I Normanni, che nel nostro linguaggio non altro significano, che
uomini boreali[132], siccome i Goti ed i Longobardi, non da altra
parte del Settentrione, che dalla Scandinavia uscirono ad inondare
l'Occidente. Essi cominciarono la prima volta a farsi sentire nei lidi
della Francia a tempo di Carlo M. verso il fine del secolo ottavo;
e quaranta anni da poi, o poco meno, cominciarono a travagliare i
marittimi Fiaminghi e' Frigioni, sotto i cui nomi si comprendevano
allora Trajetto al Reno, l'Ollanda, e la Valacria. I Re di Francia per
trattenergli furon a buon patto costretti nell'anno 882, di dar loro la
Frisia per abitazione[133]. Ma non essendo abbastanza soddisfatti di
questa provincia, cominciarono ad invadere altri luoghi d'intorno con
incendj e rapine sotto Rollone lor Capo, famoso e valorosissimo Pirata,
il quale nell'istesso tempo, che i Saraceni con non minor crudeltà
inondavano la nostra cistiberina Italia, egli co' suoi Normanni
travagliava miseramente, e con inaudita barbarie la Francia. Portarono
questi Popoli l'assedio insino a Parigi, invasero l'Aquitania, ed altre
parti ancora di quel Reame sotto il regno di Carlo il Semplice; onde
non potendo questo Principe resister loro, pensò avergli per amici
e per confederati; onde convennero, che Carlo dovesse stabilmente
assegnar loro la Neustria, una delle province della Francia per loro
sede, e dovesse dar a Rollone per moglie Gisla sua figliuola, come
scrive Dudone di S. Quintino[134], o sua parente, secondo il parer
del Pellegrino[135], ed all'incontro Rollone, deposta l'Idolatria ed
il Gentilesimo, nel quale questi Popoli viveano, dovesse abbracciare
la religione cristiana. Così fu eseguito intorno l'anno 900 di nostra
salute[136]: a Rollone con titolo di Duca fu data stabilmente la
Neustria, e sposata Gisla, il quale nell'istesso tempo fu da Roberto
Conte di Poitiers tenuto al sacro fonte, dove insieme col nome, si
spogliò di quella sua crudeltà e barbarie, e volle nomarsi Roberto
dal nome del suo Compare; e seguendo l'esempio del lor Capo gli altri
Normanni si resero da poi più culti ed umani. Rimasa questa provincia
di Neustria sotto il lor dominio, le diedero dal loro il nome di
Normannia, che oggi giorno ancor ritiene.
Da questo Roberto primo Duca di Normannia ne nacque Guglielmo, che il
padre creò Conte d'Altavilla, città della stessa provincia. Costui
generò Riccardo, dal quale nacque un altro Riccardo: di questo II
Riccardo nacque Roberto II, ed un altro Riccardo che III diremo.
E da Roberto II ne nacque Guglielmo II, dal quale comunemente si
tiene, che fosse nato _Tancredi_ Conte d'Altavilla, quegli che ci
diede gli Eroi, per li quali queste nostre province furon lungo tempo
signoreggiate[137].
Ebbe Tancredi di due mogli dodici figliuoli maschi oltre altre femmine,
delle quali una nomossi Fredesinna, che fu moglie di Riccardo Conte
d'Aversa e Principe di Capua, un'altra fu moglie di Gaufredo Conte di
Montescaglioso, ed un'altra ebbe per marito Volmando[138]. I figliuoli
della sua prima moglie nominata Moriella furono Guglielmo soprannomato
_Bracciodiferro_, Drogone ed Umfredo (i quali, come vedrassi, furono
i tre primi Conti della Puglia) Goffredo e Serlone. Gli altri sette
gli ebbe da Fredesinna sua seconda moglie, il primogenito de' quali
fu Roberto soprannomato _Guiscardo_, ch'è lo stesso, che in antica
favella normanna, scaltro ed astuto, e questi divenne Duca di Puglia e
di Calabria, il II fu Malgerio, il III Guglielmo, il IV Alveredo, il V
Umberto, il VI Tancredi, il VII ed ultimo fu Roggiero, che conquistò la
Sicilia, e stabilì la Monarchia[139].
Questi però non furono i primi, che a noi ne vennero: essi, come
vedremo, seguirono le pedate di alcuni altri Normanni, che poco prima
si erano stabiliti in Aversa, onde bisogna distinguere gli uni dagli
altri per non confondergli, come han fatto alcuni Scrittori. I primi
vennero a noi intorno l'anno 1016. I figliuoli di Tancredi calarono
in Italia intorno l'anno 1035. Ma non tutti, poichè due ne restarono
in Normannia, nè gli altri tutti insieme ci vennero, ma secondo che
le congiunture furono loro propizie, or due, or tre, ed in altra
somigliante guisa incamminaronsi a queste nostre parti; nè maggiore fu
il numero de' primi, come vedremo[140].
Ciò che apparirà di più portentoso ne' loro successi sarà, come un
branco d'uomini che vengono di Francia a traverso di mille sciagure
abbiano potuto rendersi padroni di uno de' più vaghi paesi del Mondo:
come una sola famiglia di Gentiluomini di Normannia, soccorsi solamente
da un picciol numero di suoi compatrioti, abbiano potuto stabilirsi una
Monarchia ne' confini dell'Imperio d'Oriente e d'Occidente: abbiano
potuto contro due potenti inimici riportar tante e sì maravigliose
vittorie, liberar l'Italia e la Sicilia dall'incursioni, e dal giogo
degl'infedeli Saraceni, ciò che a Potenze maggiori non fu concesso,
e dopo avere debellati i Greci ed i Principi longobardi, fondare in
Italia il bel Reame di Napoli e di Sicilia. Certamente a niun'altra
Nazione, se ne togli i Romani, è sì fortunatamente avvenuto, che così
bassi principj, in tanta potenza ed Imperio fossero arrivati. Le altre
Nazioni, come abbiam veduto de' Goti e de' Longobardi, non in forma
di pellegrini, di viandanti vennero in Italia, ma con eserciti ben
numerosi, che inondarono le nostre contrade, si stabilirono il Regno.
All'incontro se si considererà lo stato infelice, nel quale erano
ridotte queste nostre province infra di lor divise, ed a tanti Principi
sottoposte; e l'estraordinario valore e bravura di questa Nazione,
non saranno per apportar maraviglia i loro fortunati avvenimenti.
Si aggiunse ancora che le maniere di guerreggiare usate in que'
tempi, non eran come quelle d'oggidì: non vi era allora quasi regola
alcuna per assaltare o per difendersi. Un esercito intero si vedeva
alcune fiate disfatto senza sapersi nè come nè per qual cagione,
e la più grande abilità consisteva, o in una gran forza di corpo
incomparabilmente maggiore de' nostri tempi, poichè praticavansi con
maggior frequenza quegli esercizj, che posson giovare ad acquistarla;
o pure in una bravura eccessiva, che faceva concepire a' combattenti
tanta confidenza, donde sovente maravigliosi successi sortivano, o
alla perfine in alcune imprese orgogliose, la cui condotta in altra
guisa non sarebbesi potuto giustificare, se non dall'avvenimento che ne
seguiva.
Questo è quello, che produceva quei vantaggi, che noi ravviseremo
ne' Normanni, i quali aveano quel medesimo lustro e grandezza, che
nell'azioni de' Romani spesse fiate ammiravansi. Ed in fatti di poche
altre Nazioni si leggono tante conquiste, quante dei Normanni: essi
posero sottosopra la Francia, e molte regioni di quella conquistarono.
Guglielmo Normanno discese da' medesimi Duchi di Neustria, acquistossi
il fioritissimo Regno d'Inghilterra, e lo tramandò alla sua posterità.
La nostra Puglia, la Calabria, la Sicilia, la famosa Gerusalemme e
l'insigne Antiochia passaron tutte sotto la loro dominazione[141].
Ma come, e quali occasioni ebbero gli uomini di questa Nazione di
venire in queste nostre regioni cotanto a lor remote, e come dopo vari
casi se ne rendessero padroni, è bene che qui distesamente si narri;
poichè non altronde potrà con chiarezza ravvisarsi, come tante e sì
divise Signorie, finalmente s'unissero insieme sotto la dominazione
d'un solo, e sorgesse quindi un sì bel Regno, che stabilito poscia
con provide leggi, e migliori istituti, poterono i Normanni per lungo
tempo mantenerlo nella loro posterità; nè se non per mancanza della
loro stirpe maschile si vide, dopo il corso di molti anni, trapassato
ne' Svevi, i quali per mezzo d'una Principessa del lor sangue, ad essi
imparentata, vi succederono. Non potrebbe ben intendersi l'origine
delle nostre papali investiture, e come fosse stato poi riputato questo
Regno Feudo della Chiesa romana, se non si narreranno con esattezza
questi avvenimenti, donde s'avrà ben largo campo di scovrire molte
verità, che gli Scrittori, parte per dappocaggine, molti a bello studio
tennero fra tenebre ed errori nascose.
Nel racconto delle loro venture, e di tutti gli altri avvenimenti
di questa Nazione, non ho voluto attenermi, se non a' Storici
contemporanei, ed a coloro, che più esattamente ci descrissero i
loro fatti, la cui testimonianza non può essere sospetta. I più
gravi e più antichi fra' Latini saranno Guglielmo Pugliese, Goffredo
Malaterra, Lione Ostiense, Amato Monaco Cassinese, Orderico Vitale,
Lupo Protospata, l'Anonimo Cassinese, Pietro Diacono e Guglielmo
Gemmeticense. E fra' Greci, la Principessa Anna Comnena, Giovanni
Cinnamo, Cedreno, Zonara ed altri raccolti nell'istoria Bizantina, i
quali Carlo Dufresne illustrò colle sue note.
Guglielmo Pugliese rapporta in versi latini, ancorchè poco eleganti, ma
molto buoni per lo stile del secolo in cui vivea, le azioni e' fatti
d'armi de' Normanni nella Calabria. Questi scrive, non come un Poeta
s'avviserebbe, ma come un Istorico, che vuole solamente ad un racconto
fedele insieme ed ordinato aggiunger il numero ed il metro. Arriva il
suo racconto insino alla morte dell'illustre Roberto Guiscardo accaduta
circa l'anno 1085. Diegli alla luce ad istanza di Papa Urbano II, che
nell'anno 1088 fu innalzato al Ponteficato, e dedicogli a Rogiero
figliuolo e successore di Roberto Guiscardo. Questo suo poemetto
istorico manuscritto fu ritrovato da Giovanni Tiremeo Hauteneo Avvocato
Fiscale della provincia di Roven nella libreria del monasterio di
Becohelvino vicino Argentina.
Goffredo Monaco, di cognome Malaterra, è un Autore più degno di fede:
scrisse egli in prosa molto a lungo l'istoria delle conquiste fatte
in Italia da' Normanni, per ordine di Rogiero Conte di Sicilia e di
Calabria, fratello che fu di Roberto Guiscardo. Quest'opera essendo
stata lungo tempo sepolta in obblio, il di lei manuscritto fu ritrovato
in Saragozza infra l'istoria de' Re d'Aragona l'anno 1578 da Geronimo
Zurita, che la diede alla luce; ed il Baronio di questo ritrovamento,
come d'un vero tesoro ne parla; quindi coloro, che hanno scritta
l'Istoria di Sicilia, per non aver letto quest'Autore, in molti abbagli
sono incorsi.
Lione Vescovo d'Ostia è un Autore assai noto, e che va per le mani
d'ognuno; essendo egli Religioso di Monte Cassino scrisse la Cronaca
di quel monastero poco dopo il tempo, di cui saremo per ragionare; ed
ancorchè il suo impegno fosse di far apparire al Mondo la santità e
grandezza di quel Monastero, nulladimeno ci somministra molti lumi per
bene intendere le cose de' Normanni, nel Regno de' quali egli scrisse.
Amato Monaco Cassinense fiorì intorno a questi medesimi tempi: fu
anch'egli da poi fatto Vescovo, ancorchè non si sappia qual Cattedra
gli si fosse data. Pietro Diacono[142] tra gli uomini illustri di
Cassino novera quest'Amato, e rapporta esser egli stato intendentissimo
delle sacre scritture, e versificatore ammirabile. Fra le altre sue
opere, che compose, fu quella de _Gestis Apostolorum Petri, et Pauli_,
indirizzata a Gregorio VII, R. P., e l'istoria de' Normanni[143]
divisa in otto libri, che dedicò a Desiderio, quel celebre Abate di
Monte Cassino, che assunto da poi al Ponteficato fu detto Vittore III.
Quest'istoria de' Normanni scritta da Amato, per quel che sappiamo, non
uscì mai alla luce del Mondo per mezzo delle stampe: Giovanni Battista
Maro nell'annotazioni a Pietro Diacono rapporta, che a' suoi tempi
questa istoria si conservava manuscritta nella Biblioteca Cassinense,
ove molte cose degne da sapersi intorno alle gesta ed a' riti de'
Normanni erano accuratamente descritte. Ma l'Abate della Noce piange
questa perdita, e nelle note alla Cronaca Cassinense[144], rapporta
essere stata tolta da quella Biblioteca, siccome molte altre cose
degne d'eterna memoria. Visse quest'Autore intorno l'anno 1070 nel qual
tempo, secondo ciò che comportava quel secolo, essendo la letteratura,
per lo più presso a' Monaci, ne fiorirono molti altri, come Alberico,
Costantino, Guaifero, Alfano, che poi fu Arcivescovo di Salerno, ed
altri, che possono vedersi presso Pietro Diacono.
Scrissero ancora de' Normanni qualche cosa Lupo Protospata, l'Anonimo
Cassinense, e Pietro Diacono stesso; ma Orderico Vitale, e Guglielmo
Gemmeticense molto più diffusamente, oltre di molti Scrittori moderni,
che sono a tutti notissimi.
La Principessa Anna Comnena, detta ancora Cesaressa, si rese più
famosa al Mondo per la sua mente e per la sua erudizione, che per la
sua qualità e per li suoi natali: ella fu figliuola d'Alessio Comneno,
detto il Vecchio, Imperador di Costantinopoli, e di Irene. Zonara e
Niceta ci assicurano, che questa Principessa amava lo studio con un
ardore estremo, e che la sua ordinaria occupazione era su i libri.
Non solo s'applicava all'istoria ed alle belle lettere, ma ancora
alla filosofia: ella scrisse in quindici libri la Istoria d'Alessio
Comneno suo padre, al quale il nostro Roberto _Guiscardo_ mosse una
crudelissima guerra, che fu parte del soggetto della sua istoria; ed
ancorchè alcune fiate, secondo il costume della sua nazione, manchi di
rapportare con esattezza la verità, nulladimanco deve esser creduta,
qualora favella in commendazione di Roberto Guiscardo, cui per essere
fiero inimico di suo padre, grandemente odiava. Promette ella nel
proemio della sua istoria di non dire cosa, per la quale possa essere
accusata di compiacenza o d'adulazione, e che non sia uniforme alla
verità; nientedimeno si vede, che ciò ch'ella scrive di suo padre, è
un elogio continuato. Gli Autori latini non sono di questo sentimento,
poichè questi non parlano d'Alessio, che come d'un Principe furbo e
simulatore, di cui il Regno fu più notabile per le sue viltà, che per
le sue belle azioni: ed in vero la sua ingiusta gelosia fece gran torto
a' Franzesi, che crocesegnati militavano sotto il famoso Goffredo
di Buglione per la conquista di Terra Santa; ma forse evvi troppa
asprezza nelle Opere de' Latini, siccome soverchia lode in quella
d'Anna Comnena. Della sua istoria Hoeschelio ne pubblicò gli otto primi
libri, ch'egli avea avuti dalla libreria Augustana. Giovanni Gronovio
vi faticò da poi; e nel 1651 Pietro Poussin Gesuita gli diede fuori
colla sua traduzion latina, che abbiamo della stampa del Louvre. Da
poi il Presidente Cousin ce ne ha ancora data una traduzione in lingua
franzese, e finalmente Carlo Dufresne l'illustrò colle sue note.
Giovanni Cinnamo visse sotto l'Imperador Emanuele Comneno, i cui fatti
egli distese nella sua Istoria: egli è uno scrittore elegante, e si
studia imitare Procopio. De' nostri Normanni sovente egli favella, e
va ora la sua Storia parimente illustrata colle note di Carlo Dufresne.
Cedreno, Zonara e gli altri Scrittori raccolti nell'istoria Bizantina,
de' nostri Normanni alle volte anche favellano.
L'occasione che si diede a' Normanni, che fin dalla Neustria si
portassero in queste nostre parti, non deve attribuirsi ad altro,
che al zelo ch'ebbero questi Popoli della nostra religion cristiana,
dappoichè deposta l'Idolatria si diedero ad adorare il vero Nume.
Correva allora appo i Cristiani il costume d'andar pellegrinando il
Mondo, non tanto come oggi, per veder città e nuovi abiti e costumi
diversi, quanto per divozione di veder i santuarj più celebri. Per tal
cagione si resero in questa e nella precedente età famosi in Occidente,
ed appresso di noi due celebri luoghi delle nostre province, quello
del Monte Gargano per l'apparizione Angelica, l'altro del Monte Cassino
per la santità e miracoli di S. Benedetto e dei suoi Monaci: ma sopra
tutti i santuarj, com'era di dovere, estolse il capo nell'Oriente
Gerusalemme, città santa, ove il nostro buon Redentore lasciò asperso
il terreno del suo sangue, ed ove fu sepolto.
Fra tutti i Cristiani del Settentrione è incredibile quanto a
quest'esercizio di pietà fossero inclinati i Normanni della Neustria:
ad essi, nè la lunghezza del cammino, nè la malagevolezza de' passi,
nè il rigor de' tempi e delle stagioni, nè la necessità di dover
sovente traversar per mezzo di ladroni e d'infedeli, nè la fame,
nè la sete, nè qualunque altro si fosse maggior periglio o disagio,
recava terrore. Per rendersi superiori a tante malagevolezze s'univan
a truppe a truppe, e tutti insieme traversando que' luoghi inospiti
essendo di corpo ben grandi, robusti, agguerriti e valorosi, valevano
per un'intera armata, e sovente sopra i Greci, e sopra gl'Infedeli
diedero crudelissime battaglie; e ruppero gli ostacoli. Solevano con
tal occasione, o nell'andare o nel ritorno venire a visitare i nostri
santuari di Gargano e di Cassino.
Nel cominciar adunque dell'undecimo secolo[145], quaranta, come
scrive Lione Ostiense[146], ovvero, secondo l'opinion d'altri, cento
di questi Normanni partiti dalla Neustria s'incamminarono verso
Oriente, e fin che in Gerusalemme giungessero, fecero nel cammino
molta strage di que' Barbari. Nel ritorno tennero altra strada; ed
imbarcati sopra una nave solcarono il Mediterraneo, e nella spiaggia
di Salerno[147] giungendo, sbarcarono in que' lidi, ed in quella città
entrati, furono da' Salernitani, sorpresi dalla robustezza de' loro
personaggi, onorevolmente ricevuti. Reggeva Salerno in questi tempi,
come si è narrato, dopo la morte del Principe Giovanni, Guaimaro
III suo figliuolo, chiamato, come si disse, da Ostiense[148], il
maggiore, per distinguerlo dall'altro Guaimaro suo figliuolo, che
gli succedette. Questo Guaimaro dall'anno 994 che morì Giovanni suo
padre, resse il Principato di Salerno ora solo, ora con suo figliuolo
insino all'anno 1031, nel quale il di lui figliuolo morì. Furono
per tanto da questo Principe invitati a trattenersi in Salerno per
ristorarsi dalle fatiche del viaggio, e per goder un poco l'amenità
del paese. Ma ecco che sopraggiunse un accidente, nel quale a questi
pochi Normanni diedesi opportunità di mostrare il lor valore, e di
compensare insieme con Guaimaro le accoglienze, che usò loro. Nel corso
di quest'Istoria sovente si è narrato, che i Saraceni non mancaron
mai d'infestare il Principato di Salerno, che ora dall'Affrica, e
spesso dalla vicina Sicilia sopra molte navi giungendo alla spiaggia
di quella città, depredavano i contorni della medesima, ed a campi e
castelli vicini di molti danni e calamità eran cagione: Guaimaro, non
avendo forze bastanti per potergli discacciare, proccurava per grossa
somma di denaro comprarsi la quiete ed il minor danno. Essi ora ci
vennero sopra molte navi, mentre questi Normanni erano in Salerno,
e fattisi da presso Salerno minacciavano saccheggiamenti e ruine, se
con grossa somma di denaro non si fosse ricomprata: Guaimaro, che non
avea alcun modo da difendersi, si dispose a condiscendere alle loro
richieste, ed intanto ch'egli co' suoi Ufficiali erasi occupato a far
contribuire i suoi vassalli, i Saraceni calati dalle navi in terra,
riempirono lo spazio ch'è tra il mare e la città, ove aspettando il
riscatto, si diedero alle crapole ed alle dissolutezze. I Normanni,
che non erano avvezzi soffrire quest'obbrobrio rimproverando a'
Salernitani, come lasciassero trionfare con tanta insolenza i loro
nemici, con disporsi più tosto da se medesimi a pagare le spese del
trionfo, che pensare a difendersi, vollero essi con inaudita bravura
vendicare i loro oltraggi, e prese l'armi, mentre i Saraceni a tutto
altro pensando stavano immersi tra le crapole ed il riposo, gli
assalirono all'improviso con tanto impeto e valore, che d'un numero
considerabile di loro fatta strage crudele, gli altri sorpresi si
misero tosto in fuga, e così costernati e dissipati, pensarono rientrar
ne' loro vascelli assai più presto di quello ne erano usciti, e pieni
di scorno ritirarsi da quella piazza. Un fatto così glorioso portò
a' Salernitani non minor allegrezza, che ammirazione, ed il Principe
Guaimaro non sapeva in che modo dar segno della sua riconoscenza al lor
merito: pregogli che restassero nel paese, offerendo loro abitazioni e
carichi i più onorevoli; ma essi si protestarono in quell'azione non
aver avuta mira ad alcun loro privato interesse; e che non volevano
altra ricompensa, che il piacere d'aver soddisfatto alla loro pietà
in combattendo a favor de' Cristiani contro degl'Infedeli. Del resto
per corrispondere alle cortesie di Guaimaro, ed al desio che mostrava
d'aver appo di se uomini di tal sorta, gli promisero, o di ritornare
essi medesimi, o d'inviargli de' giovani loro compatrioti di pari
valore[149]. Si risolsero per tanto di ritornar alla loro patria,
per cui rivedere ardevano di desiderio. Il Principe, non potendo più
arrestargli, usò loro tutte le maniere perchè almeno nel loro arrivo
gl'inviassero gente di lor nazione; e mentre imbarcaronsi per la
Normannia, fecegli accompagnare da molti suoi Ufficiali con barche
cariche di frutti i più squisiti insino al loro paese: donò loro ancora
delle vesti preziose d'oro e di seta, e ricchi arnesi di cavalli. I
disegni di Guaimaro ebbero il loro effetto, e quell'aria di liberalità
e di magnificenza fu non solo un invito, ma ben anche una forte
attrattiva alla Nazione normanna, per farla venire in queste nostre
regioni. Poichè giunti in Normannia, avendo esposto il desiderio de'
nostri Principi che aveano di loro gente, valse molto a far prendere
questo cammino ad un gran numero di persone, e ben anche di chiarissimo
sangue. Al che diede mano un'occasione, che saremo per rapportare.
Nella Corte di Roberto Duca di Normannia fra gli altri Signori, che
frequentavano il suo Palazzo, furono Guglielmo Repostel ed Osmondo
Drengot: questi offeso da Guglielmo, ch'erasi pubblicamente vantato
d'aver ricevuto de' favori da sua figliuola, lo sfidò a singolar
tenzone, e con tutto che Guglielmo si trovasse presso del Duca
Roberto, il quale colla sua Corte prendevasi il piacere della caccia,
s'abbattè col suo nemico nel bosco, gli passò attraverso del corpo la
sua lancia, e l'uccise. Il Duca Roberto, riputando ciò suo oltraggio,
proccurava averlo nelle mani per farne pubblica vendetta, laonde
Osmondo per scappar via dallo sdegno del suo Sovrano, salvossi prima in
Inghilterra; ed alla fine veggendo aperta sì bella strada in Italia,
risolse quivi ritirarsi co' suoi parenti, e proccurò ancora tirar
altri con se per imprendere il cammino. Si portò in fatti questo prode
Normanno seco molti suoi fratelli, li quali, secondo narra Ostiense,
furon Rainulfo, Asclittino, Osmondo e Rodulfo, seguitati da' figliuoli
e nepoti, e da molti de' loro amici. Questo Rainulfo fu il primo
Conte d'Aversa, e poi Asclittino, chiamato da Ordorico Vitale[150]
_Anschetillo de Quadrellis_, che a Rainulfo succedè, dal quale traggono
origine i primi Normanni, che ebbero il Principato di Capua, come
vedremo.
Questi Eroi di chiarissimo sangue usciti dalla Francia con molta
comitiva de' loro Normanni, furono da' nostri Principi ricevuti con
allegrezza, e con molti segni di stima, memori di ciò che pochi anni
prima aveano adoperato i loro nazionali in Salerno. Alcuni rapportano,
ch'essi da prima andarono in Benevento, altri che si posero al
servigio del Principe di Salerno, ed altri che vennero in Capua[151]:
tutte queste cose posson essere vere, poichè questi novelli Normanni,
poco men disinteressati di quelli, che aveano combattuto in Salerno,
erano pronti di darsi al servigio di colui, che gli avesse meglio
riconosciuti: ed i nostri Principi longobardi avendosi ugualmente
a difendere contro i Greci, e contro i Saraceni, ciascuno dalla sua
parte bramava d'aver appresso di se uomini così valorosi, per mezzo de'
quali speravano di conseguire qualunque vantaggio. Comunque ciò siasi,
egli è certo che ancorchè non fosse appurato in qual anno precisamente
passassero in Capua, prima però dell'anno 1017 in quella città si
fermarono, mentre Melo fuggito da Bari avea in quella città ritrovato
il suo asilo, ed era stato accolto da Pandolfo IV, il quale dall'anno
1016 insieme con Pandolfo II figliuolo di S. Agata reggeva in quelli
tempi il principato di Capua[152]. Ciò che diede occasione a questi
novelli Normanni unitisi con lui di segnalarsi in più nobili imprese.
I Greci che col nuovo Magistrato di Catapano, aveano reso
insopportabile il lor governo nella Puglia, diedero occasione che
in Bari, principal sede di quel Magistrato, nascessero perciò nuovi
disordini e tumulti; poichè i Baresi non potendo più soffrire l'aspro
governo, che d'essi faceva Curcua nuovo Catapano, animati da Melo
prode e valoroso Capitano di sangue longobardo, che dimorava in Bari,
ove da molto tempo avea trasportata la sua famiglia, si ribellarono
dall'imperio greco, e sperando dare alla lor patria la libertà, si
misero sotto la guida di Melo, che per lor Capo insieme con Dato suo
cognato l'elessero. Ma gl'Imperadori d'Oriente avvisati di questa
rivoluzione, mandarono tosto in Italia Basilio Bagiano nuovo Catapano,
il quale giunto nella Puglia con buona compagnia di Signori e di
soldati di Macedonia pose l'assedio alla città di Bari. I Baresi
vedutisi così stretti, invece di pensare a difendersi, attesero
solamente a rappacificarsi co' Greci a costo di Melo, offrendo di
darlo loro nelle mani; di che accortosi Melo, tosto se ne fuggì
furtivamente in Ascoli con Dato, ed ivi non tenendosi a bastanza
sicuro, ritirossi ben anche più lungi, ed intanto i perfidi suoi
cittadini, per guadagnarsi la buona grazia de' Greci, inviarono a
Costantinopoli Maralda sua moglie, e 'l suo figliuolo Argiro. Melo,
che da Ascoli erasi ritirato in Benevento, indi in Salerno, erasi
finalmente con Dato fermato in Capua, chiedendo a Pandolfo, siccome a'
Principi di Benevento e di Salerno suoi Longobardi a volergli prestar
ajuto contro i Greci. Arrivando in Capua ritrovò ivi i Normanni, che
poc'anzi eranvi giunti: era egli già consapevole del lor valore, onde
trovandogli opportuni a' suoi disegni, per le grandi promesse che lor
fece, si diedero al suo servigio, ed avendo arrolate eziandio altre
truppe presso de' Principi longobardi, delle quali sollecitava il
soccorso, ragunò un'armata, che immantenente menò contro i Greci; ed
avendogli assaliti, furono in tre successive battaglie disfatti, e si
rese padrone d'alcune città della Puglia; ma poscia perdette tutto il
frutto delle sue vittorie nel quarto combattimento, che accadde intorno
l'anno 1019 presso la città di Canne, luogo già rinomato per l'antica
disfatta de' Romani[153]. Vinto Melo più tosto per lo tradimento de'
suoi, che per la forza de' Greci, i Normanni gli si mantennero fedeli,
combattendo con estremo valore. Pensò Melo, veggendo il suo partito
assai debole, di chiedere soccorso altrove, ed avendo raccomandati
tutti i Normanni che gli restavano a Pandolfo Principe di Capua, ed a
Guaimaro Principe di Salerno, tosto partissi per Alemagna a ritrovare
l'Imperador Errico, a cui avendo esposto lo stato lagrimevole di queste
nostre province, che per l'ingrandimento de' Greci erano in pericolo di
esser tutte smembrate dall'Impero d'Occidente, lo confortava ad inviare
una grossa armata contra de' Greci, o pure che venisse egli stesso
in persona a comandarla: Errico, che trovavasi distratto in altre
imprese, e che alle promesse non ben corrispondevano i fatti, obbligò
ben due fiate Melo a ripigliar quel viaggio per sollecitarlo a mandare
i promessi soccorsi; ma nel mezzo di questi affari finì Melo la sua
vita presso l'Imperador Errico, tanto che i Normanni per la perdita di
questo lor valoroso Capitano si diedero a prender altri partiti.
Adinolfo fratello di Pandolfo Principe di Capua ed Abate di Monte
Cassino, era travagliato quasi sempre da' Conti d'Aquino, i quali
sovente facevano delle scorrerie sopra i beni di quella Badia, onde
pensò l'Abate per difendergli valersi dell'opra e del valore de'
Normanni[154], i quali assai bene, e con ogni fedeltà adempierono la
commessione, che loro era stata data, guardando di continuo le terre di
quel monastero da un Borgo appellato Piniatario, non lungi dalla città
di San Germano, ove s'erano fortificati. Altri Normanni seguendo Dato
s'erano ritirati sotto gli auspicj di Benedetto VIII R. P., il quale
aveva loro dato in guardia la Torre del Garigliano, ch'era del dominio
della Chiesa; parendo così a Dato d'esser sicuro, posciachè la città di
Capua lo copriva dall'insulto de' Greci.
Ma la perfidia di Pandolfo Principe di Capua cagionò nuovi sconcerti
in queste regioni, che finalmente tutti terminarono a maggior
ingrandimento de' Normanni. Questo Principe, ancorchè mostrasse in
apparenza favorir le parti di Errico Imperador d'Occidente come a
lui soggetto, nulladimanco nudriva di soppiatto con Basilio Imperador
d'Oriente una stretta corrispondenza ed amicizia, e s'avanzò tanto,
che finalmente s'indusse a mandar in Costantinopoli le chiavi d'oro,
e sottopporre sè, la sua città, e l'intero Principato all'Imperio
d'Oriente, in quel modo ch'era prima a quello d'Occidente[155].
L'Imperador Basilio, a cui per gl'interessi suoi molto importava
quest'acquisto, tosto avvisonne Bagiano, al quale commise, che per
mezzo di Pandolfo proccurasse aver in mano Dato co' Normanni, ch'erano
in sua difesa. Questi eseguì con efficacia ed esattezza il comandamento
del suo Principe, e perchè Pandolfo non fosse distolto dall'Abate
Adinolfo suo fratello, pensò tirare al suo partito anche costui,
come lo fece opportunamente per un mezzo assai efficace, qual si fu
d'una gran donazione, che fece al suo Monastero dell'intera eredità
d'un tal Maraldo di Trani, ch'erasi devoluta al Fisco[156]; ed avendo
mandata una grossa somma di denaro a Pandolfo, lo priegò insieme, che
se veramente era fedele all'Imperadore Basilio, gli permettesse il
passaggio per gli suoi Stati per aver in mano Dato. Gli fa ciò tosto
accordato, e posto in ordine un non piccolo esercito venne ad assalir
Dato nel Garigliano; gli assediati ancorchè colti improviso si difesero
con molto coraggio per due giorni: ma alla fine bisognò, che il valore
cedesse alla forza. Bagiano prese la Piazza, e trattò con estremo
rigore tutti coloro, che vi trovò, fuorchè i Normanni in riguardo d'una
calda preghiera, che l'Abate Adinolfo gliene fece. Ma non usò pietà
con Dato; e questo disgraziato Capitano condotto in Bari sostenne il
supplizio de' parricidi, essendo stato buttato in mare dentro un sacco.
L'Imperadore Errico avendo intesa l'invasion dei Greci, la perfidia
del Principe Pandolfo, e la crudelissima morte di Dato, reputando
fra se medesimo, che perduta la Puglia ed il Principato di Capua, se
non affrettava i soccorsi, era in pericolo di perdere Roma e tutta
l'Italia, tardi avveduto di ciò che Melo tante volte aveagli presagito,
scosso finalmente da tanti avvenimenti, avendo unito una grossa armata,
e chiamati i Normanni (ch'erano stati a preghiere di Adinolfo lasciati
liberi) che militassero sotto le sue insegne, tosto in quest'anno 1022
verso Italia incamminossi[157]. Divise in tre corpi la sua armata:
ad uno composto di undicimila soldati prepose per Capitano Poppone
Patriarca d'Aquileja, che incamminossi verso Abruzzi, acciò che per
quella parte entrasse nel dominio de' Greci: l'altro corpo era di
ventimila soldati comandato da Belgrimo Arcivescovo di Colonia (poichè
in questi tempi non vi avea niente di stranezza, che i maggiori Prelati
della Chiesa si vedessero alla testa degli eserciti, come ben tosto
lo vedremo ancora praticare dagli stessi Pontefici romani) e questo
fu mandato per la strada di Roma per avere in mano l'Abate Cassinense
col Principe di Capua suo fratello, che ambedue venivano imputati
presso l'Imperadore della cattura e morte di Dato: l'altro ritenne seco
Errico, volendo egli in persona per la Lombardia e per la via della
Marca venire a' danni de' medesimi Greci.
L'Abate Adinolfo subito, che fu avvisato, che gli andava contro
un esercito intero, abbandonò il monastero, e per salvarsi in
Costantinopoli, ad Otranto con gran fretta fuggissene, dove imbarcato
nell'acque del mare Adriatico, nel quale Dato era stato sommerso, rotta
la nave con tutti i suoi, affogò.
Il Principe suo fratello, quando si vide assediato dentro Capua
dall'Arcivescovo di Colonia, dubitando d'esser tradito da' suoi
vassalli, che l'odiavano a morte, si diede in man del Prelato,
acciocchè il menasse da Errico, in presenza di cui promise provar la
sua innocenza[158]. Lo ricevè Belgrimo sotto la sua custodia, e menollo
da Errico, il quale allora teneva strettamente assediata Troja in
Puglia, città, che i Greci in questo medesimo anno aveano edificata,
la quale pochi giorni da poi si rese a lui. Rallegrossi l'Imperadore, e
fatti assembrare tutti i suoi Baroni, così italiani come oltramontani,
perchè conoscessero della sua causa, fu con universal consentimento
sentenziato a morte; ma l'Arcivescovo, sotto la cui protezione si
era egli posto, tanto seppe oprar con preghiere e pianti presso
l'Imperadore, che la pena di morte la fece commutare in esilio
perpetuo; onde fattolo strettamente incatenare, in cotal guisa se lo
menò seco in Germania.
Il Principato di Capua fu da Errico conceduto a Pandolfo Conte di
Tiano, e nell'istesso tempo investì di questo Contado Stefano, Melo e
Pietro, nipoti del celebre Melo, i quali erano sottentrati a sostenere
quell'impegno medesimo contro i Greci, che promosse il loro zio[159].
Ecco come gl'Imperadori d'Occidente disponevano del Principato di Capua
e de' Contadi dei quali era composto. Ma essendo stato obbligato Errico
a richiamar la sua armata per cagione degli eccessivi caldi della
Puglia, che gli Alemani, ond'era composta, non potevano più soffrire:
confidò i disegni che avea su l'Italia al valore de' Normanni,
lasciando a loro la cura di discacciar da Italia i Greci. Raccomandò
loro spezialmente di soccorrere, qualora il bisogno il richiedesse,
i nepoti del rinomato Melo, ai quali diede parimente in aiuto alcuni
altri celebri Normanni: questi, secondo rapporta Ostiense, furono
Giselberto e Gosmanno, Stigando, Turstino, Balbo, Gualtiero di Canosa
ed Ugone Fallucca con diciotto altri valorosi compagni.
Raccomandò ancora l'Imperador Errico questi Normanni a' Principi di
Benevento e di Salerno, ed a Pandolfo di Tiano novello Principe di
Capua, a' quali impose dovessero di loro in tutti i bisogni valersi.
Ma questi Principi tosto dimenticatisi della grande obbligazione
che aveano i Longobardi a' Normanni, da' quali erano stati tanto
ben serviti contra de' Greci, cominciarono poscia a disprezzargli;
sia perchè credessero di non aver punto bisogno di loro; sia perchè
sentissero male il vedergli interessati nel servigio dell'Imperadore
Errico. Gli lasciarono dunque errar pe' boschi senza nè pure conceder
loro un luogo di ritirata; anzi giunsero infino a negar loro quel
soldo, ch'era in costume pagarsi a' medesimi.
I Normanni, che non aveano gran sofferenza di sopportar questa
ingiustizia, presero le armi contro gli abitanti del paese, e giunsero
ben tosto a fargli stare a lor discrezione; e per ottenere più
sicuramente ciò che volevano, crearonsi un Capo della loro Nazione.
Il primo ch'elessero fu veramente abile a mantenere i loro interessi:
fu questi Turstino, uno di quei valorosi nomati da Ostiense, uomo di
merito singolare per lo posto a cui innalzavasi, e sopra tutto d'una
forza di corpo presso che miracolosa. Ma essendosi indi a poco questo
valoroso Capitano per fraude dei Pugliesi incontrato con un dragone,
ancorchè l'uccidesse, restò dal velenoso fiato di quel serpente
estinto, come rapporta Guglielmo Gemmeticense[160]. Non mancarono però
successori valevoli a vendicarsi di sua morte, poichè i Normanni in
luogo di Turstino concordemente si elessero per lor Capo Rainulfo prode
e scaltro guerriero[161], che giunse il primo in Italia in qualità di
Principe, e che fu il primo tra' Normanni a stabilirsi in queste nostre
province certa e ferma sede, come qui a poco vedremo.
Intanto Errico, dopo aver regnato ventidue anni, finì i giorni suoi in
Alemagna nell'anno 1025 senza aver lasciato di se prole alcuna; ed ora
per la sua pietà, e più per la singolar sua castità, narrandosi, che
anche ammogliato volle serbarla, gli prestiamo que' onori che a Santi
son dovuti. Egli edificò in Bamberga molte chiese, che sottopose al
romano Pontefice. Principe prudentissimo, il quale considerando, che
per non lasciar di se figliuoli, avrebbero potuto nell'elezione del suo
successore nascere disordini e confusioni, avvicinandosi alla morte,
chiamò a se i Principi dell'Imperio, e per suo successore designò[162]
loro Corrado Duca di Franconia detto il Salico, Principe saggio e
valoroso della illustre Casa di Sassonia[163]. I Principi dell'Imperio
acconsentendovi lo elessero per Re di Germania ed Imperadore; onde non
per eredità, ma per elezione, com'era il costume, fu innalzato Corrado
al soglio, ancorchè proposto da Errico suo predecessore, come se gli
Elettori di comune consenso avessero nella persona d'Errico rimessa
la elezione, quasi per un compromesso. Nè fu osservato nella sua
elezione ciò che Ottone III, avea prescritto, poichè non da' soli sette
Elettori, ma da tutti i Principi fu eletto: fu molto tempo da poi,
che come si disse, per evitar le turbolenze ed i disordini, si pose in
pratica ciò, che Ottone prescrisse.
Morì in quest'istesso anno 1025 Basilio Imperatore d'Oriente ancora, e
poco da poi nel 1028 Costantino, e per lor successore fu eletto Romano,
cognominato Argiro.
(Abbiamo indicato adesso la morte d'_Errico_ sotto la data dell'anno
1025 avendo seguito in ciò l'attestato di due Autori degni di fede.
_Lione Ostiense lib._ 2 c. 58. _Defuncto igitur augustae memoriae
Imperatore Herrico anno Domini M.XXV; ed Ottone Frisingense VI c._ 27.
_Anno ab incarnatione Domini M.XXV defuncto sine filiis Herrico._ Ma
secondo _Lamberto Schafnaburgense, Ermanno Contratto_, ed altri germani
Scrittori rapportati da _Struvio Syntag. Hist. German. dissert._ 13 §.
28 _pag._ 387 morì nel mese di luglio del precedente anno M.XXIV).