L'ultimato dell'Austria.
Sino dal '52, in una delle prime lettere confidenziali dell'Hübner al
conte Buol, successo allora al governo dopo la morte del principe
Schwarzenberg, è detto: «Nel campo della politica estera noi non potremo
mai contare su lui».[304] La prevenzione era antica verso il futuro
Imperatore e non deve quindi meravigliare se il congresso fu giudicato
dal gabinetto di Vienna una trappola per diminuire l'influenza
dell'Austria in Italia senza colpo ferire. È il pensiero già riferito
del Thiers; e potrebbe rispondere a quelle enigmatiche parole: «Faccia
la diplomazia alla vigilia di una guerra, quello che farebbe il domani
di una vittoria».
[304] HÜBNER, II, pag. 69.
«Ora è ammissibile che noi ci lasciamo sgozzare come un agnello,
pacificamente seduti attorno ad una tavola verde?»[305] Ed è per questa
considerazione che il gabinetto di Vienna rimase irremovibile nei suoi
tre punti stabiliti come condizione del congresso,[306] nè recedette poi
davanti ad alcuna sollecitazione o minaccia dell'Inghilterra;[307] o la
sospettasse mal fida, o quanto meno debole verso il terzo Napoleone:
«Ah, se ci fosse stato un Pitt in Inghilterra!» esclama con rammarico
l'Hübner.
[305] _Ib._, II, pag. 276.
[306] Cioè: disarmo del Piemonte; esclusione del Piemonte;
nessun mutamento territoriale.
[307] Avvenuta l'intimazione dell'_ultimatum_, supremi sforzi
tentò lord Malmesbury perchè il conte Buol aderisse
all'ammissione degli Stati Italiani al congresso (dispaccio del
20 aprile, ore 1.43 pom.). Per mezzo del suo ambasciatore
protestò il 22 aprile in nome di S. M. Britannica, aggiungendo
che «se l'_ultimatum_ avesse avuto effetto, l'Austria avrebbe
perduto ogni titolo all'aiuto ed alla simpatia
dell'Inghilterra».
Oramai era deciso: il conte Buol rispose all'ambasciatore
inglese che «v'era un'opinione pubblica anche in Austria, con un
Imperatore giovane e cavalleresco a cui la dignità e l'onore del
suo paese erano sacri. Noi siamo stati sbeffeggiati, provocati,
insultati per lungo tempo dalla Sardegna». Vedi CHIALA, III.
CXXXVII. Tentò il Walewski il mezzo supremo dell'intimidazione
per mezzo di Massimo d'Azeglio, mandato in quei giorni a Parigi
ed a Londra dal Cavour: «Per carità, consigliate, consigliate al
vostro governo subito il disarmo. Se voi non disarmate,
l'Austria vi attaccherà e vi schiaccerà senza fallo. Noi verremo
in vostro soccorso, ma sarà troppo tardi. L'esercito piemontese
avrà cessato d'esistere e il Piemonte servirà di campo di
battaglia tra Francia ed Austria».
Con queste ragioni si complicavano poi altre ragioni di sentimento o
passione, le quali governano, più che non si voglia, la fredda politica.
Troppo forte umiliazione era per l'orgoglio secolare dell'erede di Carlo
V scendere a patti di uguaglianza con un piccolo Stato che avrebbe
dovuto rimanere anche lui in vassallaggio; e non solo si proclamava
indipendente, ma gli aveva ribellati i sudditi, armati contro; si era
eretto a procuratore degli Italiani, «per tanto tempo aveva,
sbeffeggiato, provocato, insultato»[308] l'Austria.
[308] Vedi Nota precedente.
Noi dimentichiamo, perchè giova, ed a dimenticare porta l'indole nostra,
che a due riprese l'Austria ci diede Lombardia e Veneto; ma sulla punta
della spada; facendo passare quelle Provincie per le mani di un altro
imperatore, come feudi retrocessi. Non venire a patti, dunque, ma curare
con la spada tanto ardimento: la qual cosa come prima fosse successa,
tanto maggiore era la speranza di pronta riuscita.
Ed è questo appunto che il pacifico Cowley consiglia all'amico Hübner:
«Voi dovete ordinare il disarmo del Piemonte, invaderlo, schiacciarlo, e
dopo si parlerà di congresso dove e come si vorrà», e l'Hübner aveva
risposto: «Ed è quello che noi dobbiamo fare e che noi faremo».[309] Ed
è quello che fece appunto il Buol. Questi il 16 aprile avvertiva lord
Malmesbury per mezzo dell'ambasciatore Appony che «l'Imperatore, nostro
Augusto Signore, deve alla sua dignità ed alla tranquillità del suo
impero il porre un fine ad una condizione intollerabile, assumendo egli
stesso in sue mani la questione del disarmo del Piemonte. A tale scopo
noi stiamo per rivolgere direttamente al gabinetto di Torino un ordine
di ridurre il suo esercito sul piede di pace e di licenziare i volontari
italiani».[310] Scongiurò lord Malmesbury il governo di Vienna di
astenersi da tale «altera intimazione»; ma inutilmente; e perciò quando
la mattina del 20 aprile gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra
parteciparono al conte Buol che il Piemonte aveva aderito al disarmo, il
ministro imperiale rispose che sino dalla sera antecedente aveva dato
incarico ad un ufficiale di recare al conte di Cavour l'ultimato di
congedare i volontari e mettere l'esercito sul piede di pace.[311]
[309] HÜBNER, II, pag. 395.
[310] CHIALA, III, CXXII.
[311] CHIALA, III, CXXII.
*
Non deve qui sfuggire la curiosa coincidenza delle date e la
~tamerlanesca~ (il curioso aggettivo è del Cavour)[312] ostinazione del
Buol: due cose che si possono mettere nel conto delle molte fortune che
ebbe l'Italia. Il 19 il Cavour, costernato e disfatto al punto da
prepararsi al suicidio,[313] aderisce alla proposta del disarmo. In quel
giorno stesso il Buol confida al Kellersperg, che partiva per Milano, il
testo dell'ultimato, con l'ordine di recapitarlo a Torino. Il 20 lord
Loftus, ambasciatore inglese, si presenta di buon'ora al Buol, gli
annunzia in tuono lieto l'adesione del Piemonte al disarmo, lo
complimenta calorosamente della felice soluzione della crisi; e Buol
rifiuta le congratulazioni e informa invece della grave risoluzione
presa d'accordo e per volontà dell'Imperatore.
[312] _Ib._, VI, pag. 395.
[313] Vedi CASTELLI, _Ricordi_, pag. 97.
Ma se l'ultimato è in viaggio per Milano, nulla di più facile che
ritirarlo. Cavour si è piegato, disarmerà. Questo fatto viene a
giustificare nel modo più semplice la soppressione dell'ultimato. Così
parlò lord Loftus.
A queste parole il Buol oppose un'ostinazione invincibile: Sì, è vero:
quando fissammo i termini dell'ordine al Cavour, noi ignoravamo la sua
decisione. Ma giammai noi avremmo acconsentito a sedere in un congresso
accanto ai rappresentanti del Piemonte.
Pensate — disse allora lord Loftus — che l'Austria sarà isolata....
Forse — rispose il Buol — ma è contro la rivoluzione e per l'ordine
publico che noi combattiamo.[314]
[314] Vedi LOFTUS, _Correspondence respecting the affairs of
Italy_, pag. 321.
Questa «altera intimazione» — scrive l'Hübner il 22, proprio il giorno
del venerdì santo, — «ci dà l'apparenza di aggressori»,[315] ma se per
questo fatto l'Austria si collocava in condizioni morali di inferiorità,
se ne avvantaggiava notevolmente dal lato militare, cogliendo l'esercito
franco-sardo mal preparato e diviso. «Pel mio Augusto Signore il primo
colpo di cannone non è che l'avviso d'una guerra ordinaria; e mettendo
anche le cose alla peggio, si potrà perdere una provincia, salvo a
riprenderla più tardi. Ma per l'imperatore Napoleone è una guerra ad
oltranza, dove l'esistenza del suo trono e della dinastia è in
giuoco».[316]
[315] HÜBNER, _op. cit._, II, pag. 406.
[316] HÜBNER, _op. cit._, II, pagg. 292 e 293.
Che Napoleone, per quanto ci piaccia figurarcelo illuso della sua
onnipotenza e attratto dal fascino imperatorio, non si fosse fatto velo
agli occhi sulla forza militare dell'Austria, appare dal colloquio di
Plombières; che intrapresa la guerra gli stesse sopra l'incubo della
sconfitta, è troppo manifesto, e Villafranca lo dice. Nell'ultima fase
di queste trattative, egli ha piuttosto l'aspetto di persona che si
lascia dominare dalle cose, che di persona che risolutamente vuole. Il
12 maggio (il naviglio che lo condusse a Genova portava il nome di
«Regina Ortensia», la morta nella sua passione, che trasmise al figlio
la sua passione) nel toccare la terra d'Italia disse all'Arese le note
parole: «Mio caro Arese, bisogna che noi ringraziamo Iddio che ha
inspirato all'Imperatore d'Austria la risoluzione di varcare il Ticino;
perchè altrimenti come avrei potuto io essere qui?»[317], le quali
suonano come voce di persona assente quasi ai fatti, e che da questi e
dal fato si lascia trascinare. Ed al Cavour pur disse le note parole:
«Voi dovete essere contento; i vostri piani si avverano», le quali
suonano come di persona che dica: ciò che voi volete, ecco avviene.
[317] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, pag. 382.
*
Il Cavour ebbe notizia sicura del rifiuto dell'Austria la mattina del
21. Il giorno 23, domanda al Parlamento i poteri dittatoriali per la
guerra.[318] Cadeva quel giorno d'aprile; e si chiudeva la seduta al
grido di: «Viva il Re! Viva l'Italia!», quando fu visto il Cavour uscire
in fretta dall'aula. Erano giunti gli inviati austriaci. Colomba che
rechi ulivo, mai non giunse più cara di quei due messi che recavano la
guerra. Sono consegnate alla storia le parole che l'attimo eroico
suggerì al Cavour, Dicono: «Esco dalla tornata dell'ultima Camera
piemontese: la prossima sarà quella del regno d'Italia». Anch'egli aveva
l'intuito dell'avvenire, se non che è destino di tutti i profeti vedere
nel cielo più mirabili cose che non siano consentite nella loro
traduzione terrestre.
[318] Voti favorevoli 110, contrari 24.
Il conte di Kellesperg introdotto nello studio del Cavour, porse la
lettera del ministro austriaco, dichiarando di ignorarne il contenuto.
Il Cavour disuggellò e lesse,[319] e poichè l'ultimato concedeva tre
giorni per la risposta, così, come dicemmo, levato di tasca l'orologio,
diede convegno al messo tre giorni dopo all'ora medesima.
[319] La lettera concludeva: «Ho l'onore di pregare Vostra
Eccellenza di voler prendere il contenuto (della presente) in
seria considerazione e di farmi sapere se il governo del Re
acconsente o no a mettere, senza indugio, il suo esercito sul
piede di pace e a licenziare i volontari italiani.
«Il latore della presente ha l'ordine di mettersi a vostra
disposizione tre giorni per la risposta.
«Se allo spirare di questo termine non ricevesse risposta,
ovvero essa non fosse completamente di nostra soddisfazione, la
responsabilità delle gravi conseguenze che seguirebbero a questo
rifiuto ricadrebbe tutta intera sul governo di Sua Maestà di
Sardegna.
«Il mio Imperatore, dopo avere esaurito tutti i mezzi
concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della Pace,
dovrà con suo grande rincrescimento ricorrere alla forza delle
armi.
«Nella speranza, ecc., ecc., _signé_ BUOL».
In quei tre giorni che gli inviati austriaci rimasero a Torino, furono
colpiti dall'aspetto quasi tranquillo della popolazione, della qual cosa
ammirando e contemplando la città bellissima, dicevano: «~Quel dommage!~
Questa magnifica città sta fra pochi giorni per essere abbandonata agli
orrori della guerra», tanto ferma era la persuasione che la presa di
Torino sarebbe stato il primo atto certo del sanguinoso dramma; e questa
convinzione era tale che i parenti degli ufficiali austriaci
recapitavano poi le lettere a Torino; ed il Cavour se le fece portare e
le consegnava al legato di Prussia dicendo: «Ecco lettere indirizzate a
persone, il cui domicilio è sconosciuto qui alla posta».
Allo spirare dei tre giorni il Cavour consegnò la risposta[320]
proferendo poi agli amici le meravigliose parole: «~Alea jacta est~....
Ed ora andiamo a desinare. Noi abbiamo fatto della storia».
[320] Vedi MASSARI, _Vita del conte di Cavour_.
*
Conviene pur dirlo: per quanto gli uomini moderni guardino con occhio
poco benevolo ogni moto dell'animo che esulti di orgoglio nazionale, è
impossibile dominare in noi stessi la profonda impressione che ci vince
leggendo i libri e le memorie degli storici e politici stranieri, i
quali non fanno il nome del Cavour senza inchinarsi dinanzi a tanto
mirabile e dominante figura umana. Appare come un Cristoforo Colombo
novello che ha bisogno di trasformare la piccola nave in cui crebbe, in
un colosso del mare, e il mare non gli pare vasto abbastanza. E per ciò
anche le parole intinte di amarezza, tornano per forza a sua lode.
«~Jacta alea est!~ — chiosa acremente il De La Gorge.[321] In verità
egli come Cesare stava per passare il Rubicone. Ma egli non doveva
passarlo solo, e questo era in fondo il segreto della sua sicurezza».
[321] _Op. cit._, II, pag. 440. Vedi anche questo mio libro,
pag. 178.
*
La guerra obbliga Hübner a lasciare Parigi. Vi era da otto anni, e con
tutto il suo sdilinquimento per ogni cosetta che gli ricordasse la «sua
povera, la sua cara Austria», vi sarebbe rimasto ancora volentieri. È
anzi nel momento del distacco che si accorge di avere tanti buoni, tanti
cari amici fra l'aristocrazia del sobborgo di San Germano. «Alla
stazione è venuto a salutarlo anche il marchese di Pimodan, antico
colonnello austriaco.[322] Porta ~carrément~ la bianca uniforme
austriaca, e nessuno ci trova da ridire. Tutti quei nobili signori
salutano con rispetto, con tristezza l'ambasciatore d'Austria. Egli
guarda tra la folla: vede alcune donne che piangono. Esse — esclama —
non hanno dimenticato il sangue e le lagrime che la guerra di Crimea ha
fatto versare; e ci si domanda, senza capire, per quale ragione la
Francia va in Austria a cercar rogna da grattare».[323]
[322] Morto da valoroso a Castelfidardo, 1860.
[323] Breve risposta. Riassume le vicende del Congresso. Il
Piemonte ha accettato le condizioni del Congresso, formulate
dalle potenze d'Europa. Rifiuta di aderire al disarmo fuori di
quelle condizioni. «Quali ne possano essere le conseguenze, la
responsabilità ricadrà su chi ha armato per primo, su chi ha
rifiutato le proposte dell'Inghilterra, su chi ora vi
sostituisce un comando di minaccia. _Signé:_ C. CAVOUR».
_NB._ Il Cavour sentì la pesante violenza del Buol in modo
indimenticabile, e per quanto comportava la sua nobile natura
incapace di odio. Documento curioso è questo passo di lettera
all'amico De La Rive, del decembre 1859, riportato dal Chiala
fra i soliti puntini (III, pag. 164): «Se voi fate quest'inverno
una scappata a Parigi, voi mi troverete all'Hôtel di Bristol. Ho
fermato l'appartamento che il Buol occupava nel 1856 e ciò
sempre allo scopo di invadere il territorio austriaco».