Napoleone al bivio.
Qui è opportuno ricordare che se per noi quella guerra era di giusto
diritto, alla sua volta l'Imperatore d'Austria chiamava a raccolta i
popoli del Tirolo e del Vorarlberg per «la più giusta delle cause per le
quali siasi unquamai sguainata la spada»;[345] anche egli invocava
l'aiuto di Dio, questo gran silenzioso; e nel proclama del 28 era detto:
«La corona che i miei antenati mi hanno trasmessa ~senza macchia~, ha
passato giorni molto infausti; ma la gloriosa storia della nostra patria
prova che spesso, quando le ombre di una rivoluzione, che mette in
pericolo i più preziosi beni dell'umanità, minacciavano di stendersi
sull'Europa, la Provvidenza si è servita della spada dell'Austria, i cui
lampi hanno dissipato quelle tenebre. Siamo di nuovo alla vigilia d'una
di queste epoche, ove le dottrine sovversive d'ogni ordine esistente,
non sono più solamente predicate dalle sette, ma lanciate nel mondo
anche ~dall'alto de' troni~».
[345] Proclama del 1.º giugno 1859 ai popoli del Tirolo e del
Vorarlberg.
Ora il trono da cui partivano le dottrine sovversive e perigliose alla
pace d'Europa, non poteva essere che quello di Napoleone, la cui corona
era macchiata dal colpo di Stato. L'espressione è indeterminata, ma a
togliere ogni dubbiezza soccorre l'«Ost-deutsche Post», tradotta ad
ammaestramento degli italiani dalla «Gazzetta ufficiale di Milano»:
«Napoleone ha gettato la maschera. L'Austria gliel'ha strappata».[346]
[346] _Gazzetta Ufficiale di Milano_, 4 giugno.
E d'altra parte la rivoluzione — la quale fu sempre cosa formidabile fra
noi, perchè la nostra sentimentalità non l'infrena, e la nostra
acquiescenza non la soddisfa — , sdegnava e sospettava insieme l'aiuto
di Napoleone dicendo per le parole del Mazzini: «Il grido di «viva la
Francia!» può essere senza colpa da labbra italiane; il grido di «viva
l'Imperatore» nol può: alla immoralità di quel grido si aggiunge in
oggi, per noi, il sospetto di codardia: «Esecravano ieri» — dirà
l'Europa — «in nome degli eterni principii: plaudono in oggi a chi li
violava, perchè ei li salva co' suoi aiuti dall'obbligo di
combattere».[347]
[347] MAZZINI, _La Guerra_, 15 maggio, X, pag. 304.
La violenza di queste due forze nemiche che cominciano a fluire e
trascinano Napoleone per l'ambigua loro risultante, appare manifesta.
Egli s'equilibra a volta a volta ad entrambe, ed è da entrambe respinto;
onde quella sua politica incerta, e quelle cospirazioni, le quali forse
erano nell'abito della sua giovanezza, ma erano altresì una conseguenza
del dissidio tra l'idealità e la necessità.
Uno scrittore francese riferisce al Cavour queste parole su Napoleone:
«Il suo torto è di volere cospirare sempre. Dio sa se egli ne ha
bisogno! Non è egli il padrone assoluto? Con un paese potente come il
vostro, un grande esercito, l'Europa tranquilla, che ha a temere? Perchè
sempre, ad ogni ora, mascherare il suo pensiero, andare a destra quando
vuole andare a sinistra? A quest'ora potrebbe andar diritto al suo fine:
ma no! Egli preferisce sviar la gente, far seguire una falsa pista,
cospirare infine, cospirare sempre! Vedete, questo è proprio del suo
genio: è il mestiere che egli preferisce, e lo fa da artista, da
dilettante, e in questo giuoco sarà il primo ed il più forte di tutti
noi».[348]
[348] D'IDEVILLE, _Journal d'un diplomate en Italie_. Del resto,
questa facoltà del cospirare non era sfuggita pur all'Hübner (I.
pag. 51): «Egli ha dell'astuzia, egli possiede a un alto grado
l'arte di cospirare».
Se queste parole del Cavour sono vere (o se vere, debbono avere il
valore di semplice conversazione), i fatti posteriori, per ciò che
riguarda la potenza dell'esercito e dell'impero le emendano di troppo; e
più le emenda questo pronostico dell'Hübner, sino dal '52: «Più il
movimento imperialista è grande, veemente, irresistibile; più forte sarà
un giorno la reazione in senso inverso»; e Luigi Napoleone che si
prepara all'Impero, è così definito: «L'uomo di Dio ovvero l'uomo dello
Spirito maligno. Noi non sappiamo ancora con quale dei due nomi
chiamarlo: mi sembra bene, tuttavia, lasciarne traccia in
archivio».[349]
[349] HÜBNER, I, pag. 77.
Sarebbe — dunque — stato «l'uomo di Dio», contribuendo a fare davvero il
Colpo di Stato Europeo; ma in tale caso sarebbe stato per Cavour (e
parve all'Orsini) l'uomo dello Spirito maligno; e viceversa.
Più vere, forse, le parole melanconiche, già riferite, del buon abate
Bertrand al giovanetto erede: «Ma, povero fanciullo! Che la fortuna non
gli giuochi un simile tiro (di arrivare al potere)! Sia un galantuomo
anzitutto, come vuole suo padre».[350] Ma in tale caso non ci sarebbe
più quello splendido romanzo che è la storia.
[350] STÉFANE-POL, _op. cit._, pag. 101.
*
In mezzo a tale contrasto si iniziava la guerra; al quale contrasto è da
aggiungere lo stato latente di dissidio tra Napoleone e Cavour. Questi,
con una puntualità ammirevole, gli aveva fatto trovare, al suo arrivo in
Italia, già scoppiato il moto di ribellione e di annessione in Romagna,
Modena, Parma, Firenze. Alla sua volta l'Imperatore, mandando il cugino
Napoleone in Toscana con parte dell'esercito, sembrava al Cavour volesse
dare principio al suo progetto di restaurazione bonapartista.
Che cosa va a fare adesso quel signore nella tranquillissima Toscana?
«L'on commence à montrer le bout de l'oreille».[351]
[351] CHIALA, III, CLXXIII.
Non era necessario che il Mazzini richiamasse al Cavour la storia amara
di Ludovico il Moro.[352] Corse ad Alessandria e sottopose
all'Imperatore quale vespaio si sarebbe destato in Europa all'annuncio
di un'occupazione francese in Toscana. Racconta il Chiala che
l'accoglienza dell'Imperatore fu fredda, la risposta impacciata, e disse
che l'andata del principe Napoleone in Toscana era determinata da
ragioni militari, di cui egli solo era giudice; che non aveva intenzione
di mettere un principe francese su di un trono dell'Italia centrale e
che al bisogno avrebbe rassicurato le potenze.[353]
[352] «Voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte
di Ludovico il Moro, chiamando la tirannide straniera di qua
dell'Alpi.» MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 74 (giugno. 1858).
[353] Cavour prese atto di questa dichiarazione dell'Imperatore,
e la publicò. Vedi BIANCHI, _Storia documentata_, VIII, pag.
499. Già dal 18 maggio l'Imperatore aveva assicurato l'ex
ministro Salvagnoli, che gli avea chiesto udienza, che la
missione del cugino in Toscana era puramente militare. Lo
richiese discretamente della possibilità di elevare la duchessa
di Parma al trono di Toscana. Il Salvagnoli rispose dicendo che
«era assolutamente impossibile». Le sorti della Toscana così
rimasero sospese.
Certo il vespaio fu desto. L' «Ost-deutsche Post», nella traduzione
della «Gazzetta ufficiale di Milano», dice: «Diritto dei popoli? Illusi.
Diritto di violenza. Vedetelo. Ecco senza dichiarazione di guerra, e
senza guerra, strappata Massa al duca di Modena verso il quale fino
all'ultimo istante si finsero sentimenti di buon vicinato. Ciò significa
cominciare col poco per finire col molto. Un secondo atto di violenza
franco-piemontese ci si annunzia da Firenze. Mercè un decreto del
Comitato sardo,[354] le truppe toscane vennero sottoposte al comando del
principe Napoleone. Getta una luce caratteristica sul trono napoleonico
la circostanza che questo principe, il quale tanto avvicina esso trono,
assuma il comando di truppe che mancarono al giuramento verso il loro
Sovrano. È questa la gloria napoleonica! La Toscana, non in guerra colla
Sardegna, nè colla Francia, voleva tenersi neutrale. Ma una sommossa
militare, suscitata dalla Sardegna, cacciò il gran Duca. Egli, però, non
ha abdicato. Ma che ne importa ai franco-sardi? Essi trattano la Toscana
come paese di conquista: solo che finora non sembrano d'accordo a chi
debba appartenere. Simili fatti accelereranno un rigoroso intervento
dell'Europa, particolarmente della Prussia!»
[354] Il 22 maggio fu letto ai soldati toscani l'ordine del
giorno di Vittorio Emanuele: «Stimandovi degni di combattere a
fianco dei valorosi soldati di Francia, vi pongo sotto gli
ordini del mio amatissimo genero il principe Napoleone, a cui
sono dall'Imperatore dei francesi commesse importanti operazioni
militari. Ubbiditelo come ubbidireste a me stesso».
Ma forse perchè questo catechismo, provenendo da fonte austriaca, poteva
essere rifiutato, così la citata «Gazzetta» accoglie e stampa quel
formidabile scritto del Mazzini «A Luigi Bonaparte», dettato in Londra
in lingua francese, nell'aprile del '58, riprodotto in inglese nel
«Morning Advertiser», e dal Saffi voltato in italiano pel giornale
genovese «L'Italia del popolo». Il punto più potente della terribile
requisitoria mi sembra essere quello diretto a dimostrare fraudolenti e
fallaci quelle promesse di riforme democratiche e socialiste, che Luigi
Bonaparte aveva fatto, proclamandosi «Imperatore del popolo». «L'umanità
— dice il Mazzini — chiede realtà non fantasmi, non fatti bastardi,
arbitrarii, anormali che han la vita di un'ora. A tai fatti essa guarda,
sorpresa per meraviglia, un istante; poi passa intimando all'importuna
apparizione il ritorno nel nulla. E voi signore vi affrettate a tal
termine. Voi potete vivere mesi, non anni».
Ora, se fosse lecita alcuna divagazione, si potrebbe osservare, come
questo nostro Grande, «a cui la tirannide aveva tolto la patria» (allora
si riteneva sommo male essere senza patria), nel tratteggiare la
malvagità senza confine di Luigi Napoleone, ricorra spesso a termini di
sogno e poetici, come la ricordata «pallida ombra di Sant'Elena», come
il diniego di ogni missione, come la citazione dello Shakespeare in
«Macbeth»: È vita in voi? o siete cosa che uomo possa interrogare? Ma
sarebbe disamina troppo sottile; e nulla ne importa alla «Gazzetta
ufficiale»; le importa invece avvertire, per bocca del Mazzini, che
menzogna e frode è ogni operazione di Napoleone III, anche per ciò che
riguarda la guerra d'Italia; che egli può «sognare conquiste; ardirle,
arrischiarle non mai».
Ma dopo che l'uomo ha ardito, ha arrischiato, ha vinto a Magenta, cioè
cinque giorni dopo quella riproduzione mazziniana, il dì sei di giugno,
il linguaggio del giornale è mutato. Si inneggia all'invincibile, al
glorioso, al magnanimo Napoleone III; e poichè, come dice il Carducci,
ove albeggi la notte d'Italia tu «vedi ivi il poeta», si stampano versi
di così atroce arte:
Han vinto! i mille il fremito
Della vittoria han dato.
Due condottier, due fulmini.
Stretto han d'Italia il fato,
E l'avoltoio d'Attila
Morde i suoi duci al suol.
In quel giorno era avvenuto lo sgombero da Milano degli Austriaci e
dalla testata del giornale, «al livello dei nuovi bisogni» era caduta
infatti l'aquila.
*
A Magenta Napoleone dettò quel proclama «Agli Italiani», che oggi è
cimelio di museo: si conserva infatti l'originale, fiore ingiallito di
illusione presto morta, all'Ambrosiana di Milano. Allora apparve cosa
viva, ed io ricordo qualche patriotta del mio paese, mezzo addormentato
per il sepolcro, che lo borbotta ancora qua e là a memoria. Esso è
datato da Milano, il dì 8; ma fu scritto a Magenta, cioè caldi ancora i
cumuli di quelli che morirono per una causa ignota a loro al grido: Viva
l'Imperatore! Il primo dettato, a carattere forte e sicuro, è
scancellato a gran tratti, e fra le interlinee corrono in iscrittura più
esile, le correzioni di pugno di Napoleone: ma prima ancora che il tempo
lo scolorisse, il foglio reca le impronte di un atto violento: fu
sgualcito e gettato. Quelle parole avevano carattere polemico, con fiera
allusione al Mazzini: ma o la generosità sdegnasse contrasti personali;
ovvero non le reputasse opportune, furono tolte. Esse sono le seguenti:
«Io sono il vostro amico più sincero e più disinteressato». Quindi dice:
«Non lasciate sfuggire l'occasione felice che si presenta di ricuperare
la vostra indipendenza e di mantenerla, perchè se voi la lasciate
sfuggire, secoli passeranno ancora senza che voi la possiate ritrovare,
ed il solo modo di conquistare la vostra indipendenza è di fare causa
comune contro quelli che vi opprimono, di organizzarvi militarmente
dovunque: «Trattate come traditori della patria» tutti quelli che
vogliono creare delle dissensioni, «non cercate di sciogliere oggi le
questioni politiche che solo l'avvenire può risolvere».
Nel testo ufficiale questa dichiarazione recisa è stata sostituita dai
noti periodi: «I vostri nemici, che sono anche i miei, tentarono di
scemare le generali simpatie dell'Europa per la vostra causa, dando a
credere che io facevo la guerra per ambizione personale o per estendere
il territorio della Francia....» No!
«Se vi sono uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono fra
quelli. Nello stato luminoso dell'opinione publica, oggi si è più grandi
per l'influsso morale che si esercita, che per le sterili conquiste; e
quest'influsso morale io lo ricerco con orgoglio contribuendo a rendere
libera una delle più belle parti d'Europa. Io non vengo con un sistema
preconcetto per spodestare i sovrani o per imporre la mia volontà. Il
mio esercito non porrà alcun ostacolo alla libera manifestazione dei
vostri voti legittimi». Incitati gli Italiani a «mostrarsi degni» della
«fortuna che loro si offre», termina con le famose parole:
«Organizzatevi militarmente. Ricordatevi che senza disciplina non v'è
esercito; ed animati dal sacro fuoco della patria, non siate oggi che
soldati: domani voi sarete cittadini liberi di un grande palese».
Pur concedendo libertà di interpretazione, sta il fatto che Napoleone
non dice: «io vengo a liberarvi», ma dice «~io contribuisco~», e in
relazione a questa parola è l'esortazione alle armi per tutti gli
Italiani; nè ciò si deve considerare come espressione puramente
retorica, e ne è prova questa lettera del Cavour, in data 27 giugno, al
Vigliani governatore della Lombardia: «Nigra[355] le ha comunicato
l'aspro rimprovero che l'Imperatore mi ha diretto. Esso è del tutto
ingiusto e privo di fondamento. Nullameno bisogna tenerne conto, non per
fare un atto di contrizione la sera prima di andare a letto, ma conviene
tenerlo a calcolo come desiderio delle intenzioni dell'Imperatore.
Questi vuole che la condotta degli Italiani giustifichi agli occhi
dell'Europa la lacerazione dei trattati del 1815. Conviene quindi
mettere tutto in opera onde la nostra cooperazione alla guerra riesca
attiva, lunga, energica. Bisogna promuovere senza indugio l'arruolamento
di volontari».
[355] Il conte Nigra con decreto del 15 giugno era stato
incaricato dell'ufficio di segretario capo presso la Direzione
generale per gli affari delle provincie annesse. Vidi CHIALA,
III, pag. 97.
Il Cavour prosegue domandando uomini, denari, cavalli «al patriottismo
dei Lombardi»: i cavalli «in gran copia». Questi «siamo disposti a
pagarli, ma più ancora a riceverli gratis». Il tuono è faceto, ma sotto
trema la preoccupazione; ed è evidente che al Vigliani non può il Cavour
scrivere come nella lettera da Parigi a La Marmora.[356]
[356] Vedi pag. 241. — E. T. Moneta, tutt'altro che favorevole a
Napoleone, ma spirito equo e desideroso della verità, scrive a
questo proposito: «Ma nell'entusiasmo del momento, nella fede
immensa che tutti avevano nel valore dei due eserciti alleati,
passò inosservato (?) l'ammonimento contenuto nelle ultime
parole. I volontari avevano bensì dato un bel contingente, ma
molto inferiore a quanto si imponeva ad un popolo in una guerra
che si combatteva per la sua indipendenza». Vol. II, pag. 311
della bell'opera: _Le guerre, le insurrezioni e la pace nel
secolo XIX._
Sta pure il fatto che nel proclama imperiale non è la frase, che poi fu
volta in dileggio: «dall'Alpi all'Adriatico». Essa si legge invece nel
proclama di Vittorio Emanuele ai Lombardi, datato posteriormente, cioè
dal 9, dove è questo incensante ma impegnativo periodo: «L'Imperatore
dei Francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di
Napoleone, facendosi duce dell'eroico esercito di quella nazione, ~vuole
liberare l'Italia dalle Alpi all'Adriatico~».
Chi dettò il proclama di Vittorio Emanuele? Non so; ma è facile il
supporre.
Napoleone nel proclama ai Francesi, datato dalle Tuileries il 3 maggio,
dice soltanto: «L'Austria ha condotto le cose a tale estremo, che
abbisogna che essa domini sino alle Alpi, o che l'Italia sia libera sino
all'Adriatico. Ogni angolo di terra rimasto indipendente corre pericolo
pel potere di lei». Nè con ciò intendeva impegnarsi.[357]
[357] Vedi nota a pag. 313.
In questo, che a me pare errore, cade pure il maggior storico del
Secondo Impero, il De La Gorge. Dice: Napoleone dichiarava che l'Italia
sarà libera sino all'Adriatico.
Aggiunge: che il disordine non sarebbe punto fomentato nella penisola:
che il potere del Santo Padre non sarebbe stato scosso.
Conclude: tre predizioni che un avvenire prossimo doveva parimenti
smentire.[358]
[358] DE LA GORGE, _op. cit._, II, pag. 448.
Più amaramente ancora: appena firmati i preliminari di Villafranca noi
ci dovemmo giustificare non in faccia all'Austria, che avevamo battuta,
ma in faccia agli Italiani che noi abbiamo avuto il torto, il torto
imperdonabile, di non affrancare d'un solo colpo.[359]
[359] DE LA GORGE, III, pag. 113.
Meglio tornare al documento.
Si ritenga il documento napoleonico sincero o no, sta il fatto che, così
come suona, la guerra appare intrapresa per un'idea, e l'Hübner può in
tal modo avere spiegazione del difficile problema, perchè la Francia «a
cherché querelle à l'Autriche»:[360] e poichè quel diplomatico era acuto
ed ironico, è lecito porgli in bocca la famosa esclamazione socratica: O
mirabile uomo!
[360] HÜBNER, II, pag. 428.
Sincero o no, è evidente l'intenzione di sostituirsi ad ogni altro nel
difendere la libertà e i diritti dei popoli: causa rivoluzionaria! Ora
si avverta come nel febbraio del '53, l'Hübner, udito il moto mazziniano
in Milano, sospettando — a che non giunse la paura? — connivenze segrete
col grande agitatore, scrive: «La sua politica all'interno, come quella
all'estero, è sempre stata quella di mangiare a due greppie: di parlare
di rivoluzione ai rivoluzionari e di autoritarismo con gli uomini
d'ordine: ma infine viene un giorno in cui l'ambiguità del linguaggio
non basta più e bisogna prendere il suo partito, a meno di esporsi a
trovarsi per terra fra due sedie». Ora il documento dice che egli ha
preso partito; ma la rivoluzione, e per essa il Mazzini, a tutto è
disposta fuorchè ad offrirgli la sua sedia rivoluzionaria; e però l'uomo
cadrà a terra lo stesso. Tale fu lo strano destino di quest'uomo
meraviglioso.
Ha preso partito. Ma piacerà questo partito di apostolo della
Rivoluzione all'altro alleato d'Italia, l'Imperatore dell'Oriente, allo
Czar? Non c'era pericolo che ammesso questo principio rivoluzionario su
di un punto, esso dovesse fare il giro d'Europa e passare per dove allo
Czar non piaceva, per la Polonia, ad esempio?[361]
[361] Vedi documento in CHIALA, VI, pag. 728: «Il principe
Gortschakoff aveva detto: Niente politica rivoluzionaria! Egli
amava l'Italia dove aveva a lungo dimorato nella sua giovinezza.
Incaricato d'affari a Firenze, aveva visto la Toscana felice
sotto il paterno governo granducale e del vecchio Fossombroni.
La sola ombra a questo quadro era l'influsso pernicioso,
esercitato dall'Austria, ecc.».
Piace questo partito al Mazzini.
S'emenda e dice: la guerra è un «fatto iniziato»; è «un fatto potente
che crea nuovi doveri e modifica essenzialmente la via da tenersi....
Possiamo deplorare l'intervento imperiale, ma non possiamo dimenticare
che l'Austria è l'eterna nemica». Così il Mazzini nello scritto del 15
Maggio «La guerra»; e «non perchè Bonaparte lo ha detto, ma perchè
l'onore e la salute della patria lo esigono — scrive il 1.º luglio,
manifestamente dopo aver avuto notizia del proclama — la cooperazione
degli Italiani alla guerra deve essere tanta «da un capo all'altro
d'Italia» che i centomila stranieri scesi in aiuto, paiano legione
alleata dei ventisei milioni d'Italiani, anzichè esercito
liberatore».[362] Sognatore, in verità, non era soltanto Napoleone III!
[362] _La guerra_, 15 maggio. Vol. X. pagg. 303-304.
Se non che il Mazzini — in pieno accordo col Cavour in questo — domanda
la Cooperazione degli Italiani ad uno scopo ben determinato, ben diverso
da quello così indeterminato di Napoleone; cioè al fine che «gli
Italiani dal presente conflitto facciano uscire l'unità nazionale».
*
I ciambellani intanto alle Tuileries, in pieno accordo con
l'Imperatrice, sono ben convinti che la Francia non può avere con
l'Austria, potenza eminentemente conservatrice, «che un duello al primo
sangue!»[363]
[363] Vedi CHIALA, VI, pag. 398. Il Walewski si oppose alla
citata frase del proclama imperiale in cui si accennava
all'Adriatico. L'Imperatore contraddisse all'interpretazione che
il conte Walewski dava a quel passo, che, secondo lui, era la
semplice dichiarazione di un'opinione, ma non lo legava per
nulla a sostenerla con la spada. (Vedi CHIALA, III, CLII, che
toglie dal Martin, _op. cit._, pag. 435.)