Cavour stratega.
Vennero i Francesi dal mare e dal monte; le vie di Annibale, di
Carlomagno, del primo Console: una visione rossa, impetuosa; e fra essa
l'orda feroce ed eroica degli algerini. Che ne sanno dell'Austria, del
diritto italico? Gridarono: Viva l'Imperatore! Morirono.
«Veux tu des cigares? un absinthe? un grog? Crie vive l'Italie et tu
auras tout ce que tu voudras». Qui impararono a cantare «La bella
Gigogin». Ma molti non le ripeterono più le allegre canzoni di quella
primavera: molti non videro più le loro mamme e la dolce terra di
Francia. Luceva ancora la stella di Venere del grande estate, quando
cominciò a scrosciare la mitraglia. Per tutto il giorno si scagliarono
nei mostruosi assalti; poi cadde la sera, e si addormentarono nella
placida morte. Poi passarono anni, e sul campo dove quelle giovani vite
furono falciate vennero canuti uomini, battezzati in Cristo, a studiare
come coloro erano morti, e come sarebbe stato più scientifico morire; e
ciò allo scopo di preparare più positive regole per le guerre future. Ma
la spenta pupilla di lui lagrimò, e anche per questo egli fu Napoleone
il piccolo; anche per questo egli non fu ~Caesar~, che sotto la tenda
detta allo scriba: ~fit magna caedes~, e si prepara, impassibile, a far
domani strage maggiore.
L'uomo che insanguinò Parigi col suo colpo di Stato, non possedeva sotto
la maschera impassibile del volto, la impassibilità crudele dei veri
conquistatori? Non possedeva! Egli era «altrettanto valoroso quanto
buono ed umano. A Magenta per la prima volta egli vedeva un campo di
battaglia e la sua anima pietosa soffrì crudelmente a tanto strazio. Si
dice che imbattutosi nella barella dove riposava il corpo di Espinasse,
la fece scoprire. Povero Espinasse! mormorò, e a lungo lo guardò in
silenzio come vinto da un dolore che toccava il rimorso».[324] A
Solferino, mancando perfino le filacce e le tele per fasciare i feriti,
ordinò ai servi di dare le sue lenzuola, i suoi pannilini per
improvvisare bende e filacce.[325] Eroe del 2 decembre! «Eroe
~passivo~!», dice con sprezzante ironia l'Hübner.[326] Eppure
quest'ironia e questo stato d'anima quanta storia ci spiega![327]
[324] DE LA GORGE, pag. 53.
[325] _Le Maréchal Canrobert_, di GERMANO BAPST.
[326] HÜBNER (figlio), II. pag. 221.
[327] «Freddo, risoluto e fornito del colpo d'occhio pronto e
sicuro dei grandi capitani, d'un coraggio quasi temerario
durante l'azione, Napoleone non può, dopo la battaglia, con
occhio asciutto, guardare i corpi esanimi di quelli che pagano
con la loro vita. I cadaveri che lastricano la via della
vittoria, gliela rendono troppo dolorosa. _Egli ha già fretta di
vedere la fine di questa guerra d'Italia, che costa ogni giorno
tanto sangue francese._» (Dalle memorie del conte O. De Viel
Castel, 15 giugno. In CHIALA, VI, pag. 405.)
*
Ma prima che i Francesi venissero, contro la forza dell'Austria si trovò
esposto il solo Piemonte: cara e bella forza d'Italia. Aveva fatto la
vigilia dell'armi in Crimea; e che cuore ai nostri poveri esuli in
Parigi, il dì che annunciando le vittorie francesi fu gridato anche:
«Les Sardes se sont vaillamment battus!»[328] Fiore d'Italia con
Garibaldi erano i cacciatori dell'Alpi: ma essi parvero formare ai
troppo prudenti una nota discorde, tanto che li mandarono divisi e
lontani. E allora si distesero per i tuoi colli, o Brianza; e all'aria
montanina, o Varese, o San Fermo, o dolci ville, voi udiste il più puro
suono di quella campagna.
[328] Bollettino del 15 agosto '55.
Ma furono ventura per l'Italia alcuni fatti, i quali non avendo anche
oggi sicura spiegazione, parvero opera provvidenziale, come le dirotte
piogge che resero difficile l'avanzata austriaca per il piano di
Lomellina, ove le tronche vie ed i campi allagati eran la sola difesa. E
primo fu il ritardo interposto ad invadere il Piemonte; nè mi pare
facile disgiungere quel lasso di tre giorni con l'altro di pari tempo
che il Buol concedette al Cavour, «pregandolo di prendere il contenuto
dell'ultimato in seria considerazione». Viene in mente una specie di via
dischiusa alla resipiscenza ed al pentimento per tanta audacia; ma più
comunemente questo fatto si ritiene conseguenza delle interposizioni
ulteriori dell'Inghilterra, e così credettero Cavour e l'Hübner.[329] Ma
se anche così fu, ben strano contrasto forma questa lettera della regina
Vittoria venuta di recente alla luce: «Che stanno facendo gli Austriaci?
Essi non vollero aspettare quando avrebbero dovuto, ed ora che da lungo
tempo avrebbero dovuto slanciarsi all'attacco colle loro forze
preponderanti, essi non fanno nulla! nulla dal giorno 30! Lasciano che i
Francesi divengano sempre più forti ed ogni giorno più pronti alla
lotta. C'è veramente da impazzire, ed è difficilissimo il capirli o fare
qualche cosa per essi».[330]
[329] L'Hübner in data 25 aprile scrive (Vol. II, page. 422): «A
notte tarda Cowley mi scrive che Lord Malmesbury offre
all'Austria ed alla Francia la mediazione dell'Inghilterra per
una intesa diretta fra le due potenze, ma esige che l'Austria
ritardi l'attacco al Piemonte, quale si sia la risposta di
Vittorio Emanuele all'ultimato dell'Austria». In tale senso
Hübner telegrafò a Buol la mattina del 26. Lo stesso giorno, 26,
Buol risponde all'Hübner: «Banneville dichiara che il passaggio
del Ticino da parte degli Austriaci, sarà considerato come una
dichiarazione di guerra contro la Francia. Noi accettiamo la
mediazione inglese, ma mantenendo la nostra risoluzione di
varcare la frontiera, se la risposta sarda al nostro _ultimatum_
non è soddisfacente».
[330] _Il Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag.
206. Le mosse contradditorie e disordinate del Giulay diedero
tempo ai due eserciti alleati di congiungersi. Giulay, dopo
Magenta, abbandonò la direzione della guerra. Minute e accurate
notizie della guerra del '59 va raccogliendo il rag. Labadini di
Milano, oltre a quelle che si trovano nei libri di arte
militare.
E l'altro fatto provvidenziale fu il Giulay, a cui il popolo milanese
beffeggiando cantava: «Varda Giulay che ven la primavera!» Venne la
primavera e fece mala prova; o non avesse studiato come il buon Orazio
vinse i Curiazi, o l'animo pendesse troppo prudente fra due opposti
consigli; difendere i ducati e la Lombardia, o muovere arditamente su
Torino; ovvero che ordini del consiglio aulico accrescessero da Vienna
le naturali incertezze.[331]
[331] MORENO, _Trattato di Storia militare_, pag. 283.
Ma il fatto più singolare è come per l'Italia combattè davvero la
pallida ombra, emersa dal sepolcro di Sant'Elena. Napoleone il Grande!
Ricordando gli Austriaci le meravigliose gesta di lui, i suoi sterminati
disegni; così all'Erede ed ai Francesi parvero prestare gli Austriaci
ogni specie di profonde combinazioni strategiche, di cui, — nota
ironicamente il De La Gorge — «noi fummo innocenti».[332] Da ciò una
specie di timidezza che paralizzò e sconcertò il nemico per tutta quella
campagna. Il Giulay, memore della campagna del 1796, si pensò che in
quel '59 si sarebbe ripetuta la mossa istessa: scendere col Po, varcarlo
a Piacenza. Qui fu il bellissimo inganno, e ne va lode a Napoleone III.
[332] _Op. cit._, III, pag. 17.
*
Di questo stato di cose, di cui, con lo svanito pericolo, svanita è la
memoria; e di altra cosa ancora, di cui è difficile il parlare,
specialmente in succinto, sono preziosa testimonianza questi passi di
lettere del Cavour, scritte fra quel 29 aprile ed il 4 giugno, che fu il
giorno della battaglia di Magenta.
Essendo il La Marmora al campo, il Cavour, oltre che presidente del
Consiglio e ministro degli esteri e dell'interno, reggeva anche il
ministero della guerra e della marina. Troppi portafogli! Ed era quello
che si diceva anche allora.
Eppure alla ammirabile sua attività e potenza organizzatrice molto è
dovuto se, in tanta disorganizzazione, furono potuti rapidamente
trasportare i soldati francesi per via ferrata da Susa a Torino e ad
Alessandria.[333] La famosa mossa napoleonica che trasportò l'esercito
per ferrovia da Alessandria a Novara fu agevolata dal Cavour, sì per i
trasporti, sì per il servizio di intendenza. Ridendo disse al conte
Oldofredi, direttore dei servizi ferroviari: Se accadono inciampi, vi
faccio tagliare la testa. Al Paris, intendente generale di Francia, che
chiedeva 100 000 razioni per averne 50 000, ne fece trovare 120 000 al
giorno fissato. ~Hé coquin de Cavour!~[334]
[333] La via ferrata pel Cenisio finiva a
Saint-Jean-de-Maurienne. Riprendeva poi a Susa. Framezzo erano
parecchie tappe penose di cammino in montagna.
[334] CHIALA, VI, pag. 404.
Ma veniamo alle lettere.
30 aprile (a Ponza di San Martino, Genova): «Sarebbe curioso che i primi
colpi di fucile si avessero a scambiare tra gli sbirri estensi e i
nostri doganieri. Se vincono questi, daremo a Castelborgo (direttore
generale delle gabelle) il bastone di maresciallo. Ad ogni modo non
bisogna lasciarci battere.... Credo che si esagerino le mene dei
clericali. Bisogna sorvegliarli, non perseguitarli.... Oggi si firmerà
il decreto di amnistia per tutti i reati politici. Tuonando il cannone,
bisogna tirare un velo sul passato.... Fate assegnamento sulla venuta
prossima dell'Imperatore. È essenziale che sia caldamente accolto».
5 maggio (al La Marmora): «Io non parlo di operazioni di guerra:
soltanto io credo che all'ora che corre, non si potrebbe senza vergogna
lasciare il nemico marciare su Torino senza tentare di fermarlo.... Ho
spedito l'ordine di fare arrestare il fornitore X (perchè X, senatore
Chiala?). Noi arresteremo ugualmente il suo socio, il titolare Y (perchè
Y?). Si dice che ciò non è legale: tu rispondi che io (diciamolo in
francese) ~que je m'en fiche~».
5 maggio (allo stesso): «L'Imperatore arriverà probabilmente a Genova
giovedì sera o venerdì al mattino. Nigra ed Arese partono di qui per
incontrarlo. Se il Re non gli va incontro, bisogna che spedisca a Genova
un generale o un altro ufficiale di stato maggiore. Ti prego di
ricordarglielo».[335]
[335] Vi si recò in incognito la mattina del 13.
15 maggio (allo stesso): «La Rocca[336] mi annunzia che d'ora in poi non
ci manderà più notizie dal Quartier Generale. Un tale procedere è
inqualificabile: in altre circostanze avrei risposto pregando il Re o di
mandare via La Rocca o di accettare le mie dimissioni. Ma nelle attuali
contingenze dobbiamo tu ed io avere pazienza e sopportare le bizzarrie
del nostro grazioso sovrano....[337] Lamento che non sia stato possibile
alla nostra armata di fare qualche cosa prima dell'arrivo dei Francesi;
ma mi astengo ora, come mi asterrò sempre di discutere le operazioni
militari».
[336] Generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato
Maggiore dell'esercito sardo, che ebbe parte negativamente
grande alla battaglia di Custoza. _Ch'ai dia al so general ch'as
rangia_, rispose, stando al caffè, all'ufficiale del generale
Govone, implorante soccorsi. Così per testimonianza riferisce De
Felissent. _Il generale Pianell_, pag. 365.
[337] Tolgo dal CHIALA (VI, pag. 400): «Le relazioni tra il Re e
il Cavour, come è noto (veramente mi pare poco noto), non furono
mai cordiali: dal gennaio in poi.... erano divenute
difficilissime». Dopo Villafranca e nell'ultimo ministero Cavour
non mutarono di troppo. Vedi lettera di Garibaldi, edita nel
_Risorgimento Italiano_, N. 1.
Interessante questo passo, per ciò che concerne la genialità del Cavour:
il maresciallo Canrobert, giunto a Torino il 29 aprile, precorrendo
l'esercito, giudicò inadatte alla difesa di Torino le due linee della
Dora e della Stura. Fu stabilito di abbandonarle e concentrare quelle
forze a Casale, per minacciare così alle spalle e di fianco gli
Austriaci, se avessero osato muovere su la capitale. Ora il Cavour
scrive al La Marmora: «Io penso che Canrobert acconsentirà a mandare una
divisione a Casale e forse un'altra a Valenza. Questa cosa permetterebbe
al Re o di tentare una vigorosa sortita da Casale, o una mossa su
Chivasso e la Dora. Io preferisco di molto la prima alternativa. Se
l'attacco è ben condotto, deve riuscire. Con un forte corpo d'esercito a
Casale, saremmo sicuri di poterci ritirare in caso di insuccesso. Un
mezzo successo basterebbe a fermare gli Austriaci, trascinare i
Francesi; e Torino è salva. Io credo mio dovere di sottoporti queste
idee. Se esse non sono accettate dal Re, fammelo sapere con un dispaccio
cifrato, affinchè io possa prendere le mie disposizioni per il trasporto
del governo a Genova. Certo io non perderò per questo il mio coraggio;
ma per tutta la vita, io mi dorrò che il Re, potendo disporre
liberamente di 70 000 uomini, nulla abbia tentato per salvare la
capitale. I Torinesi non gliela perdoneranno mai. (Tu non hai preso con
te il cifrario. È necessario che ne abbiamo uno per noi soli....)» Ed
avverte anche: «Io non sono tattico; ma ho assai di buon senso e di
energia per eseguire gli ordini che tu mi potrai trasmettere».
Qui è da notare che la preoccupazione per un colpo di mano su Torino,
non era un'idea fissa del Cavour, ma rispondeva ad un vero e massimo
pericolo.
Il piano geniale di Canrobert di lasciare indifesa la capitale per
meglio difenderla, riuscì a meraviglia, grazie anche all'effetto che
tale mossa audace generò nell'animo incerto del Giulay.
«Quale sorpresa — esclama il De La Gorge con un sentimento che è troppo
doloroso definire — e quale successo morale se l'Austria avesse potuto
strappare a Vittorio Emanuele la pace, domandando soltanto il congedo
del ~grande agitatore~ Cavour. (Il «pestifero Camillo di Cavour»; la
«bête noire» della diplomazia).[338] Avrebbe datato da Torino un editto
di pacificazione e di libertà(!) per l'Italia: avrebbe fatto, essendo
vittoriosa, tutte le concessioni(!) che essa non poteva fare prima di
tirare la spada dal fodero, ed avrebbe così disarmata la Francia, prima
ancora di combattere».[339]
[338] CHIALA, VI, pagg. 416, 422.
[339] _Op. cit._, III, pag. 12.
Ma «conviene rendere a Napoleone III questa giustizia — prosegue il De
La Gorge, pare, con amarezza — che da lunga data egli aveva preveduto
questo pericolo, di un colpo di mano su Torino».
Molte memorie, conservate negli archivi, attestano questa sua vigilanza.
«Affrettatevi — telegrafava a Canrobert — non perdete un minuto,
sacrificate tutto alla rapidità del cammino».
18 maggio (allo stesso): «La Rocca mi ha scritto una lettera poco
conveniente, rispetto ai bollettini. Gli ho risposto da ministro....
(soliti puntini. Peccato!). Abbiamo imposto silenzio ai giornali. Il
paese si rassegna alla censura: ma a patto che gli si dica qualche cosa.
Ti prego quindi di combinare che ci vengano trasmesse quelle notizie, le
quali, benchè prive di reale importanza, piacciono al pubblico».[340]
[340] Non dunque, come si scusava il Della Rocca, quelle notizie
che possono danneggiare le operazioni militari. Ciò è così ovvio
che la spiegazione è inutile!
Maggio (al conte Giulini): «Vada, caro Giulini, in Lombardia e faccia
che al nostro approssimarsi sorga Milano e le vicine città in modo da
dimostrare alla Francia, all'Imperatore, all'Europa, che siamo degni di
ritornare nazione libera, forte, indipendente. Andate, e che Dio
benedica i forti vostri propositi. Arrivederci dopo la vittoria a
Milano, ove stringeremo il patto d'unione, che i nemici interni ed
esterni d'Italia non potranno rompere mai».
28 maggio (al La Marmora): «Pare che Garibaldi si sia egregiamente
battuto. Penso che il Re distribuirà al suo corpo medaglie e ricompense.
Il Re lo deve e per ragioni politiche e per ragioni di giustizia, poichè
è lui che gli ha dato l'ordine di spingersi avanti, senza preoccuparsi
dei movimenti dell'esercito. Avevo supplicato il Quartier Generale di
mandarmi la relazione di Sonnaz sul fatto di Montebello; giacchè finora
l'Europa non ne conosce i particolari che sulle relazioni francesi. Non
ne fece niente: non so se per farmi dispetto. Mi rassegnerei volentieri
a questo cattivo procedere, se non costituisse una vera mancanza di
rispetto al pubblico e all'esercito».[341]
[341] Per quanto riguarda il servizio della stampa, è notevole
questo passo: .... «L'Imperatore ha fatto dare a vari
giornalisti dei salvacondotti. È necessario che questi siano
riconosciuti e rispettati dalle nostre autorità militari. Non
possiamo pei giornalisti essere più severi della Francia. Se
concedessimo loro minori facilità, essi susciterebbero contro di
noi l'opinione pubblica in Europa, ciò che nuocerebbe assai
all'esito finale della lotta».
4 giugno (allo stesso): «Il silenzio del campo mi pone in una condizione
insopportabile. Io non posso rimanere esposto ai giusti rimproveri di
centinaia di famiglie che implorano come una grazia l'avere notizie dei
parenti che sanno essere stati esposti ai più gravi pericoli. Nelle
attuali contingenze, in vista delle conseguenze che una crisi
ministeriale potrebbe avere, mi rassegno al rimanere privo di notizie
particolari sulle cose della guerra; e di essere informato, io
presidente del Consiglio, come qualunque individuo del colto pubblico al
quale si comunica le notizie che tutti conoscono. Ma quello a cui non
potrei adattarmi si è di non potere adempiere al dovere che mi incombe
come reggente il ministero della guerra rispetto alle famiglie di quei
prodi che espongono per la patria la vita sul campo. Io sono tenuto in
coscienza a non lasciarli durare per giorni ed intere settimane fra le
angoscie dell'incertezza. Se per un puntiglio contro di me, si vuole
punire questi infelici, debbo ritirarmi. Non abbandonerò il gabinetto,
ma pregherò il Re e te di cercare chi sia più accetto di me al campo....
In questi tempi metto sotto i piedi ogni qualunque suscettibilità
personale. Solo desidero che la mia persona non sia d'ostacolo al buon
andamento del servizio».
«Egli si vuole immischiare — disse dopo Magenta il Re ai suoi ufficiali
— in ciò che non deve».[342]
[342] CHIALA, VI, pag. 400.
E per ultimo è pur necessario riportare qualche passo di questa lettera
del Cavour, in data 8 giugno, al Principe Napoleone, andato in Toscana,
come fu detto e come diremo, con gli intenti che variamente gli possono
essere attribuiti. Nel fatto egli si occupò specialmente di organizzare
quel piccolo esercito che poi, dopo Solferino, condusse in Lombardia.
Le intemperanze villane di questo principe contro i Toscani, sono
consegnate, fra l'altro, nel diario di un aiutante di S. M., raccolto
dal Castelli nei suoi «Ricordi».[343] Scrive dunque il Cavour in
risposta e giustificazione: «Buoncompagni non potendo parlare di fusione
(col Piemonte); non avendo alcun candidato (!) al trono granducale da
mettere avanti, era ridotto ad appoggiarsi sopra idee negative. Le sole
due parti del suo programma, nette e precise, l'esclusione della casa di
Lorena e la guerra, non erano di tal natura da appassionare i Toscani.
Tre secoli di governo corruttore non li hanno disposti ai sacrifici che
la guerra esige. Essi detestano gli Austriaci senza avere un gusto ben
deciso per l'impiego dei mezzi che conviene adoperare per iscacciarli.
Quanto alla casa di Lorena, essi non la detestano: essi la disprezzano.
Ora il disprezzo non è un sentimento che possa fare grandi cose».[344]
[343] Pag. 320. «Chi era poi brutale nei suoi discorsi era il
principe Napoleone: non sapeva frenare la sua rabbia contro i
Toscani che gettava nel fango, come uomini indegni di libertà, e
quando taluno di noi (è un pranzo acidetto al quartiere di
Vittorio Emanuele dopo Villafranca) gli faceva qualche
osservazione esclamava: Non sono più gli uomini di Firenze
antica, sono una razza imbastardita».
[344] CHIALA, VI, pag. 402.