XIII.

Villafranca.

Era un'ora di notte del giorno 6 di luglio quando per le vie di Verona,

sfarzosamente illuminate e folte di ufficiali, fu veduta passare con

meraviglia una vettura chiusa; le cortine abbassate, impresse agli

sportelli le armi imperiali di Francia. La scortava un drappello

d'ulani. La curiosità e la meraviglia furono anche più vive tra gli

ufficiali di servizio al quartiere di Francesco Giuseppe, quando,

sostata quivi la vettura, fu visto scenderne un ufficiale francese,

accompagnato dal suo aiutante di campo.

Era il primo scudiero di Napoleone, il giovane generale Fleury.[386] Era

partito da Valeggio sull'ora del tramonto. In serpa montava un trombetta

delle guide con bandiera parlamentare. Aveva incontrato gli avamposti

austriaci a due miglia da Verona e con tutte quelle cautele che sogliono

usarsi in tempo di guerra, la vettura era stata fatta procedere verso

Verona.

[386] Nato a Parigi nel 1815: uno dei consiglieri ed esecutori

del colpo di Stato.

Accolto con segni di deferenza dallo stesso maresciallo Hess, fu dal

conte di Grünne, gran scudiero, introdotto presso Francesco Giuseppe.

L'Imperatore Napoleone, per lettera e per le parole del messo, domandava

una tregua dell'armi, rivolgendosi ai sensi di pietà e di umanità

dell'imperiale fratello austriaco. Meravigliò il giovane monarca

dell'inattesa domanda, e pur compiacendosene, chiese tempo alla risposta

sino al giorno seguente.

*

Come il sole del dì seguente apparve, esso vide tutto l'esercito di

Francia e d'Italia, dal Garda oltre Valeggio, schierato per la

battaglia, che l'Imperatore aveva annunciata.[387] Sono in teletta di

morte: semplice giubba, gli zaini non contengono che biscotto e

cartucce. Cavalca l'Imperatore. Monta il giorno ardente: le armi

sembrano domandare il refrigerio del sangue. Monta il giorno ardente, ma

il nemico non appare. Sono le undici e mezzo. Sulla via che da Verona

conduce a Valeggio appare, fra turbini di polvere, la vettura che

riconduce il Fleury.

[387] L'ordine del giorno del quartier imperiale alla vigilia di

questa grande assisa dell'armi, cioè del giorno stesso che aveva

mandato il Fleury ad abboccarsi con Francesco Giuseppe (dovunque

si fosse trovato!), diceva: «L'assedio di Peschiera è

un'operazione a cui attribuisco un grande interesse; ma è chiaro

che noi non possiamo farlo con sicurezza se non quando avremo

respinto un attacco degli austriaci. Dalle informazioni ricevute

è molto probabile che domani saremo attaccati di fronte e di

fianco dall'armata sortita da Verona e da un'altra venuta

dall'Adige». Seguivano le più minute disposizioni tattiche.

La tregua dell'armi è stata concessa: si nomineranno i generali che ne

devono determinare il modo ed il tempo; ma intanto l'Imperatore

austriaco ha chiesto, malleveria manifesta, che la flotta franco-sarda

che sta per forzare i porti di Venezia, sospenda ogni operazione di

guerra. Quella fantasmagoria dell'armi era stata ordinata o nella

supposizione che la tregua venisse respinta o, più probabilmente, come

astuzia per forzare il consiglio dell'Imperatore austriaco ad accettare

l'armistizio? Certo quegli uomini che, preparati a morire, hanno

l'ordine di rientrare nei bivacchi, porgono l'imagine dolorosa di

un'acre mastuprazione di energie.

Ciò che mi sembra caratterizzare i fatti che, per ben comprendere,

converrebbe esaminare assai più minutamente, è la fretta: una volontà

che si è mutata e precipita pur d'arrivare alla fine. Il telegrafo da

campo invia quel dì stesso un dispaccio all'Imperatrice reggente: «Una

sospensione d'armi è convenuta tra l'imperatore d'Austria e me,

ecc.».[388]

[388] Questo dispaccio apparso sul _Monitore_ del giorno

seguente (8 luglio), era seguito dalla chiosa sibillina: «Non

bisogna ingannarsi su l'importanza dell'armistizio. Non si

tratta che di una tregua, che pur lasciando libero campo ai

negoziati, non saprebbe far prevedere sin d'oggi la fine della

guerra».

I commissari incaricati dell'armistizio si adunarono la mattina dell'8 a

Villafranca. Essi sono Vaillant, Hess, Della Rocca.[389]

[389] Il maresciallo Vaillant nell'informare il dì 7 Vittorio

Emanuele dell'armistizio, soggiungeva che i patti della tregua

dovevano essere firmati il dì seguente a Villafranca. Vi

mandasse perciò alle 5 antimeridiane il suo capo di Stato

Maggiore Morozzo della Rocca. L'Imperatore tedesco nella sua

risposta, commessa e letta prima al Fleury il mattino del giorno

7, lasciava a Napoleone facoltà di scegliere il luogo e il tempo

in cui si sarebbero adunati i commissari. Fu scelto il paese di

Villafranca a mezza via tra i due quartieri imperiali: Verona e

Valeggio. Il _Monitore_ del 9, annunciando la tregua firmata,

non nomina, quasi quantità trascurabile, il commissario di

Vittorio Emanuele.

Il convegno durò tre ore. Vi si ragionò anche dell'«affreux carnage» di

Solferino; perchè sembra legge cavalleresca fra gente di guerra

complimentarsi della reciproca strage, lodare le armi nemiche e la morte

da esse inflitta. La tregua sarebbe durata sino al 16 agosto.

*

Ora Vittorio Emanuele si lamentava che da qualche giorno l'Imperatore

era ~boutonà~ e non gli diceva più nulla: veramente il Re, anche fra le

consuete barzellette allobroghe, di altre cose era seccato: del modo

come procedeva l'assedio di Peschiera; dei cannoni d'assedio che non

erano arrivati e chissà quando sarebbero arrivati; delle difficoltà di

approntare nuovi reggimenti, dopo quell'eroico sacrificio di vite umane

che fu San Martino: «non avrebbe più osato presentarsi all'imperatore,

chè questi gli avrebbe certamente rinfacciato che non siamo buoni a

nulla; che non gli rimaneva da far altro che andare a riprendere la sua

vita di campagnolo, ecc., ecc.».[390]

[390] Dal carteggio privato di un generale sardo. Vedi CHIALA,

_op. cit._, III, pag. 409. Vedi anche lettera del Cavour al La

Marmora, 6 luglio 1859, Vol. III, pag. 102, importantissima.

Ma in quel giorno stesso che dovette mandare La Rocca a trattar

l'armistizio, il re «contenendo a gran pena lo sdegno» per quel

procedere a sua insaputa, si recò dall'Imperatore, affinchè si

~sbottonasse~: ma ciò non avvenne che a mezzo. L'Imperatore non nascose

che sarebbe stato lieto di ridonare la pace all'Europa e risparmiare

nuova effusione di sangue; ma che in tale caso i patti imposti

all'Austria sarebbero stati «~così duri~» (e lo ripetè due volte) che il

fine della guerra si sarebbe raggiunto lo stesso. Non accettando

l'Austria tali patti, la tregua dava modo di approntare nuove forze:

«intendeva aver presenti in campo 200 000 Francesi: provvedesse la

Sardegna ad aver pronti 100 000 Italiani».

Sembra che il Re, pur «non essendo molto contento», di quella tregua,

tuttavia per l'opinione di astutissimo che allora godeva Napoleone, si

partisse persuaso delle ragioni addotte. In tale senso, tornato al suo

quartiere di Monzambano, parlò ai generali, raccomandando di curare bene

l'istruzione delle nuove leve, e al comandante dell'artiglieria «di

creare e presto» batterie nuove. «Parlò franco e di buon umore»,[391] e

in tale senso fu telegrafato al Cavour. In relazione a questo dispaccio

sta il seguente telegramma circolare del Cavour, la mattina del 9, ai

commissari regi delle provincie insorte:[392] «Il Re nel partecipare

l'armistizio puramente militare, raccomanda di aumentare l'esercito con

energia e sollecitudine». Ma non si tratta che d'una semplice

trasmissione di ordini: sul vespero del giorno stesso, in compagnia del

Nigra, partiva pel campo e giungeva a Desenzano la mattina del 10. Dalle

precedenti trattative di intervento pacifico della Prussia con

l'Inghilterra e la Russia;[393] dai riferiti dispacci del «Monitore»,

sibillini per tutt'altra persona che non per lui; e, probabilmente, da

informazioni più sollecite e più sicure che non quelle fornite dal La

Marmora,[394] il quadro del sospetto era già formato; non rimaneva che a

conoscerne i confini; e ciò fu il giorno dopo dell'arrivo a Desenzano,

nel quale giorno il sacrificio fu consumato.

[391] Carteggio citato. CHIALA, III, pag. 401.

[392] Vigliani (Milano), Farini (Modena), Ricasoli (Firenze),

Azeglio (Bologna).

[393] Per le trattative diplomatiche, vedi BIANCHI, _Storia

documentata_, vol. VIII.

[394] Il giorno 9 Cavour ricevette un telegramma dal principe

Napoleone, che annunciava la tregua. Chiamò il Nigra, comunicò

il dispaccio: chiese: Che cosa crede? Nigra rispose: È la pace.

Cavour: Lo crede proprio? Nigra: Sì. Cavour: Allora partiamo pel

campo (CHIALA, VI, pag. 412). Circa i rapporti fra Cavour e i

due quartieri generali, oltre a ciò che è detto nel capitolo

_Cavour stratega_, aggiungasi: «Io ho un bel scrivere lettere su

lettere, moltiplicare dispacci, rivolgermi successivamente al

Re, all'Imperatore, al maresciallo Vaillant, al La Marmora:

nulla ho ottenuto. Mi si tratta, in fatto di notizie, come un

commesso di cui si temono le indiscrezioni». (CHIALA, VI, pag.

404.)

*

L'animo di Napoleone, girata per così dire appena la meta, precipita per

la via opposta; e si ha l'impressione come di un'ansia di arrivare a far

presto; far presto ad abbandonare quel suolo d'Italia che brucia, sì per

le vampe estive, sì per alcun che di pauroso che più non può dominare.

La ricerca angosciosa di una via d'uscita è quanto rimane. Dal giorno

del convegno dei tre generali in avanti corrono lettere autografe fra i

due Imperatori. Il principe di Assia venne al campo francese come

negoziatore: ma non fu possibile l'intesa. Il giorno dieci Napoleone

espresse il desiderio di trattare personalmente con Francesco Giuseppe.

In conformità di questo desiderio, nella notte dal 10 all'11 giunse a

Valeggio il principe di Hohenlohe per determinare il modo, il tempo, il

luogo dell'incontro dei due Imperatori. È scelta Villafranca, a metà via

tra i due quartieri generali: piccola tenuta per i sovrani e gli

ufficiali, gran tenuta per le scorte; ore nove. Ma già prima dell'ora,

un sollevarsi di polvere annuncia verso Villafranca la cavalcata di

Napoleone. Precedeva di alcun poco lo squadrone delle sue cento guardie

e delle bellissime guide. L'Imperatore Francesco Giuseppe non era ancora

arrivato. Allora Napoleone spronò verso Verona. Ecco appare la cavalcata

austriaca. Il giovane Imperatore, galoppava pur egli alla testa dei suoi

ulani e dei gendarmi di corte. Napoleone affrettò. Gli ufficiali d'ambe

le parti sostarono. Dopo alcuni minuti fu ripresa la via di Villafranca.

Quivi era stata approntata una stanza per il convegno. All'ingresso

della casa stettero due appostamenti: l'uno delle cento guardie, l'altro

dei gendarmi austriaci. Ciascun appostamento staccò una sentinella e fu

comandata davanti alla stanza dove erano i due Imperatori. Le scorte

sulla strada si ordinarono in battaglia. Gli ufficiali, scesi di sella,

conversavano. Passò un'ora. Infine i due Imperatori uscirono.

~Consummatum erat.~ La notizia si diffonderà, essa giungerà sino ad una

povera stanza in Londra, dove un grande esule attende.

E poi che i due Imperatori furono all'aperto, Francesco Giuseppe propose

a Napoleone di passare in rassegna lo squadrone degli ulani; quindi

cavalcarono davanti alle guide; gli uni e gli altri belli e impassibili

istrumenti umani di morte.

Ardente era il giorno; ma l'Imperatore d'Austria non volle prima dare di

volta che avesse fatto ricambio di cortesia accompagnando alquanto

Napoleone su la via di Valeggio. Quindi, visibile segno di pace, fu

stretta la destra.

Ben altre, ben altre parole, o buon figlio d'Ortensia, parole ruggenti

come bufera scagliò il giovanetto agli imparruccati ciambellani del

sacro Impero dell'Austria, in altra villa, in altro tempo, ai confini

d'Italia. Egli era allora re più di tutti i re, egli era imperatore più

di tutti gli imperatori, egli era, in quel giorno, il popolo, era la

rivoluzione. Poi l'assunto del popolo incoronò sè stesso e creò il suo

diritto, fatto pur sempre di quell'iniqua forza che governa il mondo.

Conviene — io lo so — che il popolo incoroni sè stesso imperatore

veramente. Ma dove sono nati gli olivi pel nuovo crisma? Pur nell'Attica

antica, lieta di olivi, nacque la satira di Aristofane!

*

Mezz'ora dopo Napoleone rientrava in Valeggio e subito mandava a

chiamare il principe Napoleone per comunicargli il risultato del

colloquio e inviarlo quindi in Verona a determinare per iscritto quei

preliminari i quali a Villafranca erano stati affidati alla sola lealtà

della memoria.

Quando il principe Napoleone arrivò, l'Imperatore era a colloquio con

Vittorio Emanuele.

A questo punto è necessario soffermarci alquanto: il trattato di pace di

Villafranca, come è noto anche per ciò che è scritto nei manuali

scolastici, non ebbe effetto o, come è detto in quei manuali, rimase

«lettera morta». Rimase però vivo, senza troppo modificarsi nella

tradizione italiana, il giudizio sintetico che ne diede il Mazzini a

colpo caldo, cioè il 20 luglio, nel suo scritto «La pace di

Villafranca». Esso si riassume come un nuovo tradimento di Napoleone III

verso l'Italia, e in quel patto con l'Austria, è additato il disegno di

un nuovo maggior colpo di Stato europeo, contro cui insorgeranno

governi, popoli, l'esercito stesso francese che si stancherà «di far la

parte di carnefice della libertà»,[395] Questo nel concetto in genere; e

particolarmente per ciò che riguarda l'Italia, la Lombardia, la quale

secondo il proclama dell'8 giugno, «doveva esprimere liberamente ogni

voto legittimo, è data dall'usurpatore Austriaco all'usurpatore

Francese; accettata, poi ceduta da lui, come feudo, al re Piemontese: il

Popolo trattato come armento, il re siccome vassallo (anzi alcune linee

sopra, è usata un'espressione così scultoria che meglio non si potrebbe:

«il re lasciato da banda nella conferenza imperiale come un

colonnelluccio d'esercito»), Venezia è per la seconda volta tradita,

venduta, ecc.».[396]

[395] MAZZINI, X. pag. 342.

[396] _Ib._, X, pag. 331.

A parte la tetra riconsacrazione di despota e tiranno; questa pace

apparve — come vedremo — atto di tradimento, se non per l'intenzione,

per il fatto, al Cavour; e il Re, in quel colloquio dell'11 a Valeggio,

sentendo quei capitoli di pace, «tanto opposti a quelli che l'Imperatore

gli aveva indicati (come probabili) l'8 luglio, non seppe frenare lo

sdegno».[397]

[397] CHIALA, III, CCXV.

Certo, non solo per la cosa, ma per il modo, la sua fierezza di Re dove

aver sussultato. È lecito tuttavia supporre che in quel lungo colloquio

Napoleone, in buona fede, lasciasse sperare condizioni migliori di

quello che in realtà furono, come vedremo fra poco. Questa cosa si

dedurrebbe anche dalle parole scambiate per via fra il Re e il suo

aiutante di campo. Disse il Re che la pace era conclusa e davano sino al

Piave (?).

Disse l'aiutante: Non è tutto ciò che si aspettava e che ci avevano

promesso: ma dacchè Napoleone non vuole più fare la guerra, e se ne va

senza domandare nulla, bisogna accettare e fare i contenti. Poi domandò

al Re se sapeva le ragioni di sì subitaneo cambiamento.

Il Re rispose: Non so altro che quanto l'Imperatore mi disse: che gli

interessi della Francia non gli permettevano più di continuare la

guerra; che tutta l'Europa s'armava e che anche le potenze, dalle quali

aveva diritto di sperare, lo abbandonavano, e con ciò voleva alludere

alla Russia.[398]

[398] Diari di un aiutante di campo di S. M. in CASTELLI,

_Ricordi_, pag. 317. — _NB._ Questi diari, pure interessanti,

non mancano di inesattezze.

Alle due e mezzo arrivarono a Monzambano.

*

E qui non è possibile non ricordare le meravigliose parole di Mazzini al

Re: «Sire! sire! Io non amai nè ammirai vostro padre; ma quando io lo

vidi, dopo Novara, sdegnar la corona e incamminarsi volontario

all'esilio, lo rispettai: ei non volle che un solo uomo in Italia

potesse sospettarlo, in quel fatto, di tradimento». (È ciò che in quel

giorno stesso, come vedremo, disse il Cavour al Re). E il Mazzini

prosegue: «La parte di re Vittorio era di dire al Bonaparte: Io non

accetto la cessione insultante di terre che non sono vostre, ecc., e

dire al Paese: ebbi 200 000 soldati da un alleato, al quale mi legò una

falsa politica che io non avrei mai dovuto seguire, dacchè egli

rappresenta il dispotismo, mentre noi rappresentiamo il diritto e la

libertà. A questo alleato or giova abbandonarci. Noi non dobbiamo

dolercene, però che la sacra Causa rimane a splendere per questo

abbandono, in tutta la purezza del Giusto e del Vero. Ma io chiedo ai

ventisei milioni che compongono la Nazione, 200 000 soldati. Se la

Nazione li dà, vinceremo; dove no, io morrò, incontaminato di menzogna e

di meschina ambizione, sul campo, insieme a quei che vorranno

morire».[399] (Fatta eccezione della richiesta al paese dei 200 000

soldati, il cui numero solo i tecnici di cose militari possono dire se

sarebbe stato sufficiente e i filosofi se sarebbe stato possibile ed

effettuabile, è quello che fece il Cavour, ritornato semplice italiano;

anzi offrendosi lui per primo a morire, come vedremo).

[399] MAZZINI, X, pag. 335.

Il Re, invece, al finire del colloquio, dopo avere esclamato: Povera

Italia!, «con quel sentimento giusto e misurato della situazione

politica, che aveva mostrato, in molte e solenni occasioni[400]» disse

le storiche parole: «Qualunque sia la deliberazione della M. V., io

serberò sempre la più viva gratitudine per ciò che ella ha fatto a

vantaggio dell'indipendenza d'Italia, e la prego a credere che, in

qualsiasi occasione, ella potrà far conto sulla mia fedeltà».[401]

[400] CHIALA, III, CCVI. Non risulta chiaro se queste storiche

parole fossero proferite nel colloquio del giorno, o in quello

che seguì più tardi al ritorno del Principe Napoleone.

[401] Contrariamente all'opinione del Paese e dei Ministri, e

contro ogni opportunità politica, è cosa nota lo sforzo e il

deliberato desiderio di Vittorio Emanuele, nel '70, di accorrere

in soccorso di Napoleone III, in quel mortale duello contro la

Prussia.

Il commento che — dopo aver riportato queste parole — ricama il De La

Gorge[402] è troppo interessante per tralasciarlo: «Questo Re — egli

dice — di solito così brusco, così assorto nei piaceri, così

intollerante di ogni soggezione, era a volte scaltrito come il più furbo

dei contadini piemontesi. Egli ebbe in questa circostanza una

inspirazione che avrebbe fatto onore al più abile diplomatico e al più

fine leguleio normanno. Costretto ad accettare i fatti compiuti, si

prese cura di stipulare subito a suo profitto ciò che si dice ~la

libertà d'azione~. Con tale pensiero fece dire all'Imperatore dal

Lamarmora che avrebbe firmato i preliminari di pace, ma domandava di

firmarli con riserva: ~approvo per ciò che mi riguarda~. Il che voleva

dire che si riservava i diritti su Modena, Toscana, Parma, Romagna. Li

riservò tanto i suoi diritti che in un prossimo domani raggrupperà tutti

questi popoli sotto il suo scettro».

[402] DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 115.

A parte la malignità delle espressioni, la clausola restrittiva fu

apposta il dì seguente; e il colloquio di quella notte fra il Re ed il

Cavour, deve pur avere influito.[403] Che il Re, poi, in quella protesta

di gratitudine fosse sincero, dimostrò nel 1870.

[403] Vedi CHIALA, III, CCXX.

*

Tutte queste cose sono note: invece mal note e obliate sono altre cose

che pure è necessario conoscere, cioè come i capitoli della pace di

Villafranca, quali vennero conclusi per iscritto in quel dì stesso in

Verona, riuscissero più restrittivi di quello che Napoleone III aveva

annunciato a Vittorio Emanuele: lievi emendamenti, se pare, ma tali che

avrebbero avuto un esiziale effetto se quel trattato di pace fosse stato

eseguito.

A due ore e mezzo di quel pomeriggio una carrozza, tirata da quattro

cavalli da posta, trasportava il principe Napoleone in Verona,

sottoponendo alla discussione e alla firma di Francesco Giuseppe i vari

paragrafi della pace, come Napoleone li avea scritti. La discussione,

incominciata verso le cinque, durò sino a notte fatta, e bisogna ben

credere che la deliberazione di troncare la guerra si presentasse

irremovibile come un freno, e così potente da inchiodare — per così dire

— il pensiero; almeno per quel breve lasso di tempo, se valse a fare

accettare tali patti, dopo tanto sangue versato. Di sostanziale in quei

paragrafi di pace non v'è che una cosa: cioè la cessione della

Lombardia, ma non tutta, ma esclusi i forti, cioè limitatamente al

terreno conquistato col sangue. Peschiera non può essere ceduta: «se

l'esercito alleato si fosse impadronito di Peschiera, vedrei bene che

l'Imperatore Napoleone mi domandasse di conservar quella piazza, ma le

mie truppe trovansi ancora in quella fortezza». Così avrebbe detto

Francesco Giuseppe.[404] Cede la Lombardia perchè «tradito dalle armi»;

e di questa cessione conviene tener conto, perchè «voi non conoscete

abbastanza il valore del sacrificio che io faccio, cedendo una delle

~mie~ più belle provincie».[405] Non solo; ma la forma stessa della

cessione deve essere modificata. Napoleone aveva scritto: «L'Imperatore

d'Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all'Imperatore dei

Francesi, il quale, secondando i voti delle popolazioni, li trasmette al

Re di Sardegna».

[404] BAZANCOURT, _op. cit._ II, pag. 399. — L'Ollivier

(_L'Empire liberal_, IV) procede conforme al Bazancourt nella

sua narrazione.

[405] BAZANCOURT, II, pag. 407. L'importanza di questi

particolari, che tolgo dal citato libro, risulta, anche dato il

caso che meritassero confronto di altri documenti, evidente per

l'intenzione stessa apologetica dell'opera.

Il testo invece ufficiale suona: «L'Empereur d'Autriche cède à

l'Empereur des Français ses droits sur la Lombardie, à l'exception des

forteresses de Mantoue et de Peschiera. L'Empereur des Français remettra

les territoires cédés au Roi de Sardaigne», cioè l'espressione

«secondando i voti delle popolazioni» («i popoli trattati come armento»

del Mazzini) non può essere accolta. «Questo voto — avrebbe detto

Francesco Giuseppe — io chiamo diritto rivoluzionario. Adoperate queste

parole nel vostro trattato col Re di Sardegna e nei proclami che fate

alle popolazioni italiane, io non mi oppongo, ma comprenderete bene che

io, Imperatore d'Austria, non posso adattarmivi».

L'Ollivier, nel suo racconto, rafforza anzi le tinte: Francesco

Giuseppe, piuttosto che cedere direttamente la Lombardia al Re di

Sardegna, era pronto ad esporsi a tutte le conseguenze della

continuazione della guerra.

Il 1859 da Plombières a Villafranca · 第 21 / 27 题