_Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il decimo
secolo insin alla venuta de' Normanni._
La politia ecclesiastica, che si vide a questi tempi introdotta presso
di noi, comincia ad avere qualche rapporto alla presente, per quanto
s'attiene all'innalzamento de' Vescovi in Metropolitani. I Papi,
per la concessione del Pallio, trassero a se per nuovo diritto la
ragione sopra i Vescovi, obbligandogli ad andare in Roma a riceverlo,
innalzandogli a Metropolitani. Trasse quindi origine la pretensione,
che le cause delle loro diocesi per appellazione, o per negligenza in
trattarle dovessero portarsi a Roma: ed infine di voler soprantendere
a tutti i loro affari; ed eressero perciò molti nuovi Metropolitani
e Vescovi. Ebbero in ciò tutto il favore degli Ottoni Imperadori
d'Occidente, e d'Ottone I sopra ogni altro, li quali contro l'ambizione
de' Patriarchi di Costantinopoli gli difesero, facendo valere la
loro autorità anche sopra alcuni di quegli Stati, che s'appartenevano
all'Imperio greco. Aveva Ottone I forte cagione di sostenergli, poichè
niuno Imperadore fu cotanto da' romani Pontefici favorito, quanto lui.
Se tra' Scrittori ancor si disputa del Sinodo tenuto da Adriano in
Roma, dove narrasi essere stata data a Carlo M. la potestà di eleggere
il Papa; non si dubita però che Lione VIII in un general Concilio
tenuto nell'anno 964 in Laterano avesse ad Ottone M. ed a tutti
gl'Imperadori germani suoi successori conceduto in perpetuo, non pure
il Regno d'Italia ed il Patriziato romano, ed avesse con indissolubil
nodo unito l'Imperio d'Occidente col Regno germanico, ond'è che
Ottone, ed i suoi successori furono poi Sovrani di Roma; ma ancora
d'ordinare la Santa Sede, ed eleggere il Papa a suo arbitrio e piacere.
Confermogli ancora, ciò che Adriano avea conceduto a Carlo M. il
diritto dell'_investiture_, dandogli potestà coll'anello e col bastone
investire gli Arcivescovi ed i Vescovi delle loro Chiese. Di questo
Concilio tenuto in Roma ne rendono testimonianza Luitprando[109],
Ivone Carnotense[110], donde il prese Graziano[111], che volle pure
inserirlo nel suo decreto; e Teodorico di Niem da un antico Codice
fiorentino lo inserì anche nel suo Trattato delle Ragioni, e Privilegj
dell'Imperio[112].
Così vicendevolmente favorendo l'un l'altro, vennesi molto più a
corrompersi l'antica disciplina, ed il mutarsi l'antica disposizione
delle Chiese. I Papi perciò più Vescovi ordinarono, e più metropoli
cressero; ma l'innalzamento di queste si vide che facevasi, secondando
la disposizione delle città dell'Imperio, con adattarsi sempre la
politia ecclesiastica alla temporale; siccome appunto accadde in queste
nostre province.
_Principato di CAPUA._
Tra le città più cospicue ch'erano in quelle province sottoposte a'
Longobardi, si è veduto essere state Benevento e Salerno; ma ora Capua
sopra ogni altra estolse il capo. Quindi (non volendosi tener conto
di ciò che si facessero i Patriarchi di Costantinopoli nelle città al
greco Imperio sottoposte) la prima città del nostro Regno, che fosse
stata da' romani Pontefici innalzata ad esser metropoli, fu Capua. A
Lodovico Imperadore era venuto in pensiero nell'anno 873 di render
Capua metropoli; ma, come narra Erchemperto[113], frastornato per
altre cure, non ebbe questo suo pensiero effetto. Ma nel Pontificato
di Giovanni XIII, patendo costui fiere persecuzioni da' principali
Signori romani, che lo discacciarono da Roma, venendo a Capua, fu
cortesemente accolto dal Principe Pandulfo; il Papa riconoscente
di questo beneficio, nell'anno 968 in grazia sua innalzò Capua ad
esser metropoli, e consecrò Arcivescovo di quella Giovanni fratello
del Principe[114]. Ebbe per suffraganei i Vescovi d'Atina, il qual
Vescovado a' tempi di Papa Eugenio III fu soppresso, quello d'Isernia,
che prima andava unito colle Chiese di Venafro e di Bojano, l'altro
di Sessa, che poi si sottrasse da questa metropoli, e fu posto sotto
l'immediata soggezione del Pontefice romano; ed in decorso di tempo
multiplicandosi tuttavia in questo Principato più Vescovi, ebbe
ancora per suffraganei, siccome oggi ritiene, i Vescovi di Cajazza,
di Carinola, di Calvi, di Caserta, di Teano e di Venafro. Furon anche
suoi suffraganei i Vescovi d'Aquino, di Fondi, di Gaeta e di Sora,
ma sottratti da poi dalla Chiesa di Capua, furono immediatamente
sottoposti alla Sede Appostolica.
_Principato di BENEVENTO._
Il Principato di Benevento, non meno che quello di Capua, meritava
ancora quest'onore; la sua estensione sopra tutti gli altri Principati
e Ducati maggiormente lo richiedeva. Quindi si vede sopra tutti
i Metropolitani del nostro regno, l'Arcivescovo di Benevento aver
ritenuti ancora più Vescovi suffraganei. Fu pure un'anno appresso nel
969, innalzato Benevento dallo stesso Pontefice Giovanni XIII, ad esser
metropoli: e siccome era quella riputata capo d'un sì ampio Principato,
così secondando la politia della Chiesa quella dell'Imperio, si vide
il Vescovo di Benevento Capo di tutte le Chiese del suo Principato.
Fu in grazia dell'Imperador Ottone e del Principe Pandulfo costituito
Arcivescovo di Benevento Landolfo, a cui Papa Giovanni concedè il
Pallio, ed il titolo di Metropolitano[115]. Ciò che di particolare
si osserva in questa Chiesa si è, che il Vescovo beneventano prima
d'essere innalzato al grado di Metropolitano, ebbe Siponto, e molte
altre Chiese cattedrali a se soggette. Egli fu il più favorito non
men da' Pontefici romani, che dagli Imperadori, e da' suoi Principi di
innumerabili prerogative e privilegi. Costui un tempo videsi fregiato
di quelle due insigni prerogative, le quali oggi al solo Pontefice
romano sono riserbate, cioè di portar la mitra rotonda a guisa
dell'antica Tiara pontificia con una sola corona fregiata d'oro; e di
portare, mentre andava visitando la provincia, il Venerando Sacramento
dell'Altare; ed ora pur ritiene a guisa de' romani Pontefici l'uso di
segnare col sigillo di piombo le sue Bolle. Un tempo l'Arcivescovo di
Benevento ebbe la temporal Signoria della città di Varano con molte
altre terre e castelli, ed esercitava giurisdizione in molti luoghi, ed
ora i suoi Vicarj sono Giudici ordinarj in grado d'appellazione delle
cause civili tra' laici: e sopra le ville di S. Angelo, e della Motta,
secondo che rapporta Ughello[116], ritengono ancora il mero e misto
imperio.
L'estensione del suo Principato portò ancora in conseguenza, che
il numero de' Vescovi suffraganei fosse maggiore di quanti mai
Metropolitani fossero in queste province. Ne riconobbe un tempo
fino a trentadue, insino che alcuni di essi non fossero innalzati
o a Metropolitani, come fu quello di Siponto, che poi distaccatosi
da questa Chiesa, resse per se medesimo la sua Cattedra: ovvero
non fossero stati sottratti, e sottoposti immediatamente alla Sede
Appostolica, o altri, per la distruzione delle loro città, non
fossero stati soppressi. Ebbe sin da questi tempi per suffraganei i
Vescovi di S. Agata de' Goti, di Avellino, di Arriano, d'Ascoli, di
Bovino, di Volturara, di Larino, di Telese, di Alife e di Siponto.
Essendosi poi nel Regno da' romani Pontefici fatti più Vescovi, e
molte Chiese rendute cattedrali, che prima non erano, fu veduto,
come si è detto, il numero dei suffraganei molto maggiore. Quindi
ora si vede, essendosi per nuova distribuzione diviso il Regno in
più province, che questo Metropolitano abbia Vescovi suffraganei, non
pure nel _Principato Ultra_, ma in altre province fuori di quello. Nel
_Contado di Molise_ vi ha il Vescovo di Bojano, e l'altro di Guardia
Alfiera. Nel _Principato Citra_ ve ne ha cinque, quello di Avellino,
e gli altri d'Arriano, di Trivico, di Volturara, e di Monte Marano. In
_Terra di lavoro_ ne ritiene tre, quel di S. Agata de' Goti, d'Alife,
e di Telese. In _Capitanata_ sei, cioè Ascoli, Bovino, Larino, S.
Severo, Termoli e Lucera. Li Vescovadi di Draconaria, di Civitade, di
Firenzuola, di Frigento, di Lesina, di Montecorvino e di Turtiboli,
che tutti furono suffraganei all'Arcivescovo di Benevento, per la
desolazione delle loro città restano oggi estinti, ed unite le loro
rendite ad altre Chiese cattedrali; e quelle di Lesina distrutta da'
Saraceni, al magnifico ospedale della Nunziata di Napoli.
Teneva ancora in questa provincia, quando Siponto e 'l Monte Gargano
erano compresi nel Principato di Benevento, la Chiesa sipontina e
la garganica attribuite al Vescovo di Benevento sin da tempi di S.
Barbato dal Duca Romualdo, acconsentendovi anche Vitagliano R. P. il
quale nell'anno 668, a Barbato, e suoi successori confermò la Chiesa
sipontina; e poco men di quattrocento anni i Vescovi beneventani si
intitolavano anche Sipontini, ond'è che Landulfo, che fu il primo
Arcivescovo di Benevento, si nominava anche di Siponto; ma tolta
da poi questa provincia da' Greci a' Longobardi, e passata quindi
sotto la dominazione de' Normanni, furono da Benevento separate, e
Siponto antica sede de' Vescovi fu innalzata a metropoli. La Chiesa
sipontina sin da' primi tempi ebbe i suoi Vescovi; e negli atti del
Concilio romano celebrato nell'anno 465, sotto Ilario R. P. si legge la
soscrizione di Felice Vescovo di Siponto. Un altro Felice pur Vescovo
di questa città troviamo ne' tempi di S. Gregorio M. a cui da questo
Pontefice si veggono dirizzate molte sue epistole, e nel decreto di
Graziano[117] fassi memoria di Vitagliano Vescovo di Siponto, a cui
S. Gregorio drizzò parimente sue lettere. Caduta poi per le fiere
guerre tra' Longobardi beneventani, e' Greci napoletani in istato
lagrimevole, fu, come si disse, duopo unirla a quella di Benevento;
donde non si staccò se non in questi tempi, quando sedendo in Roma
Benedetto IX, nell'anno 1034, la divise da Benevento, e la decorò della
dignità Arcivescovile, e quindi ne' decretali[118] s'incontra spesso
il nome degli Arcivescovi sipontini. Pascale II, da poi le diede per
suffraganeo il Vescovo di Vesti, che ancor oggi ritiene.
Ritengono questi Arcivescovi il nome di Sipontini, ancorchè Siponto sia
ora distrutta, ed in suo luogo sopra le ruine di quella dal Re Manfredi
fossesi edificata un'altra città chiamata dal suo nome Manfredonia.
I Pontefici romani, e per serbarle il pregio dell'antichità, e per
l'odio che tengono al nome di Manfredi, le han fatto conservare
l'antico nome. I Canonici e' cittadini garganici pure pretesero, che
avendo gli Arcivescovi sipontini, o per l'amenità del luogo, ovvero
per occasion di guerre, sovente trasferita la loro residenza nel
Gargano, che dovessero chiamarsi non meno Sipontini, che Garganici, e
che la loro chiesa non meno che Siponto dovesse godere degli stessi
onori e prerogative; n'allegavan anche una bolla di Papa Eugenio
III, e ne mossero perciò lite in Roma, che ha durato più secoli. Ma
Alessandro III, profferì contro di essi la sentenza, poichè essendosi
riconosciuta la bolla d'Eugenio, videsi rasa e viziata in quella parte,
ove riponevan tutta la loro difesa. I successori d'Alessandro, Lucio,
Celestino, Innocenzio III, e tutti gli altri Papi confermarono la
sentenza d'Alessandro; onde ora la Chiesa sipontina solamente ritiene
l'onore di metropoli, a cui i Garganici sono sottoposti.
Non mancò chi credette, che al Metropolitano di Siponto, quando
Benedetto IX, l'innalzò a tal dignità, le avesse ancor dati quattro
Vescovi per suffraganei, cioè quello di Troja, l'altro di Melfi, e
quelli di Monopoli e di Rapolla; ma come ben pruova l'Ughello, questi
o non mai, o per poco tempo salutarono l'Arcivescovo di Siponto come
lor Metropolitano; poichè nel Concilio lateranense celebrato nell'anno
1179, sotto Alessandro III, i Vescovi di Melfi, e di Monopoli si
sottoscrissero con gli altri Vescovi immediatamente sottoposti alla
Sede Appostolica; e que' di Troja, e di Rapolla non v'intervennero;
e nel vecchio Provincial romano scritto da più di cinquecento anni
addietro, questi due si dicono appartenere alla Provincia romana, e
negli ultimi tempi quello di Rapolla fu estinto, ed unito al Vescovo di
Melfi.
Non si vede ora l'Arcivescovo di Benevento avere suffraganei ne' due
_Apruzzi_, che prima eran compresi nel Principato di Benevento; poichè
i Vescovadi di queste due province, quasi tutti, come a Roma vicini,
furono immediatamente sottoposti alla Sede Appostolica. L'Aquila
edificata dall'Imperador Federico II, sopra le ruine d'Amiterno,
del cui Vescovo fassi spessa memoria nell'Epistole di S. Gregorio
M. fu fatta sede Vescovile da Alessandro IV, il quale da Forcone
col consentimento di Bernardo, che n'era Vescovo, intorno l'anno
1257, traslatò quivi la sede, ed avendola collocata nella chiesa
de' SS. Massimo e Giorgio, ordinò, che non si nomasse più Vescovo
di Forcone, ma dell'Aquila, secondo che appare per la Bolla sopra di
ciò spedita, riferita dal Bzovio negli Annali ecclesiastici, e se ne
conserva copia autentica in pergameno nell'Archivio del convento di S.
Domenico di Napoli, fatta estrarre ad istanza del Vicario di Paolo suo
Vescovo nell'anno 1363. E questa Chiesa non è ad alcun Metropolitano
suffraganea; ma immediatamente sottoposta a quella di Roma. Chieti
parimente ebbe il suo Vescovo sotto l'immediata subordinazione del
Papa, e non fu, se non negli ultimi tempi da Clemente VII, nell'anno
1527, renduta metropoli, a cui per suffraganei furono dati i Vescovi di
Penna, d'Adria, e di Lanciano; ma questi pure da poi se ne sottrassero,
e ritornarono sotto l'immediata soggezione di Roma; e Lanciano fu poi
in metropoli innalzato, ma senza darsegli suffraganeo alcuno, ritenendo
solamente le preminenze ed il titolo di Arcivescovo; e solo il Vescovo
di Ortona rimane ora suffraganeo al Metropolitano di Chieti.
_Principato di SALERNO._
Il Principato salernitano meritava pure, che in questo decimo secolo,
siccome quello di Capua e di Benevento, avesse il suo Metropolitano;
onde è che Giovanni Principe di Salerno ne richiese il Pontefice
Benedetto VII, il quale nell'anno 974, innalzò questa città in
metropoli, ed istituì Arcivescovo di quella Amato[119]; gli fu poi
confermata questa prerogativa dal Pontefice Giovanni XV, onde l'Indice
aggiunto all'Istoria del Regno d'Italia del Sigonio, che rapporta
l'istituzione di questo Arcivescovado a Sergio IV nel 1009 contiene
manifesto errore. Ebbe prima per suffraganei molti Vescovi, fra' quali
furono quelli di Cosenza, di Bisignano, e di Acerenza. Questi, secondo
la disposizione delle sedi sottoposte al Trono costantinopolitano,
rapportata nel libro sesto di quest'istoria, furono attribuiti
dall'Imperador Lione, cioè i Vescovi di Cosenza e di Bisignano al
Metropolitano di Reggio, di cui erano suffraganei, e il Vescovo
d'Acerenza al Metropolitano di S. Severina; ma da poi furono restituiti
al Trono romano, e al Metropolitano di Salerno aggiudicati. Il Vescovo
di Consa parimente era suo suffraganeo, siccome quello di Pesto, di
Melfi, de la Calva, di Lavello, e di Nola; ma da poi quel di Pesto
fu unito a quello di Capaccio, gli altri di Melfi, di Lavello e di
Bisignano, se ne sottrassero, e si sottoposero immediatamente alla Sede
Appostolica, e quello di Nola fu fatto suffraganeo all'Arcivescovo di
Napoli. Il monastero della Cava, essendo surto in questi tempi, di cui
Alferio ne fu il primo Abate, innalzato poi in amplissima dignità, e da
Urbano II nel 1091 decorato il suo Abate Pietro dell'uso della Mitra,
fu da Bonifacio IX eretto in Cattedrale[120]. Ma Lione X diede poi alla
Cava particolar Vescovo, e fu quello sottoposto immediatamente alla
Sede Appostolica. Tre altri di questi Vescovadi furono da poi ancor
innalzati a metropoli, e furon que' di Consa, di Acerenza e di Cosenza.
Il Vescovo di Consa da chi, ed in quali tempi fosse stato innalzato
a Metropolitano, è molto incerto: forte conghiettura è quella
dell'Ughello[121], che crede da Alessandro II, ovvero da Gregorio
VII suo successore, essersi Consa resa metropoli; poichè si vede, che
nell'anno 1051 sotto il Ponteficato di Lione IX il Vescovo di Consa
era ancor suffraganeo all'Arcivescovo di Salerno; ed il primo, che
s'incontra nominarsi Arcivescovo di Consa, fu Lione, che visse sotto
il Ponteficato di Gregorio VII, e da questo Lione poi successivamente
senz'interruzione si veggono tutti gli altri nominati Arcivescovi. Gli
furon dati per suffraganei i Vescovi, che di tempo in tempo s'andavan
ergendo ne' luoghi vicini; onde se gli diede il Vescovo di S. Angelo
de' Longobardi, quello di Bisaccia, di Lacedogna, di Montemurro, di
Muro, e di Satriano; ma quest'ultimo passò poi sotto il Metropolitano
di Salerno. Dell'altro di Belfiense, di cui nel Provinciale Romano
fassi memoria, come sottoposto al Metropolitano di Consa, non ve n'è
ora presso di noi alcun vestigio.
Il Vescovo d'Acerenza, che prima, secondo la Novella di Lione, era
suffraganeo al Metropolitano di S. Severina, sottoposto al Patriarca
di Costantinopoli, restituito al Romano, riconobbe per Metropolitano
l'Arcivescovo di Salerno, e si legge dall'anno 993 insino al 1051
essere stato a costui suffraganeo. Fu poi da Niccolò II innalzato,
e renduto Metropolitano; poichè ciò che alcuni scrissero questa
dignità essergli stata conferita da Benedetto V, s'asserisce senza
verun legittimo documento. Alessandro II, che a Niccolò succedè,
nell'anno 1067 confermò all'Arcivescovo Arnolfo questa prerogativa
di Metropolitano, e l'uso del Pallio; e gli diede per suffraganee
le Chiese di Venosa, di Montemilone, di Potenza, Tulba, Tricarico,
Montepeloso, Gravina, Oblano, Turri, Tursi, Latiniano, S. Quirico,
e Virolo co' suoi castelli, ville, monasteri, e plebe; onde il nome
degli Arcivescovi d'Acerenza cominciò a sentirsi, di cui anche nelle
nostre decretali[122] sovente accade farsene ricordanza. Ma in decorso
di tempo, desolata Acerenza, per le continue guerre, d'abitatori,
bisognò che a lei per sostenerla s'unisse la Chiesa di Matera, la quale
da Innocenzio II, essendo stata renduta cattedrale, fu con perpetua
unione congiunta a quella d'Acerenza con legge, che l'Arcivescovo
d'Acerenza per accrescer dignità alla Chiesa di Matera, si chiamasse
ancora Arcivescovo di Matera, e che quando dimorava in Acerenza, nelle
scritture il nome di Acerenza fosse posto innanzi a quello di Matera;
e tutto al rovescio poi si praticasse quando l'Arcivescovo trasferiva
sua residenza in Matera. Questa alleanza non durò guari, poichè sotto
Eugenio IV per togliere le discordie fra i Capitoli, e' cittadini
dell'una e dell'altra città, furono divise, ed assegnato a Matera il
proprio Vescovo. Tornaronsi poi ad unire; ma sotto Lione X insorte
nuove contese, finalmente nel Ponteficato di Clemente VII fu dalla
Ruota romana deciso il litigio a favor d'Acerenza, conservandole le
antiche sue ragioni e preminenze. Ma questa città ridotta nell'ultimo
scadimento, avendo perduto l'antico suo splendore; ed all'incontro,
siccome portano le vicende delle mondane cose, Matera essendo divenuta
più ampia, e d'abitatori più numerosa, bisognò trasferire la sede degli
Arcivescovi di Acerenza in Matera, ove ora tengono la loro residenza;
e le restano ancora cinque Vescovi suffraganei, quello d'Anglona
trasferito nell'anno 1546 da Paolo III per la sua desolazione in Tursi,
quello di Gravina, e gli altri di Potenza, di Tricarico e di Venosa.
Il Vescovo di Cosenza prima suffraganeo al Metropolitano di Reggio,
e sottoposto al Trono costantinopolitano, tolto da poi a' Greci, e
restituito da' Normanni al Romano, fu suffraganeo dell'Arcivescovo
di Salerno; ma in qual anno, e da qual Pontefice ne fosse stato
sottratto, ed innalzata Cosenza ad esser metropoli, non se ne sa niente
di certo[123]. Comunemente si crede, che nel principio dell'undecimo
secolo fosse stata decorata di questa dignità; poichè nell'anno
1056, nella Cronaca di Lupo Protospata si fa memoria di un tal Pietro
Arcivescovo di Cosenza; ed altri reputano che questo trasmutamento
fossesi fatto sotto il Ponteficato di Gregorio IX o poco prima.
Ancorchè le rendite, che gode, siano grandi, non ha che uno solo
suffraganeo, e questi è il Vescovo di Martorano, essendo tutti gli
altri Vescovi vicini esenti, e sottoposti immediatamente alla sede di
Roma.
Ma sopra tutti gli altri Metropolitani di queste nostre province
niuno come l'Arcivescovo di Salerno, può pregiarsi della prerogativa
di Primate, della quale fu egli decorato da Urbano II, dichiarandolo
Primate di tutta la Lucania; onde ancorchè i Vescovi di Consa, di
Acerenza e di Cosenza, ch'erano suoi suffraganei, fossero stati poi
innalzati a Metropolitani, Urbano II per una sua Bolla istromentata in
Salerno nell'anno 1099, sopra questi, e sopra tutti i loro suffraganei
lo costituì Primate. Ferdinando Ughello trascrive la Bolla, parte della
quale vien anche rapportata dal Baronio, dove ad Alfano Arcivescovo di
Salerno, ed a' suoi successori si concedono le preminenze di Primate
sopra gli Arcivescovi di Acerenza e di Consa, e sopra tutti i loro
suffraganei, i quali dovessero promettere prestargli ogni ubbidienza;
prescrisse eziandio il modo della loro elezione: che presente il Legato
della Sede Appostolica, e l'Arcivescovo Primate nelle loro metropoli,
col consiglio ed autorità de' medesimi si dovessero eleggere, e, dopo
eletti, colle loro patenti mandarsi in Roma a consecrarsi, e a ricevere
il Pallio, ed a giurar da poi ubbidienza all'Arcivescovo di Salerno,
come lor Primate. Ma queste prerogative col correr degli anni andarono
in disuso, ed ora l'Arcivescovo di Salerno solamente sopra i Vescovi
suffraganei, che gli sono rimasi, esercita le ragioni di Metropolitano.
Gli restano oggi i Vescovi d'Acerno, di Campagna, di Capaccio, di
Marsico nuovo, di Nocera de' Pagani, di Nusco, di Policastro, di
Satriano e di Sarno.
I. _Disposizione delle Chiese sottoposte al greco Imperio, restituite
poi da' Normanni al Trono romano._ PUGLIA.
La principal sede del Magistrato greco, donde era amministrata non men
la Puglia che la Calabria, la veggiamo ora collocata in Bari; quindi
dagli Scrittori fu chiamata Capo di tutte le città della Puglia,
e che ella teneva il primato in questa provincia. Il suo Vescovo
perciò estolse il capo sopra tutti gli altri Vescovi della Puglia;
s'aggiunsero i favori de' Patriarchi di Costantinopoli, i quali
avendoselo appropriato, e sottoposto al Trono costantinopolitano, di
molti privilegi, e prerogative lo ricolmarono. Ma sopra ogni altro si
estolse per lo trasferimento quivi fatto delle miracolose ossa del
santo Vescovo di Mira Niccolò; le quali fin dalla Licia, navigando
alcuni Baresi per Levante, e ritornando da Antiochia per mare, dando
a terra nelle maremme di Licia, venne lor fatto di involar di colà
il sacro deposito, e nell'anno 1087, trasportarlo in Bari. Così Bari
gareggiando ora con Benevento e con Salerno, se costoro pregiavansi dei
corpi di due santi Appostoli, ella si vanta di quello di S. Niccolò; e
con tanta maggior ragione, quanto che coloro ne conservano l'ossa aride
ed asciutte, ma Bari le ha tutte grondanti di prezioso liquore; di che
ne abbiamo un'illustre testimonianza, quanto è quella dell'Imperador
Emanuel Comneno, il quale in una sua Novella[124] lo testifica. Ebbe
la Chiesa di Bari suoi Vescovi antichi; hassi memoria di Gervasio, che
nell'anno 347, intervenne nel Concilio di Sardica: di Concordio, che si
sottoscrisse nel Concilio romano, sotto il Pontefice Ilario nell'anno
465, e di altri, che non erano, che semplici Vescovi. Antonio Beatillo
nella sua Istoria di Bari vuole, che sin dall'anno 530, nel Ponteficato
di Felice IV, da Eugenio Patriarca di Costantinopoli fosse stato
Pietro Vescovo di Bari innalzato al titolo ed autorità di Arcivescovo
e di Metropolitano, essendo manifesto dalle greche Bolle, che si
conservano ancora nel Duomo di Bari, che i Patriarchi di Costantinopoli
confermavano gli Eletti, e ne spedivano le Bolle; ma siccome è vero,
che Bari quando era sottoposta al greco Imperio, fu ancora attribuita
al Trono costantinopolitano, leggendosi in Balsamone nell'esposizione,
ch'egli fa de' Vescovadi a quel Patriarcato soggetti, fra gli altri,
quello di Bari al numero XXXI, quello di Trani al numero XLIV, l'altro
d'Otranto al LXVI e gli altri di Calabria al XXXVIII, nulladimanco ciò
non deve riportarsi a tempi cotanto in dietro e remoti infino all'anno
530, quando queste province con vigore erano governate da' Goti, e
nelle quali non avean che impacciarsi così nel politico e temporale,
come nell'ecclesiastico e spirituale i Greci; essendo allora tutte
le nostre Chiese amministrate dal Pontefice romano, nè l'ambizione
de' Patriarchi di Costantinopoli s'era in que' tempi distesa tanto,
sicchè avesse potuto invadere anche queste nostre province, siccome si
vide da poi ne' tempi di Lione Isaurico, e più, sotto gl'Imperadori
Lione Armeno e Lione il Filosofo, che si portano per autori della
disposizione delle Chiese sottoposte al Trono di Costantinopoli; ond'è
da credere, che i Vescovi di Bari decorati prima secondo il solito
fasto de' Greci col titolo di Arcivescovi, si fossero da poi renduti
Metropolitani da' Patriarchi di Costantinopoli, con attribuir loro
dodici Vescovi suffraganei, molto da poi, che Reggio, S. Severina
ed Otranto furono sottoposti al Trono costantinopolitano, quando,
vindicata Bari da' Longobardi e da' Saraceni, pervenne finalmente sotto
la dominazione de' Greci.
La città di Canosa in tempo della sua floridezza gareggiò con Bari
in quanto a' Vescovi: ebbe ancor ella suoi Vescovi antichi, e lungo
di lor catalogo ne tessè Beatillo, incominciando dall'anno 347 fino
all'anno 800, nel quale egli dice che Pietro Longobardo affine di
Grimoaldo Principe di Benevento fu eletto Vescovo di Canosa, il qual
egli crede che fosse l'ultimo, poichè ei soggiunge, che fu poi la
sua sede innalzata in metropoli nell'anno 818, ond'egli fu l'ultimo
Vescovo, e 'l primo Arcivescovo di Canosa; e non potendo dirsi, che a
questo grado l'avesse innalzato il Pontefice romano, poichè verrebbe
ad esser più antico di quello di Capua, quando tutti i nostri più
appurati Scrittori questo pregio d'antichità lo attribuiscono a Capua,
è da credere che dal Patriarca di Costantinopoli, non già dal Romano
fosse stato a questi tempi il Vescovo di Canosa renduto Arcivescovo.
Che che ne sia, distrutta da poi Canosa da' Saraceni, si videro uniti
questi due Arcivescovadi nella persona di un solo, e la Chiesa di
Canosa fu unita a quella di Bari; ed Angelario, che a Pietro succedè,
fu il primo, che nell'anno 845, si chiamasse Arcivescovo insieme di
Bari e di Canosa, siccome da poi usarono tutti i suoi successori.
Tolte da poi queste Chiese al Trono costantinopolitano, e restituite
da' Normanni al Romano, i Pontefici romani lasciandole colla medesima
dignità, cominciarono a disporne come a se appartenenti, concedendo
all'Arcivescovo di Bari l'uso del Pallio, che prima non avea; e
Gregorio VII, a richiesta del Duca Roberto, nell'anno 1078 creò
Arcivescovo di Bari Urso, cotanto famigliare di quel Principe, e da
poi nell'anno 1089 Urbano II da Melfi, ove tenne un Concilio, gito
a Bari, a preghiere del Duca Roggiero e di Boemondo suo fratello,
concedette, e confermò ad Elia allora Arcivescovo di Bari suo grande
amico, per essere dimorati insieme Monaci nel monastero della Trinità
della Cova, ed a' suoi successori per suffraganee le diocesi di Canosa,
di Trani, di Bitetto, di Bitonto, di Giovenazzo, di Molfetta, di Ruvo,
d'Andria, di Canne, di Minervino, di Lavello, di Rapolla, di Melfi, di
Salpi, di Conversano, di Polignano, ed oltramare, anche di Cattaro,
e le Chiese di Modugno, d'Acquatetta, di Montemiloro, di Biselpi, di
Cisterna con tutte le altre Chiese delle città e terre a queste diocesi
appartenenti, con spedirnele Bolla, che si legge presso Ughello, e vien
anche rapportata dal Beatillo.
Ma di tanti suffraganei al Metropolitano di Bari assegnati, molti in
decorso di tempo ne furono sottratti, passando chi sotto l'immediata
soggezione della Sede Appostolica, altri soppressi, altri dati a Trani,
la quale da poi fu innalzata anch'ella in metropoli. L'Arcivescovo
di Trani è fra' moderni il più antico, leggendosi molte epistole
d'Innocenzio III dirizzate al medesimo; ma la sua istituzione non deve
riportarsi a' tempi di Urbano II, ne' quali non era ancora che semplice
Vescovo. Quindi erra il Beatillo[125], che da questa Bolla di Urbano
vuol ricavare che noverandosi anche Trani fra l'altre Chiese attribuite
per suffraganee all'Arcivescovo di Bari, avesselo creato per ciò anche
Primate della Puglia, non altramente che l'istesso Urbano creò quello
di Salerno Primate della Lucania, e siccome l'istesso Pontefice sublimò
al grado e dignità di Primate in Ispagna l'Arcivescovo di Toledo, e
l'altro di Tarracona; poichè nel Pontificato d'Urbano II Trani non
era stata ancora innalzata a metropoli: ebbe quest'onore intorno a'
tempi d'Innocenzio III, o poco prima, e poscia gli furono attribuite la
città di Barletta, la quale all'Arcivescovo di Trani, non al Nazareno è
sottoposta, Corato, ed il Castello della Trinità. Fu poi unita a questa
Metropoli la Chiesa di Salpi, che per lungo tempo tenne i suoi Vescovi,
ma da poi nell'anno 1547, si riunì a quella di Trani, siccome dura
ancora. Tiene ora per suffraganei i Vescovi d'Andria e di Bisceglia,
poichè in quanto al Vescovo di Monopoli sta immediatamente sottoposto
alla sede di Roma.
Si sottrassero ancora dal Metropolitano di Bari il Vescovo di Melfi,
passando sotto l'immediata soggezione del Papa, e l'altro di Canne,
il quale sottratto da questa sede, fu attribuito all'Arcivescovo di
Nazaret. Gli restano adunque ora per suffraganei li Vescovi di Bitetto,
di Bitonto, di Conversano, di Giovenazzo, di Lavello, di Minervino,
di Polignano, e di Ruvo; e ciò che parrà strano, ritiene ancora per
suffraganeo il Vescovo di Cattaro, città della Dalmazia sottoposta a'
Veneziani, la qual prima era suffraganea all'Arcivescovo di Ragusi,
poi a quello d'Antivari, e finalmente a quello di Bari[126]. Ma non è
però, che insieme col Vescovo fosse a lui suffraganea la sua diocesi:
ella ora in buona parte viene occupata dal Turco, il rimanente ritiene
ancora il rito greco scismatico, e con esso molti errori: niegano il
Primato al Pontefice romano; niegano il Purgatorio, e la processione
dello Spirito Santo dal Padre, e dal Figliuolo; e gli ordini sacri dal
Vescovo di Rascia comprano. Ritiene ancora l'Arcivescovo di Bari la
giurisdizione di conoscere in grado d'appellazione le cause delle Corti
di Molfetta, di Canosa, di Terlizzo, e di Rutigliano.
Risplende eziandio la Puglia per un altro Arcivescovo, che collocato
nella città di Barletta, conserva ancora le memorie antiche della sua
prima Sede: egli è l'Arcivescovo di Nazaret. Fu Nazaret città della
Galilea al Mondo cotanto rinomata per li natali del suo Redentore, che
da lei volle cognominarsi Nazareno. Liberata che fu Gerusalemme dal
glorioso Goffredo, fortunato ancora che dopo il corso di tanti secoli
trovò chi di lui si altamente cantasse; i Latini costituirono Nazaret
metropoli; ma ritolta a costoro nell'anno 1190 la Palestina, ed in
poter de' Saraceni ricaduta, si vide quest'inclita città in servitù
de' medesimi, ed il suo Arcivescovo ramingo e fuggitivo, non trovò
altro scampo, che in Puglia; e quivi accolto dal romano Pontefice,
affinchè si ritenesse la memoria ed il nome d'un così venerando
Sacerdote, gli piacque costituirgli in Italia una sede onoraria, ed
in Barletta, città della diocesi di Trani, stabilì la sua residenza.
Fugli non lungi dalle mura di questa città assegnata una Chiesa con
tutte le ragioni e dignità di Metropolitano; ed indi a poco molte
Chiese parrocchiali furon a lui sottoposte. Non passò guari, che due
Chiese cattedrali al suo Trono furono attribuite: quella di Monteverde
nell'anno 1434 avendola Clemente VII unita alla Chiesa di Nazaret; e
l'altra di Canne, che nell'anno 1455 Calisto III parimente a quella
l'unì. Ruinata da poi per le guerre la prima Chiesa assegnatagli,
fu trasferita nell'anno 1566 per autorità di Pio V la sede dentro la
città, nella Badial Chiesa di S. Bartolomeo. L'Arcivescovo Bernardo da'
fondamenti la rifece, e con molta magnificenza l'ampliò e l'adornò.
Tiene quest'Arcivescovo la sua diocesi distratta in varie parti: ha
chiese a lui sottoposte in Bari, in Acerenza, in Potenza, nella Terra
di Vadula della diocesi di Capaccio, nella Saponara della diocesi di
Marsico, ed altrove, e gode di molti benefizj chiamati semplici. Egli
s'intitola Arcivescovo Nazareno, e Vescovo di Canne e di Monteverde per
ispezial privilegio concedutogli da Clemente IV, confermatogli da poi
da Innocenzio VIII, da Clemente VII e da Pio V, romani Pontefici. Tiene
una singolar prerogativa di portar la Croce, il Pallio, e la Mozzetta,
non solo in Barletta, e nelle altre Chiese della sua diocesi, ma per
tutto il Mondo cattolico, nè sotto qualunque pretesto di concessione
appostolica possono gli altri Arcivescovi contrastargliela. Egli non
è sottoposto ad altri, che al romano Pontefice, ed esercita nella sua
Chiesa e diocesi tutta quella giurisdizione, che gli altri Arcivescovi
esercitano nelle Chiese loro.