VI.

Le alternative di pace e di guerra.

Il 4 febbraio era publicato in Parigi l'opuscolo: «Napoleone III e

l'Italia». Della grande impressione che destò allora tale scritto spenta

già è la memoria. Questo opuscolo si potrebbe chiamare oggi dai malevoli

ciò che in gergo commerciale è detta la ~réclame~ della guerra. Tuttavia

anche il modo come è stata redatta una ~réclame~, può essere

interessante. Eugenio Rendu, richiesto dal Chiala,[214] in una lettera

dell'agosto 1883, racconta le vicende di questo opuscolo, ed usa

quell'arguta garbatezza che i Francesi per ogni loro scritto dispensano

così signorilmente che pare facile impadronirsene ed imitarla. Ecco in

breve: subito dopo il colloquio di Plombières, Napoleone chiamava il

visconte de la Guéronnière, e gli affidava l'incarico di quest'opuscolo,

determinando questi due punti essenziali: primo, che ~lo statu quo~ non

poteva essere più mantenuto al di là delle Alpi, tanto nell'interesse

d'Italia che dell'impero; secondo: progetto di una federazione italiana.

[214] CHIALA, III, in fine.

Ma pare che il La Guéronnière, con tutta l'elasticità del suo ingegno,

si trovasse un po' a disagio nel dover parlare delle cose d'Italia. (Da

quel tempo in poi i Francesi non hanno fatto troppi progressi nello

studio delle cose nostre, e ciò è alquanto mortificante per noi, che

studiamo le cose loro più delle nostre). Il La Guéronnière si rivolse

allora al Rendu, che, appunto, attendeva ad un lavoro sull'origine della

federazione in Italia, e — dice il Rendu — «il pensiero di vedere

affidata allora alla spada di quel monarca l'incarnazione di un sogno

che rispondeva a tanti sforzi e a tante ragioni storiche, mi sedusse

fortemente». In pochi giorni e notti di composizione entusiasta, lo

scritto fu condotto a termine.

Sono sostanzialmente le idee dei nostri neoguelfi Gioberti, Balbo,

d'Azeglio, l'idea cioè di una federazione fra i vari Stati d'Italia, con

esclusione dell'Austria e ciò per una ragione evidente: perchè, sino dal

tempo di Fedro, l'alleanza tra il leone, la capra e l'agnello, ~patiens

iniuriae~, non diede mai buon risultato. Ma, poi che siamo in tema di

favole, quei nostri padri si trovavano nella condizione dei topi, che

avevano bensì trovato il rimedio contro il gatto, ma non il modo di

attaccare il campanello alla coda del gatto. «La spada del potente

Imperatore dalle cui labbra l'Europa pendeva», ora si offriva come

rimedio.

Per mezzo di tale federazione si profilava nell'alba che stava per

sorgere, «lo scioglimento della grande questione, che è la questione del

mondo», cioè quella del Papato: il quale «fatto libero della doppia e

contradditoria responsabilità del potere temporale e del potere

spirituale, non si sarebbe più trovato costretto, come fu di Pio IX nel

'48, a sacrificare la sua qualità di Re a quella di depositario della

Buona Novella di Cristo, o viceversa».

Questa opinione del Rendu era, ripeto, condivisa da molti nobili spiriti

fra noi: ma altri molti e non meno nobili spiriti, sia perchè vivevano

più vicino al Papato, sia perchè avevano letto meglio Dante, Boccaccio,

Machiavelli, non avevano tali entusiasmi, ed erano convinti che per

risolvere la questione di Roma, occorreva qualcosa di più risoluto che

la spada di Napoleone III, la quale non sciolse il nodo, ma anzi

impigliò sè stessa nel nodo.

Dopo Villafranca, Napoleone publicò l'altro famoso opuscolo «Il Papa ed

il Congresso», di cui tanto si confortò il Cavour;[215] contenente,

curiosa ripetizione, le stesse idee espresse nella lettera del 1831 a

Gregorio XVI.[216] In questo opuscolo, fra proteste di devozione e di

amore, era detto che «come più il territorio della Chiesa fosse stato

piccolo, più il Pontefice sarebbe stato grande»; la potenza del Papa

risulterebbe «meno dalla sua forza che dalla sua debolezza (politica)».

Terminava con questa preghiera: «Possa Napoleone III aver l'onore di

conciliare il Papa, come sovrano temporale, col suo popolo e coi tempi!»

Costretto a spiegarsi, Napoleone rispose con la lettera, riportata a

pag. 191, in cui concludeva esortando il Santo Padre a «fare il

sacrifizio delle provincie insorte (Legazioni), cedendo alla logica

inesorabile dei fatti. Così il Santo Padre assicurerebbe all'Italia

riconoscente la pace, alla Santa Sede il possesso tranquillo del

rimanente suo Stato. Ecco ciò che tutti i sinceri cattolici devono

domandare a Dio». Ma «la logica inesorabile delle cose» portò invece

alla separazione tra l'Imperatore e il Partito Cattolico; Carlo Magno

apparve come Giuliano l'Apostata: le parole d'amore al Papa parvero

insulti; il rispetto — che pur era sincero e lo dimostrarono le cose —

ipocrisia. Il Papa disse: ~Non possumus!~ La Rivoluzione italiana disse

pure: ~Non possumus!~ Sopratutto è il santuario di Delfo, cioè Roma, che

occorre all'Italia! Così si preparava la strada che condusse ad

Aspromonte e Mentana: là dove Garibaldi, cioè la Rivoluzione, aveva

deliberato di sciogliere il nodo storico del Papato in modo assoluto.

[215] Vedi più dietro a pag. 70.

[216] Vedi più dietro a pag. 107.

Undici anni più tardi, il governo italiano credette di operare come

Alessandro a Gordio; ma in verità lo ferì soltanto quel nodo famoso, che

diventò una piaga. Allora alcuni medici dissero che occorreva applicarvi

il cerotto del dogma scientifico; ma ne derivò un'irritazione maggiore.

Altre cure anodine si vanno oggi escogitando; la qual cosa può

dimostrare, se non altro, che la piaga sussiste tuttora.

Il Rendu pareva entusiasta di questa soluzione ottimista, e con sonanti

parole cerca di «precorrere ogni obbiezione od opposizione. Chi doveva

essere il capo di questa federazione? Colui che personifica l'idea più

universale e più potente; colui al quale risale in Italia ogni

entusiasmo e ogni ossequio; colui che diede a Roma le arti, i costumi,

etc.; colui che ha fatto di Roma il centro del mondo e le assicura una

seconda eternità».

Ma il Papa avrebbe detto di no, e Mazzini scriveva, poco dopo, che la

possibilità di tale fatto equivarrebbe a «disperare della patria, dei

popoli, della coscienza umana, della libertà, d'ogni cosa santa».[217]

[217] MAZZINI, _Scritti_, X. pag. 232, _Napoleone III e

l'Italia_, 15 febbraio.

Per due mesi l'opuscolo riposò nel silenzio. Il due decembre, il

Mocquard avverte La Guéronnière che fra dieci giorni l'Imperatore

desidera conoscere lo scritto. Altra sosta. Il dieci gennaio, cioè dopo

le parole all'Hübner e il giorno stesso che Vittorio Emanuele lancerà il

~grido di dolore~, La Guéronnière è invitato a pranzo alle Tuileries.

Pranzo intimo, e fra i commensali il Nunzio pontificio. Dopo pranzo,

conversazione su le condizioni politiche d'Italia. «L'opuscolo?» «È

pronto». «Venitemi a trovare — disse l'Imperatore al La Guéronnière —

una di queste mattine». In fatti, dal 20 gennaio in poi, lettura

dell'opuscolo nel gabinetto imperiale: La Guéronnière, Mocquard,

l'Imperatore. Questi approva il lavoro e specialmente loda la profonda

conoscenza su le cose e i sentimenti d'Italia. Per ciò che riguarda

quest'idea di un'Italia federale col Papa, si ponga mente a questo passo

di lettera del Cavour: «Più volte l'Imperatore, a persuadermi, ha citato

brani di libri di Azeglio»;[218] il che se prova come l'Imperatore fosse

fedele alle idee giobertiane, induce anche a pensare che il Cavour

oramai coltivasse diversa opinione.

[218] CHIALA, III, pag. 37.

E ~rêve creux~ chiama, sia pure per altre ragioni, l'Hübner questa vaga

idea napoleonica di federazione italiana.

Approvato l'opuscolo, l'Imperatore volle farvi alcuna aggiunta ed

emendazione: nel preambolo inserì egli queste parole: «L'Italia

rappresenta nella storia qualche cosa di più grande ancora che l'idea

della nazionalità: essa rappresenta la civiltà». A pagina quattro, volle

citato il passo di Tacito (o buon republicano Le Bas, che facesti

leggere Tacito!): ~Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus~, etc.,

in riferimento ai beneficî che al mondo diede nel passato tempo

l'Italia, «più che sorella, madre delle altre nazioni»; beneficî che

l'Europa non può obliare senza ingratitudine; l'Italia non può obliare

senza rinnegare sè stessa. Di lui pure è la nota che si riferisce

«all'impotenza assoluta d'una forza veramente italiana, a trionfare,

senza un soccorso esterno, di un nemico così fortemente organizzato come

è l'Austria». Quindi la deduzione: «da questo fatto risulta, per ogni

uomo di guerra, questa verità incontestabile, che la nazionalità

italiana non sarà mai il risultato di una rivoluzione». Questa

affermazione colpisce, manifestamente, in pieno gli ultimi tentativi

mazziniani, di Milano, di Toscana, di Napoli; nè risulta che il Mazzini

vi risponda direttamente nel suo scritto «Napoleone III e l'Italia». La

fede in lui nei miracoli della rivoluzione doveva essere superiore ai

replicati esperimenti del fatto; e fra le spiegazioni di tale importante

fenomeno, oltre alla fede di apostolo, è lecito proporre anche questa:

che, essendo vissuto quasi sempre in esiglio, gli venne a mancare il

contatto preciso con la publica opinione e con la realtà: la qual cosa

successe a molti esuli, specie in tempi in cui le comunicazioni erano

tanto più lente delle odierne.

L'opuscolo si soffermava ed estendeva anche su le riforme da introdursi

negli Stati della Chiesa, ma Napoleone tolse ogni accenno: «A qual fine?

Si turberebbe adesso tutto un partito degno di rispetto: questa semplice

allusione provocherebbe una levata di scudi in venti giornali

d'opposizione».

Ancora: l'ultimo paragrafo conteneva questa parole: «Noi non abbiamo

alcuna inimicizia verso l'Austria. L'Italia è la sola cagione delle

difficoltà che esistono tra la Francia e l'Austria». La frase fu letta e

riletta. «È troppo blando!» disse l'Imperatore accarezzandosi i baffi:

ripensò, ritornò sul suo pensiero: «Ma sì, nel fatto è vero, e poi è

politico!» La conclusione dell'opuscolo fu formulata da Napoleone con

queste enigmatiche parole, che nei fatti che stiamo per esporre hanno,

forse, la loro chiave: «Noi desideriamo ardentemente che la diplomazia

faccia, alla vigilia di una guerra, ciò che essa farebbe il giorno dopo

di una vittoria». Vedremo fra breve quanta speranza c'era da riporre

nell'opera della diplomazia.

Curioso un altro particolare: esponendo il piano della federazione,

vagheggiata da Enrico IV, era detto: «Il pugnale di Ravaillac distrusse

così belle speranze». Il giorno 3 febbraio, alla vigilia della stampa,

il La Guéronnière ricevette questo biglietto: «Vi prego di fare una

lieve modificazione nella frase dove si tratta del pugnale di

Ravaillac....; vi si potrebbe vedere un'allusione personale».

*

Il D'Azeglio, Gino Capponi, Federico Sclopis, letto l'opuscolo, ne

andarono in visibilio: lo Sclopis scriveva al Rendu: «Bisogna mettere

ogni speranza in questa ~furia francese~ che spazza via tutto». Ohimè!

Ohimè! troppi pensarono come lo Sclopis! Ben più temperato il Cavour, il

quale si restrinse a ringraziare il Rendu «in nome d'Italia».[219]

[219] CHIALA, III, pag. 52.

Per il Mazzini il senso riposto dell'opuscolo è quello di una astuta

manovra dei governi di Francia e di Piemonte allo scopo di addormentare

con lenitivi la rivoluzione, «di scongiurarne il pericolo, frapporre

argini nuovi al torrente, sviare le menti dal segno»;[220] ma per

l'Hübner è peggio: questo opuscolo anonimo, attribuito all'Imperatore, è

indegno. L'ha letto e ne ha riso amaramente: «L'autore annunzia che

Napoleone continuerà la politica di Dante, del Petrarca e di Enrico IV.

Io non ho mai letto niente di più assurdo, di più povero di argomenti,

di più destituito di logica». Corre dal Walewski e gli dice: «Al vostro

posto sconfesserei l'opuscolo e sosterrei in faccia a tutti che

l'Imperatore ne è estraneo affatto!» Ed è quello che ha fatto il

Walewski «con quella sua faccia di bronzo». Ha messo la mano sul cuore;

ha detto che l'Imperatore è estraneo completamente a quella stampa![221]

[220] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 231.

[221] HÜBNER, II, pag. 278.

In Parigi, «furore negli uni, entusiasmo in pochi altri: in generale non

si giudica la questione che dal punto del rialzo o del ribasso dei

valori. Il Papa? la liberazione di un popolo? la preponderanza della

Francia al di là delle Alpi? che cosa possono contare tutte queste

fanfaluche per la massa dei droghieri e della gente di Borsa?» Così il

Rendu: ma poi aggiunge con orgoglio francese: «Tutto ciò, e peggio,

sarebbe avvenuto in ogni altro paese, dove non è costume di fare la

guerra ~per amore di un'idea~». Tre ministri dissero forte:

«L'Imperatore vuole la guerra, ma il suo governo vuole la pace». «Il

signor Delangle si distinse per una irritazione ardente. Egli ha segnato

i passi che intende denunciare come criminali». «Evvia, buona gente —

prosegue il Rendu — calma! Fate buon cuore contro mala fortuna, giacchè

voi siete meno gentuccia di casa che non ne avete l'aspetto! Quando la

partita sarà incominciata, ben mi par di vedervi mettere il vostro

berretto alla sgherra, agitar la fiaccola al vento e vi sento intonare

la «Marsigliese» per la Francia e per l'Italia».

Cara e nobile terra di Francia! L'orgoglioso tuo motto, «gesta Dei per

Francos», ha nella storia alcuna conferma. E qual colpa è la tua, o

Francia, se noi, costretti a muoverci nella tua orbita, così male ci

movemmo? Parigi, «la ville la plus insouciante de l'infortune et la plus

moqueuse du monde»,[222] consacrò col suo entusiasmo la partenza

dell'Imperatore per la guerra d'Italia, e il suo viaggio sino

all'imbarco di Marsiglia fu tutto un trionfo.[223]

[222] CHIALA, Lettera del Cavour alla contessa A. De Circourt,

22 luglio 1859.

[223] «L'avventura italiana ebbe nel regno di Napoleone III

l'aspetto amabile, ancorchè ingannevole, di una popolarità

sincera, e tale anche oggidì è considerata: tanto è vero che

l'umanità si affeziona a ciò che un giorno la sedusse, anche se

essa poi ne fu ingannata». Così un autore francese. PIERRE DE

LANO, _L'Empereur_, pag. 134.

E in verità anche i nostri libri italiani parlano concordemente di

questo entusiasmo e di questo trionfo; ma sarà necessario tuttavia

meditare su ciò che scrive dal punto di vista francese, il De La Gorge

nell'opera sua magistrale sul «Secondo Impero». Passando l'Imperatore

per via Saint-Antoine, piazza della Bastiglia e via di Lyon, quel

fanatismo popolare per la guerra «si sarebbe detto manifestazione d'una

specie di impero democratico, uscito dalla rivoluzione, vivente per

mezzo di lei, non sussistente che a patto di propagarla e servirla.

Donne, bambini, premendo il corteggio ed insinuandosi fin sotto i

cavalli delle cento guardie, interpellavano l'Imperatore con una

famigliarità ardente, assicurando che essi custodirebbero fedelmente

l'Imperatrice e suo figlio, e che poteva partire in pace perchè il

turbolento sobborgo, artefice di ogni sommossa, prometteva di restare

calmo. E in verità tutta questa gente non s'ingannava punto nei suoi

calcoli istintivi e non falliva nelle sue acclamazioni. A quale scopo le

sedizioni, le barricate, gli attentati, i complotti? L'Imperatore oramai

andava a minare da sè stesso, lentamente ma sicuramente, il trono al

quale un'incredibile fortuna lo aveva innalzato».[224]

[224] PIERRE DE LA GORGE, _Histoire du Second Empire_, II,

pagina 448.

*

Il giorno 7 febbraio grande attesa in Parigi del discorso

dell'Imperatore, giacchè indubbiamente ne sarebbe uscita o la pace o la

guerra: non ne uscì che un responso ambiguo; come tanti altri che erano

del suo stile e consolidarono la sua reputazione di astutissimo; ma

erano anche un riflesso dell'animo e dello stato ambiguo delle cose.

Dopo aver vantato la sua politica di pace, non nascondeva alcune

nuvolette dalla parte di Vienna; ma egli sperava che lo zeffiro della

conciliazione le avrebbe dissipate. Quanto a lui, sarebbe rimasto

«tetragono» nella via segnata dai soliti principî, oramai consumati e

pur sempre rimessi a nuovo, anche dai non imperatori, «dal diritto,

dalla giustizia, dall'onore nazionale»; ed accertava che la politica del

suo governo non sarebbe stata «nè provocatrice nè pusillanime».

In una lettera (9 febbraio) del signor Doudan al principe di Broglie, è

fatto del discorso questo commento: «Tutto, probabilmente, è in

equilibrio davanti agli occhi dell'Imperatore, ma il soffio di una

parola, ragionevole o irragionevole, determinerà la decisione di questo

uomo, abbandonato, senza consiglio e senza controllo, alle

sollecitazioni più complicate e più contradditorie».[225]

[225] CHIALA, III, XLI.

Dall'Inghilterra, in fatti, per bocca della regina Vittoria era venuto

tre giorni prima del discorso il «soffio» di questo dilemma: «la Maestà

Imperiale di Francia è avvertita dell'occasione che gli si presentava di

ascoltare la voce della umanità e della giustizia, e quindi calmare le

apprensioni dell'Europa, ristabilendo la fede in una politica pacifica;

ovvero dando ascolto a quelli che hanno interesse a creare della

confusione (leggasi Cavour), gettare l'Europa in una guerra, di cui la

durata e l'estensione non è facile prevedere».

A questo conviene aggiungere che anche il governo di Pietroburgo cercava

adesso di vendere bene il suo acconsentimento alla guerra, mettendo

alcune condizioni: cioè, che molte clausole umilianti per la Russia,

inserite nel trattato di Parigi, venissero modificate; e specialmente

che le fiamme della nazionalità, che si stavano per agitare in Italia,

non lambissero gli edifici della Polonia. (I cosacchi battono ancora,

infatti, le loro lance su le vie di Varsavia).

*

Nella discussione del 9 febbraio e seguenti alla Camera subalpina, sul

progetto di legge del prestito dei 50 milioni, si ebbero 116 voti

favorevoli e 35 contrari; al Senato, 59 favorevoli e 7 contrari.

Notevoli i discorsi dei due oppositori: il conte Solaro della

Margherita, nemico della politica italiana del Cavour; del marchese

Costa de Beauregard; del Genina, professore di diritto publico nella

Università di Torino; e dissero cose indubbiamente vere, di cui il

concetto fondamentale era questo: cioè che provocatore era il Piemonte

non l'Austria. Ma ad una verità è talora possibile opporre un'altra

verità più vera, ed è quello che il Manzoni osserva quando dice a

proposito di Renzo che invade la casa di don Abbondio: «In mezzo a

questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare

una riflessione. Renzo che strepitava di notte in casa altrui, che vi si

era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una

stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fine de'

fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga,

spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la

vittima; eppure in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso

il mondo.... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo».

Felice, perchè sicuro, il Cavour quando al Genina che gli chiedeva una

«dichiarazione esplicita di ciò che intendesse egli per ~aggressione~»,

risponde che vi sono offese ed offese, appunto ciò che dice il Manzoni;

e che non «intende fare un corso di diritto publico per stabilire che

cosa siano le offese». Abile, ma necessariamente vaga, la sua risposta

alla commossa e stringente perorazione del deputato savoiardo Costa, il

quale accennava al disonore, al danno, all'oltraggio del Piemonte,

smembrato dalla devota Savoia, quando «le aquile di Francia stenderanno

il loro volo temuto sul Moncenisio!»[226] Insinuanti, e c'era il suo

perchè, le parole rivolte all'Inghilterra, dicendo che presso «quella

generosa nazione la causa della giustizia e della verità finisce sempre

per trionfare», che «l'illustre uomo di Stato il quale siede a capo dei

consigli della Corona, che ebbe la gran ventura di associare il suo nome

alla causa della emancipazione dei negri, non vorrà finire la sua

luminosa carriera rendendosi complice di coloro che vorrebbero

condannare gli Italiani ad una eterna servitù».

[226] CHIALA, III, pag. XLV. Il segreto della cessione della

Savoia era trapelato, pare, anche per indiscrezione di Napoleone

stesso. Vedi CHIALA, III, XLIV in nota. «Cavour aveva

acconsentito a pagare il servizio della Francia in natura, cioè

con belle e buone provincie appartenenti da tempo immemorabile

alla casa di Savoia, perchè non voleva essere costretto a pagare

più caro ancora, cioè con una dipendenza troppo assoluta e un

vassallaggio troppo completo, pur sapendo che un simile

sacrificio gli sarebbe stato amaramente rimproverato». Così il

conte D'Haussonville nel citato articolo del 15 settembre 1862

nella _Revue des Deux Mondes_.

Ma l'illustre lord Derby in quel momento pare che persistesse

nell'opinione contraria. Giacchè è da sapere che il conte Walewski, gran

signore, gran mondano (i balli da lui offerti alla società parigina e al

gran mondo delle Tuileries rimasero per lungo tempo famosi), fu una

delle più singolari figure del Secondo Impero, e su la folla spensierata

e gaudente della corte napoleonica, si distacca, non solo per certo

austero disdegno e per amore ai buoni studi e alle arti, ma anche per

essere stato spiacente a quei ciechi e retrivi che finirono per

avvolgere il monarca nelle loro spire. Era carissimo all'Imperatore, il

quale gli doveva non poca riconoscenza per aver egli, come ambasciatore

di Francia in Inghilterra e bene accetto a quella Corte, reso pacati o

benevoli al nuovo impero coloro, a cui il solo nome di Napoleone

eccitava il sospetto. Ma anche per altra ragione lo aveva caro: nato in

Polonia da una contessa Maria Walewska, gli era dato per padre Napoleone

I, e certo il volto ne portava il suggello ben manifesto. Presiedette il

congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea; cercò di attrarre il

Thiers nell'orbita del nuovo impero; e, nell'anno in cui siamo, reggeva

il ministero degli affari esteri. Ma con tutto questo non condivideva le

idee (i Francesi dicono ~le rêve~) del suo Signore riguardo all'Italia;

e bene ostinatamente, giacchè l'ombra crescente dell'Italia e il

decrescere dell'Austria appariva a lui come un pericolo per l'Impero:

pericolo facile a distruggere finchè fosse piccolo, ma difficile a

scongiurare in un prossimo domani. Egli era adunque, un nemico

dichiarato dell'alleanza con Vittorio Emanuele; nemico del Cavour e del

conte Costantino Nigra, il quale era altrettanto maturo di vigilante e

fredda prudenza quanto adorno delle più rare seduzioni della gioventù,

non esclusa l'arte e l'ingegno. Non per giuoco del caso o della fortuna

il conte Nigra si trovava alla corte di Francia in quell'anno: nemico,

si intende, come è possibile essere nemici tra diplomatici e gente di

tanta mondanità. Al congresso di Parigi il Walewski aveva avuto

occasione di conoscere il Cavour, quando, difendendo egli i diritti

dell'Austria, si sentì rispondere «con molto foco» da quel piccolo

ministro: «io vi assicuro che se avessi 180 000 uomini a mia

disposizione, farei immediatamente la guerra all'Austria».[227]

[227] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, lettera del Cavour,

pag. 165.

Per bene intendere la condotta del Walewski, conviene porre mente che

egli — e così fu degli altri ministri — non conosceva della politica

dell'Imperatore se non quanto a costui pareva di dover comunicare o che

si appalesava dai fatti. Per ciò poi che concerne la politica italiana,

non avendo il Walewski nè la prevenzione anti-austriaca nè l'affetto

all'Italia che costantemente nutrì Napoleone, si studiò per quanto gli

fu possibile, di attraversare, intralciare, protestare contro quei piani

segreti che tendevano alla guerra. L'espressione napoleonica che lo

~statu quo~ non poteva più essere mantenuto tanto nell'interesse

dell'Italia che dell'Impero, era vera soltanto per ciò che concerneva

l'Italia. Per ciò che concerneva l'Impero, per il Walewski, per il

Thiers, per Drouyn de Lhuys, ecc., era piuttosto vero il contrario.

Questa cosa indubbiamente offende il nostro sentimento italiano; ma

movendo da considerazioni di fatto e di utile, come sempre è avvenuto in

politica, bisogna pur ricordare che sino dai tempi di Richelieu e di

Luigi XIV la Francia, pur con enorme sacrificio di sangue e di denaro, a

questo era riuscita, cioè ad ottenere la sicurezza dei propri confini,

impedendo che uno Stato troppo potente la minacciasse sul Reno, sulle

Alpi, sui Pirenei. Questo stato di cose non subì turbamento nè meno dopo

Lipsia e dopo Waterloo. Ora dopo la pace di Villafranca, vide la Francia

sorgere al di là delle Alpi un nuovo grande Stato, quello d'Italia,

favorito allora in sul suo nascere dall'Inghilterra e dalla Prussia, e

ciò per le loro mire segrete che non tardarono molto ad appalesarsi:

dopo il trattato di Praga, che pone fine alla guerra del '66 tra Prussia

ed Austria, vide la Germania accamparsi, unita, guerriera nemica, ai

confini orientali del Reno. La nota espressione dell'Imperatore,

riferita agli Stati della penisola balcanica, che la Francia «ha

interessi dovunque esiste una causa giusta e civilizzatrice da far

prevalere», è mirabile, ma degna più di quell'autentico fra gli eroi,

che fu Don Chisciotte, che di un reggitore di popoli. Poteva l'uomo del

2 decembre essere creduto? poteva farne applicazione compiuta? Ora

pensando all'affetto che il Walewski nutriva per Napoleone, si comprende

come quel ministro si studiasse che le aspirazioni italiane

dell'Imperatore non uscissero dal campo diplomatico, che l'affetto per

l'Italia rimanesse un semplice amore platonico. Da questo contrasto

risultarono quelle innumerevoli contraddizioni, che verremo in parte

ricordando; le quali contribuirono a far passare sempre più Napoleone

per un simulatore e un ipocrita raffinatissimo e profondo.

Dunque il conte Walewski esponeva il 16 febbraio all'ambasciatore

inglese lord Cowley, queste cose in nome di Napoleone, cioè che «se un

migliore assetto si fosse dato agli Stati della Chiesa, se fosse stato

possibile indurre l'Austria a mitigare il suo modo di governo in Italia,

la cosa avrebbe fatto eccellente impressione in Italia, ed i buoni

rapporti fra l'Austria e la Francia si sarebbero ristabiliti».

Ma noi diciamo che a noi, invece, questi pannicelli caldi avrebbero

fatto pessima impressione e che con questi conti e lordi, dai nomi così

difficili, non vogliamo avere a che fare. Ciò può anche essere bene; ma

non è meno vero che il 18 febbraio lord Malmesbury, sperando per tale

mezzo di evitare la guerra, incaricava sir Hudson di sentire il conte di

Cavour quali, secondo lui, sarebbero stati i miglioramenti più opportuni

da introdurre negli Stati d'Italia, soggetti all'Austria ed al Papa.

Il dispaccio del ministro inglese non pare che peccasse per eccessiva

gentilezza come risulta dalla lettera del Cavour al marchese Emanuele

D'Azeglio, in data del 18 febbraio. Tuttavia ringrazia il ministro

inglese per mezzo dell'Hudson, della sua sollecitudine per le cose

d'Italia: le riforme che si domandano sono semplici, «il permesso agli

Italiani delle Legazioni e della Lombardia di vivere». Ma per più

nettamente determinare, occorrerà scrivere un «memorandum»; e per

scrivere un «memorandum», occorrerà che la domanda fatta a voce, sia

ripetuta per iscritto, affinchè la cosa sia in tutta regola sottoposta

ai ministri ed al Re. Il Cavour a scanso di mala interpretazione

tuttavia lo avverte che, «se lui fosse morto in quella stessa notte, la

questione d'Italia sarebbe rimasta la medesima»; e questa cosa per noi è

vera come era verissima per il Mazzini,[228] ma è anche vero che la

diplomazia senza quell'impaccio del Cavour pareva disposta, a dare alla

questione italiana una liquidazione più semplice e meno morale. Nel

tempo stesso che queste cose sono comunicate a Londra, Massimo

d'Azeglio, «autore e padre» fra quegli alteri isolani «della questione

italiana»,[229] aveva dal Cavour la missione di portare il collare

dell'Annunziata a Roma al principe di Galles. Anche questo collare può

sembrare superfluo; ma in tutti i tempi passati i perni su cui si

mossero gli uomini, furono costituiti da più piccole cose che non si

creda. Ciò è sventuratamente anche oggi e lo sarà forse anche domani.

[228] «La questione italiana ha raggiunto uno stadio in cui ogni

speranza di poterla sopprimere, sopire per lungo tempo

indugiare, sarebbe non solo immorale, ma follia.» MAZZINI, X,

pag. 255.

[229] CHIALA, III, pag. 57.

Tuttavia il «memorandum» e compilato il primo di marzo, ma nel senso di

provare che quelli erano proprio pannicelli caldi, cioè che la

diplomazia era impotente a curare le piaghe ond'era travagliata la

nostra patria, cioè che occorreva il rimedio caustico della guerra. Così

affermava, in pieno accordo col Mazzini almeno in questo, il Cavour, nel

cui animo non pare che sino allora fossero entrati seri dubbi sull'aiuto

di Napoleone, e spiegava con le necessità della politica

l'acconsentimento che lord Cowley si recasse a Vienna apportatore e

consigliere di riforme e di pace, nel modo stesso che l'Hudson era

intimatore di pazienza in Torino. «Ne vous inquietez pas: ceci

n'aboutira à rien», aveva detto l'Imperatore al Nigra.

Così fra «difficoltà politiche, maggiori di quanto si calcolava», ma

«non sgomentato, e fiducioso nel trionfo della buona causa»,[230]

procede l'opera del Cavour con un'attività mirabile, la quale non si

duole degli impedimenti, ma soltanto della mancanza di attività e di

sicurezza nei suoi collaboratori. Trova tempo a tutto anche a dare

ascolto a chi lo sveglia di notte per comunicargli progetti di

esplodenti fantastici da «esterminare tutti i nemici d'Italia»;[231] si

sdegna o si impazienta talora, ma è il primo a chiedere scusa; ma si

dichiara disposto «a mettere sotto i piedi ogni suscettibilità

personale», purchè la cosa proceda. I suoi collaboratori sono per la più

parte dei giovani, trovati da lui, fuori delle linee morte della

burocrazia, Nigra che è «il suo vero rappresentante a Parigi con gran

dolore dell'ambasciatore di Villamarina»,[232] Emilio Dandolo, l'eroico,

che ha visto gli amici e il fratello spenti sotto Roma del '49 dal

piombo francese e domanda — glielo vietò la morte, come dicemmo — di

combattere accanto ai Francesi per la redenzione d'Italia; Emilio

Visconti-Venosta, sottratto dall'orbita mazziniana; Minghetti, La

Farina, Farini.... Se è lecito dire, è il suo un mazzinianismo pratico e

se vuolsi opportunista e con pochi scrupoli, ma lo dichiara allegramente

«egli è libero di mettere a repentaglio la salute della sua anima, per

salvare la patria»;[233] e si comprende che quando il Mazzini gli scrive

«tra noi e voi corre un abisso»,[234] egli si accontenti di dire che il

Mazzini non è per lui che un nemico politico; in questo senso, che egli

non spingerà certamente Vittorio Emanuele a proclamare la republica, ma

se potrà, obbligherà i republicani ad accettare la monarchia.

[230] CHIALA, III, pag. 28.

[231] _Ib._, III, pag. 55.

[232] _Mes amitiés à La Marmora_ (Ottavio, intendente generale a

Nizza) _que j'aime beaucoup lors même que je m'irrite lors qu'il

n'est pas aussi actif que je le voudrais._ CHIALA, III, pag. 33.

[233] CHIALA, III, pag. 23. Lettere al Boncompagni (8 febbraio

'59) esitante nel preparare l'agonia senza dolori della casa di

Lorena in Toscana: «Vi confesso schiettamente che sono un poco

meno scrupoloso di voi ed ho una coscienza (nelle cose

politiche) un poco più larga della vostra».

[234] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 85.

Subito dopo il colloquio di Plombières aveva fatto venire a sè il

Dandolo e il conte Cesare Giulini, milanesi; al primo aveva affidato

l'incarico «di intendersi coi giovani di maggiore autorità in Milano,

con quelli soprattutto che avevano avuto dei rapporti con le società

mazziniane»; col secondo aveva ventilato il progetto che i signori

proprietari di Lombardia nella primavera del prossimo anno gli

mandassero in Piemonte i contadini che dovevano fare il servizio

militare sotto l'Austria. «Se venissero io li accolgo nei reggimenti

piemontesi. L'Austria mi chiederà l'estradizione o il loro disarmo: io

rifiuterò; l'esercito austriaco allora invaderà il Piemonte».[235]

[235] GIOVANNI VISCONTI-VENOSTA, _op. cit._, pagg. 457 e 458.

Non furono i contadini coscritti; furono i volontari (cittadinanza,

nobiltà, artigianato, in parte) che vennero. La provocazione

all'Austria, benchè di minor grado, non fallì, come vedremo; ma il fatto

deve essere rilevato: esso spiega molto bene anche la causa perchè

fallirono i vari moti mazziniani. È opera del Cavour fra difficoltà e

sospetti, esterni ed interni, la formazione del corpo dei volontari con

Garibaldi, opera più che militare, politica di cui più tardi il Cavour

rivendicherà a sè il merito e del cui effetto morale un riflesso ben

lucido è in queste parole del Mazzini del 15 maggio: «il moto toscano,

l'agitazione universale e il campo dei volontari oltrepassano il cerchio

dell'opera dei faccendieri: sono palpiti della nazione».[236] Il Mazzini

dice tutto questo «moto spontaneo»; ma il gran «faccendiere» ci entrò

per molta parte. Sopratutto è del Cavour l'azione attiva a preparare il

movimento di annessione nei ducati e nelle legazioni, quel movimento che

sorprenderà Napoleone III dopo Villafranca: preparazione morale e

preparazione di armi, con unità di imperio; ma nessuna dimostrazione di

piazza, nessun moto incomposto, non governi provvisori per ora «ed altre

sciocchezze ad uso 1848».[237]

[236] MAZZINI, X, pag. 303.

[237] CHIALA, III, pag. 28.

Tutto l'apparecchio di manovra dev'essere nella mano calma di lui, che

conosce mirabilmente il limite dell'audacia. A lui spetta la

provocazione: essa non deve apparire; provocatrice deve apparire

l'Austria. Non ci crede lord Malmesbury? mandi «un ufficiale che goda

della sua confidenza, e gli sarà facile verificare da quale parte stiano

le provocazioni e le minacce».[238]

[238] _Ib._, III, pag. 42.

E v'è qualcosa di mirabilmente lieto in tanta sicurezza d'azione. Tolgo

vari passi dalla corrispondenza di quel febbraio e di quei primi giorni

del marzo: «Ottime notizie dalle Marche, dai Ducati, dalla Toscana. La

concordia si stabilisce da per tutto. Tutti sentono il bisogno e il

dovere di unirsi alla Casa di Savoia; e la casa di Savoia farà il suo

dovere, come confidiamo. In Lombardia lo spirito pubblico è eccellente.

Alle frontiere i coscritti arrivano a centinaia. A Napoli si cominciano

a risvegliare: è meglio tardi che mai. Di Modena e di Parma oramai siamo

sicuri. Alcuni giovani venuti qui, negano di entrare nell'esercito,

affermando che sono stati ingannati, che credevano di entrare nei corpi

volontari, etc., etc. Questo inconveniente bisogna evitarlo ad ogni

costo. Il numero dei volontari alla guerra è considerevolissimo:

s'avvicina ai 3000.... Si contano fra essi i figli delle prime famiglie

di Lombardia: mi limito a citarvi il duca Visconti e i suoi due

fratelli, un Melzi, cugino del duca, un Taverna, un Dal Verme, un Litta:

ieri poi (10 marzo) con nostro grande stupore abbiamo visto arrivare il

figlio del Podestà di Milano, conte Sebregondi, devotissimo

all'Austria.... Questi fatti dovrebbero provare a lord Derby che non è

del tutto nel vero quando parla della felicità dei lombardi-veneti».

(L'Austria, come è noto, li chiamava con l'epiteto ornativo di «felici

sudditi»). «Mi si scrive da Roma che il Papa, spaventato dai Cardinali,

protesta di non aver mai detto che egli aveva forze bastevoli per

mantener l'ordine, che egli conta esclusivamente sulla Provvidenza». (Il

Chiala fa qui seguire dei puntini. Peccato, perchè qui «provvidenza»

pare sinonimo di «Austria»). «Il governo è deciso di adoperare tutte le

forze vive che l'Italia racchiude. Ma appunto, per non rinnovare gli

errori del '48, conviene conciliare l'audacia colla prudenza: gli

impazienti devono avvertire che la questione italiana, essendo divenuta

questione europea, bisogna non perdere di vista l'effetto che i nostri

atti producono all'estero. Camminiamo d'accordo con Garibaldi, che

dimostra un senno politico maggiore di ogni elogio....» (Veramente era

Garibaldi, che per amor di patria camminava d'accordo col Cavour, fra il

dileggio dei mazziniani). «Il governo non chiede a nessuno i suoi

antecedenti politici, purchè siano scevri da ogni macchia di onestà. Ma

se fa astrazione dal passato, non ammette discussione sul presente». Il

che in lingua povera vuol dire, chi accorre in Piemonte, accetta la

monarchia.

*

Fu su la fine del febbraio, quando lord Cowley annunciava il suo arrivo

in Vienna, che il conte di Cavour s'abboccò con Garibaldi, il pirata,

come lo definiva l'Hübner[239] senza degnarsi di scriverne il nome,

venuto dal mare; e cominciò con le parole: «Ebbene, Generale, il giorno

così lungamente atteso, è arrivato. La pazienza del conte di Buol sta

per finire (e conviene dire che il calcolo della sua resistenza era

studiato dal Cavour da buon matematico). Noi abbiamo bisogno di voi!» ed

è così ben detto che può parere simbolico.[240] Ed è appunto il 4 di

marzo, due giorni dopo il colloquio con Garibaldi, che Cavour offriva un

banchetto in onore di Guglielmo Gladstone, molto benemerito dell'Italia;

ma sopra tutto era inglese, e in quel momento il Cavour non lasciava

passare un'occasione per tentare di commuovere la fibra di quel popolo

d'oltre mare.

[239] HÜBNER, II, pag. 373.

[240] TAXILE DELORD, _Histoire du Second Empire_, II.

Naturalmente al banchetto non poteva mancare sir Hudson. A noi farà

dispiacere che mancasse Garibaldi. Altro che mancare! Garibaldi quel

giorno in Torino doveva «far capolino, comparire e non comparire»,[241]

appunto per non dar sospetto a sir Hudson e compagni. In quel banchetto

riferisce sir Hudson a lord Malmesbury, «Sua Eccellenza (il Cavour)

disse di aver appreso con stupore che, mentre lord Cowley compiva una

missione di pace, l'Austria avesse determinato di mettere il suo

esercito d'Italia sul piede di guerra; e mostrò rammaricarsene tanto

più, in quanto che l'Austria costringeva così il Piemonte a chiamare

sotto le armi i suoi contingenti».[242]

[241] GARIBALDI, _Memorie_.

[242] CHIALA, III, LXVI.

Questi ragionamenti se potevano persuadere sir Hudson o lasciare in

dubbio il gabinetto di Londra; non persuadevano il governo austriaco nè

gli toglievano alcuno dei dubbi sulla guerra voluta dalla Francia. La

pace? Ma l'Austria l'aveva offerta la pace a suo modo cioè con malo modo

e nei limiti consentiti dalla sua politica, quando venne in Milano

l'Imperatore Francesco Giuseppe e gli fu fatto l'affronto di un balcone

adorno di pelle di tigre; quando mandò governatore il fratello

dell'Imperatore, l'arciduca Massimiliano, e ne impedì o inceppò il

programma di riforme. Errò manifestamente l'Austria nel credere alla

risoluzione assoluta della guerra da parte di Napoleone III, ma in

questo errore fu probabilmente indotta dalla politica del Cavour. Tale

politica non era spiegabile se non col desiderio di correre al suicidio

o con la certezza di avere alle spalle l'aiuto di Francia. Il Cavour

certamente era disposto, e lo vedremo, a pagar di persona anche col

suicidio; non risulta che intendesse far correre simile alea alla

monarchia.

*

Il giorno dopo quel pranzo a lord Gladstone improvvisamente le cose

mutano. Nel giornale ufficiale di Napoleone, compare il 4 marzo una nota

dove era questa dichiarazione esplicita: «l'Imperatore ha promesso al re

di Sardegna di difenderlo contro ogni atto aggressivo dell'Austria. Egli

non ha promesso nulla di più, e si sa che egli manterrà la sua parola».

Il principe Napoleone dava in segno di protesta le sue dimissioni

dall'ufficio di ministro delle Colonie; e l'Imperatore le accettava e le

faceva annunciare sul «Monitore».

Poco dopo ecco compare sir Hudson, ben felice di poter dare al Cavour

una lieta novella. Non se ne era parlato al pranzo in onore di

Gladstone? La missione di lord Cowley a Vienna è andata splendidamente.

L'Austria non ha intenzione di aggredire il Piemonte. Deve essere

contenta Sua Eccellenza! E allora cominciamo il disarmo. Col disarmo Sua

Eccellenza potrà dimostrare la sincerità delle pacifiche intenzioni del

suo alleato, l'Imperatore di Francia.

Fiere lettere scrive intanto il Walewski all'ambasciatore francese in

Torino al fine di paralizzare l'opera del Cavour, atterrirlo,

distoglierlo dall'idea della guerra. Infine altro mutamento di scena: la

questione d'Italia sarà sottoposta ad un congresso delle grandi potenze

d'Europa, escluso il Piemonte.

Quando queste cose furono note, il Mazzini scrisse: «L'uomo del 2

dicembre indietreggia. La delusione comincia. La cupa energia che Luigi

Napoleone mostrò nel colpo di Stato, scema e infiacchisce intorno al

problema di guerra. È natura di uomini siffatti. Si trattava allora di

conquistare il potere: si tratta ora d'avventurarlo. Tra la minaccia

d'una coalizione avversa, da un lato, e la espressione unanime, tranne

l'esercito, della Francia contro la guerra, dall'altro, Luigi Napoleone

dubita, retrocede». E ancora: «La penultima nota del «Monitore»,

l'ultima concernente la Germania, la dimissione di Napoleone Bonaparte,

l'accettazione della proposta russa, sono fatti incontrovertibili, che

la menzogna e la credulità possono interpretare a lor posta, ma che

dànno caratteri d'evidenza a ciò che affermiamo. L'opinione della

Francia, tranne l'esercito, è avversa alla guerra. Le relazioni dei

Prefetti, le relazioni dei commissari speciali inviati da Napoleone

nelle provincie, quella dei capi della gendarmeria, il silenzio di

Parigi all'arrivo di Napoleone Bonaparte e della principessa Clotilde,

la dichiarazione della commissione finanziaria del Consesso Legislativo,

l'opinione dei ministri imperiali, che non è se non il riflesso

dell'opinione pubblica, sono altri fatti incontrovertibili».[243]

[243] MAZZINI, _Scritti_, X, pagg. 255 e 268 (15 marzo e 1

aprile '59).

L'effetto in Torino della nota del «Monitore» è bene rispecchiato in

queste poche parole del Guerrazzi ad un suo amico: «Ora ogni cosa va in

isconquasso. La nota famosa del «Monitore» ha fatto perdere la notte a

più di un ministro».[244] Ciò è vero, come è vero che la natura umana è

così fatta, anche nei migliori, che gode del male del nemico anche se ne

ha danno essa stessa. Fu perduto il sonno, ma non la testa. Vittorio

Emanuele scrive a Napoleone che la Casa di Savoia conosceva le vie

dell'esiglio, non quella del disonore. Se l'Imperatore mancherà alla

promessa, il Re abdicherà. «Costretto a rinunciare al trono de' miei

avi, i riguardi che io devo a me stesso, alla reputazione della mia

casa, alla prosperità del mio paese, m'imporrebbero di rendere note al

mondo le ragioni che mi hanno indotto a compiere un simile sacrificio».

Di quest'arma si varrà fra poco il Cavour a Parigi; si può supporre

quindi che tale minaccia di svelare, debitamente documentato, tutto il

piano della cospirazione di Plombières, fosse dal Cavour consigliata al

suo Re; e per le condizioni di cose e d'animo di Napoleone, fosse dal

Cavour giudicata arma formidabile. Quanto poi ad abdicare al trono, il

colloquio fra il Re e il suo ministro dopo Villafranca, induce a

dubitare se questa prima fiera minaccia sarebbe stata mantenuta.

[244] CHIALA, III, LXIV.

*

Telegrafa il Cavour al Villamarina che «manderà nella notte» (18 marzo)

«un dispaccio al Principe Napoleone, che la notizia del congresso

produrrà un effetto disastroso nel Lombardo-Veneto, se il Piemonte n'è

escluso. Io sarei forzato a dare le mie dimissioni: fate identica

dichiarazione al conte Walewski....». Altro dispaccio del 20 allo stesso

Villamarina: «Dite al Nigra che riceverà domani una lettera per

l'Imperatore: procuri di presentarla lui stesso. Gli parli con energia.

Gli dica che il conte Walewski ha scritto al ministro di Francia in modo

da scoraggiarci o da spingerci ad un atto disperato!»

Certo prevede che se il congresso si avvererà, e mancherà l'unica

soluzione che è la guerra, «l'Italia diverrà preda delle passioni

rivoluzionarie, e il partito moderato sparirà non solo dalle regioni del

potere, ma dalla scena politica».[245] Ma se ci piace vedere il Cavour

nè «spaventato nè scoraggiato», come egli stesso dichiara, più ci piace

vederlo nell'intimità dei suoi affetti, nel cuore profondo dove l'uomo è

turbato. E questo turbamento e questo riflesso su sè e su l'opera

propria, come è bello ed umano in questa lettera al De La Rive, l'amico

del cuore: «noi siamo stati indotti =un poco per volta= ad assumere una

impresa piena di gloria e di giustizia, ma eccessivamente pericolosa:

noi non tenemmo bastantemente conto dello svilupparsi nelle società

moderne del sentimento di egoismo, per effetto degli interessi

materiali. A dispetto di questi ostacoli, io spero che noi riusciremo.

L'Italia è matura: l'esperienza del '48 ha portato i suoi frutti».

[245] CHIALA, III, pag. 49. Lettera del 21 marzo.

Per ciò poi che riguarda la Francia, crede o desidera di far

credere ad E. D'Azeglio «che la rivoluzione si estenderà alla

Francia, che sarà così governata da un sovrano spogliato del suo

prestigio e ne seguirà una conflagrazione ben maggiore di quella

che oggi si teme». È lo spettro della Rivoluzione; del quale

mezzo così acuto uso farà Cavour di fronte a Napoleone. Parlando

poi di questa lettera al Nigra, il De La Gorge (_op. cit._, II,

pag. 422) ne fa maligna parafrasi, dicendo che Cavour scrisse al

Nigra «affinchè arrivasse sino a Napoleone e con la sua astuzia,

i suoi sotterfugi, le sue preghiere lo strappasse alle influenze

degli amici della pace».

Impronta Italia domandava Roma,

Bisanzio essi le han dato.

Ma ben morto era il Cavour quando questi versi furono scritti; e guai,

del resto, se gli uomini veri dell'azione avessero tutto l'animo dei

poeti e dei filosofi!

Certo egli prevede che cosa sarebbe stata l'Italia se non si fosse

tratto profitto di quel momento storico: se si fosse aspettato che

questi interessi materiali avessero acquistato così grande forza da

sopraffare quanto v'era di nazionalità nella patria. L'uomo ammirabile

presente anche l'avvenire immediato; il crollo dell'edificio immenso che

egli sostiene: verrà il momento che egli dovrà ritirarsi a vita privata.

Non sarà allora: quattro mesi più tardi: nel grande state di quell'anno,

di cui allora appariva la bella primavera. Il De La Rive gli offre già

un rifugio in Isvizzera: «nessun luogo mi sarebbe più grato di quello

offerto da un'amicizia come la vostra: esso s'abbella della vicinanza di

Presinge, dove corre il mio pensiero ogni volta che io sospiro il riposo

e la calma».[246]

[246] Lettera del 20 marzo. CHIALA, _op. cit._, III, pag. 457.

Ma l'Italia che sorgeva dai secoli morti lo richiamerà ancora all'ultimo

epòdo della vita.

Il 1859 da Plombières a Villafranca · 第 14 / 27 题