VII.

Perchè Napoleone III volle la guerra d'Italia.

Lord Cowley lasciò Vienna il 10 marzo: s'abboccava in Londra con lord

Malmesbury, ed il 16 giungeva in Parigi, dove veniva a colloquio col

Walewski e con Napoleone.

Il Cavour, per invito dell'Imperatore, giungeva a Parigi il 26 e veniva

a colloquio col Walewski e con Napoleone.

Imaginate il Walewski, questo magnifico signore, dare dell'~intrigante~

al Cavour, accusarlo di trascinare l'Imperatore e la Francia verso una

politica nefasta?

La questione contro l'Austria si veniva complicando con l'atteggiamento

minaccioso degli Stati di Germania, di che era stata antecedente

discussione fra lord Cowley, Walewski e Napoleone. Di questo

atteggiamento sono buona chiosa le parole che sin dal gennaio avrebbe

proferito il conte Buol: «Se l'Imperatore si fosse prefisso per iscopo

di tastare il polso alla nazione tedesca, ne avrebbe ricevuto la lezione

più salutare».[247]

[247] Parole del conte Buol riferite da lord Malmesbury, 27

gennaio 1858. (Vedi CHIALA, III.) Il Mazzini stesso (1º aprile,

ved. _Scritti_, X, pag. 271) vi accenna: «Il Piemonte, se

romperà guerra appoggiato dalle armi napoleoniche, susciterà a

pro' dell'Austria una potente coalizione e finirà per subire le

sorti dell'alleato; se romperà guerra solo, sarà disfatto», da

ciò la deduzione «di appoggiarsi francamente, lealmente sulla

Rivoluzione». Per questa terza via egli rinnova la sua

inesauribile fede nella vittoria, benchè richiami a mente

«l'inerzia più che probabile del mezzogiorno d'Italia».

Il congresso delle cinque maggiori potenze, proposto dalla Russia, ma

suggerito da Napoleone e sostituito ai negoziati di lord Cowley, era

secondo gli uomini di Stato inglesi inspirato a mala fede per guadagnar

tempo:[248] tuttavia avevano aderito purchè i risultati non fossero

stati illusorii. Per il Thiers il congresso era «un mezzo subdolo

dell'Imperatore per agitare con nuove arti le cose d'Italia, e dare alla

questione italiana un corpo e un'anima, un'esistenza reale e politica,

sino ad oggi, sempre contestata, con ragione, dall'Austria».[249] Per il

conte Buol era una «commedia» per tenere a bada l'Austria e prepararsi

meglio alla guerra. Tuttavia aveva aderito a questi patti: che non vi si

discutessero mutamenti territoriali; che il Piemonte disarmasse prima;

che il Piemonte fosse escluso dal congresso. Pel Mazzini il congresso

era una commedia in altro senso, perchè «esso non poteva inaugurarsi che

sulla base dei trattati del 1815: il dominio dell'Austria sarà

rispettato e riconsacrato, l'unità d'Italia dichiarata follia, la

Rivoluzione delitto, e cinque Potenze si faranno mallevadrici dello

smembramento d'Italia, a patto di poche misere concessioni da tradirsi,

come sempre, praticamente».[250]

[248] CHIALA, III, LXXVIII.

[249] _Ib._

[250] «Si comprende — scrive il Grabinski, _op. cit._ pag. 159,

— che l'Arese e i patriotti italiani non si preoccupassero guari

dei pericoli della Francia; ma bisogna dar lode al sentimento

publico in Francia che previde le gravi conseguenze della guerra

del 1859 e non nascose punto la sua opposizione ai progetti di

Napoleone III.»

Giustamente osservava però ancora il Mazzini, «che il guanto di sfida

dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti

all'Italia». Spettava in fatti al Cavour mantenere questa sfida, e non

fu cosa facile, come vedremo.[251]

[251] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 272.

*

Il Walewski parlò dunque al Cavour, dicendo che l'Imperatore si era

finalmente risoluto di accordarsi con l'Austria e di non inframettersi

nelle cose d'Italia altrimenti che con intenti pacifici.

Rispose il Cavour al Walewski che egli non voleva passare per un

«intrigante», ed essere accusato di trascinare la Francia in una lotta

per l'Italia:[252] che aveva documenti per dimostrare chiaramente che

l'Imperatore aveva ordito tutto lui il piano per organizzare le

complicazioni italiane; che egli era stato soltanto lo strumento; che

era contrario alla guerra; ma che se in quel tempo avesse rifiutato la

magnifica offerta dell'Imperatore, avrebbe tradito l'Italia e

sconfessato la sua propria politica; che non intendeva adesso recedere e

servire da capro espiatorio. Avrebbe dato le sue dimissioni; avrebbe

fatto abdicare il Re; si sarebbe rifuggito in terra lontana; avrebbe

resi publici i documenti che possedeva, per dimostrare la lealtà della

sua opera.[253]

[252] CHIALA, III, XCVI.

[253] Vedi CHIALA (III, XCV) il quale toglie dal citato libro

del Martin, e dice «che questi ragguagli furono al Principe

Consorte comunicati nel febbraio del '60 da eminente

personaggio, in condizione di conoscerli con la più scrupolosa

esattezza».

(Era stato, è vero, Napoleone ad organizzare a Plombières il «piano

delle complicazioni italiane»; ma qui si può anche aggiungere che fin

dal '49, quando Luigi Napoleone disse all'Arese, inviato del ministro

Gioberti,[254] che «la carta d'Europa non aveva senso comune», ma che

allora «una proposta favorevole alle guerre italiane, avrebbe

probabilmente ottenuto dal Consiglio il solo suo voto», fu per dieci

anni tutto un sapiente e sagace gravitare del Piemonte sul nuovo Impero

Napoleonico, con gran disdegno del Mazzini, ma con molta utilità per la

politica aggressiva del Cavour contro l'Austria).

[254] L'Arese fu dal '49 mandato a Parigi dal ministro Gioberti

a sollecitare l'aiuto di Luigi Napoleone nelle guerre d'Italia.

Dispaccio Arese del 9 e 21 febbraio 1849. Vedi BONFADINI, pag.

96. L'Hübner ricorda che non fu agevole anche allora distogliere

il Presidente dall'intervenire nelle cose d'Italia contro

l'Austria.

Assicura il Chiala[255] che in quel giorno stesso il Cavour voleva

ripartire per Torino senza nemmeno vedere l'Imperatore. Il colloquio tra

Cavour e Walewski ci è riferito dall'Hübner, che ne seppe dal Walewski

quel tanto che questi gli potè comunicare: sono poche parole, ma

significative: «Cavour venne da me — disse il Walewski — in una

disposizione d'animo che non si diede la pena di nascondere. Era la

disperazione, la rabbia, la sconfitta completa. Si è lasciato andare

sino a dirmi ogni sorta di cose. Io non sono uomo da tollerare un simile

linguaggio e gli ho risposto a tuono, e il Cavour è partito quasi senza

dirmi nemmeno addio!»[256]

[255] CHIALA, III, XCV.

[256] HÜBNER, II, pag. 368.

Il Cavour venne a colloquio con l'Imperatore quel giorno stesso, 26

marzo.

«Quando l'Europa — scrive il De La Gorge[257] — apprese l'incontro dei

due attori, un imponente silenzio si fece. Ma l'apprensione vinse su la

speranza».

[257] DE LA GORGE, _Histoire du Second Empire_, II, pag, 422.

Che cosa è avvenuto tra l'Imperatore e Cavour? «Noi l'ignoriamo —

esclama mortificato l'Hübner — e Walewski non ne sa più di Cowley e

me».[258]

[258] HÜBNER, II, pag. 361.

Il giorno 29 vi fu un secondo colloquio tra Cavour e Napoleone, con

l'intervento del Walewski. L'Hübner può avere allora dal Walewski queste

notizie del tutto confidenziali e si affretta ad informarne il Buol. Ha

saputo che tanto lui, Walewski, come l'Imperatore, avevano fatto i

maggiori sforzi per ottenere dal Cavour l'impegno di un disarmo

preventivo, «ma che il primo ministro sardo a ~refusé net~». «Io ho

espresso al conte Walewski il mio stupore sulla poca influenza che

sembrava esercitare Napoleone sul Piemonte». Qui manca la spiegazione

del Walewski e l'Hübner rimane col suo stupore, per allora almeno. Il

Walewski dopo ciò lo informa che il Cavour era venuto a Parigi per

ottenere le dimissioni del Walewski stesso, e l'Imperatore ha rifiutato

questa «pretesa incredibile»: secondo per ottenere di essere ammesso al

congresso; ma che lui, Walewski, «ha dimostrato che l'ammissione della

Sardegna in un convegno delle grandi potenze era una cosa

inaccettabile». «E infatti — chiosa altrove l'Hübner — l'invitare dei

semplici delegati degli Stati italiani per essere, caso mai,

interrogati, sarebbe stata cosa poco conforme alla dignità ed ai diritti

sovrani degli Stati indipendenti». Ebbene? e l'Imperatore? «L'Imperatore

— risponde il Walewski — si è schierato dalla mia parte». Manco male. E

allora? «Allora Cavour, vedendo falliti i due principali scopi della sua

venuta, ha chiesto che la Francia abbandonasse l'idea del congresso, ma

l'Imperatore non potè accondiscendere avendovi aderito. Fallito anche

questo terzo punto, allora si sforzò di strappare dall'Imperatore una

promessa che i lavori del congresso sarebbero andati a vuoto. Io sono

felice di potervi assicurare — conclude il Walewski — che egli non ha

ottenuto niente da Sua Maestà».

«Ne siete ben sicuro?»

«Sì, perfettamente».[259]

[259] HÜBNER, II, pagg. 367 e 368.

Queste informazioni dell'Hübner al Buol sono del primo aprile, ed a

conferma aggiunge una noterella di spionaggio: «i convitati della

principessa Matilde,[260] dalla quale il signor Cavour andava a pranzo,

uscendo dal palazzo di S. M., erano tutti colpiti dall'espressione di

disperazione che si leggeva sul volto di lui; e poi fra parentesi: «Il

fatto è vero».

[260] La principessa Matilde, figlia del re di Westfalia,

sorella del principe Napoleone, cugina dell'Imperatore. Di

questa dama vedi FEDERICO LOLLIÉE, _Les femmes du Second

Empire_. Fu uno degli affetti giovanili di Napoleone III.

Muliebremente caratteristica è la frase di lei: «Se io l'avessi

sposato, mi sembra che gli avrei rotto la testa per sapere

quello che c'era dentro».

Questo non vuol dire che l'Hübner creda interamente al Walewski e molto

meno che Napoleone l'abbia rotta con «quel cospiratore». Lo desidera,

riferisce quello che sa, quello che ode. Ecco, lord Cowley «crede che

l'Imperatore abbia perduto la testa; cammina un giorno in un senso, un

giorno in un altro». Drouyn de Lhuys[261] «la pensa lo stesso. Il

segreto dell'impenetrabilità dell'Imperatore — dice Drouyn — è

nell'assenza di motivi delle sue azioni. Non è uomo spiegabile, è

soltanto diffidabile». Rinnova l'informazione già avuta dal Walewski per

riconferma del Cowley, «l'Imperatore avrebbe consigliato il Cavour di

disarmare, facendogli capire che l'Austria avrebbe fatto lo stesso. Il

ministro sardo ha rifiutato ~carrément~». Conclude: «il Cavour è molto

potente di fronte all'Imperatore; o l'Imperatore molto debole di fronte

alla Rivoluzione».[262] Ma il giorno due aprile altra lettera

confidenziale al Buol: ha parlato con Cowley, che è riuscito a parlare

con l'Imperatore: «Il linguaggio di Sua Maestà è poco chiaro; o

piuttosto non c'è di chiaro che una cosa, ed è che egli non l'ha ancora

rotta col Cavour, nè con la sua causa, nè col partito di questo

settario. Richiesto sui preparativi militari della Francia, l'Imperatore

ha risposto: Potrebbe darsi che il congresso fallisse; e in vista di

questa eventualità bisogna che io sia pronto».[263]

[261] Poi ministro al tempo della guerra tra Prussia ed Austria.

[262] HÜBNER, II, pagg. 370 e 371.

[263] _Ib._, II, pag. 271.

Il conte Buol, prima ancora di queste fedeli referenze dell'Hübner, era

stato, per dispaccio di lord Malmesbury, informato come Cavour avrebbe

dichiarato esplicitamente che «avrebbe avuto la guerra a dispetto del

congresso»;[264] dichiarazione audace, che non deve essere stata senza

influsso nel determinare il contegno del gabinetto austriaco.

[264] CHIALA, III, CVIII.

Ancora un'informazione dell'Hübner, ma data con riserva: «L'ambasciatore

inglese crede sapere positivamente che il Cavour è partito molto

malcontento». Ed è informazione esatta, confermata per altra via;

infatti in data 5 aprile, il Principe Consorte scrive al re del Belgio:

«Cavour rifiuta assolutamente di disarmare ed ha lasciato Parigi

irritatissimo, minacciando di provocare la guerra, piaccia o non piaccia

a Parigi. Egli ha in tasca promesse d'aiuto fattegli per iscritto e

dalle quali non vuole svincolare l'Imperatore, che si trova in una

condizione assai spinosa».[265]

[265] CHIALA, III, CVII.

Cavour lasciò Parigi il 30 marzo. Giunse a Torino il 1.º aprile.

Dimostrazione entusiasta: studenti, operai, fiaccolate. Viva Cavour!

Viva il Re, l'Italia, la Francia! Anche il Re, confuso fra la folla,

avrebbe applaudito, e a noi pare che quegli applausi se li meritasse,

benchè è dubbio se egli fosse in vena di udire applausi.

*

Le osservazioni psicologiche e contraddittorie, raccolte e trasmesse

dall'Hübner, sono le più vicine alla verità. Nel colloquio segreto

dell'Imperatore col Cavour, a testimonianza di lord Cowley, il quale ne

seppe, e dal Walewski e dal Cavour stesso, di più che non l'ambasciatore

austriaco, Napoleone si sarebbe valso di tutti gli argomenti più

efficaci per indurre il Cavour ad accettare l'idea del disarmo e, fra

gli argomenti, il più delicato dovette essere questo: la difficile

situazione in cui tale rifiuto lo metteva, perchè nessuno avrebbe

creduto che il Piemonte operasse in modo contrario ai suoi desideri, ed

egli sarebbe stato incolpato di slealtà. «Sfortunatamente nessun

argomento, nessuna preghiera produsse il minimo effetto sull'animo del

conte, il quale pertinacemente rispondeva che egli e il suo sovrano

sarebbero perduti, se assentivano ad una proposta così umiliante».[266]

[266] CHIALA, VIII, XCVII. Dispaccio di lord Cowley a lord

Malmesbury.

Al Cowley il Cavour disse poi che l'esclusione dal congresso del

Piemonte, considerato campione d'Italia, distruggeva ogni speranza

dell'avvenire, ed il disarmo annullava la sua esistenza politica. A

maggior conferma di queste cose, viene ora in luce la seguente lettera

in data 15 maggio, cioè a guerra iniziata, del Malmesbury alla regina

Vittoria:[267] «L'Imperatore non aveva nessun piano e nemmeno nessuna

intenzione di fare la guerra in Italia. Sua Maestà Imperiale vi fu

condotta, passo a passo, dal conte di Cavour. Il quale per ultimo

minacciò di publicargli la sua corrispondenza più confidenziale. Il suo

esercito era totalmente impreparato ed anche ora è in un imperfettissimo

stato, ed egli stesso fu soprafatto dalla sorpresa e dal timore quando

seppe, verso la metà dello scorso mese, che gli Austriaci avevano

centoventimila uomini sul Ticino. L'Imperatore ciò non ostante crede ora

che avrà facilmente un paio di vittorie e che quando egli avrà rigettato

gli Austriaci nelle loro tane, se ne ritornerà a governare Parigi». È

vero che il ministro inglese riferisce qui il giudizio del conte di

Persigny, ma pare prestarvi fede.

[267] G. ROBERTI, _L'Italia nel carteggio della Regina

Vittoria_. Nel _Risorgimento Italiano_. Anno III, fascicolo 2.º,

pag. 206.

(I dispacci segreti che il De La Gorge[268] publica, deducendoli dagli

«Archivi del Ministero della guerra,», confermano non solo

l'impreparazione dell'esercito, ma l'anormale condizione politica in cui

si trovava l'Imperatore a provvedere apertamente alla guerra, e il

timore di lui che la presa di Torino da parte del Giulay, troncasse

l'impresa prima ancora che fosse cominciata. «Tutto mancava — scrive con

manifesta esagerazione il ministro della guerra Randon nelle sue

«Memorie» (II, pag. 6) — fuori che il coraggio»).

[268] DE LA GORGE, _op. cit._ III, cap. I.

Quello che allora non si seppe, fu l'assicurazione data da Napoleone al

Cavour che la guerra sarebbe scoppiata lo stesso, alquanto più tardi, ma

più ampia e tale da ottenere popolarità in Francia, cioè non solo contro

l'Austria ma contro tutta la Germania. (Scoppiò in fatti più tardi, e

l'Impero ne andò in frantumi).

Che cosa rispondesse il Cavour all'annuncio di tale impresa, così

sproporzionata e difforme dal suo scopo, noi non sappiamo. Però qualche

cosa è espresso in una lettera, scritta da Parigi al La Marmora, in

fretta e furia, la mattina del 29, prima di avere l'ultimo colloquio con

l'Imperatore. «La questione italiana — scrive egli — è impostata così

male, come peggio non si può credere, ecc. La guerra è inevitabile: sarà

ritardata di due mesi, almeno: si farà contemporaneamente sul Reno e sul

Po. Perchè la guerra abbia un esito felice per il Piemonte e per

l'Italia, bisogna prepararci a fare il maggior sforzo possibile. I

Francesi, trascinati loro malgrado, non ci perdoneranno mai il maggior

peso di questa guerra, caduto sulle loro spalle. Sventura a noi se noi

trionfassimo unicamente per mezzo dei Francesi. È soltanto battendoci

meglio di loro e mettendo sotto le armi forze superiori alle loro, che

noi salveremo il paese».

La lettera è terminata dal Nigra con un poscritto posteriore all'ultimo

colloquio, che dice: «Il conte di Cavour dovendo andare a pranzo dalla

principessa Matilde (è il pranzo a cui la parola acuta di Hübner

accennò), non ha tempo di terminare questa lettera. Spera di partir

domani. Egli non è punto soddisfatto della conferenza d'oggi con

l'Imperatore e col Walewski».

Questa lettera, fu verosimilmente ignota al conte Paolo Federico Sclopis

di Salerano, che tutto sperava nella «furia francese»: non la conobbe il

Mazzini, che avrebbe, forse, modificato il suo giudizio su Cavour. Ma la

deve aver conosciuta il La Marmora, perchè a lui era diretta; e fu

davvero sventura che, verso il 1866, quando attendeva ad una specie di

disarmo, se ne sia dimenticato.

Doloroso è invece che sia venuta a conoscenza dell'Hübner, perchè vi

compone un increscioso commento: «Quest'ultima frase, che i soldati

italiani si battano meglio dei soldati francesi ecc., sembrerebbe

indicare un ottenebramento delle facoltà mentali di chi le ha scritte,

ovvero è il linguaggio di un disperato che preferisce morire, come ha

detto lui stesso, in un mare di sangue che sopra un letamaio».[269]

[269] HÜBNER, II, pag. 361.

I documenti qui riferiti comprovano in quale stato di profondo

turbamento si trovasse il Cavour, turbamento che non isfuggì punto

all'Hübner, come vedemmo: ma non si creda che esteriormente ne desse

alcun segno. Il De La Gorge (II, 423) osserva anzi che il Cavour

«affettò coi diplomatici stranieri un'imperturbabile sicurezza», di che

è documento il noto spiritoso colloquio col Rothschild che riferiamo in

nota.[270]

[270] Il Massari, _op. cit._, pag. 309, racconta questo efficace

aneddoto. Giacomo Rothschild si recò dal Cavour dopo il

colloquio con Napoleone per sapere se v'era pace o guerra.

Cavour rispose: «Vi sono molte probabilità per la pace, e vi

sono molte probabilità per la guerra». «Sempre astuto, signor

Conte.» «Ecco, signor barone, io vi faccio una proposta:

comperiamo dei titoli e giochiamo al rialzo; io poi darò le mie

dimissioni. Avremo un rialzo di 3 franchi.» «Voi siete troppo

modesto, signor conte, voi valete almeno 6 franchi.»

Prima di partire per Torino non avendo potuto, a cagione della presenza

del Walewski, esprimere interamente il suo pensiero all'Imperatore, nel

ricordato colloquio del 29, gli lasciò una lettera, assai memoranda come

poco nota. Dice che «dal colloquio acquistò la dolorosa convinzione che

il conte Walewski è deciso di perderci: forzare il Re ad abdicare; me a

dare le dimissioni, spingere il Piemonte verso l'abisso»; ma «se egli

realizzerà i suoi progetti, perderà il Piemonte e non salverà la

Francia. Avrà trasformata l'Italia, oggi interamente devota, in nemica

mortale senza riguadagnare l'amicizia dell'Inghilterra o diminuire

l'odio dell'Austria. Le potenze hanno capito abbastanza i progetti di V.

M. per potere riprendere verso di Lei le loro antiche abitudini». Il che

vuol dire: riconoscimento della via chiusa in cui l'Imperatore s'è

avanzato; impossibilità di retrocedere. Si rivolge quindi «alla sua

bontà ed alla generosità, per cui egli non permetterà che il solo

alleato che V. M. ha in Europa, cada vittima della diplomazia, dopo

avere in qualche modo rimesso fra le mani di V. M. la sua corona, la sua

vita, la sua famiglia». Notevole il passo in cui disillude l'Imperatore

ed il Walewski dell'esistenza in Italia di «un partito moderato che

possa accontentarsi di concessioni illusorie come soddisfazione

sufficente alle speranze che le parole di V. M. e l'attitudine della

Sardegna hanno esercitato da tre mesi a questa parte.... Ne seguirà una

terribile catastrofe. Il Re si troverà posto tra un atto di follia o di

viltà. Non gli resterà altra risorsa che scendere dal trono ed andare a

morire in esiglio come suo padre.... ecc.».[271]

[271] CHIALA, VI, pagg. 376-380. Queste apprensioni del Cavour

hanno il loro perfetto riscontro in Mazzini (X, pag. 273): «I

governi irritati del nostro averli costretti ad agitarsi, a

tremare, ad armarsi per nulla, s'adoprerebbero a frenarci come

perturbatori perpetui senza intento determinato: i Popoli che

ieri guardavano in noi come in Popolo iniziatore, imparerebbero

a sprezzarci come chi minaccia e non osa. Tolga il cielo tanta

vergogna. Un popolo che ottiene fama di codardo è spento per

sempre».

Questa lettera è indubbiamente ammirevole per abilità e per passione;

raccoglie tutti in un getto gli argomenti già noti, fra cui verissimo

quello a cui con amaro gaudio accennava il Mazzini: «il guanto di sfida

dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti

all'Italia»; ma altre cose contiene di cui è dubbio se maggiore sia la

convinzione o l'intenzione di impressionare. È soggetto questo

delicatissimo; di cui con poca delicatezza fa parola il De La Gorge.

Partendo dall'attentato dell'Orsini, il De La Gorge riferisce: il

nunzio, monsignor Sacconi, disse: «Ecco il frutto dell'agitazione

mantenuta dal signor Cavour». L'Hübner disse: «Il momento è venuto di

stabilire tra la corte delle Tuileries e quella di Vienna i legami di

un'alleanza intima».[272] I nemici del Piemonte si unirono «per

scongiurare l'Imperatore di abbandonare per sempre l'ingrata nazione che

pagava con l'assassinio la costante benevolenza di lui».[273]

[272] Lettera di Villamarina al Cavour, 17 gennaio 1858, in N.

BIANCHI, _Storia documentata_, VII, pag. 391.

[273] DE LA GORGE, II, pag. 347 e segg.

Or bene, non solamente al Favre, difensore dell'Orsini «in tempi in cui

ogni licenza era accuratamente repressa», è data facoltà «di

sottolineare, completare, chiarire» quella lettera all'Imperatore, che

passò nella storia sotto il nome di testamento di Orsini; ma questa

lettera, «quest'appello supremo del cospiratore, graduato con abilità

infinita, che comincia con l'intimidazione e termina con la preghiera,

come se avesse voluto destare nell'animo del Sovrano degli antichi

ricordi addormentati», rivelerebbe al De La Gorge (pur non negandone

l'autenticità) «una mano più esercitata, la quale avrebbe guidato quella

dell'Orsini». «Ogni sorta di supposizione fu imaginata, senza che da

questi indizi sparsi ed incoerenti si potesse sviluppare alcuna certezza

o verosimiglianza».[274] È noto come le due lettere dell'Orsini furono

per insistenza dell'Imperatore publicate il 31 marzo nella «Gazzetta

ufficiale del Piemonte». «Nessuno pensò che il governo piemontese

avrebbe osato quella publicazione, vera minaccia contro l'Austria, se

l'Imperatore non avesse autorizzata, suggerita una simile temerità. Si

dice che il Cavour, assai difficile a sconcertarsi, fu turbato da tale

ardire: fece note le collere probabili dell'Austria; domandò che si

garantisse il suo paese contro le eventualità dell'avvenire.

L'Imperatore avrebbe risposto con nuove insistenze e fu allora, che la

publicazione fu ordinata». Il Cavour, infatti, scriveva ai primi

d'aprile del '58 al Villamarina, che «quella lettera colloca l'Orsini su

di un piedestallo da cui non è possibile più farlo discendere»; che dei

romagnoli, moderati, quasi codini, mi dicevano ieri che quella lettera

avrebbe avuto un'eco enorme in Romagna e avrebbe per effetto di rendere

popolare l'idea del regicidio»; che «il Re è molto afflitto di questa

malaugurata pubblicazione e degli imbarazzi che creerà al suo

governo».[275]

[274] _Op. cit._, II, pag. 350. Vedi anche le _Memorie_ di

Claude, capo della Polizia sotto il Secondo Impero, I, pag. 357.

[275] CHIALA, VI, pag. 197.

Ora la riassunta lettera all'Imperatore ricorda abilmente e

delicatamente queste cose passate e le loro conseguenze. Ma il De La

Gorge vi ricama, come dicevo, tale non delicato commento: «Questa crisi

straordinaria aveva finito per far conoscere al Cavour l'Imperatore dei

Francesi. Aveva indovinato che per trasformarlo in istrumento docile, la

minaccia sarebbe stata così efficace come la carezza. Da allora si

applicò a mescolare l'intimidazione alla lusinga, servendosi volta a

volta dell'una e dell'altra per fare avanzare gli affari del suo paese.

Ora si ingegna di ingrossare i progressi della rivoluzione italiana,

progressi tali che sommergeranno tutto, se il Piemonte non la dirige e

non l'assorbe; ora dipinge l'esaltazione dei partiti e aggiunge

artificiosamente che se non si dà loro qualche pegno, sarà difficile,

quasi impossibile, spegnere o prevenire nuovi complotti».[276]

[276] DE LA GORGE, _op. cit._, II, pag. 353.

*

Fra gli impedimenti alla guerra d'Italia rimane a considerare

quest'ultimo, il quale se dal lato politico potè avere minore

importanza, dal lato morale deve avere forzato penosamente Luigi

Bonaparte: voglio dire l'avversione dell'Imperatrice. Parecchie scene

violente erano avvenute;[277] chè informata del patto di Plombières,

ella gli disse una volta: «Voi siete lo zimbello, lo schiavo di

Mazzini»;[278] e quegli protestando le sue ragioni politiche, ella

conchiuse: «Da tutto questo affare non ne verrà alcun bene per la

dinastia imperiale». Ella, inoltre, nel suo assolutismo religioso,

intuiva che questa guerra avrebbe arrecato un danno certo, se non

immediato, al potere temporale dei papi.

[277] PIERRE DE LANO, _L'Impératrice Eugénie_, pag. 99.

[278] _Ib._, pag. 100.

A tali ragioni di indole politica, altra ella ne aggiungeva di

impressione subbiettiva: una disistima che non si curava nè meno di

larvare per gli Italiani: «Gli Italiani — gli aveva detto un giorno —

non vi saranno per nulla riconoscenti del sangue che state per versare

in loro favore. Se voi credete di procurarvi degli amici coltivando le

loro ambizioni e la loro vanità, vi ingannate. Un pericolo vi minaccia?

essi vi volteranno le spalle».[279] Ed all'Arese, uno dei pochi italiani

che degnava di eccezione, scriveva a guerra compiuta: «Non temete voi di

provare all'Europa che il mestiere di Redentore è un mestiere da

sciocchi? L'Imperatore è stato per un momento contro il sentimento del

suo proprio paese, e gli fu necessario attizzare i sentimenti di

generosità e di gloria, per fare accettare alla Francia, ancora stanca

delle dure prove che ha passato, una guerra della quale la riconoscenza

era il solo premio che si potesse sperare, mentre una sconfitta lo

avrebbe colpito in un modo crudele».[280]

[279] _Ib._, pag. 100.

[280] Lettera all'Arese del 26 agosto '59. Vedi BONFADINI,

pagina 186. Il Bonfadini vi aggiunge in nota: «L'augusta donna

non prevedeva, sotto l'impressione dei suoi sdegni vivaci, che

tre dipartimenti francesi, oltre il rimborso di sessanta

milioni, avrebbe guadagnato l'Impero tenendo fede alle

stipulazioni di Plombières»; e su questo punto dovrebbe cessare

ogni discussione. Napoleone III o la Francia, avendo poi chiesto

un pagamento, e questo essendo stato fatto, la partita si deve

ritenere chiusa. Nei libri di ragioneria non esiste, in fatti,

il capitolo riconoscenza. Se non che il supporre la guerra

d'Italia fatta a questo scopo, è supporre cosa troppo semplice.

«Che cosa ha ricavato dalle sue guerre? Che profitto ha ottenuto dalla

guerra d'Italia? Dalla spedizione del Messico? Nessuna. Molto

probabilmente queste avventure l'hanno diminuito in potenza. Io gliel'ho

detto: egli non mi ha risposto niente: oppure se ha risposto, ha detto

parole vaghe di gloria, d'umanità, di fratellanza dei popoli, che so io?

delle fanfaluche».[281]

[281] PIERRE DE LANO, _La Cour de Napoléon_, pag. 225.

Queste acri e terribili parole sono attribuite al Bismarck, partendosi

da Biarritz prima della guerra del '66; nè mi paiono disdicevoli

all'uomo che le avrebbe espresse, nè all'uomo a cui erano riferite.

*

E pur con tutte queste opposizioni egli vuole la guerra, pur parlando di

pace: arrivare alla guerra è la sua idea fissa. Di questo stato d'anima

si sono accorti Hübner, Thiers,[282] Cowley.[283] Ma essi si sono anche

accorti di un affetto del tutto spontaneo per l'Italia che nutriva in

cuore quell'uomo impassibile; del desiderio di far qualche cosa per le

popolazioni italiane.[284] Questa è la causa non politica, perchè

generata da passione; questa la «fanfaluca» che fece germogliare quella

guerra; o per dire più compiutamente, è la ragione ideale dell'Impero,

il sogno della sua giovanezza vissuta fra noi, in mezzo al nostro

martirio, giacchè spesso avviene all'uomo, quasi per virtù istintiva, di

rifare, come può, il bozzolo dai fili d'oro e di speranza della sua

giovanezza.

[282] Lettera al Principe Consorte di A. Thiers del 22 marzo:

«L'Imperatore, non ha che un fine, che un'idea fissa: arrivare

alla guerra, pur parlando di pace». CHIALA, III, LXXVIII.

[283] «L'Imperatore, non ostante avesse aderito al congresso,

nel suo intimo, desiderava ardentemente la guerra.» CHIALA, III,

CX.

[284] Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury. CHIALA, III.

Vedi anche KOSSUTH, _Souvenirs_.

Quando l'Hübner riproducendo il colloquio e la cospirazione di

Plombières, dice che vi si sente più che un Imperatore, il giovane di

Forlì del '31, dice cosa esatta. Gran lode o gran biasimo, a libera

scelta. E così si può pensare delle sue umane dubbiezze nell'accingersi

al gran passo; e così, non tenendo conto di tutte le circostanze e di

tutti gli impedimenti, lo si può rimproverare di aver reso un servizio a

mezzo, sì che il beneficato, invece di pensare a ciò che ha ricevuto,

pensa invece a ciò che ancora gli rimane da ricevere. Il De La Gorge, a

cui non isfugge un'occasione per ispargere ironia su la infelice

politica di questo ultimo Cesare, ricordando la meravigliosa valle del

Po, oggetto di invidia nei secoli, campo chiuso di infinite guerre,

osserva: «Ma la guerra novella non sarebbe assomigliata alle guerre

passate, se non per l'abbondanza del sangue sparso. Lo scopo era, non di

dominare l'Italia, ma di liberarla».[285]

[285] DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 9.

Dopo questa prima e vera ragione, ove si intendano senza malignità, si

possono anche accogliere, ma con debita misura, le altre cause che si

adducono, specialmente dagli avversari di Napoleone III,[286] non ultima

e non ancora ben nota e strana, quella derivante dall'attentato di

Felice Orsini e dalla sua ammirevole morte.[287]

[286] Umiliare l'Austria; consolidare col prestigio della gloria

militare il trono usurpato; cattivarsi la benevolenza dei

republicani, sostenendo un'idea generosa; sostituire in Italia

l'influsso imperiale a quello dell'Austria. Convincere anche di

mendacio Vittore Hugo che aveva detto: «Voi non avete guadagnato

che la battaglia di Satory» (campo di manovre dove la cavalleria

aveva acclamato Imperatore il Presidente della Republica), e

Mazzini, che aveva detto: «Voi amate bensì le uniformi di

parata, corrusche d'oro, ma dubito che siate atto a condurre

solo alcuni reggimenti». A questa velleità di duce supremo

allude anche l'Hübner. Fu anche detto: La guerra d'Italia, per

effetto di vincoli settari, si presentava come una cambiale non

prorogabile: bisognava pagare, e la pagò in fretta, per

liberarsi da questo impegno. Ma più forse che i vincoli settari,

l'impegno di Plombières, che Cavour veramente agitò come una

cambiale. Il programma di Napoleone I dei confini della Francia:

il Reno e le Alpi. Il De Lano accerta esistere un ms.

dell'Imperatore e col titolo: _Perchè feci la guerra d'Italia._

[287] L'Orsini, uccidendo Napoleone III, si riprometteva,

insieme con la vendetta di Roma, la republica in Francia; dal

quale mutamento sperava utilità per l'Italia. I dispareri col

Mazzini, la impulsività del carattere, la tristezza dell'esiglio

incitarono il trapasso dal pensiero all'opera. Fallita questa e

vistosi perduto, volle o fu confortato a volere, che il suo

sangue, consacrato alla causa d'Italia, non fosse sparso invano.

Da ciò la lettera all'Imperatore.

«Vostra Maestà — diceva — si ricordi che gli Italiani, tra i

quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per

Napoleone il Grande: si ricordi che gli furono fedeli sino alla

sua caduta. Vostra Maestà non respinga la voce suprema d'un

patriota sui gradini del patibolo: liberi la mia patria, e le

benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno nella

posterità».

Dopo l'attentato dell'Orsini l'Hübner voleva sapere se era vero

che «l'Imperatore avesse l'imaginazione colpita» (HÜBNER, II,

pag. 285); e al Cavour sono attribuite queste parole: «Per

l'Imperatore, Mazzini è uno dei suoi più feroci nemici: gli

spedisce ogni tre mesi degli assassini: una specie particolare

di pazzia» (CHIALA, III, CV). Il proposito di Napoleone di

graziare l'Orsini è stato messo in dubbio; anzi, negato dal

nobile Carlo di Rudio (_Resto del Carlino_, 4 ottobre 1908), il

quale riferisce particolari interessanti, ma molto contestati e

contestabili, sull'attentato. Ma della volontà di graziare

l'Orsini non può cadere dubbio (vedi anche HÜBNER). Altre

deduzioni si potrebbero fare se risultasse che la polizia

austriaca sapeva in antecedenza dell'attentato (vedi BONFADINI,

_op. cit._, pagg. 173-176 e _Prefazione_ alle citate Memorie del

Griscelli, Loescher, 1908). Avvenuta la pubblicazione delle

lettere dell'Orsini nella _Gazzetta Piemontese_, scrive

l'Hübner: «I giornali di Parigi non hanno osato riprodurre gli

ultimi scritti dell'assassino, che l'organo del signor Cavour

raccomanda come modello alla gioventù italiana». Specialmente

perchè la provenienza dovrebbe significare qualche cosa,

ristampo questi passi di lettera che da Parigi Amilcare

Cipriani, non inferiore al Rudio per audacia rivoluzionaria, ma

coscienza insospettata, scriveva il 17 settembre 1906 al signor

Paolo Mastri e che fu edita nel _Resto del Carlino_ (17

settembre 1908):

«.... la prima lettera che scrisse all'Imperatore, questi,

profondamente impressionato e commosso, per tentare di salvarlo

e servire in pari tempo la causa italiana per la quale l'Orsini

si era sacrificato, per l'intermediario di Pietri, la fece

recapitare a Jules Favre difensore dell'Orsini stesso, acciocchè

la leggesse dinnanzi alle Assise, ciò che fu fatto.

«L'effetto fu strepitoso e, se Orsini non ebbe salva la vita,

ebbe salvo l'onore.

«I ministri andiedero su tutte le furie, ed il conte Hübner,

ambasciatore austriaco ne fu sbalordito, perchè intese che era

un colpo diretto al cuore del suo governo.

«La seconda, quella ch'egli scrisse alla vigilia di morire,

l'Imperatore l'inviò a Cavour, pregandolo di pubblicarla nella

_Gazzetta Ufficiale_ del Piemonte.

«Cavour, sorpreso, obiettò che un tale atto equivaleva ad un

attacco diretto di entrambi contro l'Austria.

«Napoleone rispose si pubblicasse, e così fu fatto. Erano le

prime ostilità.

«Quattro mesi dopo Cavour e Napoleone si trovarono a Plombières:

l'Imperatore fu ben presto convinto che Orsini non era un

delinquente, ma un apostolo che s'immolava per la sua patria, e

non avendo potuto salvargli la vita, gli fece sapere in carcere:

«che d'ora innanzi tutti i suoi pensieri erano oramai rivolti

alla liberazione d'Italia.» Per questa complicata questione

dell'Orsini si desiderano i promessi studi di Alessandro Luzio.

Da ideologo e da umanitario egli intraprese la guerra d'Italia; e con

l'aggravante di un errore di giudizio; con il convincimento cioè che,

cacciato lo straniero, la rivoluzione non sarebbe andata più oltre; e la

federazione sarebbe stata la forma naturale della nuova Italia.

Firmando la pace di Villafranca, egli persiste in questa sua idea e non

vuol vedere che il moto è invece unitario fino alle ultime conseguenze;

che la sementa sparsa dal Mazzini, germoglia oramai da per tutto; che,

anzi, Villafranca, come un acquazzone in mezzo all'estate, compie il

miracolo del germoglio. La sera cade fosca: ma al mattino il sole ride

tranquillo; il monte e il piano verdeggiano già della messe novella.

Come il temporale di Solferino: esso dà un momento di sosta all'atroce

mischia dei Francesi; mentre gli Italiani sotto l'aiuto di quella

tempesta, flagellante in faccia gli Austriaci, ripetono il disperato

assalto di San Martino e vi piantano il vessillo dell'Unità. Cavour, che

più violentemente di tutti è travolto dall'onda di Villafranca, quando

s'avvede dell'effetto meraviglioso, esclamerà: «Che benedetta sia la

pace di Villafranca!»[288]

[288] CHIALA, III, pag. 187.

E quando Napoleone III se ne avvide, «lasciò fare troppo agli Italiani a

dispetto dei più dei Francesi».[289] E se tanta malvagità era in

quest'uomo, l'onda degli oltraggi che montò verso di lui, non gli doveva

anzi consigliare l'opposto?

[289] CARDUCCI, _Alberto Mario giornalista_. Come abbia il

Carducci avversato Napoleone, è troppo noto per qui farne

parola.

Idea fissa la guerra; ma l'idea fissa non è equivalente di volontà; la

volontà vera era in Cavour; e l'aver ceduto a questa forza di volontà

deve pure significare alcuna cosa!

L'onnipotenza di quel Secondo Impero, che si rivelò poi così passeggera,

potè dare all'anacronismo una parvenza di realtà; ma è dubbio se, senza

quell'idea fissa antica, senza quell'illusione di potere imporre al

mondo il buon diritto con la spada di Cesare, senza quelle «pagine

strappate» nel suo cervello, egli avrebbe mai intrapresa la guerra

d'Italia.

Il 1859 da Plombières a Villafranca · 第 15 / 27 题