli

accostarono i suoi scolari, e gli domandarono, chi voleva, che dopo la

sua morte fosse il lor Dottore, ed egli lor nominò Bulgaro, Martino e

Ugone, ma che tenessero Giacomo in suo luogo, onde questi fu costituito

lor Dottore. Ma Itterio[502] e Conringio[503] reputano, che queste

solennità in conferire i gradi di Dottore nell'Accademie, traesse

origine da' Francesi, donde poi l'appresero gl'Italiani.

Credettero il Sigonio[504], Arturo Duck[505], ed altri, che Lotario,

oltre d'aver comandato, che i libri di Giustiniano si leggessero per

sua autorità nelle pubbliche Accademie, ordinò che anche ne' Tribunali

si allegassero, e che tralasciate le leggi longobarde, quelli solamente

i Giudici seguissero. Ma la costoro opinione non ha fondamento veruno

d'istoria, non leggendosi, non pure editto alcuno di Lotario, come

sarebbe stato necessario che ciò comandasse, ma nemmeno Istorico

contemporaneo, che lo scrivesse; ond'è che i più gravi Scrittori[506],

e lungamente Lindenbrogio[507] ripruovano il costoro errore. Quel che

poi manifestamente convince il contrario, è il vedersi, che le leggi

longobarde in Italia, e più in queste nostre province lungamente da poi

si mantennero, e ne' Tribunali secondo quelle si decidevano i litigi, e

la legge romana come per tradizione era mantenuta da' provinciali; nè a

questi tempi da' libri di Giustiniano era allegata, i quali non aveano

ancora acquistata nel Foro autorità alcuna, siccome tratto tratto

l'acquistaron da poi per uso più, e per forza della ragione, che per

legge di alcun Principe.

Ma se mai di Lotario fossevi stata legge, che ciò comandasse, quella

certamente nelle nostre province, ch'erano sotto la dominazione del Re

Ruggiero suo inimico, non avrebbe avuto alcun vigore. Questo Principe,

come qui a poco vedremo, ricuperò ben tosto tutte quelle province, che

Lotario avea invase, e debellò tutti i suoi nemici, riunendole al suo

Regno di Sicilia, che stabilito in forma di vera Monarchia non ubbidiva

altre leggi, se non quelle, che i Longobardi v'introdussero, e quelle

che egli stabilì da poi. E ciò non pur accadde imperando Lotario, e

durante il Regno di Ruggiero, ma anche nel tempo de' Re normanni suoi

successori, i quali continuando perpetua guerra con Corrado e Federico

I che a Lotario successero, non permisero mai, che le costoro leggi

fossero in queste province osservate, e che avessero alcuna forza

ed autorità; ed in fatti come più innanzi vedrassi, non per le leggi

romane contenute in questi libri, ma per le leggi longobarde, e per

le romane, che come per tradizione erano ritenute da questi Popoli, si

decidevano le liti. Nè appresso di noi vi fu anche occasione che questi

libri si potessero leggere nelle nostre pubbliche Scuole; poichè insino

a Federico II gran fautore delle lettere, che l'introdusse in Napoli,

noi non avevamo Accademie; nè se non ne' tempi più bassi, essendo gli

ultimi a seguitare l'esempio delle altre città d'Italia, cominciarono

in queste province gli studj di questi libri, e ad allegarsi nel Foro

più per forza di ragione, che di legge, come si vedrà nel corso di

quest'Istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 42 / 56 题