Magenta e Solferino.
Magenta e Solferino! Due nomi purpurei nella memoria, fioriture di
sangue in quell'estate. I morti non si vedono più; portar via le tracce
della morte è il primo lavoro dei vivi. Si vedono ~turcos~, zuavi,
granatieri della guardia dai berrettoni pelosi; bersaglieri piumati; si
vedono a teste basse, via gli zaini, avanti ad ogni costo, alla
baionetta, nel terribile azzardo della battaglia. E fu ventura, nobile
Francia, avere di fronte Giulay ed Hess e l'automatismo austriaco
d'allora. Quando non Giulay fu di fronte, ma Moltke e il freddo imperio,
irrimediabile sventura, pianto non consolato ancora, riscosse il valore
di Francia.
Dalla parte invece del nemico, vive nella memoria la visione di un
precipitoso fuggire di ~kittel~ bianchi, di ceffi croati, la baionetta
alle reni.
Ma esclusa la esagerazione di queste memorie da oleografie scolastiche,
è certo che la resistenza del soldato austriaco fu, per quanto valorosa,
di carattere difensivo; e la ritirata dopo Magenta è ritenuta dai
tecnici deplorevole. Così se Solferino segna una pagina di vera gloria
negli annali militari di Francia, certo gli Austriaci per il numero
superiore e per le formidabili posizioni occupate, avrebbero potuto
rendere dubbia almeno quella campale giornata, se l'offensiva fosse
stata più largamente seguita.
Fu Solferino «gran battaglia e gran vittoria», come il grido annunciò,
ma per varie cause, come il difetto di coordinazione tra i vari corpi,
mancò alla vittoria quel proseguimento da cui risulta la nota sentenza,
che grande generale non è quegli che vince, ma che sa trarre partito
dalla vittoria. L'esercito austriaco, pur disordinatamente rifugiato in
Verona ed in Mantova, si ritrovò, dopo brevi giorni, aumentato ed
aumentabile, in grado di sostenere battaglia ancora, la quale condizione
di aumento non era, almeno per l'esercito francese.[364]
[364] Le frontiere del Reno per timore d'invasione della
Prussia, non potevano essere sguarnite.
Tanto a Magenta quanto a Solferino, come spesso avviene in quel
terribile giuoco che è la guerra, la vittoria toccò a quella delle due
parti che meno commise di errori, errori che facilmente nota lo
scrittore di cose di guerra, manovrando documenti e carte; ma che nel
fatto, coll'imminenza del pericolo e del decidere, devono essere
difficili ad evitare, se non sorregge, insieme alla fortuna, quella
genialità intuitiva ed impassibile di cui la natura provvede, talvolta,
i conduttori di eserciti.
Lenta e ingombrante fu l'avanzata; più ardimento che sapienza nei
comandanti; incerte o manchevoli le informazioni su le mosse degli
Austriaci (deplorevole cosa e tristamente significativa), al quale
difetto convenne con tanto sangue supplire.
Dette queste cose, bisogna pur ricordare come nel modo stesso che la
guerra d'Italia fu pensiero strettamente personale di Napoleone, così a
lui sono dovuti i principali fatti che resero possibile la vittoria. E
primamente sorprende come un esercito non preparato[365] (il modo
occulto e obliquo come si venne alla guerra lo dichiara da sè), potesse
rapidamente e con parziale dotazione scendere e concentrarsi in Italia.
«L'energia di un uomo dirigeva ogni cosa, l'Imperatore».[366]
[365] HÜBNER, II, pag. 275: «Gli armamenti si fanno con mollezza
e su piccole proporzioni; ...i lavori di guerra si eseguiscono a
pezzi e bocconi, conseguenza naturale della mancanza di fondi,
che non si sono ancora voluti chiedere al corpo legislativo: ma
mi sembra anche ravvisarvi un riflesso delle incertezze che
regnano nelle alte sfere del potere». Informazioni al Buol.
[366] _La guerra d'Italia_, scritta dal corrispondente del
_Times_ al campo franco-sardo. Ed. Perin. Paris, rue de
Solferino, 1860, cap. I. (Obbiettiva e completa narrazione.)
All'Imperatore è dovuto il rapido, audace, occulto giramento per
ferrovia di quasi tutto l'esercito da Alessandria a Novara, di fronte al
Ticino; alla sua resistenza, sia pur passiva, l'eroismo di poche schiere
nell'avvallamento di Magenta, che decisero della giornata; a lui il
pronto intuito di Solferino e il supremo sforzo con le ultime riserve
della Guardia contro quella che «era il centro della posizione austriaca
e ne formava la chiave».[367]
[367] Bollettino austriaco.
Ricordando queste cose non si vuole nè pur lontanamente inferire che
Napoleone III riscotesse in cuore il genio dello zio, e il primo a
disilludersene, supponendo che lo pensasse, fu egli stesso: ma dire che
egli bene smentì Vittor Hugo e Mazzini.[368]
[368] Vedi nota pag. 332.
Il Chiala dice come «la certezza della vittoria non valse il giorno
appresso Magenta a dissipargli dall'animo tutti i gravi pensieri che lo
tormentavano, cioè che per lui era necessità ineluttabile vincere e
vincere sempre; e discorrendo a lungo col generale La Marmora, mostrossi
scontento di sè, dei suoi generali e sopratutto dell'esercito alleato,
perchè non era arrivato in tempo sul campo di battaglia».[369]
[369] CHIALA, III, CXCVI. Il corrispondente del _Times_ (_op.
cit._, pag. 39) aggiunge: «Come storico fedele l'autore deve
però riferire che tanto al quartier generale, quanto
nell'esercito francese grande fu in quella sera (Magenta, 4
giugno) e per qualche tempo dopo, l'indignazione contro la
tardanza dell'esercito sardo, attribuita a varie cause da varie
dicerie, che furono poi dimenticate nel rapido corso degli
avvenimenti. Sonvi però alcuni fatti che spiegano più
naturalmente la tardanza dell'esercito piemontese». Il signor
Labadini di Milano, accuratissimo raccoglitore delle memorie
intorno alla guerra del '59, mi accerta che il ritardo provenne
dall'insistenza di Mac-Mahon affinchè le due divisioni Fanti e
Durando dovessero seguire non precedere la brigata Ducaen. Il
Fanti contribuì poi efficacemente in fine della battaglia di
Magenta. Vedi anche BAZANCOURT, I, pag. 186, ove dice che il
ritardo del Fanti fu «suo malgrado».
*
Circa alle ore 10 del giorno 4 giugno, l'Imperatore lasciò Novara in
carrozza scoperta avviandosi al ponte di San Martino di Trecate[370] per
dirigere personalmente le operazioni del valico del Ticino.
Manifestamente non era atteso un urto campale per quel giorno. Dalle
informazioni ricevute si riteneva che gli Austriaci avessero bensì forte
nerbo di truppe a Magenta, ma la loro posizione, per effetto del corpo
di Mac-Mahon (il quale il dì prima (3) aveva più al nord a Turbigo,
valicato Ticino e Naviglio e s'era già felicemente scontrato con gli
Austriaci a Robecchetto), non si credeva potesse sostenersi.
[370] Detto anche ponte di Buffalora sul Ticino, da non
confondere col ponte omonimo sul Naviglio.
Il grosso dell'esercito austriaco ritenevasi ancora concentrato a circa
otto ore di marcia più al sud, cioè ad Abbiategrasso, in condizioni,
quindi, difficili per prendere parte al combattimento.[371]
[371] L'esercito austriaco si trovava in uno stato di
dispersione press'a poco come l'esercito alleato. Il IX corpo
era intorno a Pavia, fuori della zona d'azione: l'VIII a
Bereguardo, il V e il III e la divisione Lilia del VII,
stabilita a Castelletto, avrebbero dovuto compiere una forte
marcia per raggiungere il nemico. Disponibili per la battaglia
immediata erano il I ed il II corpo, stabiliti a Magenta e la
divisione Reischach del VII corpo a Castellazzo dei Barzi. A ciò
si aggiunga la stanchezza per l'improvvisa marcia al di qua del
Ticino. Solo alla sera del 3 Giulay ebbe compiuto questo
movimento. Stabilito ad Abbiategrasso, il suo piano era di
rimontare al nord e cogliere di fianco i franco-sardi in quel
che movevano verso Milano. In tali condizioni non poteva
avvenire a Magenta che una battaglia parziale. Tale essa fu, ma
terribile.
In quel giorno si doveva entrare per tutto l'esercito in terra lombarda.
Al detto ponte di San Martino o Buffalora, sul Ticino, malamente minato
dagli Austriaci, sì che fu possibile riattarlo per il passaggio, erano
sin dal mattino, con molto Stato Maggiore, circa 5000 fra granatieri e
zuavi della Guardia imperiale, a cui doveva seguire il corpo del
maresciallo Canrobert, quelli che, per la sua tardigrada prudenza, per
poco non compromise quella giornata, come l'altra di Solferino, ed era
chiamato, fra quella gaia avventatezza francese, «la provvidenza delle
famiglie».
Dorati dai raggi del sole si scorgono su le alture di fronte i queti
paeselli lombardi: nell'avvallamento del fiume, tra le evanescenti
boscaglie, corrono le verdi acque del Ticino. Qui si scatenerà la
tempesta di morte finchè non giunga la notte: il rombo se ne udrà sino a
Milano: qui per molti anni, senza concime, sarà più verde la spiga,
quando il silenzio ritornerà ancora.
Nella lontananza, a destra e sinistra della strada, a mezza costa, due
masse nere rivelavano dei cannoni e la presenza del nemico.
Cautamente varcato il fiume e vincendo piccole resistenze di avamposti,
quella esigua schiera si appostò nella bassura del fiume, attendendo per
avanzare verso l'erta del Naviglio, cioè verso Magenta, che a Buffalora
fosse giunto Mac-Mahon, il quale, susseguito da tutto l'esercito sardo,
e mosso da Robecchetto in due colonne, aveva assicurato l'Imperatore che
sarebbe giunto a Buffalora alle due e mezzo al più tardi e «pur non
avendo conoscenza ancora delle disposizioni del nemico,[372] stesse
tranquillo sulle disposizioni che era per prendere».
[372] BAZANCOURT, I, pag. 183. Mac-Mahon fu nominato maresciallo
sul campo. Ma si ritiene che suo precipuo merito fu l'aver
vinto. _NB._ Quanto alle ore, v'è molta discordanza.
Dalla parte di Novara, da cui Canrobert era atteso, silenziosa si
stendeva la via; ma su le alture opposte gli ufficiali dell'Imperatore,
saliti alle vedette, distinguono un grande, confuso, inatteso muoversi
di masse nemiche. Attraverso gran sangue si entrerà in terra lombarda?
Lenta, ansiosa attesa. Quando giunse il tocco, ecco fu udito verso
Buffalora lo scoppiettar dei fucili e lo squarcio del cannone. Mac-Mahon
arrivava. Fu dato allora l'ordine di avanzare in coordinazione e in
sostegno di Mac-Mahon. La esigua schiera mosse. Ed ecco, solidamente
appostati e non sospettati e crescenti, circa venticinque mila Austriaci
appaiono avvolgendo quell'eroico nerbo di granatieri e zuavi. Di contro
il Naviglio, alle spalle il Ticino. Il cannone di Mac-Mahon d'improvviso
si tace.[373]
[373] Mac-Mahon sorpreso da inattese grandi forze nemiche
dovette sospendere l'attacco di Buffalora e retrocedere;
avvertire (e si recò egli stesso, cavaliere audace e generale
imprudente) del pericolo di essere tagliato fuori, l'Espinasse
che moveva con altra colonna. Solo più tardi potè riprendere
l'attacco di Buffalora: quindi egli ed Espinasse mossero con
meravigliosi assalti su Magenta. Quivi Espinasse incontrò la
morte.
Questa fu la crisi della battaglia: queste, dalle 2 alle 4, le ore
tragiche dell'Imperatore; del lento macello di quelle meravigliose
schiere, assalenti e assalite. Perduta che fosse quella posizione
(scrive il corrispondente del «Times», pag. 37) «non vi aveva più
speranza di ricuperarla più tardi o il dì vegnente, perchè il nemico
avrebbe in quel mezzo radunato tutte le sue forze; e quanto fosse
disperata la situazione si chiarisce dal fatto che il generale Giulay,
giunto in quel punto, annunziò per telegrafo la vittoria a Vienna». Più
tardi, di mano in mano che le avanguardie del corpo di Canrobert
apparivano, erano sospinte alla morte, con disperati richiami:
affrettatevi, affrettatevi, rovesciate ogni ostacolo; vite umane
gettatevi in quel braciere di morte, affinchè la fiamma non si spenga:
la Guardia sta per essere schiacciata; la giornata è perduta.
Il generale Regnault manda all'Imperatore[374] che non può più
resistere. Invii rinforzi.
[374] Al ponte di San Martino.
«Non ho nessuno da mandargli, resista».
Resiste.
Accorre presso l'Imperatore l'aiutante di campo del generale Wimpffen:
«Sire, il generale è oppresso non può più mantenersi».
«Si mantenga».
Un aiutante di campo del generale Picard arriva e dice: «Il nemico
aumenta, minaccia di girare la posizione».
«Chiuda il passaggio. Appena potrò, manderò rinforzi».
Le ore scorrevano lente, sanguinose. Sono le quattro quando arrivarono
finalmente Niel e Canrobert. Era tempo!
Lo storico ufficiale della guerra, il Bazancourt, dice che il
maresciallo Canrobert trovò l'Imperatore, laddove s'era tenuto tutta la
giornata, nel centro della battaglia, tra il ponte di Buffalora e il
Naviglio, sempre calmo, sempre impassibile, malgrado la gravità
crescente della situazione.
Rimase in verità impassibile, ma d'una impassibilità che può chiamarsi,
a scelta, sangue freddo o stupore per l'immenso pericolo, per l'impari
lotta che un attimo avrebbe potuto mutare in irreparabile sconfitta.
«Non era in lui — dice quell'implacabile critico che è il De La Gorge —
nè mancanza di intelligenza, nè, ~sopratutto~, debolezza d'animo: ma
inesperienza di quella cosa terribile che si chiama la guerra».[375]
[375] _Op. cit._, III, pag. 51.
Certo, comunque fosse, egli si irrigidì nella resistenza. Che cosa
sarebbe stato della Guardia se avesse piegato, con il Ticino alle
spalle? Che sarebbe avvenuto di Mac-Mahon, tagliato fuori dall'esercito?
Episodi sublimi e terribili avvennero alla conquista di quel Naviglio,
che fluisce con le verdi acque tranquille. Strana battaglia, vinta dai
soldati accorrenti alla morte nel nome di lui, immobile; al grido
meraviglioso: Viva l'Imperatore! Strana battaglia in cui i generali
combatterono come soldati: ultimi cavalieri di Francia! Cler, Espinasse,
Mac-Mahon, Mellinet, Wimpffen combattenti fra i soldati come se la
battaglia fosse stata una gioia suprema della vita. E la cieca morte
passava e dove la sua mano raggiunse e sfiorò, al furore del
meraviglioso impeto, sostituì ella la rigidezza pallida del suo
sembiante.[376]
[376] Cler prende con sè qualche compagnia: dispare per
riconquistare il terreno perduto al di là del Ponte Nuovo sul
Naviglio tra il fumo della fucilata. Ma presto le sue colonne
piegano. Si distingue un cavallo senza cavaliere che galoppa fra
le file scompigliato e viene ad abbattersi sul ponte. È la
puledra di Cler! esclama Mellinet. Nel tempo stesso sopraggiunge
il suo ufficiale d'ordinanza, Tortel. Dice: Cler fu ucciso fra i
soldati. Mentre parla, un proiettile stende lui pure morto al
suolo. Espinasse è sceso da cavallo. Dice: Su questo suolo,
lubrico di sangue, più non si regge! Alla testa dei suoi zuavi,
percuote furioso del pomo della spada contro le imposte di una
casa asserragliata all'ingresso di Magenta, difesa da 300
tirolesi. Sfondate questa porta, miei bravi! È steso morto da
una fucilata.
Ora tuona da Marcallo il cannone di Mac-Mahon. Dopo tre ore di
combattimento s'era impadronito di Buffalora. Precipitano egli ed
Espinasse combattendo sempre. Tramonta il sole. È lo ~steeple-chase~
orrendo di Mac-Mahon e di Espinasse: la corsa feroce al campanile di
Magenta.
*
Era compiuta vittoria, o al domani la battaglia sarebbe stata
ripresa?[377] I vivi s'addormentarono presso i morti. In un umile
albergo, al ponte di San Martino, un uomo vegliò. L'Imperatore.
L'esercito arrivava infine; se ne udiva nella notte il lento incessante
passaggio; il monotono urtarsi dei bariletti e dei bossoli della
fanteria che raggiungeva i bivacchi.
[377] Gli scrittori di cose militari appuntano tanto il mancato
inseguimento degli alleati, quanto il ritirarsi del Giulay, il
quale avendo intatti due corpi d'armata, poteva francamente
rinnovare la battaglia il dì seguente. Il Giulay scrive che così
intendeva di fare, ma che avendo inteso come «le truppe del
primo e del secondo corpo d'armata, le quali più avevano
sofferto del primo assalto del nemico, si erano ritirate
indietro... ordinò la ritirata». Questo «ritirarsi indietro», il
loro miserando arrivo per porta Vercellina (oggi Magenta) a
Milano, documenta quanto terribile fu lo sforzo di quell'esigua
parte dell'esercito francese che combattè in quel giorno.
_NB._ Per ciò che riguarda Milano, si consulti l'opera di
prossima publicazione del signor Ausano Labadini, _Milano e
alcuni momenti del Risorgimento italiano_.
*
Ricalcando i costumi del primo Impero, volle Napoleone, nella sua sosta
in Magenta, premiare Mac-Mahon sul campo di battaglia; e nella più lunga
sosta in Milano furono accoglienze deliranti, fra cui il Bazancourt
ricorda lui, l'Imperatore, riconosciuto, fermato, baciati i fornimenti
al cavallo, le donne uscenti affinchè benedicesse i figliuoli. «Per la
prima volta io vidi commosse le misteriose, impenetrabili sembianze
dell'Imperatore, il quale sarebbe stato più che uomo, se fosse rimasto
in quel momento impassibile», scrive il corrispondente del «Times» (pag.
52). Fra i festeggiamenti fioriti vi fu anche una rappresentazione di
gala alla Scala, giacchè Tersicore e Polimnia rapidamente mancarono ai
nostri fasti e nefasti. Potè intanto l'esercito austriaco, come se una
voce di aspirazione lo richiamasse, ritrarsi, concentrarsi dalle
Legazioni e dalle Marche lontane; e il villano che ronca su le Alpi,
vide altri armati accorrere dal cuore dell'Impero e con essi
l'Imperatore tedesco. Doloroso ricorre alla memoria il rimprovero di
Carlo Cattaneo per la troppa dimora di Carlo Alberto in Milano del '48,
e la consigliata e mancata insurrezione delle campagne e dei borghi,
onde Radetzky, minacciando con le forche, potè come serpe ferita,
ricoverarsi fra le fortezze del Quadrilatero.
*
In mezzo a tanti contrasti con sè stesso, con gli uomini, con le cose,
riprendeva Napoleone la faticosa avanzata. Varcata è l'Adda, l'Oglio, il
Chiese; presso è il lago di Garda: ogni luogo ricorda il nome e la
gloria del giovane conquistatore, che all'albeggiare della nuova età,
per quivi passò fulminando. Il pallido erede che si innebriò di quel
nome, è già verso il declinar della vita. Nel torrido estenuante estate,
con le grevi aquile, per la meravigliata campagna, ricalca quell'orme.
Dove sono le meravigliose pingui terre che il giovane conquistatore avea
sessantatrè anni prima additato al di là delle Alpi ai suoi guerrieri
laceri e scalzi?
Ora l'erede passa per terre, già depauperate dalle precedenti
requisizioni del nemico; cattivo e scarso è il nutrimento dei suoi, che
moriranno al grido: Viva l'Imperatore! Un male terribile che non si osa
nominare, serpeggia già per le file: il tifo.[378]
[378] _Duca di Polenta_ chiamavano i soldati per dileggio
l'Intendente generale. Al principio di luglio erano negli
ospedali 25.000 infermi e feriti (CHENU, _Statistique
médico-chirurgicale_, II, pag. 877). Invero le ambulanze
austriache ne contenevano un numero anche maggiore: «ma la
consolazione era mediocre sopratutto per l'anima umana
dell'Imperatore». (DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 105.)
Circa 2600 francesi morirono di malattia.
Come più l'esercito procede, più il suolo si fa ardente sotto i piedi;
come più il nemico dispare, più cresce il presentimento di una battaglia
immensa. Ma del luogo e del modo non è alcuna certezza o notizia. Quel
deliberato fuggire, abbandonando le difese e lasciando liberi i passi,
induceva a pensare ad un piano di guerra lungamente maturato, quello
cioè di attrarre i Francesi in luogo aperto, dove ogni disuguaglianza
del suolo fosse nota e la cavalleria, bella e natural forza
dell'Austria, potesse spiegare tutto l'impeto della sua virtù bellica.
Si pensò al piano che si stende oltre Montechiari; quand'ecco giunse
nuova che l'esercito nemico si era ritirato oltre il Chiese. Parve
allora che il terreno fra il Chiese e il Mincio sarebbe stato il luogo
prescelto dall'Austria per il gran duello; ma ecco giunse nuova che il
nemico aveva valicato anche il Mincio: e ciò fu il dì 21 di giugno.
Conveniva, dunque, passare il Mincio e andare a cercare il nemico sotto
la difesa di quei forti ove l'Austria, come feudataria delle antiche
età, s'era asserragliata e munita dal tempo che divenne signora
d'Italia? In tale stato d'incertezza, avanzava l'esercito alleato, la
notte del 24 di giugno, chè per fruire del refrigerio della frescura
notturna, aveva tolto i bivacchi, come di poche ore fu varcata la metà
della notte. Esso formava come un grand'arco di cerchio che doveva,
secondo lo stabilito cammino, avanzare verso il Mincio con le due ale
estreme: l'esercito italico era l'ala estrema settentrionale. Esso,
attraverso le alture di San Martino, si stabilirà a Pozzolengo. Il
generale Niel, che forma l'ala estrema meridionale, si stabilirà a
Guidizzolo. Così tutto il grand'arco d'uomini e d'armi è di concerto in
moto.
Centro di quell'arco, con la sua Guardia, a Montechiari, sta
l'Imperatore. Moverà ultimo e si stabilirà a Solferino. Sono le ore
cinque del giorno: in quell'ora, nella chiesetta di Montechiari, si
rendevano gli ultimi onori al generale De Cotte. Nella notte dal 22 al
23, mentre leggeva i dispacci dell'Imperatore, un colpo apoplettico lo
aveva fulminato.
Ed ecco a Montechiari, a briglia sciolta, precipitare, sordidi di
polvere due cavalieri. Sono i messi di Baraguay-d'Hilliers e di
Mac-Mahon. Annunciano all'Imperatore che nella notte, la battaglia s'era
impegnata fra le avanguardie; e come al sollevarsi delle nebbie
mattutine si vedesse il biancheggiare di grandi masse nemiche su le
alture di contro. Avevano gli Austriaci rivalicato il Mincio?
Allora la strada che da Montechiari conduce a Castiglione, fu coperta da
un nuvolo di polvere. Vetture, cavalli, cavalieri correvano
disperatamente.
Castiglione è su di una altura; chiaro era il giorno ed anche allora,
come a Magenta, all'Imperatore, dall'alto, si affacciò l'aurora flammea
della battaglia, improvvisa, grandissima, certa. Molti del seguito
esitavano a credere che il nemico in massa avesse ripassato il Mincio.
Ma l'Imperatore non condivise un solo istante quest'illusione ostinata:
No! — disse — è la battaglia.[379] Mal certa solo la vittoria, chè essi
al piano, in ordine di cammino; quelli su le alture, in formidabile
luogo, in numero immenso. L'esercito austriaco, per nuovo consiglio del
maresciallo Hess, comandante supremo, aveva il 23, ad insaputa dei
Francesi, rivalicato il Mincio, e in piena forza e numero, ripigliava
l'offensiva, movendo verso il Chiese. Da quelle alture, onde a giorno
fatto, dovevano muovere secondo il loro ordine di cammino, Francesco
Giuseppe aveva additata la meta; una guglia marmorea che non si vedeva,
ancorchè appaia da lungi, dove la madre di Cristo sorride nella sua
pace: Milano. Ma da quei colli non scesero. Inconsci gli uni degli
altri, su quelle alture compirono i due eserciti l'abbraccio mostruoso
come quello delle fiere orribili nella bolgia dantesca che si
avvinghiano e si trasmutano in silenzioso spasimo, indi si separano.
Alla sera, trasmutati anch'essi, si separeranno.
[379] _Campagne d'Italie_, redigée au dépôt de la guerre, pag.
420. «La battaglia sarebbe stata possibile prevederla, perchè la
vigilia dei riconoscimenti spinti a fondo avrebbero annunciato
sicuramente la concentrazione del nemico. Non avendo preveduto
la battaglia, l'Imperatore preparò almeno i mezzi per
assicurarne il successo.» DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 82.
Ora, dunque, vide l'Imperatore dall'alto di Castiglione la grande
battaglia: su tutti i colli di contro, da San Martino lontano presso il
lago, sino a Cavriana, appariva l'esercito nemico: altro formidabile
immenso arco, di «automi» forse, ma automi armati che conveniva
spezzare, che fulminavano anch'essi la morte. Di faccia proprio
all'Imperatore sorgeva Solferino e sopra Solferino erto su la densa
folla nemica un torrione, che è denominato la spia d'Italia, come a dire
che di lì tutta Italia si scopre e spia, ma sembra contenere in sè alcun
senso di sinistro presagio.
Fulgide belve di guerra e di morte si compiace a distanza nei secoli di
plasmare la natura, e vi spende tutti i suoi aromi più preziosi. Ora
soltanto gli agognati emblemi possedeva Napoleone; ma dell'atroce
ludibrio[380] onde Vittor Hugo e Giuseppe Mazzini lo avevano additato ai
popoli, egli fece anche in quel giorno bella vendetta.
[380] Victor Hugo: «Voi non avete vinto che la battaglia di
Satory». — G. Mazzini: «I dittatori romani e vostro zio
conducevano in persona le armate conquistatrici: voi
all'incontro amate bensì le uniformi corrusche d'oro, ma è
dubbio se sappiate condurre un reggimento».
Il miglior mezzo di assicurare la vittoria alle due ali estreme era di
conquistare il centro. Questa fu l'idea semplice a cui si fermò
l'Imperatore e da cui non deviò. La posizione di Solferino era la più
difficile, ma una volta sfondato questo centro della loro difesa, gli
Austriaci sarebbero stati costretti a ripiegarsi con le due ali estreme.
Ora non soltanto la cosa, ma l'urgenza della cosa apparve manifesta
all'Imperatore, il quale stabilitosi sull'altura del così detto monte
Fenile, di fronte a Solferino, diresse la battaglia e parve come volesse
emendare sè stesso a Magenta. Non esitò sino dalle prime ore del mattino
a far entrare in battaglia le riserve della sua Guardia; e il colle dei
Cipressi e il cimitero di Solferino ben sanno quale sforzo occorse
perchè alle due ore del pomeriggio il tricolore di Francia sventolasse
dall'alto della Spia d'Italia, erta fra il nembo delle cannonate e il
nembo del cielo.
«In questa giornata — deve pur ammettere il De La Gorge — l'Imperatore
fece buona figura e si espose molto decentemente per un capo di Stato,
perchè egli era altrettanto valoroso che buono».[381]
[381] _Op. cit._, III, pag. 102 e aggiunge: «Questa stessa bontà
che gli faceva onore, gli rese più dolorosa la vittoria. Era lo
stesso spettacolo di Magenta, ma con un'estensione più vasta ed
orribile».
Questo pronto e felice esito della battaglia centrale aiutò il Niel a
sostenersi e vincere al piano, dove gli Austriaci fecero il maggior
sforzo, giacchè pare fosse loro intento aggirare da quel lato i Francesi
e risospingerli poi al nord, verso il Garda. Che se il maresciallo
Canrobert, meno ligio agli ordini ricevuti e fornito di più pronto
intuito, fosse accorso con tutte le sue forze in sostegno del Niel, ben
maggiore sarebbe stata la vittoria.[382]
[382] Fra il Niel accusatore e il Canrobert s'accese poi così
aperto litigio che fu necessario l'intervento dell'Imperatore
per appianarlo. Canrobert si stette alla difesa dalla parte di
Mantova, verso cui non era vero pericolo, e non inviò al Niel,
che lo sollecitava, se non timidi e staccati e male accetti
rinforzi.
Terza parte di questa campale battaglia fu quella combattuta dall'ala
settentrionale e che da noi si considera come battaglia a parte: San
Martino.
È una fra le pagine più belle del valore italico e il motto semplice del
Re: «Fioi, venta piè San Martin, se no gli Aleman a lu fan fé a nui
autri», ha un ben profondo significato, tanto se esso si consideri sotto
l'aspetto militare, cioè che conveniva scacciare il nemico dalle
formidabili alture occupate e impedire che scendesse al piano e
aggirasse; quanto se al motto ci piace attribuire più largo e ideale
senso, che conveniva col sangue pagare quelle terre lombarde, strappate
all'Austria. E furono, in verità, generosamente pagate nei ripetuti
assalti di tutto quel giorno, finchè al cadere di esso, ordinata
l'azione in modo più simultaneo e più forte, potè l'altura di San
Martino esser conquistata. Nè si deve dimenticare che l'esercito italico
si trovava in condizione di inferiorità, non solo per ciò che riguarda
il luogo, ma anche rispetto al numero dei nemici.[383] Si può anzi dire
che la necessità di pagare comunque generosamente col sangue nostro,
apparve così grande, che la storia obliò quanto vi fu di sconnessione e
di difetto di imperio[384] in quelle azioni di guerra.
[383] Al mattino erano le sole tre divisioni Mollard, Cucchiari,
Durando. La divisione Fanti, chiamata dall'Imperatore, si stette
sino verso le due e mezzo impegnata a coprire la sinistra di
Baraguay-d'Hilliers. Solo dopo prese parte al combattimento. La
divisione Cialdini era in Val Savia, Garibaldi in Valtellina.
[384] Rivalità tra Della Rocca e il La Marmora. Cfr. _Custoza
del '66_. Al generale Mollard si appunta il troppo ardimento e
il poco senno dei primi assalti, con forze impari e sconnesse.
Ma simili difficili questioni tattiche non sono argomento di
questo libro. Del resto lo stesso aiutante di campo del Re nel
suo Diario (CASTELLI, _op. cit._, pag. 308) dice questa
«battaglia senza insieme e scucita. Non si sapeva che fare e si
provvedeva al momento dove il nemico si presentava in forze
maggiori». Notevole questo passo sul Re (pag. 309): «Dormì anche
lui sulla terra; gli si era portato un piccolo stramazzo, ma non
lo volle, dicendo che era anche lui come tutti gli altri. Se
Vittorio Emanuele avesse un quarto d'abilità del suo coraggio,
sarebbe il primo generale del mondo; ma non ha memoria, nè
occhio, non vuole occuparsi; però è molto pronto quando ha
capito le cose».
*
La spia d'Italia doveva appartenere all'Italia e appartenne; e Cavriana,
nella casa stessa dove al mattino innalzava il vessillo Francesco
Giuseppe, accoglieva Napoleone. Vittorio Emanuele attraverso l'olocausto
eroico di San Martino, era a Pozzolengo; e l'esercito austriaco,
mutilato dall'orribile strage, ripassava il Mincio. In Verona si
rinchiudeva Francesco Giuseppe.
Ma che l'immenso sforzo della volontà debilitasse in Napoleone quei
sostegni di fede in cui l'anima posa, può sospettarsi; con meraviglia
soltanto di quelli i quali, per economia di sforzo mentale, vivono
nell'opinione che l'uomo sia composto di un solo, esclusivo metallo
morale.
Francia e Italia udranno il dì seguente la gran vittoria, ma il nuovo
sole, purificato dalla tempesta, «rischiarerà uno fra i più orridi
spettacoli di morte che all'imaginazione possa essere offerto».[385]
[385] ENRICO DUNANT, medico volontario. _Un souvenir de
Solferino._
_NB._ Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero
incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi.
Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi
«non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei
poveri soldati facevano pietà, e più d'una volta mi vennero le
lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre
quell'odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso»
(Diario di un ufficiale d'ordinanza di S. M., CASTELLI, _op.
cit._, pagg. 310 e 311).