Dopo.
Il principe Napoleone ripartì da Verona a notte già fatta. I quattro
cavalli galoppavano; ma il fragore del traino non era così forte che
distogliesse l'animo dal sentire l'eco delle ultime parole di Francesco
Giuseppe: «Se possiamo intendercela con l'Imperatore Napoleone su gli
affari d'Italia, non vi saranno più motivi di discordia tra noi».[440]
[440] BAZANCOURT, _La campagna d'Italia del 1859_, II, pag. 407.
Era un consiglio non disinteressato forse, ma un buon consiglio di un
giovane ad un uomo più che maturo; se non che il giovane era derivato
all'Impero con radici così antiche e tenaci, che poteva ben permettersi
qualche suggerimento su la stabilità dei troni a colui che aveva elevato
il suo così di recente e in così pericoloso modo.
*
È dopo Villafranca, che invece di intendersela con Francesco Giuseppe,
bisognò intendersela con la rivoluzione italiana.
E l'Imperatore si venne a trovare stretto in un secondo cerchio di
ferro, non meno tenace di quello che lo costrinse a troncare la guerra.
Può la nobile Francia che versò tanto sangue per l'Italia, opporre il
suo veto alle annessioni che piacciono tanto, adesso, alla generosa
Inghilterra? Non dispiacciono neanche alla Prussia. Strana cosa! Vi sono
simpatiche affinità tra essa e il Piemonte; tra gli Stati della
Federazione germanica ed i ducati italiani!
Si tratta dunque, per l'Imperatore, di sciogliersi dalle stipulazioni
concluse con Francesco Giuseppe e nel tempo stesso di non venir meno
alla sua lealtà: rendere omaggio all'antico diritto publico e concedere
che fosse violato: trovare modo di persuadere il Papa che è per suo bene
se le Legazioni gli sono tolte; e confortarlo che non gli si toglierà di
più. Tutte cose piuttosto difficili. Ma ci penserà il Cavour, in quei
due anni che gli rimangono di vita a renderle se non facili,
necessarie.[441] E nella politica interna della Francia, come non
osservare la contraddizione stridente tra un governo pressochè assoluto
e la causa della nazionalità e del reggimento liberale sostenuto
all'esterno?
[441] «.... L'Inghilterra non ha ancora fatto niente per
l'Italia. Adesso è la sua volta. Io mi occuperò di Napoli. Mi si
accuserà di essere rivoluzionario. Ma prima di tutto occorre
marciare avanti, e noi marceremo». Così il Cavour, secondo il
racconto dell'amico De la Rive, _op. cit._, (CHIALA, III.
CCXXIX) dopo Villafranca. (Vedi nota a pag. 75.)
*
Bella la rocca scaligera sul lago di Garda!
«Anche Napoleone I — diceva la guida che accompagnava Napoleone III in
quella sua visita frettolosa — visitò questo castello dopo la pace di
Campoformio».[442]
[442] CHIALA, III, CCXXI.
Un penoso silenzio si fece tra i circostanti a queste ingenue parole.
Sul lago si cullavano le belle cannoniere francesi, approntate pel vano
assedio di Peschiera.
*
A Campoformio il primo Napoleone tradiva, ma il rimorso del tradimento
deve essere stato ben lieve. Era l'Austria spezzata; erano i confini del
Reno alla Francia. A Villafranca il terzo Napoleone comperava la stessa
rinomanza di traditore; se non che tradiva per sempre anche la bella
reputazione della sua «cupa energia» di cui parlava il Mazzini; e quanto
ai confini del Reno ci stava oramai un ben famoso guardiano.
Con la pace di Villafranca egli non ha accontentato nessuno, nè meno sè
stesso, se non per breve giorno; e il discorso davanti ai grandi Corpi
dello Stato del 19 luglio, è un ben curioso documento con tutta la
sentenziosità tipica del suo stile. Perchè quella guerra? Per la gloria?
Per un'idea?[443] La gloria ha un'ala piagata; l'esercito è mutilato,
non è satollato di gloria. Un'idea? Ma gli Italiani stridono e più
strideranno per Nizza e Savoia. «Di Nizza e Savoia non se ne parli più,
mi pagherete le spese di guerra». E la Francia? La guerra per un'idea?
La frase è bella; ma la realtà è altra cosa. Se invece di cavalcare a
Villafranca, Napoleone avesse potuto veramente giungere sino in vista
dell'Adriatico, ben altri patti si potevano imporre all'Austria.... ed
all'Italia!
[443] Vedi _Monitore_, 9 settembre 1859 in CHIALA, III, CCXXXVI.
Ma verrà fra poco un giorno in cui egli vedrà meravigliosi frutti
sortire là dove passò il solco sanguinoso delle sue armi. Vedrà
inatteso, non voluto, sorgere un regno pericoloso alla sua Francia;[444]
udrà la Francia reclamare un compenso almeno, e allora irosamente,
pietosamente si discuterà il mantenimento dei patti, come due litiganti
d'affari. Si peserà il sangue, come l'avaro pesa l'oro, e si dirà:
Pagate! A voi pare dare troppo. A noi pare ricevere poco.[445] «Oh, gli
astuti figli di Machiavelli, voi me li strappaste ad uno ad uno i
ducati, voi portaste via Romagna, Marche, Umbria; voi mi costringeste ad
abbandonarvi quel poverello re di Napoli che a me si rivolgeva come
agnello assalito, perchè sapevate che non avrei mai tirato il cannone
contro l'opera mia».[446] «Noi vi abbiamo pagato; ciò che concedeste,
non era in facoltà vostra negare perchè era cosa nostra; voi il cannone
ci avete costretto a tirarlo ad Aspromonte; lo tirerete voi stesso a
Mentana!» Pietosa istoria! Labirinto di passioni, non spente tuttora,
dove solo un alto senso umano è filo di Arianna.
[444] «L'annessione della Toscana al Piemonte presenta maggiori
difficoltà che non l'annessione delle Romagne. Se l'annessione
valicasse gli Appennini, l'unità sarebbe fatta, ed io non voglio
l'unità, voglio l'indipendenza soltanto. L'unità mi procurerebbe
dei pericoli nella stessa Francia a cagione della questione di
Roma; e la Francia non vedrebbe con piacere sorgerle al fianco
una grande nazione che potesse diminuire la sua preponderanza».
Parole di Napoleone al Pepoli, 15 luglio 1859. Vedi CHIALA, III,
CCXXXVIII.
[445] Vedi i famosi discorsi del Cavour al Parlamento in Torino
per ottenere la legalità e la sanzione del voto per la cessione
di Nizza e Savoia (CHIALA, vol. IV, prefazione); vedasi tutta la
corruttela elettorale fra quelle popolazioni, prima supplicanti
di non essere staccate dalla Casa di Savoia, indi votanti
l'annessione alla Francia. Vedi le miserevoli, discusse
questioni dei confini nelle lettere dell'Arese all'Imperatore.
(BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_.)
[446] CHIALA, IV, LXII.
*
Abbandonando per sempre l'Italia del '59, Napoleone aveva detto al Re
amaramente: «Ora vedremo che cosa sapranno fare gli Italiani da
soli».[447] Da soli, ma dopo il soccorso straniero; da soli, ma dopo la
morte del Cavour, fu udita questa querimonia per molti anni: O potente e
astuto Imperatore, ricórdati che la tua promessa non è compiuta. Come
possiamo noi vivere con l'Austria in casa? col Papa che ci denuncia al
mondo come sepolcri imbiancati perchè si desidera di andare a Roma col
suo assentimento? con Garibaldi che non ode ragione ed ha dimenticato il
motto «Italia e Vittorio Emanuele»? con Francesco, re vinto, ma che da
Roma manda denaro e conforti ai briganti? con la diplomazia che finge di
non riconoscere il Regno d'Italia, questo vostro figlio naturale, o
astuto, o potente Imperatore?
[447] _Ib._, III, CCXXVI.
E poichè non è facile far giungere queste voci bene sino all'altissimo
trono delle Tuileries dove sta l'Imperatore, così è spesso lui, l'Arese,
che per lettera o per persona deve portare cotali voci, l'Arese a cui
con formola costante l'Imperatore dice di credere nella sua «antica e
sincera amicizia». «Siate, sire, — ripete l'Arese, — il nostro possente
protettore in faccia all'Austria, in faccia all'Europa; venga la vostra
diplomazia in nostro aiuto con altrettanto vigore come è venuto il
vostro esercito».[448]
[448] BONFADINI, _op. cit._, pag. 418.
Oimè, alle Tuileries, la causa d'Italia non ha più amici se non il buon
Conneau, sognante sempre il sogno del suo Imperatore, Questi dicea: «La
questione religiosa è grave in Francia: e poi v'è debito d'onore per me
di custodire il Pontefice. Attendete almeno che muoia».[449] «Ma
Garibaldi non può attendere, sire. — Egli dice: — o Roma o morte!» «Ma
la Francia lo proclama: ~a Roma, mai~!» Oimè, l'Imperatore non è più
così potente; la sua astuzia — se fu vera astuzia — ha trovato uno più
astuto. L'Impero è oramai come un naviglio in mezzo a un ciclone. Rotta
al largo verso la libertà, si sforza di fare l'Imperatore. Ma il
naviglio non è fatto per correre quelle acque perchè la sua struttura
nol comporta. Rotta verso terra per ben salvarci, grida, la ciurma delle
Tuileries. E fu rotta verso terra e frantumò sulla scogliera, dove un
astuto formidabile attendeva.[450]
[449] «Io ero per la federazione: era un partito più savio: ma
accetto l'unità — dichiarava poco prima di Aspromonte al Pepoli.
— Però non posso andarmene da Roma. La questione religiosa è
gravissima in Francia. Coglierò con grande conforto un'occasione
propizia d'andarmene, ma ora non posso. V'ha debito per me
d'onore di custodire il Pontefice». Vedi lo scritto _Da
Aspromonte a Mentana_ in _Nuova Antologia_, 1 gennaio 1900. Vedi
BONFADINI, _op. cit._
[450] «Fatalmente (Napoleone) è condotto ad un atto di autorità
o ad un atto di libertà». Vedi Lettera del Nigra al La Marmora,
in CHIALA: _Ancora un po' più di luce_, pag. 83.
*
Questo astuto formidabile ha due sopraciglia irte e folte, le sue spalle
reggono anche la corazza (le spalle dell'Imperatore si curvano), la sua
fronte splenderà come diadema.
Eppure quella fronte e quelle spalle stettero per alcun tempo curve ed
umili davanti all'Imperatore francese. Ha fatto sapere in segreti
sollecitati colloqui con l'Imperatore, che adesso vuol far lui la guerra
all'Austria. Non per un'idea; ma questo non l'ha dichiarato. È la
piccola Prussia che vuol fare la guerra all'Austria. Ma senza il tuo
concorso «almeno passivo»,[451] o potente Imperatore, la piccola Prussia
non può far guerra all'Austria grande: la guerra anzi «sarebbe una
follia».[452] In questi tempi la fortuna ha fatto sorgere una antica
gloriosa nazione, la quale «se non ci fosse stata, sarebbe bisognata
creare»[453] cioè il Regno d'Italia. Con l'aiuto e l'alleanza di questa
novella nazione e la tranquillità della Francia, potrà la piccola
Prussia tentar la guerra alla grande Austria. Una bella città, la
meravigliosa Venezia, antica promessa vostra, o Imperatore, sarà donata
in compenso alla novella nazione. L'Imperatore pensa a Venezia, pensa
pur anche ai bei confini del Reno che ne potrebbero derivare alla
Francia. La novella nazione, l'Italia, è lieta della bella proposta e
chiede al vecchio tutore licenza di accompagnarsi al giovane e forte
alleato. Licenza è data.
[451] Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 37 e segg.
[452] Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 37 e segg.
[453] Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 37 e segg.
Ma dopo Sadowa, fulminante annuncio che percosse la Francia, dopo che la
«divina Provvidenza mostrò così visibili segni di protezione per il
divino diritto del Re di Prussia»,[454] i confini del Reno bisogna
venirli a pigliare. Ma dopo Sadowa, quel gigante dalle sopraciglia fiere
si è rilevato dalla sua umiltà; si è rivelato. Tunica bianca gemmata,
corazza e spada. Egli ha preso a prestito le spade e le ha fatte
lavorare pel Re di Prussia; e ride alla bella frase, ride sì che ne
paventa il mondo. Di quelle spade, la più formidabile, dopo Sadowa,
congiungerà alla sua in indissolubile fascio.
[454] «Il signor Benedetti — ambasciatore francese a Berlino —
mi parlò del Re. Dice che è una specie di illuminato, il quale
ha profondamente scolpito nel cuore le sue teorie del diritto
divino, ed ha una fede inconcussa nella missione provvidenziale
dei Re. Non sa che cosa la storia riservi al signor di Bismarck,
ma senza dubbio è l'uomo più notevole della Germania. Per
arrivare ai suoi fini (dare il primato alla Prussia), egli
lavora da tre anni con una perseveranza ed una abilità
ammirevoli». Lettera del generale Govone, addetto militare a
Berlino al La Marmora, 6 aprile 1866. Vedi CHIALA, _Ancora un
po' più di luce_, pag. 112. Fra poco lo dirà la storia al signor
Benedetti che cosa è riservato al signor di Bismarck!
Da allora si venne compiendo lo sgretolamento dell'Impero. L'Impero di
Francia ridotto alla politica delle mance! Che giovò allora concedere,
libertà, parlamento?
Guai a chiunque ha perduto l'opinione della sua forza!
*
L'erede di Cesare è stanco, la politica è triste: «Io non ti parlo di
politica — scrive all'Arese — tutto è così cupo, tutto è così confuso,
che il meglio che resti a fare è rimanere sotto alla tenda con l'armi al
braccio».[455]
[455] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, Lettera di
Napoleone, pag. 330.
Ma verrà il giorno che sarà a forza spinto fuori dalla tenda e vedrà
quelle sue armi spezzate; e verrà il giorno che si troverà sotto la
tenda in terra tedesca: lo cingono non le sue cento guardie, come il dì
che cavalcò sotto il gran sole a Villafranca, ma i bianchi corazzieri
del Re di Prussia. Una carrozza lo trasporta, rabbrividendo, e dietro
gli galoppa un pesante cavaliere: Bismarck. Lagrime rigano il volto del
vinto Imperatore. È Bismarck, il sostenitore della forza, è Guglielmo
Re, il sostenitore del diritto divino che portano via Luigi Napoleone;
non è la Storia che lo trascina via per l'orecchio, come dice Vittor
Hugo. La Storia, figlia di Apollo e della Memoria, ripensa se per
avventura quell'assunto da un sogno e da una sventura non avesse in sè
animo di Cesare novello. Comunque si pensi, ci pare significativo che
questo sostenitore del diritto delle nazioni pur con tutti i suoi ~je
regrette~ e i suoi poveri artifici; quest'autore del libro dettato in un
carcere «La fine del pauperismo», cada sotto il diritto della forza e
della tradizione feudale. Forse egli fu un intruso fra i potenti del
mondo, ma in altro senso che non scrisse Vittor Hugo.
*
Sino dal '58 il Mazzini consigliava Luigi Napoleone di morire «come
moriva l'Orsini, con calma e rassegnazione». Ed egli è morto con calma e
rassegnazione. «Eccomi di nuovo — scrive all'Arese — come ventidue anni
fa ad Ham, prigioniero, esposto a tutte le calunnie».[456]
[456] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, Lettera di
Napoleone, pag. 362.
_NB._ Purchè non paia intenzione apologetica, si riporta questo
giudizio su Napoleone III di uno scrittore rivoluzionario, ma di
libero ingegno: «Napoleone III forse fu anche un uomo buono e
per questo mancò di quel sicuro dominio sugli uomini che non può
raggiungersi senza sacrificare le leggi dell'equità. Comprendeva
abbastanza per perdonare e troppo poco per comandare. Fu
insultato, vituperato, deriso come non fu alcun altro sovrano,
mentre certo esso fu, per intelligenza e pietà, superiore a
tutti i contemporanei coronati. Passò nella storia inseguito con
le più amare invettive, mentre forse pochi uomini le meritarono
meno di lui. Fu fatto responsabile di disastri che egli subì, ma
non voleva provocare. Fu raffigurato come tiranno avendo avuto
l'illusione di sembrare un padre. Scomparso in una spaventosa
tragedia, le cui conseguenze anche oggi si avvertono, passò
maledetto come autore di tanti mali». (ARTURO LABRIOLA, _La
Comune_, pag. 28.)
Era l'ultima delle sue avventure.
Questa la verità, quale noi possiamo raccogliere. La verità più vera
forse se la raccontano gli erranti sul prato dell'Asfodelo lontano. Ma
forse sono piccole verità in confronto di altra maggiore!