_Conquiste de' Normanni sopra la PUGLIA._
In que' medesimi tempi, che da Corrado si proccurava dar qualche
provedimento alle cose d'Italia, sursero in queste nostre parti
occasioni cotanto favorevoli per l'ingrandimento de' Normanni, che
ricevute da essi con avidità gl'invogliarono a cose maggiori, ed a più
alte imprese. Que' prodi e valorosi Campioni, che in Salerno militavano
sotto gli auspicj di quello Principe, crebbero per varie congiunture
in tanta potenza, che cominciò a rendersi sospetta a Guaimaro istesso:
il credito, che s'acquistavano spezialmente i figliuoli di Tancredi,
gli dava qualche ombra, quantunque non osasse dimostrarlo; onde per
sottrarsi da questi sospetti, si pose a cercar modo d'allontanargli
da se con qualche onorevole occasione, temendo insieme fargli bene,
o male in sua casa; ma ecco che gliene venne offerta una, la quale fu
profittevole ugualmente ad entrambi.
L'Imperio d'Oriente, che, come si disse, dopo la morte di Basilio e
di Costantino, era governato dall'Imperador Romano Argiro, per gli
frequenti disordini e rivoluzioni civili, andava miseramente decadendo
dalla sua grandezza e splendore; ed essendo esposto alle irruzioni
de' Saraceni, il furor de' quali non erano bastanti quegl'Imperadori
a reprimere, era passato in gran sua parte sotto la loro dominazione.
I Greci che imputavano la loro declinazione alla dappocaggine de'
loro Sovrani, sovente tumultuando si facevano lecito ammazzare il
proprio Principe, ed in suo luogo sostituirne un altro, ch'essi
stimavano atto a poter restituire l'Imperio nell'antica grandezza; ma
da' successi contrari, e fuori delle loro speranze, spesso trovandosi
delusi, reiterando imprudentissimamente i medesimi mezzi di tumulti
ed uccisioni, cagionarono finalmente la total ruina di sì grande
e vasto Imperio. A questo riguardo, avendo innalzato su 'l Trono
Michele Paflagone, permisero che da costui l'Imperador romano fosse
miseramente ucciso. Questo accorto Principe per giustificare appresso
i Popoli la sua elevazione, e rendergli sicuri di non essersi,
com'altre volte, ingannati nella sua esaltazione al Trono, pensò con
una rilevante conquista, accreditarsi, e disegnò discacciar dalla
Sicilia i Saraceni, e riunirla come prima al greco Imperio, onde da
que' Barbari era stata sottratta: mandò per tal effetto nell'anno 1037
un'armata in Italia sotto la condotta di Giorgio Maniace Catapano, il
quale essendovi giunto, mise il tutto all'opra, per eseguire i disegni
del suo Sovrano[187]. La fama del valore de' Normanni era giunta sin
nell'ultimo Oriente, onde Maniace riputò quasi che necessario, per
agevolar l'impresa, aver di questi valorosi Campioni: fece perciò in
nome dell'Imperadore pregare il Principe Guaimaro di fargli avere di
questi prodi soldati, che poc'anzi nel suo paese aveansi acquistata
tanta riputazione, assicurandolo, che non mancherebbe occasione di
riconoscere e ricompensare un tale servigio. Ma egli non bisognava a
Guaimaro far tante promesse, per farlo consentire a ciò che cercava.
Questi assai più che Maniace, desiderava di dargli i Normanni, a'
quali avendo esposta la cosa, dimostrolla di lor sommo vantaggio, e
da non rifiutarsi, aggiungendo ancora per se medesimo promesse molto
vantaggiose a quelle che avea loro fatte in nome dell'Imperadore.
I Normanni considerando quest'occasione poter loro portare non men
gloria, che maggior stabilimento dei loro interessi, tosto accettarono
il partito, e partirono da Salerno in numero di trecento, avendo alla
loro testa Guglielmo, Drogone ed Umfredo figliuoli, di Tancredi,
che non avea molto che dalla Normannia erano quivi venuti[188].
Furono da Maniace con molta gioja ricevuti, ed immantenente, avendo
fatto venire dalla Puglia e dalla Calabria, province che a' Greci
ubbidivano, alquante truppe, fece preparar la flotta; e partito per
dar fondo in Sicilia, giunto a Messina la cinse di stretto assedio: fu
tale il valor de' Normanni in quest'impresa, che resasi ben tosto la
Piazza, Maniace a' soli Normanni dichiarò tener obbligo di sì bella
conquista, e raddoppiando la stima, in cui gli avea, fece loro de'
presenti con nuove promesse per animargli sempre più a valorosamente
combattere[189]. Avanzossi nel paese, e si rese padrone di un gran
numero di posti rilevanti, portando insino a Siracusa l'assedio.
Comandava questa Piazza per li Saraceni un tal Arcadio, il quale con
estremo valore assaltando l'armata de' Greci, la mise in disordine,
di che grandemente gloriavasi, quando ecco che Guglielmo scaricogli
sopra con furia un colpo di lancia, che lo rovesciò morto a' suoi
piedi. I Greci e i Saraceni ne restarono ugualmente stupefatti, e
tiensi che in quest'occasione fosse dato a Guglielmo il soprannome di
_Bracciodiferro_.
Riunirono ben tosto i Saraceni le loro truppe, ma essendosi Guglielmo
co' suoi posto alla testa de Greci, le dissipò in maniera, che i
Greci restarono padroni del Campo; ma approfittandosi i Greci della
vittoria a' Normanni sol dovuta, poich'essi altra parte non vi avevano
avuta, che di spettatori, si presero tutte le spoglie de' nemici, e le
divisero infra loro, senza lasciar nulla a' Normanni, che l'avevano col
lor valore acquistate. Essi ancora col solito lor fasto ed alterigia
cominciavano a tener poco conto di questa inclita gente, ed il comando
delle Piazze a' Greci solamente era dato, senza farne parte alcuna
a loro, come furono le promesse di Maniace. Mal soddisfatti di tanta
ingratitudine pensarono far penetrare a Maniace questi torti, che loro
usavano i Greci, per iscorgere come egli la sentiva, e se approvava
ciò ch'era avvenuto. Erasi accompagnato co' Normanni in questa
spedizione un valentuomo lombardo della famiglia dell'Arcivescovo di
Milano, come narra Ostiense[190], appellato Arduino; ma Curopalata
e Cedreno vogliono, che quest'Arduino fosse stato Capitano della
squadra normanna; il quale scaltro ed intendentissimo dell'idioma
greco, serviva loro d'Interprete: mandarono costui a Maniace, affinchè
venendogli in acconcio gli rappresentasse le loro querele, come
fu destramente fatto; ma questo Capitano si tenne offeso di queste
doglianze, e riconoscendole come un'attentato alla sua autorità, se la
prese con colui, che glie l'espose. Di vantaggio avendo Arduino preso
un bel cavallo da un Saraceno, cui avea rovesciato a terra, vennegli
richiesto da poi per parte di Maniace, al quale egli costantemente
avendolo negato, gli fu tolto a forza con molto suo rossore e vergogna,
insino a farlo frustare intorno al Campo[191]. Guglielmo Pugliese[192]
e Cedreno[193] rapportano questo affronto essere stato fatto ad Arduino
non già da Maniace, ma da Ducleone, che a lui succedè nel comando.
Comunque siasi, reputando i Normanni gl'ignominiosi tratti essere stati
usati non meno a loro, che ad Arduino, che gli ricevette, fortemente
irati, volevano sul campo istesso incontanente prendere le armi contro
de' Greci per iscancellare col loro sangue l'ingiuria, che dianzi
aveano ricevuta; ma Arduino, che meditava vendicarsi con più frutto,
l'impedì, e mostrandosi più scaltro, ch'i Normanni istessi, gl'impegnò
a dissimulare, come lui, il fatto, infino ch'egli adempiesse un certo
disegno, il quale avrebbe loro aperta strada a maggiori e più grandi
conquiste.
Vennegli in pensiero, che per lo stato, nel quale erano le forze de'
Greci nelle province di Puglia e di Calabria, non era da disperare, che
invase da' Normanni non dovessero cedere sotto la loro dominazione;
ed in fatti non potevano essi aspettar migliore tempo che questo;
poichè queste province, per l'impresa della Sicilia, che aveano allora
i Greci per le mani, erano tutte sfornite di truppe, avendole Maniace
fatte trasportar, come si disse, in Sicilia a quell'impresa: nè era da
temer de' provinciali, i quali per l'aspro governo de' Catapani che le
reggevano, e per il loro fasto ed alterigia sovente aveano ribellato, e
sol la forza gli tenea ristretti: tanto era lontano, che si volessero
opporre a coloro, che proccuravano di sottrargli dall'Imperio de'
Greci, cui essi abborrivano e detestavano in guisa, che per sottrarsene
aveano tentato di sottoporsi a Melo ch'era lor Nazionale, e fatto
cittadino Barese. Erano ancora le lor forze indebolite per le guerre,
che spesso erano lor mosse da' nostri Principi longobardi; ma sopra
tutto per le frequenti scorrerie de' Saraceni, i quali fortificati nel
Monte Gargano tenevano la Puglia in continui timori e sconvoglimenti.
Dall'altra parte i Normanni si vedevan crescere tuttavia in gran
numero, venendone altri da giorno in giorno, o dalla Normannia, ovvero
da Terra Santa, ove andavano in pellegrinaggio. Lo stabilimento di
Rainulfo nel Contado d'Aversa conferiva molto a mantenere gli interessi
della Nazione; poichè oltre la parentela e l'alleanza con Sergio Duca
di Napoli, teneva questi così ben esercitati nell'arte militare i suoi
guerrieri normanni, che non v'era impresa grande, alla quale essi non
fossero adoperati.
Ma sopra tutte queste cose, non si può credere quanto vi cooperassero
i sconvolgimenti, e' disordini che avvennero nella città di
Costantinopoli, che posero sossopra gl'interessi di quell'Imperio, e di
tutte le sue province. Queste furono le congiunture più favorevoli, che
finalmente gli fecero venir a fine de' loro disegni nella maniera, che
saremo qui a poco a narrare.
Arduino per coprire sotto contrario manto questi disegni, mostrossi
con Maniace niente toccato degli affronti, siccome lo dissimularono i
Normanni parimente, e come nulla di ciò fossegli avvenuto, trattenevasi
tranquillamente con tutti i Greci suoi conoscenti. In breve seppe
così ben simulare, che come narra Malaterra[194], avendosi con
doni guadagnato il Secretario di Maniace, oprò tanto, che ottenne
un passaporto per andar in Calabria con alquanti de' suoi. Lione
Ostiense[195] narra, che per aver tal licenza diede a sentire, che
voleva andar in Roma per sua divozione a visitar que' luoghi santi:
comunque siasi, imbarcatisi una notte i Normanni con lui, traversarono
il Faro col favor del passaporto senz'alcun ostacolo. Appena sbarcati
in Calabria si misero a rovinar tutto il paese, e verso la Puglia
s'incamminarono, pensando di rendersene padroni, e ne avean già
conceputa una ben fondata speranza. Intanto Arduino portossi in Aversa
a sollecitare per la medesima impresa il Conte Rainulfo; gli espose
i suoi disegni, la facilità della conquista, essere la Puglia senza
difensori, i Greci all'intutto effeminati, la provincia ben ampia ed
opulentissima, ed ormai doversi vergognare, ch'essendo cresciuto il
numero dei Normanni insigni nell'armi, e per tante vittorie illustri,
di tenergli più ristretti tra le penurie e disagi, e fra gli angusti
confini d'un picciol Contado[196]. Piacque a Rainulfo il consiglio,
approvando quanto Arduino aveagli esposto, e senza frappor dimora
unisce alquante truppe, le dispone sotto dodici valorosi Capitani,
e perchè fra essi non nascesse alcuna discordia, fu di buon accordo,
convenuto, che gli acquisti si sarebbero egualmente fra di lor partiti;
ma ad Arduino primo autor dell'impresa se gli fosse data la metà di
tutto ciò che si sarebbe conquistato, giurando ciascuno con solenne
sacramento d'osservar esattamente quel che fra d'essi erasi concordato.
Ne rimandò adunque Arduino con trecento soldati, il quale unitosi
con gli altri Normanni nella Puglia, portò l'assedio immantenente in
Melfi, una delle città più considerabili allora della Puglia. Sorpresi
gli abitanti, tosto resero la Piazza; indi immantenente occuparono
Venosa, alla quale ben tosto aggiunsero Ascoli e Lavello. La città di
Melfi, che per lo suo sito naturale era ben forte, avendola poscia ben
fortificata, e di alte torri munita, si rese inespugnabile; quindi la
costituirono sede del loro dominio, e capo delle altre città convicine
da essi conquistate. Così i Normanni rendutisi in quest'anno 1041
padroni d'una considerabil parte della Puglia cominciarono indi a
poco a dilatar i confini della loro dominazione sopra tutta questa
provincia.
I Greci sorpresi per questa perdita, ed impazienti per ripararla,
furono impediti da disordini, che opportunamente quasi per favorire
i Normanni accaddero in Oriente, e che posero in iscompiglio tutta la
Corte di Costantinopoli. L'Imperador Michele sopra nominato Paflagone,
cui l'Imperatrice Zoe amò tanto, che in ricompensa del commercio, che
seco avea avuto, lo innalzò al Trono imperiale, cadde in una sorte di
mal caduco, che attediato del governo l'obbligò a rendersi Monaco.
Questi lasciò l'Imperio al suo nipote, chiamato parimente Michele,
cognominato Calefato, sotto il governo di Giovanni suo zio; ma questo
novello Cesare si rese per le sue crudeltà e per avere discacciato
Giovanni, a cui tanto dovea, e molto più per aver trattato ingratamente
l'Imperadrice Zoe, dalla quale era stato adottato per figlio, e che
avea proccurato innalzarlo alla dignità imperiale, cotanto odioso
ed abbominevole presso i suoi sudditi, che apertamente tumultuando
rimisero Zoe nel Trono. Costei tosto, che fu in quello ristabilita,
scacciò Calefato, facendogli anche cavar gli occhi, e sposossi con
Costantino _Monomaco_, che divenne ancora consorte all'Imperio[197].
A cagione di questi torbidi, che precederono e seguirono da poi, gli
affari della Puglia, della Calabria e della Sicilia givan molto male
per li Greci. Maniace pensò approfittarsene, e diede qualche sospetto,
che volesse per se occupar la Sicilia, ed essendone stato accusato alla
Corte, fu ben tosto richiamato e condennato in una stretta prigione.
Queste diverse catastrofi impedirono la Corte di Costantinopoli a
poter arrestare i disegni de' Normanni, i quali in quel mentre aveano
felicemente eseguito in Puglia ciò, che Maniace disgraziatamente avea
tentato di fare in Sicilia.
Ma alla perfine i Greci ruppero ogni indugio e l'Imperadore, unendo
un valido esercito, lo mandò in Puglia sotto il comando d'un nuovo
Generale Duclione appellato, per ripigliare le città, ch'erano state
loro involate, con ordine di non far quartiere a' Normanni, ma di
sterminargli affatto. Ecco che si pugna ferocemente presso il fiume
Olivento, ma fu cotanta la bravura e il valore de' Normanni, che
ancor che di forze e di numero molto inferiore, ruppero i Greci, ne
fecero strage immensa, e Duclione appena scappato potè avvisarne di
sì infausto avvenimento l'Imperadore in Costantinopoli[198]. Questo
Principe fortemente crucciato fece unir altre truppe, e tosto le mandò
a Duclione: si pugnò la seconda volta presso Canne, e pure i Greci
restarono vinti. Vollero di nuovo presso il fiume Ofanto attaccar
altra battaglia, ma i prodi Normanni sempre, forti e maravigliosi, lor
diedero in questa terza volta sì terribile rotta[199], che sconfitti
affatto, si resero padroni di molti altri castelli di quel contorno, e
delle spoglie de' Greci arricchiti, si stabilirono con maggiore potenza
in quella provincia.
Questi valorosi insieme e scaltri guerrieri, temendo che la lor potenza
non portasse gelosia a' vicini Principi longobardi, e per maggiormente
rendersi benevoli gli animi delle genti del paese, pensarono eleggersi
un supremo Comandante, che fosse della lor Nazione, al quale come
commilitoni ubbidissero. Il Principe Pandulfo III, che reggeva in
questi tempi Benevento teneva un suo fratello, Adinolfo appellato:
pensarono a costui, e per lor Duca concordemente lo elessero[200].
Intanto la Corte di Costantinopoli, cui quest'infelici successi
aveano oltremodo sorpresa, imputando a Duclione ogni difetto, tosto
richiamollo, e fatto unire una più considerabile armata, la fece
passar in Calabria sotto la condotta d'un altro Generale. Questi
fu Exaugusto, soprannomato _Annone_ da Malaterra, figliuolo di quel
Bugiano, il quale nell'Imperio di Basilio si era così egregiamente
portato contro il famoso Melo[201], ma questi, che non ebbe miglior
fortuna del suo predecessore, venuto a battaglia co' Normanni sotto
monte Piloso, o come rapporta Cedreno[202] presso Monopoli, ebbe
sì strana e terribile sconfitta (nella quale segnalossi sopra tutti
Guglielmo _Bracciodiferro_) che tagliata a pezzi la maggior parte del
suo esercito, fugati e totalmente dissipati i Greci, fu ancor egli
miseramente preso e fatto prigioniero. I Normanni tutti allegri e
trionfanti per un'azione cotanto gloriosa, avuto fra d'essi consiglio
che dovessero fare della persona d'Exaugusto, deliberarono di farne
un dono al Duca Adinolfo, come fecero; ma questo Principe lasciati
i Normanni, avendolo seco portato in Benevento, e pensando poterne
da questa preda ritrarre grandi ricchezze, contro l'aspettazion de'
Normanni, lo vendè a' Greci, e trassene una rilevante somma d'argento.
Di che sdegnati fortemente i Normanni, i quali nè tampoco avevan avuto
in tanti incontri gran saggi del suo valore, furono risoluti d'elegger
altri per lor Duca, e concordemente elessero Argiro figliuolo del
famoso Melo, il quale poco prima, stando carcerato in Costantinopoli,
fuggì destramente dalle carceri coll'occasione della morte di Michele
Paflagone, e ricovratosi in Puglia, fu da' Normanni ricevuto con
grande applauso e stima; li quali non arrischiandosi ancora per li
motivi di sopra addotti, far cadere questa elezione in uno della lor
propria Nazione, stimarono meglio di portar questi ad onore sì grande,
innalzandolo su d'uno scudo, secondo la maniera usata in quel tempo da'
Popoli di Francia.
La Corte di Costantinopoli, non sapendo quai Capitani più eleggere,
pensò Calefato di valersi di bel nuovo di Maniace, onde trattolo da
prigione, lo mandò tosto in Calabria contro i Normanni[203]. Questi
volle segnalar sopra gli altri la sua venuta con crudeltà inudita,
e pose tanto terrore nel paese, che i Normanni, essendosi con lui
cimentati presso Monopoli e Matera, e scorgendosi di forze disuguali
pensarono meglio di ritirarsi dentro alcune Piazze forti, attendendo
intanto che questa gran furia e tempesta per qualche prospero
avvenimento passasse.
Non andarono ingannati, però che non passò molto tempo, ch'essendo
stato, come si disse, l'Imperador Calefato deposto dall'Imperio, e
dall'Imperadrice Zoe innalzato al Trono Costantino Monomaco, a cui ella
sposossi: Maniace sentendo dispiacere dell'innalzamento di Costantino,
de' tanti disordini della Corte pensò di approfittarsi, e ribellando
apertamente da Zoe e Monomaco, con disegno di farsi egli da' suoi
aderenti acclamare Imperadore, perduta ogni speranza di soccorso
da Costantino, s'intrigò a più pericolose imprese, che lo tennero
occupato, e distratto in molte parti. Egli allora deposto ogni rispetto
ed ubbidienza al suo Principe, devastò crudelmente e barbaramente
tutti i contorni di Monopoli, di Matera: nell'istesso tempo, che
dall'altra parte Argiro aveva preso Giovenazzo, e posto l'assedio a
Trani: indi essendo stato dall'Imperador Costantino mandato Pardo con
un tesor grande d'oro e d'argento in Puglia per nuovo Catapano, affin
di reprimere la perfidia di Maniace: questi che ne fu avvisato, se
gli fece incontro co' suoi soldati, ed ammazzatolo miseramente, gli
tolse via ogni cosa, se medesimo arricchendone e profondendone ancora
molta parte all'esercito, si fece gridare Augusto, vestendosi di
tutte l'insegne imperiali[204]; da poi avendo in vano sforzata Bari,
ritirossi a Taranto, ove avea collocata la sua sede. Quivi da Argiro
e da' Normanni fu assediato, ma giti vuoti questi disegni, egli da
poi in Otranto fermossi, donde finalmente nella Bulgaria, traversando
l'Adriatico portossi: quivi pugnando con Stefano Sebastoforo,
restò in battaglia vinto e preso: fugli troncato il capo, e mandato
all'Imperadore in Costantinopoli[205].
I Normanni in tante rivoluzioni non tralasciarono approfittarsene; onde
senza molta fatica attesero a riacquistare ciò che aveano abbandonato
all'arrivo di Maniace. E rassodate ora con maggior fermezza le
loro fortune per altre conquiste, che di giorno in giorno facevano,
pensarono per maggior sicurezza a non voler altri Capitani, che della
loro Nazione; e se bene Argiro era da essi tenuto in molta stima,
nulladimeno avendo scorto, che sotto la di lui condotta mal aveano
potuto sostenere gli sforzi di Maniace, e che le maggiori azioni, e
più gloriose a Guglielmo _Bracciodiferro_ si doveano, credettero di
far meglio di sottomettersi a lui; onde radunatisi in quest'anno 1043
nella città di Matera, ove Maniace pochi mesi prima avea esercitato le
più grandi crudeltà, l'elessero lor Comandante, e datogli per onore il
titolo di Conte, fu perciò, ch'egli fosse il primo, il quale Conte di
Puglia si nomasse.
§. I. _Di GUGLIELMO BRACCIODIFERRO I Conte di Puglia, creato l'anno
1043._
Questi fu il primo Titolo, e principio di tutti gli altri Titoli, che
la regal Casa normanna ebbe in Puglia e da poi in Sicilia, il qual non
l'ebbe, nè per autorità di Papa Benedetto IX, nè dall'Imperador greco
Costantino XI, che allor imperava in Oriente, ma, come narrano Lupo
Protospata e Lione Ostiense, per elezione de' Capitani, de' soldati
e del Popolo cioè de' Signori italiani, longobardi e normanni Capi e
maggiori dell'esercito, i quali unitisi a consiglio, decretarono che
si conferisse il titolo di Conte a Guglielmo Bracciodiferro; il qual
decreto approvando tutti i Capitani minori, e tutto l'esercito italiano
e normanno, la soldatesca tutta l'acclamò Conte, che fu il meglio dato,
e più legittimo, che se o dagli Imperadori di Oriente e d'Occidente,
o dal Papa lo ricevesse. Egli è credibile, come suspica Inveges[206],
che i Normanni in questa elezione avesser usate particolari cerimonie
nel crearlo Conte, e che oltre il suono de' timpani e delle trombe,
che comunemente accostumavasi nella promozione de' Conti (come può
vedersi presso Ugone Falcando, quando Riccardo di Mandra fu fatto Conte
di Molise) l'avessero eletto Conte coll'antica cerimonia italiana
di dargli in mano lo stendardo; quasi che fosse stato costituito
Gonfaloniere della nostra Lega italiana e normanna contro l'Imperador
greco; e che da ora sopra dell'arme per segno di Corona usasse un
semplice cerchio senza gioja, per distinguerlo dai titoli di Marchese
e di Duca, e senza raggi, per distinguerlo da' titoli di Principe, ma
così schietto, come era allora de' Conti.
I Normanni adunque avendosi in cotal guisa eletto per Conte di
Puglia Guglielmo, acciocchè pacificamente potessero godere delle
loro conquiste, ed infra di loro non potesse allignare alcun seme di
discordia, pensarono a dividersi di buon accordo le terre conquistate,
e quelle ancora che aveano in animo di conquistare. Essi nel
cominciamento della loro dominazione nella Puglia introdussero una
politia e forma di governo non dissimile a quella, che per dieci anni
tennero i Longobardi, quando morto Clefi non curandosi di rifare un
nuovo Re, distribuitesi infra di loro le città del Regno, ciascuno
colle medesime leggi ed istituti amministrava il Contado a se commesso,
e nelle deliberazioni più gravi e di momento, in Pavia città principale
solevan tutti convenire, ove assembrati consultavano degli affari più
rilevanti della Repubblica.
I Normanni ancorchè militassero sotto un Capitano, che l'elessero
per evitar le confusioni ed i disordini, che sogliono accadere
quando nell'imprese un solo non imperi; nulladimeno ciascuno, più
come compagno che come ministro in guerra, erasi adoperato, e molti
v'aveano avuto nelle conquiste egual parte, e somministrata ugual
opra e soccorso. Rainulfo Conte d'Aversa v'avea mandata molta gente
sotto dodici Capitani: Guglielmo _Bracciodiferro_ erasi cotanto
in quell'impresa segnalato: eransi ancora distinti sopra gli altri
Drogone e Umfredo suoi fratelli: Arduino primo autor dell'impresa; e
molti prodi e valorosi Campioni i quali non lasciarono ancora in tante
occasioni esporre le loro persone in ogni pericolo e cimento. Perciò
essi sin dal principio, che s'accinsero a sì nobili impresa, di buon
accordo convennero, che ciò che si sarebbe conquistato, non dovesse
ad un solo darsi, che ne fosse sol padrone, ma ugualmente infra di
lor partirsi. E quantunque Guglielmo fosse stato eletto Conte, questo
non fu, che a sol titolo d'onore, non che, come fu da poi variato, la
Puglia cedesse sotto la dominazione d'un solo.
Per queste cagioni fu da essi introdotto in questi principj un tal
governo, che s'accostava più all'aristocratico, che al monarchico;
perciò consultando il tutto con Guaimaro Principe di Salerno
loro antico alleato, intimarono una Dieta in Melfi, ove tutti per
quest'effetto dovessero convenire, alla quale invitarono ancora
Guaimaro e Rainulfo a dovervisi trovare[207]. Essi in questa guisa
si divisero le città. A Rainulfo Conte d'Aversa si diede la città di
Siponto col Monte Gargano con tutte le sue terre e luoghi appartenenti
al medesimo. A Guglielmo _Bracciodiferro_ si diede la città d'Ascoli,
confirmandogli il titolo di Conte, che di comun consenso già gli si era
concesso. A Drogone Venosa. S'assegnò ad Arnolino Lavello: Monopoli
ad Ugone: Trani a Pietro: Civita a Gualtiero: a Ridolfo Canne: a
Tristaino Montepiloso: Trigento ad Erveo: Acerenza ad Asclittino:
S. Arcangelo a Rodulfo: Minervino a Raimfrido: e ad Arduino, secondo
ciò, che aveano giurato, fugli ancora assegnata la porzion sua. Così
fu partito ciò ch'essi infinora aveano conquistato in Puglia. Solo
la città di Melfi, che era la prima e la più forte Piazza, che infino
allora aveano acquistata, restò a tutti comune. Essi se la serbarono
per aver un luogo ove potessero ragunarsi, qualora doveano deliberare
delle cose più rilevanti della lor Nazione: quindi Melfi cominciò
ad estollere il capo sopra l'altre città della Puglia, onde i romani
Pontefici la riputaron capace di potervi ivi ragunare qualche Concilio,
come fecero; ed essendosi anche Amalfi resa celebre per la navigazione,
quindi avvenne, che presso gli Scrittori oltramontani, non bene intesi
de' nostri luoghi, spesso confondendo l'una coll'altra città, prendono
l'una per l'altra, ingannati dall'uniformità del nome.
Ecco come i Normanni si resero padroni della maggior parie della nostra
Puglia: nè s'arrestò qui il corso delle loro conquiste, che poco da poi
portarono sopra l'altre province, come qui a poco ravviseremo. Essi la
tolsero a' Greci, che la possedevano; ancorchè l'Imperador di Occidente
vi pretendesse avervi dritto, come Re d'Italia, a' quali nel Regno de'
Longobardi fa sottoposta, e da' Duchi di Benevento era amministrata
per mezzo de' Castaldi, che vi mandava, e perciò ricaduta in poter
de' Greci, aveano ne' tempi degli Ottoni sovente preteso di sottoporla
all'Imperio d'Occidente, ancorchè i successi non corrispondessero a'
loro disegni.
Intanto Argiro essendosi diviso da' Normanni, veduto che da essi nella
distribuzione delle città non se gli era assegnata parte alcuna, avea
rivolti i suoi pensieri ad altre imprese: egli non si curò molto di
questo, poichè il suo intento era di farsi Principe di Bari, come Melo
suo padre, ed avendo avute opportune occasioni di rendersi nella grazia
dell'Imperadore Costantino Monomaco, per aver ripressa la fellonia
di Maniace, ed obbligatolo a fuggir in Bulgaria, ove fu fatto morire,
ottenne da questo Principe non sol la sua grazia, ma gli concedè Bari
col titolo di Principe e Duca di Puglia, facendolo anche Patrizio,
affinchè come suo dipendente mantenesse i suoi interessi, che avea
in queste province. Così Argiro in questa altra parte della Puglia
fermato, militando sotto gli auspicj dell'Imperador d'Oriente, diede
principio al Principato di Bari, che finalmente passò pure sotto la
dominazione de' Normanni, come diremo.
Intanto i Normanni siccome andavano maggior forza acquistando, così
si facevano più animosi, e poco men che insolenti con invadere i
vicini. Quelli che sotto Rainulfo Conte d'Aversa militavano, sovente
molestavano il monastero di Monte Cassino, e finalmente vennesi a
manifeste invasioni; ma essendosi loro opposto l'Abate, era la cosa per
terminare in una fiera guerra, se Guaimaro loro collegato, ed insieme
amico dell'Abate non si fosse frapposto per pacificargli, come fece.
Ma in quest'anno 1046 rimasero i Normanni afflittissimi per la morte
accaduta di due loro famosi Capitani. Quei di Puglia perderono il
famoso Guglielmo, il Condottiero di tutti i loro affari, nella di cui
persona s'univano con maraviglia l'intrepidezza ed il valore contro i
nemici, e la dolcezza e l'affabilità verso i suoi. Egli, come scrive
Guglielmo Pugliese[208] suo contemporaneo, era un Lione in guerra, un
Agnello nella società civile ed un Angelo nel consiglio. Non regnò
in Puglia, che tre anni, ed abitò in Italia dal 1035 che vi venne,
insino alla sua morte dodici anni; e fu sepellito nella chiesa della
Trinità di Venosa, città, la quale nella riferita divisione era
stata assegnata a Drogone suo fratello. Gli altri d'Aversa poco da
poi perderono il Conte Rainulfo al quale, non avendo di se lasciati
figliuoli, diedero per successore Asclittino, che fu cognominato,
secondo Ostiense[209], il _Conte giovane_, e da Orderico Vitale[210],
_de Quadrellis_. Questi resse il Contado di Aversa picciol tempo,
poichè morto nell'anno 1047 ancorchè avesse di se lasciati figliuoli,
invase tosto il Contado Rodolfo, da Ostiense cognominato _Cappello_, e
da Guglielmo Pugliese[211], detto _Drincanotto_; ma ben presto ne fu
costui scacciato dagli Aversani, i quali elessero per Conte un altro
Rodolfo, _Trinclinotte_ appellato; e questi, morto poco da poi, gli
Aversani posero in suo luogo Riccardo figliuolo d'Asclittino, il quale
trovandosi allora nella Puglia militando agli stipendj di Drogone, che
aveagli anche data per moglie una sua sorella, fu da essi richiamato,
ed al Contado d'Aversa proposto. Questi fu, che nell'anno 1058 avendo
discacciato il Principe Pandolfo V da Capua, si rendè padrone di quel
Principato, che poi trasmise a' suoi posteri, come diremo. Tanto che
i primi Principi di Capua normanni dal sangue di questo Asclittino
tutti discesero; nè bisogna confondergli con gli altri Normanni della
Puglia e della Calabria, che furono della razza di Tancredi Conte
d'Altavilla[212].
Questi ancora, per la morte di Guglielmo, pensarono immantenente a
sustituire in suo luogo un altro, che potesse ugualmente sostenere
le sue veci; onde elessero per Conte di Puglia _Drogone_ suo
fratello[213], prode e valoroso Capitano; Pirri, su la credenza che
Guglielmo avesse lasciato di se figliuoli, scrisse, che intanto i
Normanni, questi figliuoli esclusi, avessero in suo luogo eletto
Drogone suo fratello, perchè quest'era il lor costume di preferire
a' figli i fratelli maggiori del defunto; ma come ben osservò[214],
questa è una ragione in tutto vana; poichè appresso i Normanni medesimi
il Ducato di Normannia si trasferiva da padre a figlio; siccome il
notano la Cronaca Normanna, e Gordonio; e mancando la descendenza del
figliuolo, allora succedeva il fratello; siccome al III Riccardo, V
Duca già sterile, succedè il II Ruberto, VI Duca suo fratello, come
notò Gordonio nell'anno 1028. Onde è più verisimile, che in quest'anno
al titolo di Conte succedesse il fratello e non il figliuolo di
Guglielmo I, perchè questi o non ebbe moglie in Italia ed in Francia;
o se l'ebbe, fu donna sterile ed infeconda, come crede Inveges; ovvero
che in questi principj non per successione, ma per elezione erano
rifatti i Conti di Puglia.
§. II. _Di DROGONE II Conte di Puglia._
Mentre Drogone governava la Puglia, fu incredibile l'ardore e
l'impazienza, che gli altri suoi fratelli minori, ch'erano rimasi in
Normannia, aveano di venire a ritrovarlo; il loro padre Tancredi faticò
molto per ritenerne almeno due appo lui, per mantenere la sua casa
in Normannia. Roberto e gli altri suoi fratelli qui si condussero,
seco portando molti altri gentiluomini della lor Nazione, i quali
passavano in Italia non armati, o con levata di fanti e di cavalli, ma
travestiti in abito di pellegrini, col bordone in mano e colla tasca
alle spalle, come se andassero a' santuarj de' monti Cassino e Gargano,
per non esser fatti prigionieri da' Romani, i quali vedendo in Puglia
cotanto fiorire questa straniera Nazione, già l'avean per sospetta e
nemica così degl'Italiani, come de' Greci[215]. Stabilivansi perciò,
e augumentavansi sempre più i Normanni nella Puglia; al che conferiva
l'accuratezza di Drogone, il quale, per meglio stabilirsi, fece creare
Conte Umfredo III, suo fratello, e primogenito a riguardo degli altri
suoi fratelli minori; ed a Roberto, che fu poi detto Guiscardo, il
primo nato della seconda moglie di Tancredi, conoscendolo per un
Cavaliero più spiritoso ed intraprendente degli altri, lo impiegò ad
imprese più nobili e generose. Egli avendo conquistata la Fortezza di
S. Marco posta su la frontiera di Calabria, vi mise Roberto dentro per
guardarla, ed insieme perchè potesse secondo le occasioni dilatar i
confini sopra la Calabria.
Ma mentre così Drogone proccurava gli avanzamenti della sua Nazione,
accaddero in questi tempi altri fortunati successi, che gli portarono
maggior stabilimento e fermezza sopra la Puglia di recente conquistata.
L'Imperador Errico II, che come si disse, a Corrado suo padre era
nell'Imperio succeduto, essendo distratto per la guerra d'Ungheria,
non avea potuto molto badare alle cose d'Italia; ma disbrigato come
potè meglio di quell'impresa, fu per varie cagioni da dura necessità
costretto di calare in Italia. Lo richiamavano in queste parti il
sentire i tanti ravvolgimenti, che alla giornata accadevano in queste
nostre province, sopra le quali egli come Re d'Italia non voleva
perdere quella sovranità e que' diritti che v'aveano esercitato i suoi
predecessori; e se bene non molto si curasse dell'ingrandimento de'
Normanni nella Puglia e nella Calabria, riputando suo vantaggio se
tutte intere queste due province si togliessero a' Greci; nulladimeno
desiderava, che i Normanni fossero da se dipendenti, e siccome i
Principi longobardi lo riconoscevano per Sovrano, così essi dovessero
riconoscer lui. Ma molto più lo richiamavano in Italia i disordini e
le confusioni, e le detestabili enormità di Roma nate per l'elezioni
de' romani Pontefici; poichè essendo diminuita in Roma l'autorità
imperiale, ed avendo il Popolo riassunta l'autorità d'eleggere il
Papa, ritornarono in quella Chiesa le confusioni ed i disordini. Non
fu mai veduta questa città così miseramente afflitta per l'avarizia ed
esecrandi costumi dell'Ordine ecclesiastico come in questi tempi. Non
facevano allora difficoltà i maggiori Prelati comprare sfacciatamente
per danari i più alti ministerj, fino al Sommo Sacerdozio, e
scambievolmente vendere da poi le cose più sante. Non avean alcun
riparo a viva forza, e colle armi alle mani invadere la Cattedra di
S. Pietro; e quando le fazioni e le armi mancavano, di ricorrere alle
ambizioni, alle simonie, a' veleni, ai tradimenti ed alle uccisioni;
poichè non s'era ritenuto Benedetto vender parte del Ponteficato a
Silvestro III, ed un'altra parte a Gregorio VI, sedendo tutti e tre
in Roma in un medesimo tempo con molta confusione; massimamente, che
questo Gregorio essendosi armato di soldati a piedi ed a cavallo, e con
molta uccisione avendo occupata la Chiesa di S. Pietro con le armi,
aggrandiva notabilmente la sua parte. Erano ite in bando le lettere,
e la dottrina de' Padri e del Vangelo non avea in loro lasciato alcun
vestigio. Non s'arrossivano i Diaconi, i Preti ed i Vescovi stessi
nelle loro case, ed in Roma medesima tener pubblicamente le concubine,
nè si vergognavano ne' loro testamenti lasciar eredi i loro figliuoli
sacrilegi, che da quelle avean generati. In breve avean ridotta Roma in
una Babilonia, nè v'era scelleraggine, che non commettessero; tanto che
que' pochi, che per la loro somma virtù non furono contaminati, e che
scrissero delle calamità di questi tempi, confessano non aver parole
bastanti per esprimere tante enormità e scelleratezze: ed il celebre
Abate Desiderio, che visse in questi medesimi tempi, e che poi assunto
al Ponteficato fu detto Vittore III, narrando in parte questi orribili
eccessi, testifica sgomentarsi di rapportargli tutti per l'orrore, che
tante enormità aveangli recato[216].
Venne perciò Errico in Roma in questo anno 1047.
(Sembra fra Scrittori esservi qualche varietà intorno a fissar l'anno
di questa venuta d'_Errico_ in Roma. Alcuni la fissano nell'anno
1046, altri nel 1047; ma tutti però dicono lo stesso; poichè que'
Cronografi antichi, che cominciavano a contar gli anni dalla natività
del Signore, la coronazione d'_Errico_ seguita in Roma per mano di Papa
_Clemente_ II, nel giorno di Natale la portano nell'anno 1047. Così
_Lione Ostiense_ l. 2 c. 79 scrisse: _Henricus Imperator Chuonradi
filius, tot de Romana, et Apostolica sede nefandis auditis, caelitus
inspiratus, anno Domini MXLVII. Italiam ingrediens, Romam accelerat._
Siccome fè eziandio _Ottone Frisingense_ VI c. 33 dicendo: _Anno ab
incarnatione Domini MXLVII. Henricus Rex victoriosissimus, in die
Natalis Domini a Clemente coronatus, Imperatoris et Augusti XC, ab
Augusto nomen suscepit. Inde per Apuliam exercitum ducens, cum honore
ad Patriam revertitur._ Ed Ermanno Contratto ad An. 1047. _In ipsa
Natalis Domini die, praefatus Suidegerus etc. ex more consecratus
et nomine auctus, Clemens II vocatus est. Qui mox ipsa die Henricum
Regem et Conjugem ejus, Agnetem, Imperiali Benedictione sublimavit,
etc._ Altri Cronografi, che non fan cominciar l'anno da dicembre nel
giorno di Natale, ma che da gennaro seguente o da marzo, collocano
questi avvenimenti nell'anno precedente 1046 siccome fanno Sigeberto
Gemblacense ad An. 1046 _Alberico_ ad An. 1046 _Mariano Scoto_ ad An.
1046 ed altri Germani Scrittori rapportati da _Struvio Syntag. Histor.
Germ. disert._ 14 §. 18 _pag._ 407).
Ed ancorchè a tanti mali proccurasse dar qualche rimedio, con fugare
Benedetto, mandarne via Silvestro e relegare in Germania Gregorio; con
tutto ciò erano cotanto i costumi degli Ecclesiastici detestabili, e
l'ignoranza sì grande, che dovendosi eleggere il nuovo Pontefice, con
intenso dolore esclama Ostiense[217], che non si potè trovare alcuno
in Italia, che fosse degno d'un tanto Sacerdozio; tanto che per minore
male bisognò, che si venisse ad eleggere un Sassone, Vescovo ch'era di
Bamberga, il quale Clemente II nominossi.
I Romani soddisfatti d'Errico per queste cose sì prosperamente
adoperate, lo elessero per loro Patrizio, ed oltre della imperiale, lo
fregiarono dell'aurea Corona patriziale. Disbrigato Errico dagli affari
di Roma, a fin di comporre le cose di queste province, incaminossi
verso le medesime con Papa Clemente, e visitato ch'ebbe Monte Cassino,
in Capua fermossi[218]. Il Principe Guaimaro per nove anni avea
tenuto il Principato di Capua, di cui da Corrado, tolto che l'ebbe
a Pandulfo, n'era stato investito; ma questo Principe portava molta
gelosia agli altri per tanti acquisti; egli dopo avere al Principato di
Salerno aggiunto l'altro di Capua, aveasi ancora sottoposto il Ducato
di Sorrento, e l'altro più ragguardevole di Amalfi: teneva per suoi
dipendenti i Duchi di Gaeta: ed oltre a ciò coll'aiuto degli stessi
Normanni che Argiro, tenendo assediata Bari, aveagli mandati, aspirava
alla conquista della Puglia e della Calabria; nè s'era ritenuto, come
si disse, per mostrar il suo fasto, tra i suoi titoli usurparsi anche
quello di Duca di Puglia e di Calabria.
Dall'altro canto Pandolfo, che da Corrado era stato scacciato, e
che dopo la morte di Calefato, liberato dal successore dall'esilio,
era ritornato in Italia, coll'aiuto de' Conti d'Aquino, e del Sesto
cominciò a pensare come potesse riporsi nel suo Principato; laonde
morto Corrado, il quale non potè mai per la sua crudeltà sopportarlo,
e succeduto Errico, entrò in migliori speranze. In fatti venuto Errico
a Capua per l'incessanti sue preghiere e ricchi doni, aggiungendosi
ancora la gelosia della soverchia potenza di Guaimaro, l'Imperadore
senza usargli violenza, si adoperò destramente con Guaimaro per farsi
renunciare in sue mani il Principato di Capua, siccome seguì; e con ciò
fu da lui restituito a Pandolfo ed a Landolfo suo figliuolo[219].
§. III. _Prime investiture date dall'Imperadore ERRICO a' Normanni._
Composte in cotal guisa le cose di Capua, volle Errico assicurarsi de'
Normanni, de' quali prendeva gran cura avergli per suoi dipendenti. Non
aveano trascurato intanto Drogone Conte di Puglia, e Rainulfo Conte
d'Aversa subito ch'Errico giunse a Capua, di mostrarsegli riverenti
e rispettosi: essi lo visitarono e regalarono di molti cavalli e di
grossa quantità di denaro. Allora fu ch'Errico diede l'investitura a
questi Principi normanni del Contado d'Aversa (siccome già Corrado avea
fatto all'altro Rainulfo), ed a Drogone di tutto ciò ch'egli possedeva
nella Puglia[220]. Così proccuravano questi novelli Principi stabilirsi
con maggior fermezza in quelli Stati, ch'essi finora possedevano non
con altro titolo, se non per quello, che veniva lor fornito dalla
ragion della guerra. La Puglia e la Calabria ancorchè i Normanni
l'avessero tolte a' Greci, non è però che gl'Imperadori d'Occidente
non pretendessero appartenersi a loro come Re d'Italia, a cui queste
province, durante il Regno de' Longobardi, erano sottoposte; perciò
essi molte guerre ebbero co' Greci per riacquistarle, e per questa
cagione non deve parere strano, se essi ancora di queste province in
qualunque maniera che loro si offerisse la occasione, ne investissero
coloro i quali a' Greci l'avean tolte, come fecero a' Normanni.
Ma non pure Errico investigli di questi Stati, ma concedè loro ancora
tutto'l territorio beneventano, per l'occasione, che diremo. Reggeva in
questi tempi il Principato di Benevento Pandolfo III, col suo figliuolo
Landolfo[221]: Errico, da poi che in Capua ebbe investiti i Normanni,
partissi da questa città per portarsi in Benevento; i Beneventani
per ciò che potrà osservarsi dalle cose precedenti, riputando aver
ricevuto sempre de' maltrattamenti dagl'Imperadori d'Occidente,
come avevano sperimentato sotto i due ultimi Ottoni, di mal animo
ricevevano nella lor città gli Imperadori quando essi calavano in
Italia: ora che intesero la venuta d'Errico, e che ivi si portava
insieme con Papa Clemente II, gli resisterono, e chiuse le porte della
città, e dentro di quella fortificatisi non vollero riceverlo. Errico
fortemente sdegnato per quest'oltraggio, nè potendo allora colle
armi vendicarsene, fece scomunicar dal Papa tutta la città, dal qual
fatto, siccome altrove fu avvertito, maggiormente si conferma, che
molto prima di Gregorio VII, l'uso degli interdetti generali d'una
intera città fosse stato introdotto nella Chiesa; e non bastandogli
questo, tolse ai Beneventani tutto il lor territorio, e que' luoghi
aperti del Principato, che potevano di facile conquistarsi, ed a'
Normanni per la sua autorità furono conceduti[222]. Così avendo Errico
maggiormente stabiliti i Normanni ne' Contadi d'Aversa e di Puglia,
e parte del Principato di Benevento, in Germania fece ritorno, seco
menando Clemente R. P. e Gregorio già Pontefice, che avea in Germania
relegato. In quest'anno adunque 1047 la regia Casa normanna cominciò
a sottoporsi ad _investitura_, ed _infeudazione_ non già da' romani
Pontefici, i quali a questi tempi non si sognarono di pretenderlo; ma
dagli Imperadori d'Occidente, che come Re d'Italia, per le ragioni
altre volte ricordate, credeano queste province appartenere al loro
Imperio.
Ma mentre l'Imperadore d'Occidente così disponeva di queste nostre
province, l'Imperador d'Oriente, a cui era stato rapportato, che
Errico avea conceduta l'investitura a' Normanni della Puglia, e che
disponeva di questa provincia come se appartenesse al suo Imperio,
e non già a quello d'Oriente, com'era; e che perciò venivano i
Normanni a stabilirsi in maniera, che non vi sarebbe poi stata
speranza di scacciargli, pieno di rabbia e di cordoglio, si risolse
di mandare tosto in Puglia un nuovo Ufficiale, Argiro appellato,
carico d'oro e d'argento, e di preziosi drappi, affinchè non potendo
colle forze discacciargli, s'ingegnasse di farlo per questo mezzo,
e con invitargli in nome dell'Imperadore a passare colle loro truppe
nella Grecia, avendogli destinati per Capitani d'una guerra che esso
intendeva di fare a' Persiani, nella quale n'avrebbono ritratto un
gran vantaggio[223]. I Normanni, che tosto s'accorsero dell'inganno,
gli risposero con libertà, ch'essi non mettevano mai il piede fuori
d'Italia, se non quando ne fossero colla forza scacciati. Il dispetto
che n'ebbe Argiro di vedersi scoverto ogni suo artifizio, lo fece
rivoltare ad altri più scellerati mezzi. Egli co' tesori, che avea
recati da Costantinopoli, proccurò corrompere molti Pugliesi, e' più
famigliari del Conte Drogone, e fra gli altri si guadagnò un uomo
appellato Riso, ch'era anche suo compare[224]. Questo traditore,
mentre Drogone era in una delle sue Piazze, appellata Montoglio,
ed andava su'l mattino alla chiesa, si nascose dietro la porta, ed
avventandosegli sopra con un pugnale l'uccise; gli altri congiurati,
i quali si erano parimente nascosti con Riso, uccisero un gran numero
di gente della guardia del Conte, e presero il Forte. Lo stesso
fu eseguito in diversi luoghi della Puglia, ch'erano intesi della
congiura; tanto che fu de Normanni fatta maggior uccisione per questo
tradimento, che non in tante guerre di molti anni.
Ma Umfredo, che vivente ancora Drogone era stato fatto Conte, subito
che con estremo cordoglio ebbe intesa la morte di suo fratello, ed il
barbaro assassinamento, che i Pugliesi aveano fatto alla sua Nazione,
unì tutte le sue truppe, e rigorosamente avendo assediato il Forte
Montoglio, se ne rese dopo questo assedio padrone; ed avuto in mano
l'assassino co' suoi complici, fecegli morire con differenti sorti di
rigorosissimi supplicj. Volle opporsi Argiro, mettendosi alla testa
d'alquante truppe che unì; ma Umfredo gli fu sopra, lo disfece, ed
obbligollo a ritirarsi confuso e vinto, il che gli tirò sopra la
disgrazia dell'Imperadore, onde poco tempo dapoi ne morì di dolore.
Da questo avvenimento, i Normanni per vendicarsi dei Greci rivoltarono
tutti i loro pensieri per discacciargli dalla Calabria, e cominciarono
a star più cauti coi Pugliesi, ed a trattargli con più rigore; i
quali male sofferendo perciò il lor dominio, cominciarono ad empire
di querele il Mondo, ed inventare contro i Normanni le più atroci
calunnie, con accagionargli di mille delitti; e qualificando il loro
dominio per tiranno e per crudele, portarono le loro querele ad Errico,
e poco da poi al Papa Lione, onde nacquero tante novità e disordini,
come saremo ora a narrare.