La crisi del Congresso.
Le fasi del congresso vanno da quel 1.º aprile susseguendosi senza
interruzioni. Tra Londra, Parigi, Vienna, Torino, Pietroburgo è uno
scambio di telegrammi, note, tra personaggi solenni. Questi personaggi
rendono l'imagine di navarchi che guidano gravi navi per non calmo mare.
Sicura tuttavia è la rotta e vanno di conserva. Quand'ecco uno, anzi il
più temuto fra questi navarchi, accenna a mutar rotta, sorge scompiglio,
più oculata vigilia occorre. Perchè non procedere come prima? Perchè un
vecchio naviglio laggiù arde? Giusta causa è il salvarlo? Ma quante sono
al mondo cause giuste: soffrono, muoiono, si trasmutano. Non si muta
rotta per questo!
Queste fasi, come una infermità, percorrono la loro parabola, sino ad
arrivare all'acme, dopo la quale è la lisi o la morte. L'acme, qui,
avviene nella notte tra il 18 e il 19 aprile: dura tutto il 19. Il
giorno 20 è la risoluzione. Noi dobbiamo questa risoluzione ad un
compatibile errore dell'Austria. Vediamo: il conte di Cavour lo ha
dichiarato; non disarmerà: «Noi non disarmeremo. Meglio vale cader vinti
con l'arme in pugno che perderci miserabilmente nell'anarchia, e vederci
ridotti a mantenere la tranquillità publica coi mezzi violenti del re di
Napoli: oggi noi abbiamo una forza morale che vale un esercito; se noi
la perdiamo, nessuno ce la renderà».[290]
[290] CHIALA, III, pag. 58.
Alla sua volta il conte di Buol non recederà di una linea, dalla sua
prima dichiarazione: «il disarmo preventivo della Sardegna è per noi una
condizione sine qua non per entrare in congresso, senza di che
~l'affaire ne serait qu'une comédie~».[291]
[291] _Buol a Malmesbury_, vedi CHIALA, III, CVIII.
E, a dire il vero, il conte Buol facendo questa esplicita dichiarazione
a lord Malmesbury, non aveva bisogno di spendere troppo tesoro di
eloquenza, perchè — come dicemmo — in quei diplomatici inglesi era
l'intima persuasione che il congresso non fosse che un espediente per
meglio preparare la guerra. Fermi in tal convincimento, non pare che
quei gravi personaggi inglesi si volessero prestare troppo al giuoco; e
non pare nemmeno che lord Derby, lord Malmesbury, lord Cowley, il
Principe Consorte, la Regina Vittoria nutrissero per l'Italia un così
grande affetto da fare per essa sacrificio di interessi. Ma non è men
vero che due secoli di civili e libere istituzioni non erano stati
indarno. A questo ben si apponeva il Cavour nel suo discorso alla Camera
subalpina, in cui vellicava l'orgoglio di lord Derby. Lo stato dei tre
governi d'Italia, Austria, Papa e Borbone, era realmente anormale per
una coscienza inglese, anche sotto la veste del diplomatico. Ma
l'Austria, ma il Borbone, ma il Papa si trovavano al punto da non poter
concedere alcun lenimento al greve giogo o riforme di carattere
liberale. Queste potenze appaiono, se il paragone mi è acconsentito,
come colui che ha paura di allontanare il coperchio da una pentola:
sente che essa brontola alquanto, ribolle, e fa forza: non ne teme lo
scoppio, no; ma teme che levando la mano, ne sprizzi un getto
increscioso e scottante. Il Papa, che ne fu scottato, è quegli che più
si ostina. Riforme? un governo laico? Ma non si capisce che ciò
toglierebbe allo Stato della Chiesa ogni ragione di essere? «Si chiamano
Stati della Chiesa e tali debbono rimanere»; così, sin dal gennaio '59,
il Papa ad un diplomatico inglese.[292] Appunto: non ha ragione
d'essere! Ciò poteva essere pensato, ma non detto da un uomo politico,
anche se inglese e protestante. In quei giorni, appunto, Ferdinando
Borbone aveva cercato di liberarsi di alquanti di quegli «spiriti
malvagi», come diceva Pio IX, i quali, forse perchè «spiriti», non
potevano essere contenuti nelle sue carceri: spiriti malvagi, peste che
gli avvelenava il regno ed il sonno (vicino, o Re, è il gran sonno della
morte). Ma questi spiriti malvagi sono accolti con onore in
Inghilterra[293] e con quella pietà che merita un'alta sventura. Non
teme il publico inglese l'infezione di tale peste. Molto può l'opinione
publica presso quel popolo; nè il miele delle blandizie era stato dal
Cavour sparso invano. Desiderosi, dunque, di pace erano quei nobili
lordi, ma desiderosi anche di equità, o almeno di un non troppo iniquo
trattamento tra l'Austria e il Piemonte.
[292] _L'Italia nel carteggio della Regina Vittoria_ nel
_Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 201.
[293] Ma andassero lontani Poerio e gli altri condannati
politici, fuori del mondo: non udisse più il Re parlare di loro.
Invece udì parlare di loro. Erano sbarcati a Cadice e non era
facile rimetterli in nave ancora. Imbarcateli a qualunque costo,
aveva ordinato il Re. E ancora ripresero il mare. Ma li aveva
uditi giunti in Irlanda, e poi a Londra, acclamati, compianti,
onorati.
Sono proprio di quel tempestoso mese di marzo, quando dopo la
nota del _Monitore_, il Cavour — secondo il Guerrazzi — aveva
perso il sonno e tutto andava in isconquasso, queste
interessanti istruzioni per Poerio e gli altri esuli napoletani
a Londra:
_Illuminare l'opinione pubblica inglese, evitando però, come
fecero sinora con tanta prudenza, le dimostrazioni e gli atti
che potrebbero farli confondere con la screditata emigrazione
mazziniana. Cercare ogni modo per dimostrare che le due grandi
cagioni dei nostri mali sono: l'influenza austriaca e la
dominazione temporale del Papa: insistere su questo punto per
rendersi favorevole l'opinione protestante. Fare adesione alla
politica piemontese, senza però lasciar travedere che si subisca
l'influenza venuta da Torino. Insistere perchè l'Inghilterra
faccia prevalere nel Congresso (se Congresso vi sarà) il
principio del non intervento dell'Austria, in modo preciso ed
assoluto, nei paesi situati sulla sponda destra del Po._
Più delicata e difficile appare la situazione in cui si veniva a trovare
l'Imperatore tra Cavour, che non vuole disarmare, e l'Austria che solo a
questo patto «irremissibile» accetterà il congresso. Gli avvenimenti
diedero ragione alla sua politica, e perciò noi la possiamo ritenere
astutissima e persistere nella concepita opinione che egli fosse sicuro
del fatto suo. Non è però meno vero che quegli inglesi, che pur
dubitavano così apertamente della sua lealtà, riconoscevano che egli si
trovava in una situazione «assai spinosa», come riferimmo; e «mutato e
demoralizzato»[294] ce lo presenta la Regina Vittoria in una lettera del
9 maggio allo stesso Re del Belgio, cioè all'aprirsi della guerra.
L'Hübner, che non era certo uno spirito pietoso, giunge a vibrazioni di
pietà. Noi possiamo sorridere quando dice che Napoleone gli ricorda i
ritratti che Tacito e Svetonio fanno di certi imperatori romani, i quali
nei primi anni del loro regno furono delizia e ornamento dell'umanità,
per diventare poi soggetto di terrore e di schifo; quando dice che non
sembra possibile reggere la soma del potere senza i limiti di principii
immutabili, determinati dal timore di Dio, dal rispetto per i diritti
acquisiti, dalla tradizione secolare. Ma non è lecito sorridere quando
ce lo descrive «cupo, inquieto, taciturno, inaccessibile ai suoi amici;
sordo ai buoni consigli; irritato dagli ostacoli che egli stesso ha
posto sul suo cammino; tremante davanti alle indiscrezioni dei complici;
senza trovare nella sua intelligenza i mezzi di imporre a loro il
silenzio; nel suo cuore la forza di romperla con loro; indovinando, più
che non confessi, che egli lavora suo malgrado e senza posa a formare
contro di sè la coalizione dei popoli e dei sovrani, ad alienarsi la
simpatia e la confidenza della Francia. Questo principe, esclama, offre
uno spettacolo degno di pietà, fatto per ispronare i governi delle
grandi potenze a stringere le loro file, per salvarlo suo malgrado, e
così salvare la pace, se è ancora tempo; oppure per abbatterlo,
infrangerlo, se persiste nella via del male. Forse l'Imperatore per le
angoscie che in questi momenti soffre, per la conoscenza dei pericoli
che lo circondano, per le torture che il Cavour gli infligge, espia
adesso le sue colpe».[295]
[294] _Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206
[295] HÜBNER, II, pagg. 362, ecc. e 393.
Quanto alla guerra, ecco il dilemma dell'Hübner: vinto Napoleone perde
la corona, vincitore la perde lo stesso per effetto della coalizione che
si formerà contro di lui.
È il pensiero, già riferito, del Mazzini.
Nobile, come irta di difficoltà, la parte affidata al ministro Walewski.
Desideroso quanto altri mai di secondare gli sforzi dei diplomatici
inglesi ed evitare la guerra, deve salvare il suo Imperatore dagli
impegni presi col Cavour e in pari tempo dall'accusa di slealtà e di
malafede che, con tutto il bel giro del gergo politico, gli rivolgono
quei diplomatici. «L'Imperatore — afferma il Walewski — vuole la pace:
la visita del conte di Cavour ha recato qualche imbarazzo, ma non smosse
l'Imperatore dal fermo proposito di volere conservata la pace: brama
ardentemente che il congresso si riunisca, sarebbe dolentissimo se ne
venisse in qualche modo impedita la riunione».[296] Il rimprovero che si
moveva all'Imperatore era di non avere insistito abbastanza sul disarmo
del Piemonte.
[296] CHIALA, III, CXI.
Ma vi si arriverà. L'Inghilterra giungerà a girare la posizione e si
arriverà in fine al disarmo. Disarmo della Sardegna? Risponde il
Walewski: ma allora disarmo anche dell'Austria! «non intimazione però al
Piemonte ma raccomandazione cortese che l'effettivo del suo esercito sia
diminuito: non si specifichi il rinvio dei contingenti e il congedo dei
volontari». Sì, va bene: ma questa proposta non è proponibile nè meno
all'Austria. Essa vuole intimazione e congedo dei disertori comandati da
Garibaldi. 7 aprile: proposta di lord Malmesbury: «Disarmo generale
delle cinque potenze, compresa la Sardegna, e prima del congresso».
Controproposta francese: «Disarmo generale delle cinque potenze compresa
la Sardegna, ma i particolari del disarmo saranno tenuti nella prima
seduta del congresso».[297] Ciò veniva a dire, disarmo con armi. È una
commedia; ma in questa parte la commedia è giocata dall'Austria. In quei
giorni appunto, il 9.º e il 10.º corpo austriaco, partivano da Brünn e
Pesth alla volta d'Italia per formare la riserva della seconda armata:
altre due divisioni austriache si mettevano in moto verso il Ticino.
Ecco: «La Francia per dimostrare il suo buon volere, disarmerà essa per
prima; ma non può imporre il disarmo al Piemonte, essendo esso escluso
dal congresso». Ultima proposta allora: questa fatta a lord Malmesbury
dal maresciallo francese Pélissier, accettata da Malmesbury: «Disarmo
preventivo simultaneo delle potenze; gli Stati italiani (oh,
finalmente), cioè la Sardegna, saranno ammessi al congresso».
[297] HÜBNER, II, pag. 370.
Ma chi non capiva — come diceva lord Cowley al Walewski — che l'idea del
disarmo generale era stata unicamente imaginata allo scopo di velare ciò
che il disarmo isolato della Sardegna poteva avere di offensivo?[298] La
Sardegna al Congresso? «Il conte Buol, forte dell'aiuto degli Stati
germanici, nutre speranza di opporre alle pretese francesi una specie di
Santa Alleanza ricostituita; e in tuono sicuro che toccava
l'oltracotanza rinnova la sua pretesa d'introdurre al Congresso tutti i
piccoli Stati d'Italia, tutti, escluso il Piemonte».[299] In tali
disposizioni d'animo del primo ministro austriaco, è avvenuto l'accordo
tra Francia e Inghilterra.
[298] DE LA GORGE, _op. cit._, II, pag. 431.
[299] _Ib._, II, pag. 428.
L'accordo è avvenuto infine tra Francia e Inghilterra, a cui
s'aggiungono Russia e Prussia. Un dispaccio del conte Walewski notifica
al Cavour dell'accordo intervenuto tra Francia e Inghilterra: intima «in
termini imperiosi» l'immediato assenso della Sardegna. In quei giorni,
si noti, era stato dal Cavour mandato a Londra con missione speciale
Massimo d'Azeglio, carissimo a quegli uomini di Stato, tanto caro che
volentieri l'avrebbero veduto sostituire quell'irriducibile conte.[300]
L'accordo era avvenuto con l'assenso del d'Azeglio il quale, compreso
dalla necessità delle cose e insieme sapendo quale colpo ne avrebbe
avuto il Cavour, con quella cavalleria degna del mondo medioevale che
così caro era al suo pennello e alla sua penna, aveva telegrafato al
Cavour di addossare l'enorme responsabilità del disarmo tutta sulle sue
spalle. Ma non era il Cavour uomo da accettare simili scarichi. In quel
giorno 18 dettava al La Farina per l'avvocato Armelonghi di Parma una
lettera in cui avvertiva che, dato il caso probabile che le
comunicazioni venissero interrotte, la notizia certa delle ostilità
cominciate doveva ritenersi come segno di generale insurrezione. Di tre
giorni prima è un biglietto al ministro della guerra, Alfonso La
Marmora. Questo nobile signore, tratto da quel rimorchio potente, deve
avere opposto dei «ma» e dei «se», anche giusti, a colui che di «ma» e
di «se» non ne voleva sapere: scriveva: «spero che tu non te ne sarai
avuto a male di ciò che ti ho detto in un momento di grande
prostrazione. Capirai che quando si è passata tutta la notte a decifrare
telegrammi irritanti, si hanno i nervi guasti e l'elenco delle
difficoltà e dei pericoli che tu mi metti davanti, anche essendo tutto
vero, non è destinato a ristabilire lo stato normale, perciò se
cominciamo a litigare fra noi, siamo tutti fottuti, e senza
remissione».[301]
[300] «Massimo parte domani: a Londra ed un po' anche a Parigi
il suo viaggio è visto di buon occhio, perchè si spera servirsi
di lui per rovesciare il conte Camillo, e surrogarlo a lui».
Lettera del Massari al Panizzi, 15 aprile. Vedi la lettera di
Massimo d'Azeglio al Cavour, datata da Londra proprio in quel 19
aprile. Venuto ad amichevoli colloqui con gli uomini di Stato
inglesi e col Principe Alberto, si mostra tutt'altro che turbato
o spiacente dell'accettato congresso. «Tutti vedranno che in
quest'occasione il raziocinio ha vinto in te la tua naturale
tendenza all'operare ardito». «Una grande discussione, della
quale si farà gran pubblicità e gran commenti nella stampa, che
metta in luce tutte le bricconerie usate contro gli italiani,
non può ridondare che in sovrano nostro vantaggio». Perchè gli
uomini di Stato inglesi sono avversi all'Italia? «Perchè
suppongono gran progetti a Napoleone e credono che noi siamo
suoi istrumenti». Poi osservando la diffidenza che in tutti ha
inspirato Napoleone e come «non abbia disposto le cose in modo
da trovarsi preparato ad ogni evento», scrive: _I lo chërdia pi
bulo_: io lo credeva più accorto. Vedasi come tutto risponde a
ciò che venimmo scrivendo. (CHIALA, VI, pagg. 391-393.)
[301] CHIALA, III. pag. 85.
In quella notte, dal 18 al 19, il conte di Cavour riposava. Il
telegramma del Walewski fu spedito infatti non al conte, ma
all'ambasciatore, La Tour d'Auvergne; questi mandò il suo segretario.
Era l'una e mezzo dopo mezzanotte. Il Cavour non attese d'alzarsi:
lesse: gli occhi gli si dilatarono: si compresse la fronte, disse: «Non
mi resta che darmi un colpo di pistola: farmi saltare le cervella». Egli
che aveva detto di aver ridotto a nulla il partito del Mazzini,[302]
doveva darsi per vinto al Mazzini, e voleva pagar di persona.
[302] Pour moi Mazzini c'est un adversaire politique, dont nous
avons pu anéantir le parti, mais avec qui nous ne pourrons
jamais arriver à un accord. _Souvenirs_ del Kossuth. Vedi in
CHIALA, III, CV.
Al mattino, sull'albeggiare, l'ambasciatore francese trovò il conte
ristabilito in calma. Si sarebbe dimesso e cedeva alla necessità
compiendo l'ultimo suo atto. «Poichè la Francia si unisce
all'Inghilterra nel domandare al Piemonte il disarmo preventivo, il
governo del Re, pur prevedendo che questa misura potrà avere conseguenze
noiose per la tranquillità d'Italia, dichiara che è disposto a subirlo».
Finalmente! Era la pace. Il conte Walewski era nel suo gabinetto con
l'ambasciatore lord Cowley, quando giunse questo dispaccio.
L'inquietudine e l'abbattimento del conte di Cavour, in quel giorno,
erano così estremi che i suoi amici lo sorvegliarono per tutto il giorno
temendo che impazzisse.
Michelangelo Castelli,[303] in quel giorno 19, scongiurato dagli amici,
forzò la consegna di casa Cavour. Lo stesso domestico lo sollecitava: il
conte è nella sua camera, solo, ha già bruciato molte carte e ci intimò
di non lasciar entrare alcuno; ma lei ci vada per carità a qualsiasi
costo.
[303] Vedi CASTELLI, _Ricordi_, pag. 97.
_NB._ È del 19 aprile questa lettera del Cavour a G. Gorio
(CHIALA, VI. pag. 394): «Non si dia più verun fastidio per la
pronta vendita dei buoi grassi. Salveremo le vacche, ma
perderemo la causa italiana, che pareva prossima ad una
soluzione favorevole. L'Imperatore è stato ingannato od è
traditore. Ci ha fatto un danno irreparabile col costringerci al
disarmo. Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che
abborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo».
Castelli entrò. Cavour sedeva tra mucchi di carte lacerate: altre
ardevano nel caminetto. Guardò fisso l'amico e non parlava.
Disse allora il Castelli con calma: So che nessuno deve entrare qui, ma
appunto per questo sono venuto. E poi: Devo credere che il conte di
Cavour voglia disertare il campo prima della battaglia e abbandonare
tutti? E diede in uno scoppio di pianto.
Cavour s'alzò, l'abbracciò convulsamente e lentamente disse: Stia
tranquillo, affronteremo tutto, e sempre tutti insieme.
*
Per le altre nazioni il disarmo era una parola: per il Piemonte era un
fatto, era il tradimento verso quelle mirabili forze della giovane
Italia che egli aveva mansuefatte, attratte a sè. Impazzire, no: darsi
un colpo di pistola, forse, se un lume di speranza non fosse brillato
sempre in quell'orrida notte d'aprile. Nella mattina del 21 quel barlume
dilatò, folgorò. Era il sole.