_Fondazione della città d'Aversa, ed istituzione del suo Contado nella
persona di RAINULFO Normanno I, Conte d'Aversa._
La morte d'Errico e l'elezione di Corrado fecero mutar faccia agli
affari di queste nostre province. Il novello Principe di Capua
Pandolfo di Tiano per li suoi abbominevoli tratti, e più per l'avidità
dell'altrui, e per la propria avarizia era da tutti abborrito. Aveasi
disgustati i Normanni, i quali, vedendosi troppo indegnamente trattati,
inquietavano gli abitanti del paese, riducendogli a loro discrezione:
perciò appo i suoi vassalli medesimi era entrato in abbominazione.
Erasi ancora disgustato con Guaimaro III, Principe di Salerno, e per
li suoi modi ridusse le cose in tale estremità, che se lo rese fiero
inimico.
Tutte queste cose portarono la sua ruina poichè Guaimaro morto Errico
proccurò con ogni sforzo entrar nella grazia del novello Imperadore
Corrado, e seppe sì ben portarsi, che si strinse con lui con ligami
assai stretti di corrispondenza ed amore. Teneva Guaimaro per moglie
Gaidelgrima sorella di Pandolfo IV, che trovavasi ancora in Alemagna
dentro due carceri ristretto: il primo favore che richiese a Corrado
fu di riporre in libertà suo cognato, e ristituirlo nel Principato di
Capua[164]. Corrado alle sue preghiere condescese, liberò Pandolfo, ed
al Principato di Capua ordinò, che fosse restituito.
Rainulfo, che co' suoi Normanni era stato così indegnamente trattato da
Pandolfo di Tiano, apertasegli sì bella occasione di vendicarsi di lui,
tosto s'unì con Guaimaro, ed alle forze di questo Principe aggiunse le
sue per far rientrare Pandolfo IV nel Principato di Capua. In fatti
questo Principe soccorso da Guaimaro e da' Normanni, aiutato anche
dagli antichi suoi fautori che teneva nella Puglia, e dall'istesso
Catapano Bagiano, e da' Conti de' Marsi, pose tosto l'assedio a Capua
per discacciarne il competitore. Difese costui per un anno e sei mesi
la Piazza; ma non potendo da poi più sostenerla, fu costretto renderla
a Bagiano, il quale sotto la sua protezione e custodia ricevutolo, il
fece insieme con Giovanni suo figliuolo, e con tutti i suoi portare a
Napoli, ove da Sergio che n'era Duca fu cortesemente ricevuto.
Pandolfo IV, entrato in Capua e restituito nel Principato, non
contento, come sono gli uomini ambiziosi, di esser ritornato alle sue
pristine fortune, sofferiva con animo maligno, che Pandolfo di Tiano
avesse trovato appo Sergio sicuro asilo, onde cominciò a meditare nuove
imprese sopra il Ducato di Napoli sotto questo pretesto.
Co' Normanni nemmeno usò quella gratitudine, che richiedevano i
servigi rilevanti, che aveangli prestati in questa congiuntura,
tanto che pensarono da loro stessi di stabilirsi in un luogo di que'
contorni dove meglio potessero, che fosse bastevole per farvisi una
comoda abitazione; e presero da prima un luogo, il quale credesi
esser quello, che oggidì chiamasi _Ponte a Selice_, tre miglia
sopra Aversa, che pareva fertilissimo[165]; ma quando si disposero a
fabbricarvi, rinvennero il fondo della terra tutto paludoso; che perciò
l'abbandonarono per girne là vicino a fabbricare la città, che poscia
fu chiamata dal loro nome _Aversa la Normanna_, la quale fu da Rainulfo
posseduta col titolo di Conte per le cagioni che diremo.
Pandolfo IV, non tardò che un anno a porre in effetto i suoi disegni
contro Sergio Duca di Napoli. Era in questi tempi il Ducato napoletano,
dopo Marino, di cui favella l'Anonimo Salernitano, governato da
questo Sergio, ed ancorchè per antiche ragioni stesse sottoposto
all'Imperadore de' Greci, nulladimanco si governava da' Duchi con
assoluto arbitrio sotto forma e disposizione di Repubblica. Mosse
intanto Pandolfo contro Napoli il suo esercito; Sergio colto così
all'improviso, e lontano dagli aiuti de' Greci, da' quali non ebbe
alcun soccorso, fu tosto obbligato uscir dalla città, che dopo breve
contrasto si rese al Principe Pandolfo: e fu la prima volta che
Napoli fosse soggiogata da' Principi longobardi, e che passasse sotto
il lor dominio dopo gli sforzi di tanti altri, che non poterono mai
conquistarla: Pandolfo di Tiano scappato come potè meglio, fuggissene
in Roma, ove ben tosto finì la vita in un miserabile esilio.
Scacciato Sergio dal Ducato napoletano, non potendo altronde ottener
soccorso per discacciarne l'invasore, con provido consiglio si rivoltò
agli aiuti dei Normanni, i quali assicurò di volergli trattare assai
più generosamente di quello, che fin allora i Principi longobardi avean
fatto. Rainulfo, che mal corrisposto da quel Principe, prendeva tutte
le occasioni, per le quali potesse maggiormente stabilirsi e proccurare
i suoi maggiori avvanzi, su queste promesse accettò l'invito; e co'
suoi Normanni unissi con Sergio, e gli prestarono sì segnalati servigi,
che obbligarono Pandolfo abbandonar Napoli dopo tre anni, che se n'era
impadronito, e fecero rientrare in quel Ducato Sergio con sua somma
gloria e stima.
Sergio non seguendo gli esempi de' Principi longobardi, memore delle
promesse fatte a Rainulfo, osservò la parola data, e fece co' Normanni
una stretta alleanza, e per unirsi con più stretti legami, si sposò
una parente di Rainulfo; ed oltre ciò perchè stesse sicuro dagl'insulti
del Principe di Capua, tra questa città e Napoli frapposevi un sicuro
riparo, costituendo Rainulfo Conte sopra i suoi Normanni[166], al
quale diede col titolo di Contado tutto il territorio intorno alla
città, ch'essi fabbricavano e che allora aveano cominciato ad abitare,
la quale veniva a coprire il Ducato di Napoli; e poich'egli stava
applicato a mantenere i Normanni in una grande avversione col Principe
di Capua, si crede, che da ciò quella città fossesi nominata _Aversa_.
Non è verisimile ciò che il Summonte, per l'autorità di Giovanni
Villani, dice, che la ragione che poteva avere il Duca Sergio di dare
il titolo di Conte a Rainulfo, dovette essere il dominio, ch'avea
Napoli in quel territorio, non essendo distante più che otto miglia;
tanto maggiormente che il Villani[167] nella sua Cronaca di Napoli
dice, che i Normanni edificarono Aversa, la quale per innanzi era
castello di Napoli. Ma questo titolo, come più innanzi vedremo, fu
confermato da poi a Rainulfo dall'Imperador Corrado. Ecco come i
Normanni cominciarono ad avere in queste nostre regioni ferma sede; ma
acquisti assai maggiori seguirono in appresso per quelle occasioni, che
saremo qui a poco a narrare.
I. _Venuta de' figliuoli di TANCREDI Conte d'Altavilla. Morte di
CORRADO il Salico e sue leggi._
Rainulfo veggendosi in cotal maniera stabilito in Aversa, attese
a fortificarvisi ed incominciò a trattarsi da Principe: inviò
Ambasciadori al Duca di Normannia, invitando i suoi compatriotti, che
venissero a gustar con esso lui l'amenità del paese, ove già possedeva
un Contado: l'invogliò a venire colla speranza di poter anch'essi
impadronirsi di alcuna parte di quello. A questo invito venne in
Italia un numero assai più grande de' Normanni, che per l'addietro
fossevi giunto: con questi vennero i figliuoli primogeniti di Tancredi
d'Altavilla capo della famiglia, di cui poc'anzi si narrò la numerosa
prole, onde sursero gli Eroi, che conquistarono non pur queste nostre
province, ma la Sicilia ancora. La spedizione de' figliuoli di Tancredi
in queste nostre regioni deve collocarsi nell'anno 1035, i quali non
tutti nell'istesso tempo ci vennero, ma i primi furono Guglielmo,
Drogone ed Umfredo. Gli altri vennero da poi, e soli due rimasero nella
loro patria[168].
Questi prodi Campioni andati prima a tentar la sorte in diversi luoghi,
alla perfine cogli altri Normanni giunsero in Italia ed in Salerno
sotto la protezione, ed a' stipendi di quel Principe finalmente si
fermarono. Reggeva in questi tempi il Principato di Salerno Guaimaro
IV, figliuolo del maggior Guaimaro, il quale sin dall'anno 1031 avea
finito i suoi giorni. Questo Principe seguendo i vestigi di suo padre
ebbegli cari, e riconoscendo questi novelli Normanni per giovani sopra
tutti gli altri della loro Nazione molto distinti, ebbegli in maggior
conto; fosse ciò per sua inclinazione o per politica, egli è certo,
che in tutti i suoi affari valevasi di quelli, e ne faceva una grande
stima, proccurando i maggiori loro ingrandimenti; e come Principe
prudentissimo reggeva perciò con vigore e magnificenza il suo Stato.
Dall'altro canto Pandolfo Principe di Capua, che mal seppe conoscergli,
era venuto, per la sua crudeltà ed avarizia, nell'indignazione
di tutti: le frequenti scorrerie e rapine che faceva al monastero
Cassinense erano così insopportabili, che finalmente obbligarono quei
Monaci, per liberarsi della sua tirannia, di ricorrere in Germania
all'Imperadore Corrado, al quale avendo esposto con pianti e querele
i guasti che dava a quel Santuario, lo pregarono a calar in Italia
per liberarlo dalle mani di quel Tiranno, rammentandogli dover a lui
appartenere la loro liberazione, essendo quel Monastero sotto la tutela
sua, come era stato sotto li suoi predecessori, e immediatamente sotto
la sua protezione[169].
S'aggiunsero ancora, per affrettar la venuta di Corrado in Italia, le
rivoluzioni accadute in quest'istesso tempo in Lombardia, autore delle
quali in gran parte era riputato l'Arcivescovo di Milano[170]. Per
queste cagioni finalmente fu risoluto Corrado intraprender il cammino
verso queste nostre parti, e nell'anno 1036 con valido esercito, avendo
passato l'Alpi entrò in Italia, ed a Milano fermossi, ove sedati i
tumulti colla prigionia de' rebelli, imprigionò ancora l'Arcivescovo
di Milano autore di quelli. Passò indi a poco in Roma, ove ascoltò le
querele, che contro il Principe di Capua gli furon portate da gente
infinita: volle conoscere de' suoi falli, e portatosi nel monastero
di Cassino, mandò Legati a Pandolfo per ridurlo di buon accordo a
restituire ciò, che ingiustamente avea occupato a quel monastero;
ma ostinandosi nella sua perfidia, sdegnato Corrado venne a Capua
egli stesso, e Pandolfo fuggendo la sua indignazione ritirossi
nella Rocca di S. Agata. L'Imperadore ricevuto in Capua con solenne
apparato ed allegrezza, nel giorno di Pentecoste fu quivi incoronato
con gran celebrità, e colle consuete cerimonie. Era allor costume
degl'Imperadori d'Occidente di replicar sovente queste funzioni ne'
giorni più celebri dell'anno, nel che è da vedersi l'incomparabile
Pellegrino nelle gastigazioni all'Anonimo Cassinense; poichè Corrado
non in Capua fu la prima volta incoronato Re o Imperadore: fu egli
prima salutato Re nell'anno 1026, ed Imperadore nell'anno seguente,
quando la prima volta venne in Roma.
(In quest'anno appunto, che fu il 1027 fu coronato in Roma da Papa
_Giovanni_ l'Imperador _Corrado_, siccome narrano _Wippone Prete pag.
433_. _Ottone Frisingense VI. cap. 29_ che dice: _Anno ab Incarnatione
Domini MXXVII. Conradus Romam veniens etc. a summo Pontifice Joanne
coronatus, ab omni Populo Romano Imperatoris, et Augusti nomen
sortitur_. Lo stesso scrissero _Ermanno Contratto_, _Lamberto
Schafnaburgense_, _Sigeberto Gemblacense_, ed il _Cronografo Sassone_
ad An. 1027. Passò in Puglia, e da poi in Germania fece ritorno. Nella
fine da poi dell'anno 1036 ritornò di nuovo in Italia: sedò i tumulti
in Milano: imprigionò quell'Arcivescovo, ed avendo celebrata la Pasqua
dell'an. 1037 in Ravenna, sedati nel seguente anno 1038 i romori di
Parma, tornò di nuovo in Alemagna. Così scrissero _Wippone Prete_
pag. 440 et seqq. _Ottone Frisigense VI. c. 31._ dicendo: _Italiam
ingreditur, Nataleque Domini celebrans, per Brixiam ac Cremonam,
Mediolanum venit, ejusdemque Urbis Episcopum, eo quod conjurationis
erga cum factae reus diceretur, cepit, ac Pupioni Aquilejensi
Patriarchae custodiendum commisit etc._ Concordano _Ermanno Contratto_,
gli Annali Ildesheimensi, il Cronografo _Sassone_, _Alberico_, _e Lione
Ostiense lib. 2. cap. 65_.)
Intanto Pandulfo con tutti i mezzi proccurava placar l'ira di Corrado,
chiedendogli perdono; finalmente gli offerì trecento libbre d'oro, la
metà delle quali offeriva sborsar prontamente, l'altra metà a certo
tempo, promettendo frattanto insino all'intero pagamento di dargli
per ostaggi una sua figliuola ed un nipote: gli accordò l'Imperadore
l'offerta, al quale egli tosto mandò il denaro e gli ostaggi. Ma
non molto da poi pentitosi questo Principe del fatto, e reputando
di poter con facilità rientrare in Capua, subito che Corrado se ne
fosse partito, negò finalmente, dopo molto prolungare, di mandargli
il restante dell'oro. Corrado allora avendo scorto l'animo di questo
Principe, e che appena egli partito, sarebbe col suo mal talento
ritornato ben presto alle rapine ed alle crudeltà, pensò di privarlo
affatto del Principato di Capua, e darne ad altri l'investitura.
Convocò per quest'effetto un'assemblea di Proceri e Magnati, e di
molti suoi Baroni, alla quale volle che intervenissero ancora i
Magnati stessi di Capua, acciocchè anche col loro parere e consiglio
il facesse, e nel caso di doversi Pandolfo deporre dal Principato, più
maturamente innalzarvi altro personaggio, che ne fosse meritevole.
Fu pertanto deposto Pandolfo, e non ritrovandosi chi potesse meglio
sustituirsi in suo luogo, del Principe di Salerno Guaimaro, Principe
prudentissimo, e ch'era in somma grazia dell'Imperadore Corrado, fu
a lui conceduto: e furon allora veduti questi due Principati uniti in
un'istessa persona.
Pandulfo lasciato suo figliuolo nella Rocca di S. Agata, andò in
Costantinopoli a chieder soccorsi dall'Imperadore. Ma questi prevenuto
da Guaimaro, in vece di somministrargli ajuto, lo mandò in esilio,
ove per due anni, e più insino che visse l'Imperadore, dimorò: morto
costui, dal suo successore fu liberato, ma non potendo ricever alcun
ajuto, se ne tornò senza alcun frutto[171].
Allora fu che Guaimaro riconoscente de' segnalati servigj, che gli
avean prestato i Normanni, non tralasciava occasion d'ingrandirgli,
e di mostrar loro il desiderio, che nudriva in esaltargli, proccurò
dall'Imperadore Corrado l'investitura del Contado d'Aversa a favor
di Rainulfo[172]; poichè se bene, come abbiam narrato, Rainulfo
da Sergio Duca di Napoli fosse sopra i Normanni stato fatto Conte;
nulladimanco quel, che si fece allora, fu solamente un conceder in
ufficio a Rainulfo quella dignità, cioè di costituirlo Capitano sopra i
suoi commilitoni, come dottamente spiegò il Pellegrino. Gl'Imperadori
d'Occidente riputavano allora ad essi solo appartenere il concedere
ed investire i Feudi in tutta Italia, ed esser questa, loro singolar
prerogativa: ad imitazion de' quali pretesero da poi i Pontefici
romani, che ad essi soli s'appartenessero l'investiture de' Beneficj,
di che ci tornerà occasione altrove di favellare. Perciò Guaimaro,
per istabilire maggiormente i Normanni nel Contado d'Aversa, proccurò
che Rainulfo dall'Imperadore ne fosse investito, in virtù della quale
investitura se gli concedeva non solo in ufficio, ma anche in Feudo
la Città, ed il Contado e tutte quelle regalie, che sogliono venir
comprese in simili concessioni.
Ma ben Guaimaro ne fu corrisposto da' Normanni, poichè non molto da poi
co' loro ajuti prese Sorrento, e ritenendo per se il titolo di Duca di
Sorrento, concedè questa città a Guido suo fratello. Conquistò ancora
col loro ajuto Amalfi, che per se la ritenne, ed al suo Principato la
sottopose[173]. S'usurpò poco da poi, il titolo di Duca di Puglia e
di Calabria; in guisa che nella sua persona s'unirono tanti titoli e
Signorie, che non fu Principe alcuno veduto in questi tempi, innalzato
a tanta sublimità e grandezza in queste nostre province, quanto lui.
Per queste ragioni in alcune carte rapportate dall'Ughello nella sua
Italia sacra, fatte sotto il Principato di Guaimaro IV si osservano
tanti titoli, che a questo Principe s'attribuivano, come in una data
in Melfi, _Vigesimo sexto anno Principatus Salerni Domini nostri
Guaimarii gloriosi Principis; et sexto anno Principatus ejus Capuae,
et quinto anno Ducatus illius Amalfis, et Sirrenti; et secundo anno
suprascriptorum Principatuum, et Ducatuum Domini Gisulfi eximii
Principis, et Ducis filii ejus; et secundo anno Ducatus eorum Apuliae,
et Calabriae, mense Junii duodecima Indictione_[174].
Intanto Corrado, da Capua partito, portossi a Benevento, indi per
la Marca andossene oltre i monti, portando seco gli ostaggi, che da
Pandolfo avea ricevuti; ed appena scorso un altro anno finì i giorni
suoi in Alemagna nell'anno 1039 lasciando per successore nell'Imperio
Errico suo figliuolo, detto il Negro.
(_Corrado_ appena scorso un anno, che ritornò da Italia, morì nel
mese di giugno in Utrech nella Frisia in quest'anno 1039. _Ottone
Frisingense VI cap._ 31. _Non multo post reverso ab Italia Imperatore,
Sanctamque Pentecostes in inferiori Trajecto Frisiae urbe celebrante,
in ipsa solemnitate infirmatus XVII Regni, Imperii vero XIV anno diem
ultimum clausit._ Concordano _Wippone_ pag. 402. _Ermanno Contratto,
Lamb. Schafnaburg, Mariano Scoto, Sigeberto Gemblacense, Corrado
Ursperpense il Cronografo Sassone_, e gli _Annali Ildesheimensi_).
Fra le molte prerogative, onde era Corrado adorno, fu la perizia delle
leggi, ed il sommo studio, ch'ebbe in istabilirle: egli calando in
Italia presso Roncaglia, siccome era il costume de' suoi predecessori,
molte ne stabilì tutte prudenti e sagge. Alcune se ne leggono nel terzo
libro delle leggi longobarde, altre ne' libri feudali, e moltissime
altre ne raccolse Goldasto nei suoi volumi[175].
Egli fu il primo, che alle consuetudini feudali aggiungesse le leggi
scritte per regolar le successioni: insino ad ora la successione de'
Feudi si regolava secondo i costumi de' Longobardi, che in Italia
gl'introdussero. I Feudi, secondo che abbiam veduto, per antica
consuetudine non solevan concedersi se non a tempo[176], rimanendo in
potestà del concedente, quando gli piaceva, ripigliarsi la cosa data in
Feudo. Da poi fu introdotto, che per un'anno avessero la loro fermezza:
in appresso s'ampliò durante la vita del vassallo, nè a' figliuoli
s'estendeva; finalmente fu ammesso uno de' figli, ed era quando
il Padrone al medesimo confirmava il Feudo, che al padre era stato
conceduto: poi s'ampliò a tutti i figli, nè oltre, per le consuetudini
feudali s'estese la lor successione.
Corrado il Salico, avanti che in Roma giungesse a prender la Corona
dell'Imperio, nell'anno 1026 in Roncaglia, secondo il costume de' suoi
predecessori, nell'assemblea de' Principi e del Popolo, richiesto
dai suoi vassalli, che fosse contento d'ammettere alla successione
de' Feudi non pur i figli, come erasi per le consuetudini feudali
introdotto, ma anche i nepoti nati da' figli, e questi mancando,
potessero succedere ancora i fratelli del defunto, glie lo accordò, e
fu perciò promulgata legge, per la quale stabilì, che se il Feudatario
non avrà figli, ma nipote dal suo figlio maschio, abbia questi il
Feudo: e se non avrà nepoti ma fratelli legittimi, abbiano questi
ancora il Feudo, che fu del loro comune padre[177].
Questa legge, che vien per intero rapportata dal Sigonio[178], ancorchè
i Compilatori de' Libri Feudali non ve l'avessero interamente in quelli
inserita, si legge però nel libro terzo delle leggi longobarde, ove
tutte le altre leggi degl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia
furono raccolte, le quali non solamente in Lombardia ed in tutte le
altre parti di Italia, ma ancora in queste nostre province, toltone
quelle, che all'Imperio de' Greci erano sottoposte, ebbero forza e
vigore, per quelle ragioni, che altre volte abbiam detto nel corso
di questa Istoria, e particolarmente ne' tempi di Corrado, ne'
quali l'autorità degl'Imperadori d'Occidente era nel colmo della
sua grandezza ne' Principati di Capua, di Salerno ed in quel di
Benevento; essendosi veduto che essi deponevano i Principi stessi, e
de' loro Principati disponevan a lor talento; anzi, siccome vedrassi
più innanzi quando della compilazion di queste leggi e delle feudali
tratterassi, maggiore fu nel nostro Regno la forza ed autorità delle
leggi longobarde, che delle feudali.
Non è però, che Gerardo de Nigris Senator di Milano nel primo libro
de' Feudi[179] non avesse rapportata la sentenza di questa legge; ed i
Compilatori degli altri libri feudali la tralasciarono d'inserire tra
le altre costituzioni feudali degli altri Imperadori, che a Corrado
succedettero, per quest'istessa ragione che ritrovavasi già inserita
ne' libri delle leggi longobarde, l'uso de' quali era più frequente
presso i nostri maggiori, che quello de' libri feudali: se bene da un
luogo d'Andrea d'Isernia[180] si raccoglie, che in alcuni Codici delle
leggi feudali, che allora andavano attorno, ancor che in molti luoghi
tronca e mutilata, era stata pure trascritta.
Altri Capitoli di questo Principe abbiamo nel libro secondo de'
Feudi sotto il titolo _de Capitulis Corradi_, stabiliti parimente in
Roncaglia, ove de' Feudi pur si tratta: nè, per dir ciò di passaggio,
è condonabile l'errore di Carlo Molineo[181], il quale nell'istesso
tempo, che biasima i nostri Interpreti, i quali per l'ignoranza
dell'istoria caddero in molti errori, inciampa egli stesso in ciò che
ad altri biasima; riputando questi Capitoli di Corrado, essere non del
Salico, ma di Corrado II, quando quel Corrado di ch'egli parla, non fu
mai in Italia, onde avesse quelli presso Roncaglia potuto stabilire.
Quindi ancora si convince l'altro errore di Molineo[182], nel quale
non possiamo non maravigliarci esservi ancora caduto, oltre Cragio ed
Ornio, il nostro diligentissimo Pellegrino[183], i quali per leggiere
cagioni reputarono Lotario I, nipote di Carlo Magno, autore di quella
costituzione, che si legge nel libro primo de' Feudi[184], per la quale
la successione dei Feudi fu estesa anche al patruo; tantochè se fosse
di quello Imperadore, non Corrado il Salico verrebbe ad esser il primo,
che alle consuetudini feudali aggiungesse sopra ciò leggi scritte,
ma Lotario I, che più di 200 anni prima di Corrado tenne l'Imperio di
Occidente.
Ma si convince questa legge essere di Lotario III (che altri con più
verità appellano II, poichè dell'altro Lotario, che per pochi giorni
in tante rivoluzioni di cose invase l'Imperio dopo Berengario, non
dee aversi conto) non già di Lotario I, per essere stata promulgata
in Roma nell'anno 1133, o 1137 sotto il Pontificato di Innocenzio,
non già d'Eugenio, come scorrettamente si legge ne' Codici vulgati,
nell'Assemblea (com'era il costume) de' Sapienti e Baroni di molte
città d'Italia; e fu confermata da Lotario la legge di Corrado intorno
alla successione de' Feudi; ed oltre di ciò, ampliata la successione
anche a favor del patruo, il che Corrado non avea fatto, siccome
dottamente notò l'incomparabile Cujacio[185] a torto dal Pellegrino
ripreso. E ciò si manifesta con maggior chiarezza ponderando, che se
sino a' tempi di Lotario I, i patrui erano ammessi alla successione dei
Feudi, sarebbe stata cosa ridevole, con tanta premura ed istanza porger
preghiere a Corrado, come fecero allora i Feudatari, perchè stendesse
la successione a' fratelli, quando ciò 200 anni prima fu conceduto
da Lotario anche a favor de' patrui. Convincono altri argomenti, che
deve questa legge attribuirsi a Lotario III, li quali possono vedersi
presso Schiltero e Struvio[186]. Ma deve questo abbaglio condonarsi al
diligentissimo Pellegrino, che volle per questa volta metter la falce
nell'altrui messe, ma non già al Molineo intendentissimo delle nostre
leggi feudali.