Il grido di dolore!
Il 1.º gennaio '59, Cavour, mandando gli augurî al Boncompagni, ministro
sardo in Firenze, e accennando vagamente alla guerra, scriveva: «Se
lasciamo sfuggire la circostanza presente (approfittare dei sentimenti
ostili dei due imperatori dell'oriente e dell'occidente verso l'Austria)
per tentare l'ultima prova per liberare l'Italia, Dio sa quando
l'opportunità si presenterà di nuovo per realizzare l'idea nazionale.
Non mi nascondo che l'idea è ardimentosa e piena di pericoli. Ma quando
mai un popolo è egli stato redento senza sacrifici e senza rischi?» E
questa è, pur troppo, sentenza biblica: ~sine sanguinis effusione non
fit remissio~. La lettera terminava con consigli di prudenza, che erano
semplicemente il riflesso di quelle difficoltà politiche che dovevano
crescere sempre più, sino ad occludere la via. «Finchè la cosa non sia
definita — diceva — è necessaria una grande prudenza».
Ma proprio in quel giorno stesso, nel giorno dell'augurio di pace,
Napoleone diede il segno del fuoco o, per dir meglio, parve voler
saggiare che effetto produceva l'accensione di quella colonna di gas
infiammabili, che si librava sull'Italia.
Nel solenne ricevimento di capo d'anno, Napoleone all'augurio del nunzio
pontificio così rispose: «Io spero che l'anno che comincia non farà che
rinsaldare le nostre alleanze per il bene dei popoli e per la pace
d'Europa»; quindi passando davanti all'Hübner, gli rivolse con accento
severo queste parole: «A me duole che le nostre relazioni non siano più
così buone come io desidererei che fossero, ma vi prego di scrivere a
Vienna che i miei sentimenti personali per l'Imperatore sono sempre gli
stessi».
La prima impressione dell'Hübner fu come di chi riceva una ferita: da
principio non la si avverte. In tuono severo? In tuono di bonomia! Ma
che cosa ha voluto dire quel signore? Ma niente. Un momento di malumore.
Un'amplificazione della risposta pacifica, rivolta al nunzio, quindi
qualcosa di ~agréable~. Ma tutti i volti dei diplomatici pur così
rispondendo, sono turbati. Le parole dell'Imperatore sono state udite da
tutti. Qualcosa di ~agréable~? Qualcosa di penoso e di grave!
Ed ecco, subito, quelle parole diffuse: panico in Borsa, stupore e
turbamento alla Corte: tutti gli occhi su di lui, Hübner. Ma
l'Imperatore, ma l'Imperatrice, sono verso di lui nel ricevimento del
giorno seguente, di una cortesia ed attenzione estreme. L'Imperatore,
appena lo ha veduto, gli è andato incontro, gli ha stretto
affettuosamente la mano, gli ha domandato notizie del suo viaggio in
Ispagna. «Come è andato il vostro viaggio in Ispagna, dopo che ci avete
lasciati a Biarritz?», e tutto questo nel tuono più amichevole, con
l'espressione più graziosa. I diplomatici guardano i due interlocutori.
Respirano!
Ma non respira bene lui, Hübner. Si reca il giorno 3 dal ministro
Walewski per conoscere la vera interpretazione di quelle parole.
Avrebbe, tutt'al più, trovato naturale che gli avesse parlato così a
quattr'occhi; ma in un ricevimento publico, ma prendere il momento che
lui era venuto a fargli gli augurî, per dire una cosa penosa e
disobbligante....
«Ma niente era più lontano dal pensiero dell'Imperatore — lo assicura il
Walewski — che dirvi qualche cosa di penoso e di disobbligante. Me lo
aveva avvertito, qualche giorno addietro, che, in presenza di certi
rumori..., vi avrebbe voluto fare una graziosità! Ora egli è stupito
dell'effetto delle sue parole, vi voleva dire soltanto....»
Parigi pure è stupita e costernata. La rendita è ribassata di due
franchi. Rothschild è andato, turbatissimo, dall'Imperatore. La stampa
pagata fa una carica a fondo contro il ministro dell'Impero austriaco,
conte Buol. «La guerra, la guerra, la guerra; ecco il soggetto esclusivo
delle conversazioni, nei saloni, nei clubs, nei caffè, nelle caserme. I
soldati vogliono delle promozioni». Va bene. Ma sulla pelle
dell'Austria? Ferve il lavoro negli arsenali militari: ma qualche
generale savio, il maresciallo Pélissier, scuote il capo: e c'era lui,
Hübner, quando il maresciallo Pélissier crollò il capo. Ha visto Thiers:
lo incontrò ai Campi Elisi. Hanno passeggiato insieme. L'ex-ministro di
Luigi Filippo ha lasciato allora allora il conte e madama Walewski: «Si
è studiato di far loro capire che sarebbe da pazzi separarsi
dall'Austria e riformare i trattati della Santa alleanza!» Manco male! È
quello che dice anche lui, Hübner. E di altre cose il Thiers ha ammonito
il Walewski, cose che a lui, straniero, non possono essere dette. Il
Walewski ne è rimasto tanto persuaso che ha domandato a Thiers il
permesso di riferire le sue parole all'Imperatore.
Il conte von Hübner, ambasciatore austriaco da molti anni alla corte di
Francia, era uomo di mente acuta e fine, come dice lo stesso suo volto.
Amabilmente epicureo, aristocratico sino nell'ironia della frase,
imbevuto sino al midollo di pregiudizi austriaci e dinastici, pur
tuttavia non è una figura antipatica. È uno spirito conciliante e
prudente, quanto pedante e irascibile è il suo principale, conte Buol,
dichiarato dall'Hübner «~bad temper~, cattivo carattere, che non lascia
alcuna occasione per esser scortese».[185] Dall'amore ai buoni studi,
dalle riposate mense, dalla dolcezza della sua famiglia, deriva talvolta
non so quale umanità e filosofia. Egli da parecchio tempo s'era accorto
che la pace tra Francia ed Austria stava poco bene, aveva il sangue
viziato, e per colpa dell'Italia; e l'Imperatore da un anno e più gli
teneva il broncio, ma così presto e in quel modo non se la sarebbe
aspettata. Guastargli la sua pace, i suoi ~dîners~, i suoi studi
storici! Oh, ma egli ha studiato la storia, e badi bene l'Imperatore:
~nemo potest duobus dominis servire~:[186] «non si può essere in una
sola volta l'amico delle grandi potenze, il custode del diritto publico
in Europa; e nel tempo stesso l'amico, il confidente, l'aiuto morale
oggi, domani l'aiuto materiale del signor di Cavour. La confidenza della
Francia nella saggezza, nella moderazione, nella sincerità dell'uomo che
la governa è scossa. Egli vuol fare una politica di avventure, andare
per simpatie e antipatie. Gli hanno dato ad intendere che lo stato
d'Italia è insostenibile, che non si saprebbe tenere a freno la
Sardegna; che la Lombardia si solleverebbe come un solo uomo; che la
Penisola sarebbe coperta di fuoco e di sangue; che ciò era imminente,
inevitabile; ma una questione d'Italia non esiste che nella mente del
signor di Cavour». Badi l'Imperatore a quello che fa, perchè, sì anzi,
supponiamo «che l'Europa resti impassibile al duello, che la Francia
ottenga nella guerra dei grandi successi, supponiamo anche — è il signor
Drouyn de Lhuys che cerca di raddolcirgli le amareggiate digestioni —
supponiamo anche, ciò che mi pare impossibile, che si riesca a spezzare
le vostre linee fortificate sul Mincio e sull'Adige, mettiamo anche che
si riesca a cacciarvi nel Tirolo: badate bene che non c'è nessuna buona
ragione per pensare a tutto questo: ma supponiamolo. E dopo? Dopo si
resta in un ~tête à tête~ con la Sardegna, il Papa e l'Italia. E allora?
Allora, questo grazioso ~tête à tête~ ci metterà in un dedalo senza
uscita, che sarà la nostra rovina»,[187] «Parole profetiche!» esclama
Hübner, che visse tanto da vedere Sadowa, Mentana, Sedan. «Non si può
stare in bilico tra le baionette della coalizione europea e i pugnali
dei cospiratori, che gli daranno tregua soltanto fino al giorno che
strapperà i trattati e sfiderà l'Europa».
[185] HÜBNER, II, pag. 79. Il titolo di conte è posteriore.
L'Hübner ebbe da prima il titolo di barone. Del '48 fu mandato
dal Metternich a Milano onde trovar modo di sedare, accordandosi
col vicerè e col Radetzki, l'agitazione prodotta dalla politica
di Pio IX. Fu sorpreso dalla Rivoluzione del marzo. Autore di
una pregiata opera storica su Sisto V.
[186] HÜBNER, II. pag. 262 e seguenti. «Durante tutto quest'anno
(1857) l'Imperatore Napoleone non m'ha mai rivolta la parola,
perchè egli non è abbastanza padrone di sè, nè abbastanza
abituato al trono per sapere che è indegno di un sovrano tenere
il broncio». (II, pag. 80.)
[187] HÜBNER, II, pag. 270. Drouyn de Lhuys (1805-1881) uomo
politico francese, più volte ministro degli Esteri. NB. Tutta
questa narrazione è fedelmente riassunta dalle interessantissime
memorie dell'Hübner.
Prosegue e scrive al conte Buol: l'Imperatore non ha voluto ricevere
l'amico Persigny, che vuole la pace; ha fatto finta di non udire il buon
Cowley, che gli domanda udienza e vuole la pace; ha detto che se la
Borsa non è con lui, la Francia è con lui. Oh, ma ~il reviendra,
reviendra~, tutto si calmerà, il ~revirement~ oramai è completo:
questione di trovare una via d'uscita: glielo assicura Persigny che ama
la pace; Walewski che non crede alla guerra; lo stesso segretario
dell'Imperatore Mocquard, depositario del suo pensiero. Tutto si
calmerà. Povera piccina! Chi? Clotilde. L'ha vista al gran pranzo delle
Tuileries. Povera sacrificata! L'Austria cavalleresca non porterà la
spada contro di lei. Assomiglia al babbo, Vittorio Emanuele; ma il
labbro, il cuore è degli Absburgo: ha il fare principesco, ma un po'
rigido delle sue arciduchesse.[188] Il cuore di Hübner s'allarga:
l'Imperatore è gaio. S'è liberato d'un peso enorme: gli ha detto che lui
ha avuto torto, Hübner, di essersene avuto a male di quelle lontane
parole del primo d'anno. «Nessuno meglio di lui saprebbe rappresentare
l'Austria». (È quello che ha sempre pensato lui, von Hübner). Non più
guerra. In quel giorno del primo dell'anno Napoleone pensava a Belgrado,
all'intervento austriaco a Belgrado. È una deliziosa serata quella delle
nozze: gli artisti del Conservatorio dalle gallerie, in alto, cantano
durante il banchetto: mille faci, lampade, donne abbaglianti. Quelle
melodie vengono dal cielo. È molto gaio l'Imperatore: una piccola
discussione, Sire, una discussione accademica, che dura da anni, se vi
pare:
[188] HÜBNER, II, pag. 280. La fredda, ostile accoglienza che
Parigi fece a Clotilde, novella sposa, figlia di Vittorio
Emanuele, avrebbe «esasperato l'Imperatore». (HÜBNER, II, pag.
278.) «Noi non salutiamo la piccina perchè essa ci porta la
guerra, avrebbero detto gli operai.» (II, pag. 277.)
«Quando, durante la guerra d'Oriente, Austria e Francia erano
francamente unite, l'Italia godeva della più profonda tranquillità....
Si crede ora che la buona armonia fra queste due grandi potenze sia
turbata, ed ecco l'Italia inquieta....»
«Vero, perfettamente vero ciò che dite. Ma converrete, caro Hübner, che
con tutto questo un sentimento nazionale in Italia c'è!»
Mai, su questo punto, mai, Hübner concorderà con l'Imperatore. Ha
studiato la storia. «La Penisola non possiede la stoffa per formare una
nazione che possa essere indipendente e fare ~da sè~».[189] Ma in quella
indimenticabile sera l'aria della sala dei marescialli era così
impregnata di conciliazione che vi lascieremo il conte von Hübner a
meditare su la speranza di salvar la Pace.
[189] HÜBNER, II, pag. 283.
*
Interessante è il commento che di quel colpo di scena del primo gennaio
dava ai «felici sudditi» la «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Quelle
parole, proferite stringendo la destra all'ambasciatore d'Austria,
produssero su tutti i componenti il Corpo diplomatico buona impressione,
ravvisando eglino in tale circostanza il desiderio sincero dei Francesi
di coltivare l'amicizia cordiale con l'Imperatore d'Austria. Ciò e tanto
più evidente in quanto che, se Napoleone non nutrisse tale desiderio, ei
non avrebbe espresso il suo rincrescimento».
Questa interpretazione pacifica non si accordava però con quello che
avveniva nell'ordine dei fatti: l'Austria metteva l'esercito d'Italia in
assetto di guerra e stringeva le armi attorno ai piccoli suoi protetti,
i sovrani d'Italia: nè le dichiarazioni del governo di Vienna furono
meno esplicite: «Noi non vogliamo abdicare al nostro diritto di
intervento. Noi non consiglieremo ai governi italiani alcuna riforma. La
Francia sostiene la parte protettrice delle nazionalità: noi saremo e
resteremo protettori del diritto dinastico». Così il ministro Buol, l'11
gennaio, all'ambasciatore inglese lord Cowley, che tanto affare si
diede, tanto viaggiò e parlò, come vedremo, per fare che i contendenti
si stringessero almeno la mano. Il principe consorte della regina
d'Inghilterra, uomo di acuto senno, così scriveva al re del Belgio: «Se
le parole di Napoleone fossero state pronunciate dopo una insurrezione a
Milano e dopo una serie di atti di violenza dell'Austria verso i suoi
sudditi italiani ribelli, la faccenda sarebbe stata tutt'altra! Ma
parecchi mesi trascorsi nel meditare se sia cristiano, politico e
vantaggioso fare la guerra, sono un grande impedimento per l'Imperatore,
e la Borsa è un'eloquente predicatrice di pace».[190]
[190] TH. MARTIN, _Life of the Prince Consor_t, IV, pag. 357.
«Nel famoso discorso di Bordeaux Luigi Napoleone, presidente
della Republica, aveva detto: _L'empire c'est la paix._
Rothschild voltò la frase: _La paix est l'empire,
ententez-fous?_ disse all'ultimo ballo di corte ad uno dei
ministri. _Ententez-fous? bas de paix, bas d'empire!_ Il
generale De la Roux ebbe il coraggio di ripetere il motto
all'Imperatore, che non rise.» (HÜBNER, II, pag. 273.)
Anche al Cavour, contrariamente a ciò che si può da noi credere, non
parvero felici ed a tempo quelle parole. Gli balenò in mente il detto
esopiano: ~nunquam est fidelis cum potente societas?~ Sicura, come
sempre, l'osservazione morale: «quella bravata mi ricorda la maniera di
fare del suo zio, alla vigilia di dichiarare la guerra».[191] Ad ogni
modo, giacchè bisogna procedere con l'alleato più potente, ecco, in data
6 gennaio, le istruzioni ad Emanuele d'Azeglio. L'ambasciatore di
Vittorio Emanuele ha la consegna di sospirare, lamentarsi davanti agli
impassibili ministri inglesi dell'orribile condizione che è fatta al
povero Piemonte: «voi ci dovete rappresentare come gente che corre verso
l'abisso pur di salvare il suo onore». Lo avverte poi che il prossimo
discorso della corona conterrà qualche cosa di triste e di risoluto. «Io
credo che sia questo il solo mezzo per scuotere un pochino la dura fibra
inglese!»
[191] Di questi passi, alcuni notissimi e ripetuti, vedi CHIALA,
III.
In verità fu piuttosto qualcosa di risoluto che di triste; ed è la
frase, divenuta popolare, ~grido di dolore~; ma essa non era stata fusa
nel cervello del Cavour per essere incastrata nel discorso del Re; e ciò
per la ragione che ora vedremo.
Quanto poi a scuotere la fibra inglese, fu altra cosa: quel ~grido di
dolore~, lanciato come una sfida alla tranquillità dell'Europa, provocò
un'irritazione profonda nella fibra inglese; della quale irritazione si
fa interprete lord Malmesbury in una nota fulminante, in data 13 gennaio
(tre giorni dopo il discorso del Re), al suo incaricato, sir Giacomo
Hudson, da comunicare al Cavour. «Il governo di S. M. è stupito che il
governo sardo, il quale ispirò quel discorso, non si sia preoccupato
dell'impressione che avrebbe probabilmente causato in un paese così
agitato, come è oggi l'Italia, da giuste o esagerate speranze di
cambiamento nella sua politica interna. Vi invito a rappresentare al
conte di Cavour la terribile responsabilità a cui egli, senza essere
assalito da alcun Stato straniero, e senza che il suo onore sia in
causa, va inevitabilmente incontro col provocare, come fa, una guerra
europea, ponendo in bocca al suo Sovrano parole di conforto ai sudditi
di altre potenze, scontente dei propri governi».
Ecco: il conte di Cavour se ne era occupato; ma non preoccupato, perchè
era appunto quello che egli voleva. Oh, ma la fibra inglese non è tenace
per nulla!
*
Il discorso che Vittorio Emanuele doveva pronunciare il 10 gennaio
davanti alle Camere, era già stato abbozzato dal Cavour sino dal 30
decembre, e terminava così: «l'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo
anno non è pienamente sereno (in origine anzi, era detto ~minaccioso~);
ciò non sarà per voi argomento di accingervi con minore alacrità ai
vostri lavori parlamentari. Confortati dall'esperienza del passato,
aspettiamo prudenti e decisi le eventualità dell'avvenire. Qualunque
esse siano, ci troviamo forti per la concordia e costanti nel fermo
proposito di compiere l'alta missione che la Divina Provvidenza ci ha
affidata». Questo linguaggio a noi, che leggiamo in un tempo in cui le
sentinelle austriache non sorvegliano più le belle sponde del Ticino,
può sembrare prudente di soverchio; ma ai ministri del Re parve invece
~arrischiato~, anzi ~temerario~: la quale cosa ci potrà maggiormente
meravigliare se pensiamo che i ministri si erano accordati nel concetto
che il discorso dovesse essere ~vigoroso ed esplicito~, in modo da far
buon'eco alle parole dell'Imperatore all'Hübner.
È supponibile che tra il Cavour e gli altri ministri la discussione deva
essere stata animata e senza il beneficio dell'intesa, se è vero che la
conclusione fu di farne arbitro l'Imperatore stesso. Nel giugno del '38
il Mazzini aveva publicamente ammonito «che la politica del Cavour e del
marchese d'Azeglio non sommeranno che a disfare il Piemonte»;[192] nè è
troppo ardito il supporre che molti in Piemonte, partendo, certo, da
pensieri diversi, giungessero alla stessa conclusione del Mazzini. In
tale politica perigliosa fu ventura d'Italia l'animo di Vittorio
Emanuele, allora e poi pronto ad accogliere le deliberazioni più ardite;
e ciò si può dire senza preoccupare per questo il giudizio che di lui si
voglia comporre. Fu, dunque, richiesto l'Imperatore. Quest'uomo che noi
conosciamo, o statuariamente composto a cavallo nell'atto di levare il
berrettino al popolo, o dominante su le Tuileries per bene ingannare il
popolo, aveva gran conforto nell'appartarsi per lunghe ore nel suo
studio e quivi meditare e lavorare in compagnia di qualche suo
segretario, fra cui il Mocquard, uno dei più fedeli interpreti del suo
pensiero. Vestito semplicemente d'una veste da camera, calzoni larghi,
accendendo senza interruzione un numero interminabile di sigarette,
nelle sue rapide note a matita, cospirava diplomaticamente, se così
piace di credere. In quell'anno la visione imperiale gli si disegnava
come un'aurora: Sadowa, Queretaro, Mentana, erano ben lontane.
[192] MAZZINI, _Scritti_, X. pag. 87.
La mattina del 7 gennaio, giunse la risposta dell'Imperatore; a matita
aveva scritto: «giudico ciò troppo forte (cioè ~le eventualità
dell'avvenire~), io preferirei qualche cosa del genere che segue». E qui
aveva dettato al Mocquard, di cui era il carattere a penna:
«Quest'avvenire non può essere che felice perchè la nostra politica
s'appoggia sulla giustizia, sull'amore della libertà, della patria,
dell'umanità: sentimenti che trovano un'eco in tutte le nazioni civili.
Se il Piemonte, piccolo per il suo territorio, conta per qualche cosa
nei Consigli d'Europa, è perchè esso è grande per le idee che
rappresenta e per gli affetti che ispira. Tale condizione ci mette,
senz'alcun dubbio, in molti perigli e tuttavia, pur ~rispettando i
trattati~, non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che
giungono a noi da ogni parte d'Italia. Confidenti nella nostra concordia
e nel nostro buon diritto, come nel giudizio imparziale dei popoli,
sappiamo attendere con calma e fermezza i decreti della Provvidenza».
Questa correzione di Napoleone parve ben più ardita che le «eventualità
dell'avvenire», e il far giungere «a tutti i gabinetti d'Europa un'eco
dei gemiti che si elevano dal Ticino all'Adriatico», fu giudicato atto
tale «da rasentare la temerità». Però «voi potete star sicuro» — scrive
il giorno 11 gennaio il Cavour al Joctau, ministro sardo a Berna,
spiegandogli «il vero significato del discorso della Corona», — «che noi
non commetteremo imprudenze e che noi non ci avventureremo senz'essere
certi del concorso attivo dei nostri alleati, non solamente nella sfera
della diplomazia, ma anche nel campo di battaglia».[193] La frase
«eventualità dell'avvenire», non fu soppressa, ed è anzi in questa
lettera così commentata: «Queste eventualità non si faranno aspettare
molto, perchè noi abbiamo messo l'Austria in una via senza uscita, da
cui non si può uscire che tirando il cannone. Essa lasciò sfuggire
l'occasione di fare delle concessioni; e il governo della sciabola che
essa deve per forza adottare, non può seguitare».[194]
[193] CHIALA, III, pag. 10.
[194] Cfr. MAZZINI, «Il discorso regio può tradursi così: la
monarchia piemontese ha in core l'Italia, ma la sua fiducia è
riposta nelle alleanze ecc. La guerra non dipende da Torino,
dipende da Parigi». X, pag. 199.
Le parole di Napoleone III non fecero però cessare le perplessità fra i
ministri, stando a ciò che scrive il Massari:[195] «Il consiglio dei
ministri si radunò la sera del giorno 8 e la mattina del 9, ma la
decisione finale pendeva ancora dubbiosa. Ad ora inoltrata della notte
giunse un telegramma da Parigi, nel quale l'Imperatore Napoleone si
compiaceva di quelle parole e lodava l'intendimento di pronunciarle. Le
perplessità cessarono». Il resto è noto.
[195] MASSARI, _La vita di Vittorio Emanuele_, cap. XLIX.
La mattina del giorno 10 il Re Vittorio Emanuele aveva un poco di male
di gola. «Ho paura — disse al Cavour — che il primo tenore con questo
maledetto mal di gola canterà male la sua parte»; e tale sicurezza
allegra fa onore al monarca, perchè quella parte di primo tenore gli
poteva costare anche il trono. Invece il Re recitò molto bene, e
l'effetto scenico fu meraviglioso. Le parole, suggerite da Napoleone, il
~grido di dolore~, echeggiarono esse, da sole, come squillo vero di
guerra, come espressione sincera, di uno stato di compressione che non
si poteva più tollerare: o insorgere o perire. Questa è la vera
~impasse~, la via cieca, in cui l'Austria cacciò sè stessa. Sì, è grido
di dolore vero, puro, semplice, carne viva che palpita ancora dai
patiboli; lagrime che grondano: questo grido è salito sino al trono dei
Re, che è isolatore di certi suoni. Sì, o Re, noi siamo con te per la
santa battaglia, per la battaglia, non dell'orgoglio nazionale: più
semplicemente, dell'essere o del non essere; di vivere o scomparire.
Scomparire come gregge umana, no: oh, i grembi muliebri si fecondano lo
stesso anche sotto la servitù straniera; scomparire come anima, come
diritto, come storia. Ma quanti lo potevano intendere? I ministri di
Prussia, di Inghilterra, di Russia, di Francia, anche l'incaricato
d'affari del Re di Napoli, Re Bomba, Ferdinando II, che fu visto
«cosparso di cupo pallore»,[196] brava gente, abituata a tutti i giuochi
delle parole e degli affetti, poterono informare i loro governi che la
rappresentazione scenica di palazzo Madama corrispondeva ad un dramma
vero e sanguinante.
[196] MASSARI, _La vita di Vittorio Emanuele_.
A Pio IX non pare che piacesse molto cotale rappresentazione. «Il
recente discorso del Re di Sardegna è fatto per riscaldare la testa di
tutti i rivoluzionari d'Italia»; opera imprudente perchè anche nei suoi
dominii c'erano «spiriti malvagi».[197]
[197] Lettera di Odo Russell a M. Corbett, _Il Risorgimento
Italiano_, Anno I, fasc. 2.º, pag. 202.
A Milano la citata «Gazzetta ufficiale», riportava il discorso del Re,
ma il corrispondente torinese non commenta per nulla il ~grido di
dolore~; dice soltanto che un «sentimento di dolore si dipinse sul volto
di tutti gli astanti quando il discorso regale accennò alle cattive
condizioni dell'erario publico. Eppure niuno ignorava che le nostre
finanze si trovano a mal partito». Siccome però qualche cosa conveniva
dire, così osserva: «prolungati applausi coronarono quelle parole che
accennano alla simpatia dell'Europa verso il nostro Stato». Quanto al
sapore di polvere dell'ultimo inciso, è fatta questa osservazione: «Se
quel periodo ha un significato, esso implicherebbe una manifesta
contraddizione»; infatti come si poteva dichiarare di rispettare i
trattati del '15, e insieme minacciare la guerra? Questa
contraddizione[198] probabilmente rappresentava pel Cavour un'utile via
di uscita; e per Napoleone, che ne fu il suggeritore, o significava
un'astuzia; o fors'anche era indizio di una speranza o di un'illusione
che la questione italica si potesse comporre senz'armi?
[198] La contraddizione è rilevata anche dal Mazzini: «Le piaghe
d'Italia non possono sanarsi che lacerando i trattati. Voi non
potevate dirlo senza snudare ad un tempo la spada, lo so: ma
potevate, se le correzioni parigine non vi dettavano la frase,
tacerne». (_Il discorso regio_, X, pag. 199, 15 gennaio '59.)
Ed anche nel Lombardo-Veneto c'erano «spiriti malvagi»; i quali da quei
discorsi di Napoleone e di Vittorio Emanuele non potevano che essere
maggiormente eccitati, come osservava Pio IX. Tale stato di incitazione
e di tempesta è riflesso bene in questi fugaci appunti di cronaca, che
devo alla cortesia di un signore milanese.[199] «Il 1.º del '59
agitatissimo. La plebe insulta e malmena chiunque porta alla bocca il
riprovato sigaro. A Porta Ticinese (Milano), s'insultò un ufficiale; a
Santa Caterina se ne malmenava altri. Si grida abbasso i cappelli a
cilindro. Il discorso di Napoleone a Hübner. Effetto nelle popolazioni
italiane. I giornali negano il fatto, ma l'effetto rimane. Trenta
individui provenienti dal Piemonte arrestati. Il 6 gennaio più forte
agitazione: s'insultano quelli che giocano al lotto. Notte tempo sono
arrestati e trasportati colla via ferrata più di 400. Arrivo
straordinario di truppe. Prendono posizione sul Ticino, poi sul Po. I
giornali assicurano la pace. Nessuno, meno pochi, vi credono. Discorso
di Vittorio Emanuele che ascolta i gemiti d'Italia. Agitazione in
Padova. Impedita la dimostrazione pel defunto professor...., vanno gli
scolari; dissotterrano il cadavere: lo conducono in processione con una
corona tricolore. La truppa cerca disperdere la folla. Qualche
ferimento. Gendarme che rifiuta di tirare. Fugge in Piemonte. Si chiude
l'Università. Teatro della Scala. La «Norma» cantata dalle sorelle
Marchisio. Coro, «Guerra, Guerra!» Strepito singolare il 22 a queste
parole. Rispondono gli ufficiali battendo la spada. Lo strepito
raddoppia il 23. Viene proibita la «Norma». Versi del Borghi:
Canto d'italo amor, d'itala forma,
d'italo ardir che tuona e che predice,
in simbolica spoglia era la Norma.
(Questo episodio del patriottismo lombardo è fra i più noti:[200] ma
esso è qualcosa di più che una bella vendetta della Scala,
addormentatrice sirena, cara al Metternich: è indizio che gli ultimi
riguardi di casta, i vincoli stessi di parentado, da antico studiati e
favoriti da Maria Teresa e ben più accorti e tenaci di quelli usati poi
del capestro, sono spezzati. Molti di quei nobili, rincasando,
deporranno per tempo indeterminato la cravatta bianca: sta per
echeggiare la fucilata per le tue ville, o Varese!). Febbraio 1859.
Soncini, Clerici, Caroli, Boner espulsi dai teatri; non è loro permesso
neppure il teatro delle marionette. Si aspetta il discorso, Imperatore
Napoleone. Incertezza. Emigrazione spontanea di giovani in Piemonte.
Festa per la principessa Clotilde. Festeggiamenti nel teatro della
Fenice. Si recita il «Profeta». Rappresentandosi, la notte, si spengono
i lumi. Piovono coccarde e confetti a tre colori. Dal Verme, Visconti,
(?) circa cento giovani milanesi si arruolano. L'Università di Pisa
arruolasi anch'essa. Cresce il fervore. Morte di Emilio Dandolo.
Funerali il 22. Incertezza. Proibizione di accompagnare (la salma). La
marchesa Rescalli corre dal Luogotenente, ne impetra il permesso.
Lodovico Mancini dice: lasciateci almeno fare a nostro modo coi morti.
Entusiasmo. Dieci mila persone a capo scoperto. Ghirlanda e nastro
tricolore portato da dame e messo da....[201] Il popolo che non vide,
dice essere disceso dal cielo. I balconi, le strade accalcate alzano un
grido immenso all'apparire della misteriosa ghirlanda. 232 (?) signore
di altissimo casato, miste alle cittadine, accompagnano con decoro e con
santo raccoglimento l'amato giovine. Due pietosi ne lavarono il corpo.
Giunta la turba al camposanto, parlò Allievi e Bargnani, il primo
all'improvviso, il secondo un pensato e caldo ragionamento. Trotti,
Signoroni, Mancini e Carcano tengono il drappo funebre. Quattro
bersaglieri, compagni d'arme, portano il cadavere. Venti soldati
assistono alla cerimonia che si compie tra gli applausi. Il governatore
visita più tardi la spoglia: si leva il cadavere: si fruga l'estinto: si
stracciano i fiori. Il conte Tullio porta a Monti la spada di Manara,
legata dal figlio al compagno d'armi. Il 22 febbraio a sera, teatro
vuoto: soli tre palchi. Il 23 febbraio, alla sera, quei pochi che si
avviano al veglione, sono respinti colle sassate e coll'insulto.
Interviene la truppa e gli ulani. Parapiglia. Quelli che vendono
maschere sono pregati a ritirarle. Il 27, grosse pattuglie proteggono le
maschere; ma sono pochissime. 28. La città è muta. Arresti. Bargnani è
salvato da un beccaio. Sciopero. Papà Cavour. Fortificazioni e feritoie
al Castello».
[199] Conte Guido Melzi d'Eril: essi sono del padre suo, duca
Giovanni.
[200] Vedi R. BARBIERA, _Il salotto della Contessa Maffei_ e G.
VISCONTI-VENOSTA, pag. 465.
[201] Lodovico Mancini. Vedi il racconto minuto nel BARBIERA,
_op. cit._, e a pag. 473 dell'_op. cit._ di GIOVANNI
VISCONTI-VENOSTA.
*
Ma prima di procedere, sarà utile vedere che cosa ne pensasse il
maggiore di questi «spiriti malvagi», anzi il progenitore degli spiriti
malvagi, il Mazzini.
La causa d'Italia così come era sostenuta da questi tre primi attori,
Vittorio Emanuele, Cavour e Napoleone III, fu da lui fieramente
avversata.[202] Questa cosa è nota, tuttavia conviene soffermarci
alquanto. Contro Vittorio Emanuele non possiamo dire che vi fosse
propriamente avversione: il Mazzini che del '31 aveva rivolto a Carlo
Alberto il magnanimo invito di «liberare l'Italia dai barbari», di
«edificare l'avvenire», di essere «il Napoleone della libertà italiana»,
che alleva detto: «snudate la spada e cacciatene la guaina: fate un
patto con la morte, e l'avrete fatto colla vittoria», ripete in tuono
più attenuato, al figlio di Carlo Alberto l'esortazione medesima. Come
republicano non intende imporre al Re la sua fede; ma non vuole che
altri gli imponga la sua. Domanda che a guerra vinta, si riservi alla
Sovranità Nazionale di stabilire la forma e il patto del proprio
reggimento.[203] Si ripete a un dipresso ciò che fu tra Cattaneo e Carlo
Alberto nel '48: «Passate (il Ticino) ma non vi promettiamo
niente!»[204] «La parola riconoscenza — scrisse il Cattaneo — è la sola
che possa far tacere la parola republica». Se non che del '59 non era
ministro del Re il buon conte Cesare Trabucco di Castagnetto, ma il
Cavour, non disposto a far proclamare Vittorio Emanuele presidente della
republica.
[202] Vedi tutto il vol. X degli _Scritti_ del MAZZINI.
[203] Vedi MAZZINI, _Scritti_, X, XX. La formula plebiscitaria,
provocata dopo Villafranca, fu, come è noto, ben altra. Nella
lettera «al conte di Cavour» del giugno '58, v'è questo passo:
«Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di
principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni
monarchia sparirà. I vostri affetti devono essere concentrati
sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi dànno le forze che
portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere
e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, vi
assicurano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito
con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la
corona, la presidenza almeno d'Italia», pag. 78.
[204] _Carteggio Casati-Castagnetto_, pag. XLVII.
Ma l'alleanza con Napoleone III è cosa tale per cui l'animo suo insorge
con ogni sua forza; e ciò per due ragioni, di cui la prima è che il
sogno della sua vita è distrutto: la storia non scriverà nelle sue
pagine: «l'Italia, libera ed una per virtù propria, insegna ai popoli
come si frangano le tirannidi»; ma scriverà: «l'Italia, serva fremente,
ma incapace di liberarsi da sè, ebbe indipendenza dall'Austria, per
opera d'armi straniere e dispotiche».[205] La seconda è che «esporre la
causa della patria all'intervento e alla malefica influenza di Luigi
Napoleone, era delitto simile a quello di chi infettasse di tabe mortale
una giovane vita».[206] Questa guerra, se sarà guerra, non avrà per
risultato che di sostituire il dominio francese a quello austriaco e
l'alleato «si muterà in padrone», giacchè quale altro fine se non la
conquista, si può proporre Napoleone ad una guerra contro cui «la
Francia intera è, dall'esercito in fuori, avversa?» Alla prima di queste
cause va riferita la nota frase che il Mazzini, a testimonianza del
Saffi, avrebbe proferita, come seppe delle parole di Napoleone
all'Hübner: «il dado è tratto, siamo spacciati»; alla seconda di queste
cause il noto avvertimento del gennaio '59 a coloro che da lui si
staccavano: «Voi vi date a una guerra nella quale la monarchia
piemontese è esecutrice, l'Impero di Francia ispiratore del disegno.
Sarete al campo in qualche angolo di Lombardia, probabilmente tra
Francesi e Sabaudi regii, quando la pace che tradirà Venezia sarà a
insaputa vostra segnata».
[205] MAZZINI, _Scritti_, X. pagg. 312. 313.
[206] MAZZINI, _Scritti_, X. pag. XVIII in nota; e pag. 205:
«Vogliamo la guerra all'Austria, ma non vogliamo combatterla a
fianco di un altro straniero che ha fondato, sui cadaveri dei
nostri migliori, una usurpazione militare a pro della tirannide
di Roma». Non è qui il luogo di rifare la storia della
spedizione francese del '49 contro Roma. Richiamiamo tuttavia il
passo a pag. 106, e ricordiamo che il Guizot (_Memorie_, VIII,
pag. 403) ai primi accenni di rivoluzione in Roma fece nel
gennaio del '48 allestire una spedizione di 5000 armati, pronta
ad imbarcarsi per Civitavecchia; ed è noto che se fosse mancato
l'intervento francese, sarebbe avvenuto l'intervento austriaco.
Ciò è detto non a giustificazione ma a spiegazione.
Si suole dare a queste parole senso profetico; ma verosimilmente il
Mazzini intendeva il tradimento di Napoleone, sia nel caso della
vittoria come nel caso della sconfitta, la qual cosa è detta nello
scritto «La guerra» del 15 maggio, dove così si ragiona: «la guerra,
lasciata ai governi, finirà con un nuovo trattato di Campoformio, o con
un riparto d'Italia che, lasciando in Roma l'eterno nemico dell'unità
della Patria, sostituirà sulle altre terre d'Italia nuovi padroni agli
antichi: forse, se mai si prolungasse oltre l'anno e con vicende
alterne, colla caduta di Luigi Napoleone senz'un solo vantaggio
all'Italia».[207] Come poi a guerra iniziata anche Mazzini chiamasse
disperatamente alle armi e come collimassero stranamente le sue parole
con altre di Luigi Napoleone, sarà detto a suo luogo. Qui basti il
finire con le parole della accennata profezia: «Ai poveri tormentati ed
illusi che vanno ripetendo: Venga Satana, purchè ci porti via gli
Austriaci, io dico: Fratelli, voi avrete Satana e gli Austriaci ad un
tempo; s'intenderanno sul campo a danni vostri dopo la prima battaglia».
La verità è che Satana o il «primogenito del demonio»,[208] come più
tardi fu chiamato Napoleone III dalle Dame del Sacro Cuore o l'«uomo
dalle tredici coscienze» come lo chiamava don Margotti, fu lui, il
veramente tradito a Villafranca. Ma già fin da antico fu scritto che il
mestiere del diavolo non era il più facile, tanto che il popolo
v'aggiunse l'aggettivo di «povero».
[207] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 306.
[208] DE CESARE, _Roma e lo Stato pontificio_, II, pag. 55.
Ma sarebbe cosa dolorosa per chi scrive queste pagine, se riportando
tali passi del Mazzini se ne volesse dedurre l'intendimento di esaltare
Napoleone III a discapito di quel nostro grande. È il dissidio delle
cose che a me preme mettere innanzi; guerra di anime che durerà più
lontana che la guerra delle armi. Credo anzi ventura per l'Italia che il
Mazzini con ieratica forza non ispostasse il suo vessillo di una linea
dal vertice ideale ove lo teneva spiegato. Oltre l'unità e la monarchia
esso splende, garrisce ancora: credo erronea opinione quella di molti
che — bisognosi per procedere, di novelli richiami, — lo reputarono
lenzuolo funebre nel quale avvolgere l'idea della patria, e chiamare poi
architetti e scultori per il mausoleo interminabile. Profeta più
veramente fu il Mazzini quando scrisse: «Non isperino gli Italiani
salute se non trovano in sè stessi energia per compiere il loro
dovere».[209]
[209] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 282.
Del resto, chi non credeva allora ai tenebrosi disegni di Napoleone che
«tante notti bianche» fece passare ai diplomatici e ai re?[210] I ~lo
chërdia pi bulo!~, lo credevo più furbo, confessa nell'aprile del '59
Massimo d'Azeglio.[211]
[210] HÜBNER, II, pag. 221.
[211] CHIALA, VI, pag. 393.
E grande del pari era l'avversione del Mazzini contro il Cavour, che gli
sottraeva il sottraibile di fedeli e di opere; che di quella accennata
infezione appariva l'agente deliberatamente sicuro.
Ora mentre tanti sospetti si appuntavano da Mazzini contro Napoleone
III, non minori sospetti e paure molti nutrivano in Francia per questa
guerra in cui l'Impero veniva a collocarsi alleato della Rivoluzione.
Prospero Mérimée così scriveva al nostro patriotta Antonio Panizzi: «Ma
e l'Europa? ma gli Italiani? E che fare del Mazzini? Fucilarlo:
d'accordo, ma che dire a coloro che vorrebbero sventrare il cardinal
Antonelli o il re Bomba? Non c'è da temere che dopo le prime vittorie
noi avremo degli alleati che ci metteranno nel più serio impaccio? In
confidenza, mi sembra che si tratti di due vasi di terra che vanno ad
urtarsi. Potrebbe darsi che in avvenire non restassero che dei cocci per
terra».[212] È lo stesso identico ragionamento, riferito sopra, di
Drouyn de Lhuys all'Hübner: il pericolo — cioè — della rivoluzione. E
Cavour non agitò dopo Villafranca, per un momento, lo spettro della
rivoluzione?
[212] _Lettres de M. P. Mérimée à M. Panizzi_, edite di Fagan
Paris, Lévy, 1881. A questo letterato sono attribuite le lettere
d'amore che la futura imperatrice di Francia dirigeva a Luigi
Bonaparte.
È del 31 decembre '59, cioè cinque mesi dopo la pace di Villafranca,
questa lettera di Napoleone a Pio IX: «una delle mie più vive
preoccupazioni, durante e dopo la guerra, è stata la condizione degli
Stati della Chiesa, e certo fra le potenti ragioni che mi impegnarono a
fare sì prontamente la pace, bisogna annoverare il timore di vedere la
rivoluzione prendere tutti i giorni più grande svolgimento. I fatti
hanno una logica inesorabile e nonostante la mia devozione alla Santa
Sede, io non potevo sfuggire ad una certa solidarietà cogli effetti del
movimento nazionale, eccitato in Italia dalla lotta contro l'Austria», e
termina dicendo che già fece molto se riuscì a fermare Garibaldi al
confine della Cattolica; e dopo questo, le armi regie invaderanno l'anno
seguente col suo permesso le Marche e l'Umbria! Eppure nello scrivere
quella lettera l'uomo «dalle tredici coscienze» probabilmente non
mentiva.
Il 17 settembre del '59 alla ringhiera del palazzo Gioia in Rimini che è
presso alla Cattolica, un uomo apparve: balenò un fulgore, si stese un
silenzio, echeggiarono queste parole: «Dall'entusiastica accoglienza che
voi tutti qui mi fate, m'avvedo che siete stanchi del governo dei preti.
Genìa infame!» Chi mi ripeteva a memoria questo proemio, era allora un
giovanetto che timidamente s'era fatto al balcone della casa vicina per
vedere che cosa di nuovo succedesse nella città morta. Quando un gran
scapaccione lo colpì: «Va via di qui: mi meraviglio che tu stia a
sentire le parole di quell'empio!»[213] Era il babbo; e quell'empio era
Garibaldi!
[213] Parole testualmente riferitemi dal dotto e nobile Pietro
Galli, distributore nella Gambalunghiana di Rimini.
E nelle memorie delle cose tramandate, mi sta anche il ricordo di un
altro padre in discussione coi figli che avevano combattuto a Roma del
'49, e diceva alla moglie «Quel cannone di San Pancrazio non ha fatto il
suo dovere!», e, passando Garibaldi pel suo paesello, faceva chiudere le
finestre per timore che non ci entrasse la scomunica.
Erano pochi, è vero; ma anche di quei pochi è dovere tenere il conto.