[406] OLLIVIER, _L'Empire liberal_, IV, pag. 234.
E tutto il resto è vago o aleatorio.
Ma se non è un errore di deduzione, nel colloquio stesso del mattino, il
vincitore di Solferino era stato vinto, cioè, in uno dei punti capitali,
dove egli — forse — sperava di ottenere vittoria; e verosimilmente a
questo alludevano i patti «così duri» che egli intendeva strappare
all'Austria, cioè Venezia. Non certo Venezia congiunta al regno di
Vittorio Emanuele, ma Venezia staccata dall'Impero d'Austria e
costituita in condizione indipendente sotto un arciduca austriaco,
federato agli altri Stati d'Italia. Una di quelle misure intermedie da
accontentare tutti, amici e nemici, che formano un lato ben
caratteristico della fisonomia morale e della politica di Napoleone.
Meschino ed illogico provvedimento diciamo noi, ed a ragione: o dentro o
fuori. Ma anche questo spediente di conciliazione e non indecoroso per
l'Austria, fallì, nè poteva essere altrimenti. O dentro o fuori.
Francesco Giuseppe era dentro; e bisognava uccidere altri venti o
quaranta mila «automi», perchè andasse fuori. Su questo punto, se
Napoleone volle pur discutere a Villafranca, Francesco Giuseppe avrebbe
fatto capire che era inutile cominciare il colloquio. Di tale intenzione
di Napoleone non mancano documenti. Per mezzo dell'amico Persigny cercò
anteriormente di indurre lord Palmerston[407] a farsi mediatore di pace
in tale senso: ma quel ministro liberale inglese non volle assumersi la
paternità di una pace conclusa in termini offensivi per i patriotti
italiani, e che insieme avrebbe creato, pur supponendo che l'Austria la
avesse accettata, nuova e più viva materia di contrasti e di
guerra.[408] Il progetto partiva dal Persigny; ma, scrive il Chiala, che
al ministro inglese non occorse troppo acume per capire che quella
proposta era figlia naturale della mente «fantastica» dell'Imperatore.
[407] Liberale e favorevole all'Italia, successo in quel tempo
al Ministero Derby.
[408] «La libertà del Piemonte ecciterebbe le aspirazioni dei
Veneti. Il malcontento e il disordine ne sarebbero la
conseguenza. L'Austria interverrebbe: ella non potrebbe
tollerare che un arciduca della sua casa fosse nell'imbarazzo
senza accorrere in suo aiuto.» Lettera del Palmerston a Lord
Russell del 6 luglio '59. In CHIALA, III, CCIV. Il sovrano
proposto per questo Regno del Veneto sarebbe stato Massimiliano,
quello cui poi Napoleone offrì il fatale impero del Messico.
Il ministro liberale inglese aveva pienamente ragione, e l'Italia da
questo momento della sua storia deve elencare, tra le sue fortune, il
favore dell'Inghilterra, sempre più palese e maggiore. Il vento è
mutato: infatti al ministero conservatore Derby è subentrato il
ministero liberale Palmerston. Tuttavia è singolare come l'acquazzone di
Solferino abbia fatto germogliare come fungo la simpatia degli uomini di
Stato inglesi. Essi, che prima tanto temevano l'aumento della potenza di
Francia nel Mediterraneo, ora trovano molto utile, poichè il tenebroso
Imperatore arrestandosi a Villafranca, arrestò le paurose tenebre della
sua politica, favorire «quest'umile Italia», che in quel mare interno —
revocato poi dal Lesseps all'antica importanza — si specchia e si bagna.
Oh, il nuovo ammirabile amore!
Un uomo riconosciuto ~fantastico~, non appare più molto temibile.
La critica e l'opposizione successive a dare effetto al trattato di
Villafranca sono dovute in grandissima parte all'Inghilterra; la quale
con discorsi e scritti e opere diplomatiche così attrasse la
riconoscenza italiana, che questa non potè a meno di farsi più lieve per
ciò che riguarda il sangue versato a Solferino ed a Magenta. Ma queste
cose, per quanto interessanti, non possono avere qui luogo, e meglio è
riprendere il racconto.
Nell'epistolario del Mérimée al Panizzi (12 luglio, pag. CCVI) è detto
che il principe Napoleone aveva telegrafato ai suoi amici in Parigi che
quello di costituire la Venezia in istato indipendente sotto un arciduca
d'Austria era il fermo proposito dell'Imperatore. E secondo il dispaccio
di Ubaldino Peruzzi al Ricasoli (Parigi 16 ottobre 1859) l'Imperatore, a
lui, che con altri delegati toscani presentava i voti di quel popolo per
la annessione, avrebbe detto di avere chiesto all'Imperatore d'Austria
di rendere Venezia indipendente sotto un arciduca sovrano, ma che
Francesco Giuseppe non vi acconsentì.
Più grave ancora, se vero, ciò che riferisce Th. Martin,[409] cioè che
l'Imperatore, tornato in Parigi, avrebbe in quel luglio detto al
principe di Metternich, nuovo ambasciatore d'Austria, a proposito del
colloquio di Villafranca: «Io avevo ben motivo di temere il colloquio
con l'Imperatore, vostro sovrano, perchè io ero ben certo che mi avrebbe
soggiogato».
[409] MARTIN, _op. cit._, pag. 459, in CHIALA, III, CCXIV.
In fatti nel colloquio fra il principe Napoleone e Francesco Giuseppe,
della Venezia non si discute nemmeno e il paragrafo è approvato come è:
«La Venezia fa parte della Confederazione italiana, benchè rimanga sotto
lo scettro dell'Imperatore d'Austria».
Il risultato di quella sanguinosa guerra si risolve in un «~benchè~».
È cosa ben assurda e pietosa: essa rimane fissa nel cuore generoso di
Napoleone come una punta arrugginita. Se ne accorse dopo del dolore, e
lo palesa davanti alla Francia ed al mondo in una maniera, io non so, se
più pietosa od ingenua: «Credete voi che poca pena non m'abbia costato
cancellare pubblicamente dal mio programma il territorio che dal Mincio
si estende all'Adriatico?»[410]
[410] Discorso dell'Imperatore davanti ai grandi Corpi dello
Stato, 19 luglio 1859. «Pel paragrafo risguardante la Venezia si
passò oltre senza discussione alcuna, perchè era impossibile
formulare riforme interne che l'Austria potrebbe in appresso
accordare(?!)». Caratteristica dichiarazione del BAZANCOURT,
_op. cit._ II, pag. 400.
E poi su questo chiodo per sei anni si sentirà far leva: Signore
onnipotente, invitto sostenitore del diritto dei popoli, dateci Venezia!
E Venezia fu l'altra palla di piombo che Napoleone con Villafranca si
legò al piede.
L'altra — più antica — si chiamava Roma!
*
Ma non è tutto: lo scopo precipuo della guerra, cioè distruggere il
diritto dell'intervento austriaco nelle cose d'Italia, non fu raggiunto.
Ben si può dire che il sangue di Solferino, San Martino e Magenta lo ha
irrimediabilmente corroso quell'iniquo diritto, che la diplomazia lo
scancellerà più tardi. Ma allora, no. Il quinto paragrafo dice: «Il gran
duca di Toscana e il duca di Modena rientrano nei loro Stati»; ma in
origine, come scrisse Napoleone, diceva: «I due sovrani faranno tutti i
loro sforzi, «senza però ricorrere alle armi», affinchè i duchi di
Toscana e di Modena ritornino nei loro Stati». Ma quell'inciso «senza
però ricorrere alle armi», Francesco Giuseppe non l'ha voluto, e fu
tolto. Fu tolto perchè egli può fare «dei sacrifici personali», può
cedere quanto a Parma perchè quella duchessa è una Borbone, non un
Absburgo; ma abbandonare parenti ed alleati fedeli, che sono ricoverati
nel suo campo; che domandano protezione all'aquila imperiale d'Austria;
ma implicitamente incoraggiare la rivoluzione, dandole la certezza che
non sarebbe stata impedita, significava togliere a quei duchi la forza
morale di ricuperare il trono. No certo! Pare che Francesco Giuseppe
ritenesse Francesco V d'Este fornito di armi italiane fedeli e bastevoli
per ricuperare Modena; e quanto a Leopoldo II, non dubitasse che le
popolazioni toscane, cessata, per virtù del trattato di pace, la
pressione del Piemonte, avrebbero richiamato, come fu del '49, il loro
legittimo e «paterno» sovrano. Che tale pensiero di facili restaurazioni
ducali e granducali nutrisse anche Napoleone, non è improbabile; che lo
desiderasse, anche, in quel giorno come vendetta del vedere a lui tolta
Toscana (se pure ci fece serio conto), può anche sospettarsi: ma il
fatto reale che quattro giorni dopo quell'11 luglio consiglia a Cavour
di impedire le restaurazioni nei ducati; e che cedè poi sui ducati, non
solo e più tardi sul resto, contro il desiderio della Francia, dovrebbe
avere alcuna eloquenza persuasiva.
Racconta Nicomede Bianchi che a Francesco Giuseppe nel firmare, gli
occhi si colmarono di lagrime e dicesse: «Possiate, mio caro principe,
non trovarvi mai nella necessità di cedere una delle vostre più belle
provincie».[411]
[411] NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata_, vol. III, pag.
154. Il principe Napoleone non firmò, dichiarandosi non
autorizzato a firmare dopo i mutamenti fatti: assicurò Francesco
Giuseppe riluttante a firmare da solo, che il documento gli
sarebbe stato restituito il dì seguente con la firma di
Napoleone, o senz'essa.
Era dunque assai cara questa terra lombarda all'Austria!
*
Fu alla sera che il Re, ritornato ancora a Valleggio, per invito
dell'Imperatore, ad attendere l'arrivo del principe da Verona, conobbe
il testo preciso di quei preliminari di pace.
La fiera e nota minaccia del Re di proseguire, in tale caso, la guerra
da solo, deve essere stata espressa in questo secondo colloquio, ben
altrimenti procelloso di quello del giorno.
Alla quale minaccia l'Imperatore rispose: «A scelta vostra, ma in vece
di un solo nemico, voi potreste trovarne due».[412]
[412] Vedi anche Diario citato in CASTELLI, _Ricordi_, pag. 317.
Quando uscì, il Re era rosso in faccia e aveva gli occhi più fuori del
solito. Salutò l'Imperatore che l'accompagnava, cavò il berretto al
seguito, montò a cavallo, e uscito dal paese, disse all'aiutante:
Siamo rovinati!
Maestà, in che modo?
Non ci vogliono nemmeno dare ciò che ci davano nel '48. Aggiunse anche
lui (notevoli parole!): Napoleone s'è lasciato intenerire dal giovane
Imperatore.[413]
[413] CASTELLI, _Ricordi_, pag. 317.
Giunsero a Monzambano. Cavour aspettava il Re a villa Melchiorri.
*
Tempestosi, lunghi colloqui erano avvenuti il giorno prima tra lui ed il
Re, tra lui e il principe Napoleone.
Sa lei che cosa vorrebbe Cavour? — aveva detto il Re al suo Della Rocca,
— Vorrebbe che io continuassi da solo la guerra. Io sono furioso quanto
lui per questa pace; ma non perdo la bussola, non perdo la ragione.
E al principe Napoleone che ripeteva a sazietà certe ragioni della pace,
Cavour aveva detto: Ah, monsignore, quando si vuole annegare il suo
cane, si dice che è arrabbiato!
Con una sola persona Cavour non potè parlare: con l'Imperatore.
«Parlare nelle condizioni presenti non poteva essere di alcuna utilità.
Il conte vorrà muovermi dei rimproveri; io ne ho da muovere a lui, e
sarà senza pro' giacchè ora tutto è finito. Lo rivedrò volentieri a
Milano, a patto che non mi parli del passato».[414] Il che significa: i
patti di Plombières da me non furono potuti osservare, da voi non furono
voluti osservare. E va bene! Cavour non gli parlerà più, ma il suo
pensiero gli arriverà lo stesso, e il passato sarà semente da cui
germoglierà l'avvenire.
[414] NICOMEDE BIANCHI, _Op. cit._, VIII, pag. 159.
E quello che andava ripetendo il fido Conneau all'aiutante del Re:
L'Imperatore è malcontento di Cavour; ha agito male, molto male con lui.
Fomenta i movimenti della Romagna e compromette l'Imperatore.[415]
[415] CASTELLI, pag. 314.
E il giorno 12 al Lamarmora, che reca la nota clausola, Napoleone dice:
«So che il conte di Cavour è irritatissimo. Comprendo, scuso questo
stato dell'animo suo, profondamente angustiato nel veder troncati i suoi
disegni politici. Il pensiero della compiuta indipendenza d'Italia mi fu
sempre caro, ma per tentare di colorirlo, io non potevo arrischiare di
compromettere interessi maggiori. Io sono convinto che, con l'attuale
organamento delle sue forze militari, la Francia è nell'impossibilità di
sostenere una doppia guerra sul Reno e sull'Adige».[416]
[416] NICOMEDE BIANCHI, VIII, _op. cit._, pag. 160.
Quest'uomo che sfugge alle strette di un colloquio formidabile prima di
firmare la pace, che poi presenta quasi delle scuse, offre un fenomeno
dei più interessanti.
Non vuole udire Cavour? Udrà lo stesso la sua parola.
In quale stato, poi, di irritazione fosse il Cavour dal suo primo
scendere a Desenzano, è detto dall'Arrivabene in una ben nota
corrispondenza ad un giornale inglese. L'abituale sorriso, le sue
maniere cortesi erano scomparse. Dopo un primo colloquio col Re, il
giorno 10, così è descritto:
«La esasperazione del Cavour faceva pietà in tutti gli astanti. Il suo
volto era rosso come una bragia; e il suo portamento così semplice e
naturale per ordinario, tradiva coi gesti violenti l'indignazione che
gli toglieva ogni dominio di sè stesso». E poichè uscì di casa
Melchiorri, si stette addossato alla muraglia d'una meschina
farmacia.... Esclamazioni di sdegno prorompevano dalle sue labbra
frementi, e lampi di collera passavano ad ogni tratto sul suo volto
abbronzato dal sole. Spettacolo singolare e terribile!»[417]
[417] È la nota narrazione di Carlo Arrivabene, corrispondente
del _Daily News_.
*
Dunque egli, in quella notte, attendeva il Re. Ora egli avrebbe
conosciuto il testo preciso di quei preliminari di pace.
Era verso la mezzanotte. Il Re fece introdurre il Cavour nel suo
gabinetto insieme col Nigra.
Il Re comandò al Nigra[418] di dare la copia dei preliminari a Cavour.
Questi cominciò a leggerla in silenzio. Ma non terminò la lettura. Gettò
lo scritto sulla tavola. E qui ebbe luogo una scena commovente.
[418] Il Nigra aveva seguito il Re a Valeggio e per ordine del
Re aveva fatto una copia dei preliminari recati da Verona.
A questo punto il Chiala[419] mette una serie di puntini al diario da
cui toglie e rimanda in nota ad uno scritto di Isacco Artom, che afferma
che poche scene di Shakespeare potrebbero essere paragonate a quel
colloquio. Cavour avrebbe parlato come Mazzini: Sire, a che serbare il
trono subalpino? che giova anche l'annessione della Lombardia, se
l'Italia intera continua a rimanere sotto la supremazia politica e
militare dell'Austria? Come lasciare Napoli e la Sicilia ai Borboni,
l'Emilia, la Toscana, la Romagna oscillanti tra la formazione di
effimere republiche e il ritorno dei loro antichi governanti? Anzichè
piegare il capo ai nuovi patti, Vostra Maestà ascolti la voce del suo
cuore. Ritenti la lotta colle sole sue forze, e se la sorte ci è di
nuovo avversa, si ritiri piuttosto in Sardegna, vada ramingo in Italia
ed in Europa. Sappiano gli Italiani che la vostra dinastia non ha ormai
altro avvenire, altre speranze che l'avvenire e le speranze d'Italia.
[419] CHIALA, VI, pag. 415.
Colloquio tragico; senza dubbio; ma anche di altra natura.
Certo questo servitore del suo Re parlò al suo Re in modo ben nuovo.
Il caldo era atroce; il Re era in maniche di camicia e fumava
nervosamente: anche il linguaggio dev'essere stato in maniche di
camicia, benchè su le frasi speciali non vi sia molta sicurezza.
Vittorio Emanuele, secondo il suo temperamento, cercava di calmarlo.
Abdicare? A questo ci voleva pensar lui, che era il Re. «Il Re? Il vero
Re sono io!» «Lei? ~Chiel a l'è 'l Re? Chiel a l'è un birichin~».[420]
Sarebbe stata la ripetizione dell'epiteto significativo, adoperato già
dal Balbo.
Il carattere del Re è reso tipicamente dalla frase che è riferita dal
Nigra: ~Nigra, ca lo mena a durmì~. Il Cavour stava, infatti, per
perdere i sonni una seconda volta. La espressione del Re viene a dire:
Voi in questo momento sragionate. Questa politica — i giuochi dei
bussolotti dell'Azeglio — me la avete fatta fare voi, mio caro; io vi ho
accontentato per tanto tempo e adesso vi lamentate perchè il giuoco non
è riuscito proprio bene? Ma a questo mondo non si può ottenere sempre
ciò che si desidera. Io prendo quel poco di bene che c'è, e lascio voi a
fare gli eroi.
[420] CHIALA, III, CCXIX; che toglie, dichiarando di ignorare
ciò che vi sia di vero, dal CANINI, _Briciole di storia_.
*
Le parole del Re, al mattino seguente, al generale Solaroli
corrispondono a quanto qui è detto, in modo preciso. Disse: Cavour si è
portato assai male con me: fu quasi insolente. Ma lo compatisco perchè è
già qualche tempo che gli gira la testa.... Sissignore, è proprio così
come gliela dico; io ho avuto il torto di averlo troppo ascoltato, ma
troverò ancora degli amici.
Solaroli rispose: Maestà ne troverà molti.
Il Re lo guardò fisso, e poi disse: Lei ci crede? Ma caro lei, i re sono
fatti per non averne nessuno e non mai sentire la verità, e per quanti
beneficî facciano, non trovano che ingratitudine.[421]
[421] CASTELLI, _Ricordi_, pagg. 318, 319, e CHIALA, VI, pag.
417.
*
Si domandano le cause di Villafranca; ma esse sono nel contrasto e nella
natura delle cose esposte. Le stesse solenni dichiarazioni,[422] fatte
dall'Imperatore in Parigi, davanti ai grandi Consigli dello Stato, il 19
luglio, confermano queste cause preesistenti alla guerra e che erano
state su tutti i tuoni segnalate da un anno alla sua attenzione. E
bisogna supporre che la sua reputazione di astutissimo fosse ben
consolidata, se così ingenue ed aperte dichiarazioni poterono essere
proferite senza timore di scadere nell'opinione della sua autorità. La
minaccia dell'intervento armato della Prussia (più o meno reale secondo
che altri pensa) e le condizioni dell'esercito francese, inadatte a
sostenere quella doppia guerra, erano fatti conosciuti anche prima.
Quanto poi alla possibilità di una terza vittoria, bisognerebbe essere
tecnici di cose di guerra per esprimere un giudizio non avventato. A
Magenta ed a Solferino i generali dell'Austria commisero certo molti
errori, e vinsero i Francesi che ne commisero meno e spiegarono più
valore; ma non era assicurato che la serie degli errori austriaci
sarebbe proseguita in proporzione crescente, tanto più che l'esercito di
quella nazione era suscettibile di aumento: quello franco-italiano non
di troppo. È vero che diffusa correva fra noi l'opinione della prossima
~finis Austriae~; ma non solo i fatti posteriori hanno dimostrato
erroneo tale giudizio; ma, cosa che allora avrebbe fatto inorridire,
molti patriotti italiani, pur forzando l'acerbità delle recenti memorie,
si fecero poi alleati dell'Austria, per temenza di un'altra Austria
maggiore. A queste considerazioni conviene aggiungere un altro fatto —
già ripetutamente notato — di cui l'Imperatore era stato premonito, cioè
che per lui il vincere sempre era condizione, non solo del buon fine
nella guerra d'Italia, ma della stabilità stessa della corona imperiale.
[422] Per servire all'Indipendenza italiana feci la guerra
contro la volontà dell'Europa e tostochè le sorti del mio paese
poterono essere poste in pericolo, io feci la pace.
Il De La Gorge, in pochi periodi, in cui è difficile essere più
freddamente crudele, sintetizza così: «Dopo Solferino l'Imperatore capì
due cose per nulla nuove, che avrebbe potuto leggere nei libri: cioè che
una coalizione costituiva un doloroso imbarazzo, e che un campo di
battaglia era cosa orribile a contemplare. Dopo ciò fece ogni sorta di
riflessioni giudiziose, che tre mesi prima sarebbero state meravigliose.
Un giorno, non reggendo più, con quella semplicità cordiale e graziosa
che lo faceva amare malgrado i suoi difetti, andò a trovare l'Imperatore
d'Austria e si stupì con lui di tanto sangue versato, gli strinse la
mano, lo abbracciò anche, e in un'ora concluse in fretta una pace, che
non terminava nulla, fuorchè la carneficina. Poi tornò in Francia in
fretta e furia, chiudendo quasi gli occhi per non vedere tutto ciò che
lasciava in Italia di passioni e di speranze, difficili a contenere,
pericolose a soddisfare».[423]
[423] DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 69.
Ma a parte la terribile ironia, ben spiegabile in un francese, il De La
Gorge non può negare il cerchio di ferro in cui si era venuto a trovare
Napoleone dopo Solferino.
La Prussia, lieta in segreto delle sconfitte austriache, ma inquieta
delle vittorie francesi, ondeggiava incerta tra la gelosia soddisfatta e
la paura che s'era desta. Disposta a trarre il maggior vantaggio dalle
disfatte dell'Austria, poichè Francesco Giuseppe fece sapere che era
impotente a difendere le frontiere della federazione germanica dal lato
d'Italia, assunse attitudine minacciosa. «Se passate il Mincio —
telegrafava il 22 giugno l'Imperatrice Eugenia — la coalizione si
pronuncerà contro di voi. La Prussia già mobilizza i suoi corpi
d'esercito e sul Reno siamo deboli»; e il ministro Randon nelle sue
memorie nota: «Quando 120 000 uomini partirono per l'Italia, si trovò
che non ne rimaneva abbastanza per prendere l'offensiva sul Reno».[424]
Lo Czar, in fine, insospettito dei moti popolari d'Italia, dei maneggi
segreti di Napoleone coi primari fuorusciti magiari e polacchi, desto —
come dicemmo — al sospetto che quella politica rivoluzionaria
dell'Imperatore avrebbe sconvolto l'Europa, e la Polonia avrebbe imitato
l'Italia, si raffreddò d'un tratto e fece sapere che con le armi non
avrebbe certo impedito l'intervento prussiano.
[424] RANDON, _Memorie_, II, pag. 36.
Napoleone il Grande avrebbe, forse, potuto rompere quel cerchio di
ferro. Ma Vittor Hugo stesso ci informa che occorrono mille anni a
generare simili umani prodigi. E poi? Lo stesso Giulio Cesare, fatto il
ponte famoso sul Reno, tornò bellamente indietro alle tetre minacce
degli Svevi.
Napoleone III non trovò altra soluzione che intendersi direttamente con
Francesco Giuseppe, e sfuggire così, l'uno e l'altro, ai troppo
interessati intermediari della pace. Fece quel che potè e fece anche
capire l'intima debolezza del suo meraviglioso sogno.
Da allora in poi la Colonna[425] splenderà come un faro che manda gli
ultimi guizzi.
[425] «La Colonna splendea come un faro» (CARDUCCI).
*
La causa di Villafranca vuol essere ricercata anche nell'errore mentale
di Napoleone, pel quale fu indotto a credere alla possibilità di farsi
egli promotore e moderatore di un vasto moto rivoluzionario europeo: ma
senza quell'errore iniziale, probabilmente non avrebbe nemmeno
intrapresa la guerra: forse anche le memorie giovanili del '31 lo
indussero a credere in uno stato d'anima nel popolo italiano alquanto
diverso dal vero, come delicato cenno è nelle parole dette al Cavour,
prima di lasciare l'Italia: «Per prendere Verona, ci volevano 300 000
uomini ed io non li avevo». È vero che Mazzini aveva detto agli Italiani
che il loro concorso alla guerra bisognava che fosse così grande che
l'aiuto di Francia dovesse parere semplice legione; ma ciò non era
avvenuto. Gran delusione fu Villafranca per gli Italiani; ma gran
delusione fu Villafranca anche per Napoleone.
Il Mazzini comincia il suo scritto su Villafranca con le parole: «La
delusione è scesa più rapida che noi stessi credevamo». Anzi a noi
sembra da additare la tenacia con cui egli persistette sino a Solferino,
e si può dire che sino al tre luglio — giorno in cui avvenne un
colloquio fra lui ed il Kossuth, stabilendo il programma di una
insurrezione magiara, il grande sogno non è abbandonato.[426] I puntelli
dell'illusione sono quasi tutti caduti, ma l'uomo resiste ancora. La
venuta al campo in quel giorno stesso del principe Napoleone dalla
Toscana, probabilmente fece cadere gli ultimi sostegni, e allora la nave
della volontà cominciò a scivolare, quindi a precipitare in senso
opposto sinchè fu varata.
[426] Alla domanda del Kossuth: «Sire, siete voi disposto ad
accettare una pace che non risolva la questione italiana?» aveva
risposto: «A meno di non essere battuto o d'esservi costretto da
una mediazione armata dell'Europa, io non accetterò una simile
pace». (Vedi KOSSUTH, _Souvenirs_, pag. 305). Questo colloquio è
per intero riferito dal CHIALA, III, CLXXXVI e segg. Del
colloquio e dei grandi progetti dell'Imperatore il Cavour fu
informato dal Kossuth, ritornato in Torino. In relazione a
queste cose è la riferita lettera del Cavour al La Marmora, del
6 luglio, in cui discute il grave urgente problema militare;
manda al diavolo i teorici (Iomini), e termina con le parole:
«se le cose continuano ad andare come vanno, una disgrazia ci
capiterà un giorno o l'altro». Il Chiala fa seguire dei puntini,
qui come altrove. Vedi CHIALA, III, pag. 105.
Un intemperante di pensiero, e un ardito paradossale era il Principe,
alla cui inspirazione ed informazioni opina il Chiala sia dovuta quella
serie di notizie denigratorie sulla partecipazione degli Italiani alla
guerra che si leggono nelle lettere del Merimée al Panizzi e che,
prescindendo da ciò che è meschino fatto di cronaca o calunnia, può
essere riassunta in queste parole di quelle lettere: «l'aristocrazia, è
vero, ha mostrato della devozione, del patriottismo, ma è un
infinitamente piccolo», affermazione che, tranne l'assoluto, e l'erroneo
senso dato alla parola «aristocrazia», non può meravigliare se non chi
si rifiuti a rendersi conto di quest'ovvia verità, cioè che la
rivoluzione italiana fu specialmente dovuta all'eroica resistenza di una
minoranza intellettuale;[427] e se il popolo seguì, fu per naturale
generosità e anche in grazia della stolta nequizia austriaca che spinse
sino un Papa, almeno per ventiquattro ore, a farsi patriotta e italiano.
[427] Nell'articolo X degli statuti della società segreta
_Esperia_, fondata dai fratelli Bandiera (R. PIERANTONI, _I
fratelli Bandiera_, Cogliati, 1909) è detto: «Non si facciano,
se non con sommo riguardo affiliazioni tra la plebe perchè dessa
quasi sempre per natura è imprudente e per bisogno corrotta. È
da rivolgersi di preferenza ai ricchi, ai forti ed ai dotti,
negligendo i poveri, i deboli e gli ignoranti; si tentino gli
animi calmi e generosi, si lascino andare i freddi e gli
indecisi; meglio i celibi che gli ammogliati, i giovani che i
vecchi».
In una lettera del principe Napoleone al Buoncompagni, del 9 giugno, è
detto: «Dalla Toscana non ha potuto condurre più di quattro o cinque
mila uomini. È per questo bel risultato che la Toscana s'è sollevata al
grido: Viva la guerra?»[428] Questo ed altro deve avere esposto il
Principe a Napoleone.
[428] Lettera del principe Napoleone in data 9 giugno 1859,
diretta al Buoncompagni, comunicata per copia all'Imperatore. La
riporta nei passi qui riferiti, il CHIALA, _op. cit._, III,
CXCIX.
Ma se il principe Napoleone si illuse che i Toscani dovessero preferire
lui, questo obeso di corpo e acerbo di spirito, a Leopoldo II, che
disprezzavano, ma non odiavano — come bene gli spiegò il Cavour — , fece
errato calcolo. E per ciò che riguarda questa rimproverata scarsa
partecipazione alla guerra, conviene dire che i Toscani amavano bensì,
non meno degli altri Italiani, la libertà della patria comune, ma
amavano moltissimo anche la loro autonomia e tanti piccoli materiali
vantaggi la cui perdita rimase consegnata al famoso motto, toscano
appunto: «Si stava meglio quando si stava peggio!» La Lombardia
specialmente fece notevolissimi sacrifici; ma le campagne erano, e non
potevano non essere inerti. Presumere nelle così dette masse un moto
unanime e formidabile di rivolta (come oggi potrebbe accadere per
ragioni economiche e di lotta di classe), per una causa ideale ed
aristocratica, quale la causa della nazionalità, significava aver perso
il senso etnico e storico; e in questo errore caddero tanto il Mazzini
quanto Napoleone III.
Si aggiungano a queste cause maggiori i dissensi o malintesi con
Vittorio Emanuele per ciò che riguardava l'apparecchio dell'armi,[429]
il malcontento di Vaillant, di Fleury;[430] gli avvertimenti gravi sul
fumar dell'ira clericale in Francia (fumava a belle spire anche fra
noi!); l'abbattimento fisico, fors'anche, susseguito a così grande
tensione di forze, ed aumentato dalle vampe, non solo di un estate
torrido, ma da quelle della rivoluzione che s'illuse di potere sfrenare
e infrenare a suo modo, e già lo lambivano dolorosamente. Tutte queste
cause secondarie possono spiegare, io non dico la deliberazione della
pace, che è data da quelle prime cause, ma quel non so che di convulso,
di affrettato, di iroso che è nel terminare la guerra e lasciare
l'Italia.
[429] Vedi Relazione dello Stato Maggiore prussiano sulla
campagna del '59, (Berlino, 1862). «Aggiungiamo il cattivo umore
dell'Imperatore a causa dei diportamenti di Vittorio Emanuele,
di cui gli sforzi per darsi una posizione, la più indipendente
possibile, diveniva di giorno in giorno più evidente».
[430] CHIALA, III, pag. 414. Consigliavano Napoleone di lasciare
questi italiani da soli a sbrigarsela. I soldati d'Africa
dicevano che il calore delle bassure del Mincio era peggiore che
quello d'Africa. (_Dal carteggio di un generale sardo._)
Minori cose queste ultime, ma a Napoleone — come spesso avviene ai
teorici ed agli idealisti — divenendo pratico per un istante, le piccole
cose ingrandivano al di là della loro giusta proporzione.
*
Il Cavour ripartì da Desenzano per Torino il giorno 12. Ebbe ancora un
colloquio col principe Napoleone.
Il Chiala dice che quest'ultimo colloquio fu tempestosissimo. E c'è ben
da crederlo quando seppe definitivamente a quali miserevoli patti era
stata conclusa la pace. Il pensiero di tradimento gli si deve essere
affacciato netto, terribile. In correlazione a questo «tempestosissimo»
colloquio è la lettera del Cavour al principe Napoleone, in data 25
gennaio, quando, pochi mesi dopo, sotto l'impulso della necessità, fu
compiuto quel moto annessionista in pro' della monarchia sabauda,
soluzione inattesa di quella crisi tragica e pietosa insieme di
Villafranca. In quella lettera cortigianescamente ricredendosi, scrive
il Cavour: «Monsignore, dal tempo del mio ultimo colloquio con Vostra
Altezza, quanti grandi avvenimenti! Quanti germi contenuti nel trattato
di Villafranca, si sono sviluppati in maniera meravigliosa! Sia
benedetta la pace di Villafranca».[431]
[431] CHIALA, III, pagg. 186 e 187.
*
Ritornato in Torino, altri lo descrive «pallido, invecchiato in tre
giorni di parecchi anni»; altri, «immerso in tal profondo dolore da far
pietà». Perdette veramente il dominio di sè? Io non so. Io so che gran
sventura sarebbe stato se egli si fosse comportato ~moderatamente~ e non
avesse perduto il dominio di sè.
*
Dunque l'Imperatore non volle dare udienza? Saprà lo stesso il suo
pensiero. Vi sarà chi glielo riferirà.
Il giorno 15 a Torino presente Pietri, l'anima fedele di Napoleone;
presente il Kossuth, parlò parole terribili (è il Kossuth che le
riferisce), parole che sa, che vuole che siano riferite, perchè parlare
davanti a ~ce monsieur~ è come parlare davanti al suo Imperatore.
«Questa pace non si farà, questo trattato non si eseguirà. La
confederazione! Imaginare il Re del Piemonte in questa società
grottesca, col Papa presidente, l'Austria a destra e ai fianchi quattro
satelliti austriaci. Mi faccio rivoluzionario. Prendo a braccetto
Mazzini e divento cospiratore anch'io, divento rivoluzionario. Ma questo
trattato non si eseguirà. No, mille volte no! mai, mai! L'Imperatore se
ne va? Buon viaggio. Noi, cioè io e voi, Kossuth, rimaniamo, vero? Per
Dio, che noi non ci fermeremo a mezza strada». E si batteva furente il
petto, e Pietri teneva reclinato il capo.[432]
[432] KOSSUTH, _Souvenirs_, passo notissimo riportato per intero
dal Chiala, Vol. III.
*
Non parla più all'Imperatore: si accontenta di commiserare le sorti
d'Italia. Assiste all'arrivo dell'Imperatore alla stazione di Torino,
per obbligo, perchè non c'è il successore; ma al pranzo non assiste.
Vuol parlare adesso lui, il taciturno. Per prendere Verona ci volevano
300 000 uomini: lui non li aveva. Toscana, Modena, Romagna sono caduti
ancora in mano dei loro nemici! È vero. Ebbene, ne difenderà la causa.
Intanto «non permettete alle vecchie dinastie di ritornare. Nizza e
Savoia? Non penseremo più a Nizza e Savoia. Mi pagherete le spese di
guerra».
Parte: il Re lo accompagnò in ferrovia sino a Susa; quivi attendevano le
berline di viaggio per il valico del Cenisio.
Rimontando in treno, il Re trasse un gran sospiro come se si fosse tolto
un peso dallo stomaco, e disse: Ah, se ne è andato![433]
[433] CASTELLI, _Ricordi_, pag. 323.
La via si restrinse fra i monti. L'Italia sparve allo sguardo
dell'Imperatore.
E parte, ma non è appena cessato lo stupore della partenza, che
un'imprecazione si solleva, cresce: è tutto un popolo che impreca;
l'onda oltraggiosa batte sino alle Tuileries. Ha mancato ai patti, ha
abbandonato Venezia all'Austria; ha fermato Garibaldi alla Cattolica.
Pretende ora Nizza e Savoia.[434] Traditore!
[434] Lettera di Napoleone ad Arese: «È triste pensare che
mentre io lotto qui tutti i giorni in favore del Piemonte
(cessione Savoia), mi si lasci oltraggiare in tutti i modi
dall'altra parte delle Alpi. Aggradite, mio caro Arese, ecc.»
(Vedi BONFADINI, _op. cit._, pag. 209.)
*
Non permettete alle vecchie dinastie di ritornare? Il Cavour lo ha già
preso in parola, ma anche senza quell'avvertimento è presumibile che
avrebbe fatto lo stesso.
Dunque il governo del Re deve dare ordine ai Commissari di sgombrare
dalle provincie insorte, secondo il paragrafo: «Il duca e il granduca
rientrano, ecc.». Ebbene il duca e il granduca non rientreranno.
I commissari regii domandano istruzioni al Cavour? Ma egli non ha più
istruzioni da dare: il ministro è morto, però rimane lui, Cavour,
semplicemente, il quale approva ciò che gli telegrafa il Farini,
governatore di Modena, cioè che è disposto a farsi ammazzare piuttosto
che lasciarsi scacciare.[435]
[435] Il Farini telegrafa al Cavour il giorno 15 luglio: «Fate
attenzione che se il duca di Modena, fidandosi sulle convenzioni
di Villafranca fa qualche tentativo, io lo tratto da nemico del
Re e della patria. Io non mi lascierò scacciare da alcuno: mi
dovesse costare la vita».
È Cavour che dice: «Meglio l'Austria che un suo spregiato
proconsolo»,[436] che dice a Massimo d'Azeglio, commissario regio in
Bologna, e fa dire ai popoli delle legazioni, tementi una rappresaglia
sanguinosa degli svizzeri papalini, come era stato in Perugia: «Se le
popolazioni non sanno difendersi esse sole contro gli Svizzeri, ciò
mostrerebbe che non sono degne di essere italiane».[437] E non solo
consiglia la guerra, ma egli stesso dice: «Quanto a me, tosto che mi
sarà dato un successore, verrò a pormi sotto i tuoi ordini come semplice
soldato, per farmi uccidere per la difesa dell'indipendenza
italiana».[438]
[436] CHIALA, III, pag. 112.
[437] _Ib._, pag. 121.
[438] _Ib._, III, CXXIII. — E ancora: «Finchè gli austriaci sono
da questa parte delle Alpi, è un dovere sacro per me consacrare
ciò che mi resta di vita e di forze per realizzare le speranze
che io mi affaticai a far concepire ai miei concittadini».
(CHIALA, III, pag. 127.)
*
È l'alba: entra nel gabinetto del Cavour il republicano Frapolli.
Consentite di prestare l'opera vostra per salvare l'Italia?
Sì, conte.
Ebbene andate subito a Modena, mettetevi a disposizione del Farini, fate
arma di ogni palo, respingete i soldati del duca, sono Italiani
rinnegati. Cacciateli nel Po.
Il servo annunzia il patrizio X***.
Che aspetti. — grida il conte. — Vi sarà sempre tempo di inaugurare la
reazione in Italia. Non torniamo ancora da una seconda Novara.
E poco dopo si presenta Giuseppe Malmussi, presidente dell'assemblea
modenese.
Domanda armi.
Cavour lo bacia. Bravo! Non sono più ministro della guerra, ma tentiamo
un colpo!
Scrive un biglietto. Andate all'arsenale, se vi dànno armi, incassatele,
e partite subito.[439]
[439] NICOMEDE BIANCHI, _op. cit._, VIII, pag. 161.
*
Non rientreranno. È Cavour; o, se piace, è Mazzini che raccoglie dopo
trent'anni il suo frutto; non risponde alla sementa, lo so; ma insegnano
i maestri di agricoltura che la pianta oltre alla sementa, deve il suo
essere al suolo ed al clima. È anche merito del Farini e del Ricasoli,
e, se pare, anche di Napoleone.
La pianta nata — ben è vero — non fu quale volle il Mazzini, ma quel
grande nostro può consolarsi nel silenzio della sua tomba: non fu
neanche quale volle il suo grande avversario, il Cavour.