X.

Cavour stratega.

Vennero i Francesi dal mare e dal monte; le vie di Annibale, di

Carlomagno, del primo Console: una visione rossa, impetuosa; e fra essa

l'orda feroce ed eroica degli algerini. Che ne sanno dell'Austria, del

diritto italico? Gridarono: Viva l'Imperatore! Morirono.

«Veux tu des cigares? un absinthe? un grog? Crie vive l'Italie et tu

auras tout ce que tu voudras». Qui impararono a cantare «La bella

Gigogin». Ma molti non le ripeterono più le allegre canzoni di quella

primavera: molti non videro più le loro mamme e la dolce terra di

Francia. Luceva ancora la stella di Venere del grande estate, quando

cominciò a scrosciare la mitraglia. Per tutto il giorno si scagliarono

nei mostruosi assalti; poi cadde la sera, e si addormentarono nella

placida morte. Poi passarono anni, e sul campo dove quelle giovani vite

furono falciate vennero canuti uomini, battezzati in Cristo, a studiare

come coloro erano morti, e come sarebbe stato più scientifico morire; e

ciò allo scopo di preparare più positive regole per le guerre future. Ma

la spenta pupilla di lui lagrimò, e anche per questo egli fu Napoleone

il piccolo; anche per questo egli non fu ~Caesar~, che sotto la tenda

detta allo scriba: ~fit magna caedes~, e si prepara, impassibile, a far

domani strage maggiore.

L'uomo che insanguinò Parigi col suo colpo di Stato, non possedeva sotto

la maschera impassibile del volto, la impassibilità crudele dei veri

conquistatori? Non possedeva! Egli era «altrettanto valoroso quanto

buono ed umano. A Magenta per la prima volta egli vedeva un campo di

battaglia e la sua anima pietosa soffrì crudelmente a tanto strazio. Si

dice che imbattutosi nella barella dove riposava il corpo di Espinasse,

la fece scoprire. Povero Espinasse! mormorò, e a lungo lo guardò in

silenzio come vinto da un dolore che toccava il rimorso».[324] A

Solferino, mancando perfino le filacce e le tele per fasciare i feriti,

ordinò ai servi di dare le sue lenzuola, i suoi pannilini per

improvvisare bende e filacce.[325] Eroe del 2 decembre! «Eroe

~passivo~!», dice con sprezzante ironia l'Hübner.[326] Eppure

quest'ironia e questo stato d'anima quanta storia ci spiega![327]

[324] DE LA GORGE, pag. 53.

[325] _Le Maréchal Canrobert_, di GERMANO BAPST.

[326] HÜBNER (figlio), II. pag. 221.

[327] «Freddo, risoluto e fornito del colpo d'occhio pronto e

sicuro dei grandi capitani, d'un coraggio quasi temerario

durante l'azione, Napoleone non può, dopo la battaglia, con

occhio asciutto, guardare i corpi esanimi di quelli che pagano

con la loro vita. I cadaveri che lastricano la via della

vittoria, gliela rendono troppo dolorosa. _Egli ha già fretta di

vedere la fine di questa guerra d'Italia, che costa ogni giorno

tanto sangue francese._» (Dalle memorie del conte O. De Viel

Castel, 15 giugno. In CHIALA, VI, pag. 405.)

*

Ma prima che i Francesi venissero, contro la forza dell'Austria si trovò

esposto il solo Piemonte: cara e bella forza d'Italia. Aveva fatto la

vigilia dell'armi in Crimea; e che cuore ai nostri poveri esuli in

Parigi, il dì che annunciando le vittorie francesi fu gridato anche:

«Les Sardes se sont vaillamment battus!»[328] Fiore d'Italia con

Garibaldi erano i cacciatori dell'Alpi: ma essi parvero formare ai

troppo prudenti una nota discorde, tanto che li mandarono divisi e

lontani. E allora si distesero per i tuoi colli, o Brianza; e all'aria

montanina, o Varese, o San Fermo, o dolci ville, voi udiste il più puro

suono di quella campagna.

[328] Bollettino del 15 agosto '55.

Ma furono ventura per l'Italia alcuni fatti, i quali non avendo anche

oggi sicura spiegazione, parvero opera provvidenziale, come le dirotte

piogge che resero difficile l'avanzata austriaca per il piano di

Lomellina, ove le tronche vie ed i campi allagati eran la sola difesa. E

primo fu il ritardo interposto ad invadere il Piemonte; nè mi pare

facile disgiungere quel lasso di tre giorni con l'altro di pari tempo

che il Buol concedette al Cavour, «pregandolo di prendere il contenuto

dell'ultimato in seria considerazione». Viene in mente una specie di via

dischiusa alla resipiscenza ed al pentimento per tanta audacia; ma più

comunemente questo fatto si ritiene conseguenza delle interposizioni

ulteriori dell'Inghilterra, e così credettero Cavour e l'Hübner.[329] Ma

se anche così fu, ben strano contrasto forma questa lettera della regina

Vittoria venuta di recente alla luce: «Che stanno facendo gli Austriaci?

Essi non vollero aspettare quando avrebbero dovuto, ed ora che da lungo

tempo avrebbero dovuto slanciarsi all'attacco colle loro forze

preponderanti, essi non fanno nulla! nulla dal giorno 30! Lasciano che i

Francesi divengano sempre più forti ed ogni giorno più pronti alla

lotta. C'è veramente da impazzire, ed è difficilissimo il capirli o fare

qualche cosa per essi».[330]

[329] L'Hübner in data 25 aprile scrive (Vol. II, page. 422): «A

notte tarda Cowley mi scrive che Lord Malmesbury offre

all'Austria ed alla Francia la mediazione dell'Inghilterra per

una intesa diretta fra le due potenze, ma esige che l'Austria

ritardi l'attacco al Piemonte, quale si sia la risposta di

Vittorio Emanuele all'ultimato dell'Austria». In tale senso

Hübner telegrafò a Buol la mattina del 26. Lo stesso giorno, 26,

Buol risponde all'Hübner: «Banneville dichiara che il passaggio

del Ticino da parte degli Austriaci, sarà considerato come una

dichiarazione di guerra contro la Francia. Noi accettiamo la

mediazione inglese, ma mantenendo la nostra risoluzione di

varcare la frontiera, se la risposta sarda al nostro _ultimatum_

non è soddisfacente».

[330] _Il Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag.

206. Le mosse contradditorie e disordinate del Giulay diedero

tempo ai due eserciti alleati di congiungersi. Giulay, dopo

Magenta, abbandonò la direzione della guerra. Minute e accurate

notizie della guerra del '59 va raccogliendo il rag. Labadini di

Milano, oltre a quelle che si trovano nei libri di arte

militare.

E l'altro fatto provvidenziale fu il Giulay, a cui il popolo milanese

beffeggiando cantava: «Varda Giulay che ven la primavera!» Venne la

primavera e fece mala prova; o non avesse studiato come il buon Orazio

vinse i Curiazi, o l'animo pendesse troppo prudente fra due opposti

consigli; difendere i ducati e la Lombardia, o muovere arditamente su

Torino; ovvero che ordini del consiglio aulico accrescessero da Vienna

le naturali incertezze.[331]

[331] MORENO, _Trattato di Storia militare_, pag. 283.

Ma il fatto più singolare è come per l'Italia combattè davvero la

pallida ombra, emersa dal sepolcro di Sant'Elena. Napoleone il Grande!

Ricordando gli Austriaci le meravigliose gesta di lui, i suoi sterminati

disegni; così all'Erede ed ai Francesi parvero prestare gli Austriaci

ogni specie di profonde combinazioni strategiche, di cui, — nota

ironicamente il De La Gorge — «noi fummo innocenti».[332] Da ciò una

specie di timidezza che paralizzò e sconcertò il nemico per tutta quella

campagna. Il Giulay, memore della campagna del 1796, si pensò che in

quel '59 si sarebbe ripetuta la mossa istessa: scendere col Po, varcarlo

a Piacenza. Qui fu il bellissimo inganno, e ne va lode a Napoleone III.

[332] _Op. cit._, III, pag. 17.

*

Di questo stato di cose, di cui, con lo svanito pericolo, svanita è la

memoria; e di altra cosa ancora, di cui è difficile il parlare,

specialmente in succinto, sono preziosa testimonianza questi passi di

lettere del Cavour, scritte fra quel 29 aprile ed il 4 giugno, che fu il

giorno della battaglia di Magenta.

Essendo il La Marmora al campo, il Cavour, oltre che presidente del

Consiglio e ministro degli esteri e dell'interno, reggeva anche il

ministero della guerra e della marina. Troppi portafogli! Ed era quello

che si diceva anche allora.

Eppure alla ammirabile sua attività e potenza organizzatrice molto è

dovuto se, in tanta disorganizzazione, furono potuti rapidamente

trasportare i soldati francesi per via ferrata da Susa a Torino e ad

Alessandria.[333] La famosa mossa napoleonica che trasportò l'esercito

per ferrovia da Alessandria a Novara fu agevolata dal Cavour, sì per i

trasporti, sì per il servizio di intendenza. Ridendo disse al conte

Oldofredi, direttore dei servizi ferroviari: Se accadono inciampi, vi

faccio tagliare la testa. Al Paris, intendente generale di Francia, che

chiedeva 100 000 razioni per averne 50 000, ne fece trovare 120 000 al

giorno fissato. ~Hé coquin de Cavour!~[334]

[333] La via ferrata pel Cenisio finiva a

Saint-Jean-de-Maurienne. Riprendeva poi a Susa. Framezzo erano

parecchie tappe penose di cammino in montagna.

[334] CHIALA, VI, pag. 404.

Ma veniamo alle lettere.

30 aprile (a Ponza di San Martino, Genova): «Sarebbe curioso che i primi

colpi di fucile si avessero a scambiare tra gli sbirri estensi e i

nostri doganieri. Se vincono questi, daremo a Castelborgo (direttore

generale delle gabelle) il bastone di maresciallo. Ad ogni modo non

bisogna lasciarci battere.... Credo che si esagerino le mene dei

clericali. Bisogna sorvegliarli, non perseguitarli.... Oggi si firmerà

il decreto di amnistia per tutti i reati politici. Tuonando il cannone,

bisogna tirare un velo sul passato.... Fate assegnamento sulla venuta

prossima dell'Imperatore. È essenziale che sia caldamente accolto».

5 maggio (al La Marmora): «Io non parlo di operazioni di guerra:

soltanto io credo che all'ora che corre, non si potrebbe senza vergogna

lasciare il nemico marciare su Torino senza tentare di fermarlo.... Ho

spedito l'ordine di fare arrestare il fornitore X (perchè X, senatore

Chiala?). Noi arresteremo ugualmente il suo socio, il titolare Y (perchè

Y?). Si dice che ciò non è legale: tu rispondi che io (diciamolo in

francese) ~que je m'en fiche~».

5 maggio (allo stesso): «L'Imperatore arriverà probabilmente a Genova

giovedì sera o venerdì al mattino. Nigra ed Arese partono di qui per

incontrarlo. Se il Re non gli va incontro, bisogna che spedisca a Genova

un generale o un altro ufficiale di stato maggiore. Ti prego di

ricordarglielo».[335]

[335] Vi si recò in incognito la mattina del 13.

15 maggio (allo stesso): «La Rocca[336] mi annunzia che d'ora in poi non

ci manderà più notizie dal Quartier Generale. Un tale procedere è

inqualificabile: in altre circostanze avrei risposto pregando il Re o di

mandare via La Rocca o di accettare le mie dimissioni. Ma nelle attuali

contingenze dobbiamo tu ed io avere pazienza e sopportare le bizzarrie

del nostro grazioso sovrano....[337] Lamento che non sia stato possibile

alla nostra armata di fare qualche cosa prima dell'arrivo dei Francesi;

ma mi astengo ora, come mi asterrò sempre di discutere le operazioni

militari».

[336] Generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato

Maggiore dell'esercito sardo, che ebbe parte negativamente

grande alla battaglia di Custoza. _Ch'ai dia al so general ch'as

rangia_, rispose, stando al caffè, all'ufficiale del generale

Govone, implorante soccorsi. Così per testimonianza riferisce De

Felissent. _Il generale Pianell_, pag. 365.

[337] Tolgo dal CHIALA (VI, pag. 400): «Le relazioni tra il Re e

il Cavour, come è noto (veramente mi pare poco noto), non furono

mai cordiali: dal gennaio in poi.... erano divenute

difficilissime». Dopo Villafranca e nell'ultimo ministero Cavour

non mutarono di troppo. Vedi lettera di Garibaldi, edita nel

_Risorgimento Italiano_, N. 1.

Interessante questo passo, per ciò che concerne la genialità del Cavour:

il maresciallo Canrobert, giunto a Torino il 29 aprile, precorrendo

l'esercito, giudicò inadatte alla difesa di Torino le due linee della

Dora e della Stura. Fu stabilito di abbandonarle e concentrare quelle

forze a Casale, per minacciare così alle spalle e di fianco gli

Austriaci, se avessero osato muovere su la capitale. Ora il Cavour

scrive al La Marmora: «Io penso che Canrobert acconsentirà a mandare una

divisione a Casale e forse un'altra a Valenza. Questa cosa permetterebbe

al Re o di tentare una vigorosa sortita da Casale, o una mossa su

Chivasso e la Dora. Io preferisco di molto la prima alternativa. Se

l'attacco è ben condotto, deve riuscire. Con un forte corpo d'esercito a

Casale, saremmo sicuri di poterci ritirare in caso di insuccesso. Un

mezzo successo basterebbe a fermare gli Austriaci, trascinare i

Francesi; e Torino è salva. Io credo mio dovere di sottoporti queste

idee. Se esse non sono accettate dal Re, fammelo sapere con un dispaccio

cifrato, affinchè io possa prendere le mie disposizioni per il trasporto

del governo a Genova. Certo io non perderò per questo il mio coraggio;

ma per tutta la vita, io mi dorrò che il Re, potendo disporre

liberamente di 70 000 uomini, nulla abbia tentato per salvare la

capitale. I Torinesi non gliela perdoneranno mai. (Tu non hai preso con

te il cifrario. È necessario che ne abbiamo uno per noi soli....)» Ed

avverte anche: «Io non sono tattico; ma ho assai di buon senso e di

energia per eseguire gli ordini che tu mi potrai trasmettere».

Qui è da notare che la preoccupazione per un colpo di mano su Torino,

non era un'idea fissa del Cavour, ma rispondeva ad un vero e massimo

pericolo.

Il piano geniale di Canrobert di lasciare indifesa la capitale per

meglio difenderla, riuscì a meraviglia, grazie anche all'effetto che

tale mossa audace generò nell'animo incerto del Giulay.

«Quale sorpresa — esclama il De La Gorge con un sentimento che è troppo

doloroso definire — e quale successo morale se l'Austria avesse potuto

strappare a Vittorio Emanuele la pace, domandando soltanto il congedo

del ~grande agitatore~ Cavour. (Il «pestifero Camillo di Cavour»; la

«bête noire» della diplomazia).[338] Avrebbe datato da Torino un editto

di pacificazione e di libertà(!) per l'Italia: avrebbe fatto, essendo

vittoriosa, tutte le concessioni(!) che essa non poteva fare prima di

tirare la spada dal fodero, ed avrebbe così disarmata la Francia, prima

ancora di combattere».[339]

[338] CHIALA, VI, pagg. 416, 422.

[339] _Op. cit._, III, pag. 12.

Ma «conviene rendere a Napoleone III questa giustizia — prosegue il De

La Gorge, pare, con amarezza — che da lunga data egli aveva preveduto

questo pericolo, di un colpo di mano su Torino».

Molte memorie, conservate negli archivi, attestano questa sua vigilanza.

«Affrettatevi — telegrafava a Canrobert — non perdete un minuto,

sacrificate tutto alla rapidità del cammino».

18 maggio (allo stesso): «La Rocca mi ha scritto una lettera poco

conveniente, rispetto ai bollettini. Gli ho risposto da ministro....

(soliti puntini. Peccato!). Abbiamo imposto silenzio ai giornali. Il

paese si rassegna alla censura: ma a patto che gli si dica qualche cosa.

Ti prego quindi di combinare che ci vengano trasmesse quelle notizie, le

quali, benchè prive di reale importanza, piacciono al pubblico».[340]

[340] Non dunque, come si scusava il Della Rocca, quelle notizie

che possono danneggiare le operazioni militari. Ciò è così ovvio

che la spiegazione è inutile!

Maggio (al conte Giulini): «Vada, caro Giulini, in Lombardia e faccia

che al nostro approssimarsi sorga Milano e le vicine città in modo da

dimostrare alla Francia, all'Imperatore, all'Europa, che siamo degni di

ritornare nazione libera, forte, indipendente. Andate, e che Dio

benedica i forti vostri propositi. Arrivederci dopo la vittoria a

Milano, ove stringeremo il patto d'unione, che i nemici interni ed

esterni d'Italia non potranno rompere mai».

28 maggio (al La Marmora): «Pare che Garibaldi si sia egregiamente

battuto. Penso che il Re distribuirà al suo corpo medaglie e ricompense.

Il Re lo deve e per ragioni politiche e per ragioni di giustizia, poichè

è lui che gli ha dato l'ordine di spingersi avanti, senza preoccuparsi

dei movimenti dell'esercito. Avevo supplicato il Quartier Generale di

mandarmi la relazione di Sonnaz sul fatto di Montebello; giacchè finora

l'Europa non ne conosce i particolari che sulle relazioni francesi. Non

ne fece niente: non so se per farmi dispetto. Mi rassegnerei volentieri

a questo cattivo procedere, se non costituisse una vera mancanza di

rispetto al pubblico e all'esercito».[341]

[341] Per quanto riguarda il servizio della stampa, è notevole

questo passo: .... «L'Imperatore ha fatto dare a vari

giornalisti dei salvacondotti. È necessario che questi siano

riconosciuti e rispettati dalle nostre autorità militari. Non

possiamo pei giornalisti essere più severi della Francia. Se

concedessimo loro minori facilità, essi susciterebbero contro di

noi l'opinione pubblica in Europa, ciò che nuocerebbe assai

all'esito finale della lotta».

4 giugno (allo stesso): «Il silenzio del campo mi pone in una condizione

insopportabile. Io non posso rimanere esposto ai giusti rimproveri di

centinaia di famiglie che implorano come una grazia l'avere notizie dei

parenti che sanno essere stati esposti ai più gravi pericoli. Nelle

attuali contingenze, in vista delle conseguenze che una crisi

ministeriale potrebbe avere, mi rassegno al rimanere privo di notizie

particolari sulle cose della guerra; e di essere informato, io

presidente del Consiglio, come qualunque individuo del colto pubblico al

quale si comunica le notizie che tutti conoscono. Ma quello a cui non

potrei adattarmi si è di non potere adempiere al dovere che mi incombe

come reggente il ministero della guerra rispetto alle famiglie di quei

prodi che espongono per la patria la vita sul campo. Io sono tenuto in

coscienza a non lasciarli durare per giorni ed intere settimane fra le

angoscie dell'incertezza. Se per un puntiglio contro di me, si vuole

punire questi infelici, debbo ritirarmi. Non abbandonerò il gabinetto,

ma pregherò il Re e te di cercare chi sia più accetto di me al campo....

In questi tempi metto sotto i piedi ogni qualunque suscettibilità

personale. Solo desidero che la mia persona non sia d'ostacolo al buon

andamento del servizio».

«Egli si vuole immischiare — disse dopo Magenta il Re ai suoi ufficiali

— in ciò che non deve».[342]

[342] CHIALA, VI, pag. 400.

E per ultimo è pur necessario riportare qualche passo di questa lettera

del Cavour, in data 8 giugno, al Principe Napoleone, andato in Toscana,

come fu detto e come diremo, con gli intenti che variamente gli possono

essere attribuiti. Nel fatto egli si occupò specialmente di organizzare

quel piccolo esercito che poi, dopo Solferino, condusse in Lombardia.

Le intemperanze villane di questo principe contro i Toscani, sono

consegnate, fra l'altro, nel diario di un aiutante di S. M., raccolto

dal Castelli nei suoi «Ricordi».[343] Scrive dunque il Cavour in

risposta e giustificazione: «Buoncompagni non potendo parlare di fusione

(col Piemonte); non avendo alcun candidato (!) al trono granducale da

mettere avanti, era ridotto ad appoggiarsi sopra idee negative. Le sole

due parti del suo programma, nette e precise, l'esclusione della casa di

Lorena e la guerra, non erano di tal natura da appassionare i Toscani.

Tre secoli di governo corruttore non li hanno disposti ai sacrifici che

la guerra esige. Essi detestano gli Austriaci senza avere un gusto ben

deciso per l'impiego dei mezzi che conviene adoperare per iscacciarli.

Quanto alla casa di Lorena, essi non la detestano: essi la disprezzano.

Ora il disprezzo non è un sentimento che possa fare grandi cose».[344]

[343] Pag. 320. «Chi era poi brutale nei suoi discorsi era il

principe Napoleone: non sapeva frenare la sua rabbia contro i

Toscani che gettava nel fango, come uomini indegni di libertà, e

quando taluno di noi (è un pranzo acidetto al quartiere di

Vittorio Emanuele dopo Villafranca) gli faceva qualche

osservazione esclamava: Non sono più gli uomini di Firenze

antica, sono una razza imbastardita».

[344] CHIALA, VI, pag. 402.

Il 1859 da Plombières a Villafranca · 第 18 / 27 题